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“Quello che succede ogni giorno, non trovatelo naturale”

(Bertolt Brecht)

Proviamo ad immaginare. C’era una volta una bambina che correva per sentieri di pietra. Voleva arrivare, svelta, alla fontanella della piazzola, e siccome per bere doveva girare la testa, andava sempre a finire che uno sguardo, al cielo, lo regalava. Non era un cielo sconfinato. Aveva limiti precisi, che erano poi le creste di quelle montagne che stavano intorno a tutta la valle. Ti senti al caldo, quando hai un cielo piccolo, ti senti sicuro, non pensi mai di essere troppo solo, non pensi mai che possa cadere giù, che si squarci.  Un po’ come facciamo tutti con casa nostra, con le persone. Poi, succede che un mattino quel cielo divenga troppo grande,mancano un pezzo di montagna, e con lui duemila persone e quel senso di appartenenza a una terra che ti ha tradito, che si è rigirata nel sonno e ha spinto sotto le sue coperte case e stalle, senza risparmiare neanche le chiese e i bar, preghiere e bestemmie che si mescolano nell’arco dell’onda, lasciandoti in cambio un mattino livido e cinque minuti. Quei cinque minuti di tempo che hai per prendere la tua roba e seguire il militare gentile sull’elicottero che ti porta al campo profughi, non fai neanche in tempo a prendere tutto, e il tempo, a dire il vero, non ti basta neanche per guardarti indietro. Non è facile riassumere il Vajont in poche parole. Ma anche se nella realtà il cemento ha tenuto, la diga immaginaria che contiene questa storia fa acqua da tutte le parti.  Ascoltatevi l’orazione civile di Marco Paolini se volete capire gli intrighi e le speculazioni, guardate gli occhi dei vecchi ertocassani se volete capire cosa ha portato via, quell’onda, il 9 ottobre 1963. Per il resto, sfidando la noia, andatevi a leggere il Codice Penale, Libro secondo, Titolo VI, capo III, che all’articolo 449 tratta del “Delitto per disastro colposo”, punendolo da uno a cinque anni di reclusione, con pena raddoppiata in caso di danni a persone. Andando avanti, vien fuori che i requisiti per tale delitto si possono ricercare nell’estensione e nella complessità dei danni, nella non comune gravità dell’evento ma, soprattutto, nella pubblica indignazione che ne deriva. In effetti il termine “pubblica indignazione” regala un’atmosfera nostalgica all’insieme. L’aggettivo “pubblica” ricorda un sentimento di, come dire, coinvolgimento. E magari per una volta, non mero coinvolgimento emotivo, come quello con cui è stata approvata alla Camera la proposta di far diventare il 9ottobre “giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”. Nulla in contrario, beninteso, alle “Giornate del Ricordo”, rimaste unico omaggio nominale per tanti dimenticati da una società con l’Alzheimer, ma se non si capisce il senso del termine “fare memoria”, forse non servono a nulla.  Fare memoria dovrebbe significare anche, e non è una frase banale, imparare dagli errori del passato.  Eppure, solo nell’ottobre dell’anno scorso, da un’altra parte d’Italia tre frazioni di Messina -Giampilieri, Altolia e Molino – e il vicino Comune di Scaletta Zanclea vengono sepolti da fango e detriti. Una trentina i morti, un migliaio i senza casa. I montanari della diga, 47 anni fa, l’aveva capito subito, lo sapevano già: non è la natura ad essere cattiva, ma è l’uomo ad essere irrimediabilmente stupido.  E infido. Infatti, le case in questione erano state costruite abusivamente, con l’autorizzazione di qualche consigliere comunale, o con la grazia di qualche condono edilizio qui e là. I meccanismi di speculazione non sono poi tanto differenti da quelli di una SADE (l’ente privato proprietario della diga del Vajont) che per fare i propri interessi marcia sulla vita di gente comune, sudore comune, sangue comune, in nulla diverso da quello di un montanaro veneto o friulano. Il fango se le è portate via, macinate, rosicate, quelle case abusive. E ricordiamoci dopo che dentro c’era della gente, e chiediamoci se erano abusive anche loro, le persone.  Si può attribuire la colpa alla conformazione geologica del territorio italiano. Ma dovremmo ammettere di avere una coda di paglia. I lemmi per il termine “abusivismo edilizio” che si trovano in Google Italia sono 237.000; 570.000 i nuclei abitativi abusivi stimati costruiti dopo il grande condono edilizio del 1985; il 99,4% dei Comuni in provincia di Salerno si trovano in territorio rischio di frana; da Nord a Sud del nostro bel Paese, sono circa 6milioni gli italiani che abitano nei 29.500 chilometri quadrati di territorio considerati ad “elevato rischio idrogeologico”; 1.260.000 gli edifici a rischio frane e alluvioni, e di questi 6mila sono scuole,e gli ospedali 531 (si veda il ‘Rapporto sullo stato del territorio italiano’ realizzato dal centro studi del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), in collaborazione con il Cresme, presentato a Roma, 13 ottobre 2010) .  La coda di paglia ci è già bruciata da un pezzo. Se fare memoria è buono e giusto, evitare tragedie da ricordare è allora sacrosanto.  “Ho un debito verso gli Ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante ‘casualmente’ accadute. Forse più ‘pulita’ di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. E’ contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.”(Tina Merlin, Sulla pelle viva )

L’anno è ricominciato, portando con sé la consueta scia di terrore e distruzione della sessione d’esami di settembre. Il disfacimento psico-fisico da libri, libretti, tesi e treni (soprattutto treni) vi provoca un profondo desiderio di lubianska? (Da non confondere con la Lubjanka).La notizia che Gianni è al completo, sicuro non vi farebbe piacere! Cosa fare? Come sostituire quel ricostituente proteico che vi darebbe la forza di campare fino al semestre successivo? Col classico fai da te! Sconvolti dall’annuncio “siamo pieni, mi dispiace”, fatevi consegnare a viva forza la maglietta che spetta a chi riesce nell’impresa di sbafarsi un’intera lubianska e cercate di meritarvela precipitandovi al vostro supermercato di fiducia. Col sacro furore dell’affamato procuratevi 2bistecche2 di dimensioni inaudite e preferibilmente di maiale (può andare anche la carne di bovino, ma quello che troverete saranno Bigazzi vostri…), un paio di uova, un pacco di sottilette (va bene un qualsiasi formaggio che fonde, ma il tempo è denaro e il formaggio anche) e la farina che avete finito all’ultima festa di laurea. Vi servirà poi acquistare, se non la possedete o l’avete usata come anti rumore tra testiera del letto e parete, una bella fetta di prosciutto cotto (costa meno del crudo e lo fa pure Gianni, anche se qui qualcuno potrebbe dire che la vera lubianska è stata uccisa da fuoco amico). Il pane grattato non vi serve, scommetto che avete dimenticato a casa in luglio un bel pezzo di pane che sarà secco al punto giusto!

Fffatto? Okay, ora pestate la carne fino ad assottigliarla il più possibile, rendendola così ampia quando il tavolo stesso di Gianni. In questa fase non dobbiamo essere molto precisi. Se non avete un pesta carne usate pure il volume più voluminoso che avete studiato per l’esame che vi è andato peggio, dovrebbe comunque bastare. Se siete secchioni prendete la carne a padellate oppure a capocciate. Dopodiché mettetegli sopra uno strato di sottilette ed il prosciutto, quindi sigillatela con la seconda bisteccazza, anch’essa opportunamente istruita a librate.

Nella terrina, quella in cui tenevate il ghiaccio per raffreddare il cervello nei giorni di caldo torrido e studio, mettete un uovo, un pizzico di sale ed un cucchiaio di latte. Mescolate, non agitate e immergeteci dentro la carne formaggiata e prosciuttizzata. Per bene eh! Se no poi viene un patatrac! A fianco grattugiate il pane. Prendete la fettina bella bagnata e passatela sul pane in modo che venga ricoperta abbastanza uniformemente e interamente.

Trovate la padella in grado di contenere quel mostro calorico e scaldateci una noce (di cocco) di burro o un “adeguato” goccio d’olio. Metteteci dentro la lubianska e lasciatela friggere per bene da ambo i lati, finché  sarà dorata e croccante.

Fffatto? Beh, abbiamo finito! Ora potete abbuffarvi alle spalle di Gianni! Se volete potete metterci sopra un po’ di limone. Se siete feticisti delle salsine vi lascio lo spazio di sperimentare, a vostro rischio e pericolo, quelle che più preferite! Se siete coraggiosi e golosi e trovate un buon abbinamento scrivetecelo su:

www.sconfinate.net/non_ho_idea_di_cosa_sia_l_anoressia/salsine/sì_sì_l_ho_provata_e_sono_ancora_qui_per_raccontarlo.html

Dalle parti di Praga prima di affrontare moli simili di carne bevono un grappino. Tranquilli, non è una cosa che ubriaca, serve semplicemente a dilatare lo stomaco per stiparlo meglio! A posto? Ora potete munirvi di coca cola che, essendo dannatamente acida, dà una mano, di una bella birra o di un buon nero. Il nero, ci tengo a precisarlo, non è il caffè ma è il VINO NERO. Lo so, il vino non è nero è rosso, ma anche il caffè non è nero, ma marrone! Ai posteri, o ai postumi? l’ardua sentenza.

PS: se non trovate il link provate a disabilitare il ‘filtro buffonate’ del vostro browser o capite che è solo una battuta mal riuscita.

Daniele Cozzi

nachmache-berliner-mauer[1]BERLINO – Alla fine non ho resistito. Le mie riflessioni sul muro, sulla DDR, sul blocco sovietico e sulla Guerra Fredda in generale, innescate alla fine del 2006 da quel pezzo di muro lasciato in piedi per i turisti a Potsdamer Platz, ad un certo punto hanno avuto bisogno di un riscontro reale. Ecco perché sono venuto a Berlino, ex capitale della DDR, baluardo di sovietismo puro nel cuore dell’Europa odierna. L’idea di mancare a un appuntamento epocale come il ventesimo anniversario della caduta del Muro mi lasciava molto rammaricato, deluso, “scoperto” da un punto di vista umano e, per così dire, anche professionale. Volevo vivere sulla mia pelle la reazione di questa bellissima città d’Europa carica, oltre che di storia e tragedie, anche di energia, positività e tanto entusiasmo.

La nebbia bassa mista a pioggia che incombe sulla città dal mattino presto non scoraggia i tanti turisti che hanno raggiunto Berlino nei giorni scorsi, da tutta Europa e non solo. Abbondano i tour organizzati dalle tante agenzie che a Berlino si occupano del muro, partendo da Bornholmer Straße fino alla Nordbahnhof per finire alla celebre Porta di Brandeburgo, simbolo della divisione di Berlino fino al 1989 e dell’unità tedesca dal 1990. Durante l’interessante giro si respira l’aria di Berlino Est, che nelle zone fuori dal centro negli ultimi vent’anni non è cambiata molto. Il tempo inclemente rende l’atmosfera cupa, tutto appare triste, scoraggiato, spento. Il ricordo della mancanza di libertà, delle sofferenze e delle privazioni è vivo nella mente di coloro che vent’anni fa c’erano; prende forma in Bernauer Straße, centro della rievocazione della divisione, dove è presente l’unico tratto originale di muro (e annessa frontiera) con tanto di “zona di nessuno”, recinti elettrici e torri di controllo. Si ricordano le 5075 fughe portate a termine durante i 28 anni di esistenza del Muro (di cui 574 effettuate da soldati dell’esercito della RDT) ma una sincera preghiera va alle 265 vittime del “Muro della Vergogna”, definito nel 1963 da J.F.Kennedy come “la manifestazione più abominevole e più forte del fallimento del sistema comunista”. Nel pomeriggio, la passeggiata simbolica della cancelliera Merkel, accompagnata dall’ex Segretario del PCUS Mikhail Gorbaciov e dal sindacalista per antonomasia Lech Wałęsa, colora la giornata sul Bösebrücke, la prima grenzübergang (frontiera pedonale) aperta da Est verso Ovest ai berlinesi, intorno alle 23.15 di giovedì 9 novembre 1989. La commozione di Frau Angie, come la chiamano affettuosamente i suoi sostenitori, e le parole di due simboli viventi del crollo del comunismo come Gorbaciov e Wałęsa (vederli dal vivo mi ha dato una scossa fortissima, tra l’ammirazione e la riverenza) scatenano lunghi applausi.

Con il passare delle ore la folla poliglotta comincia a scaldarsi, nonostante la pioggia incessante e piuttosto insistente; le emozioni dei 250.000 turisti presenti cominciano ad emergere, tra i boccali di birra e l’odore delle bratwürste mit senf , che rendono l’atmosfera inconfondibilmente tedesca. In effetti, questa enorme festa popolare (tale è stato l’obiettivo perseguito dai responsabili dell’organizzazione dell’evento, senza parate militari né simboli dello Stato-nazione) assomiglia molto a una sagra di paese, seppur di oltre tre milioni di persone. Tutti, i bambini con più entusiasmo e gli adulti con più consapevolezza, si assiepano ad ammirare le 1000 tessere (dipinte da 15.000 volontari da tutto il mondo) del tanto atteso domino, che in questo ventennale ripercorre simbolicamente il percorso del muro per circa due km, da Potsdamer Platz fino alla porta di Brandeburgo. Nel piazzale ad essa antistante i bei discorsi di Sarkozy, Medvedev, Brown e Clinton, oltre che della Merkel e del sindaco di Berlino Wowereit, creano una sensazione di gioia, libertà, responsabilità, unità, vittoria direi. Il passato diviso si confonde con il presente, indeciso su un futuro comune. Ma proprio su un futuro comune, necessaria matrice della nuova Europa, sembra innestarsi la spontanea “ola” internazionale e multietnica che accompagna, tassello per tassello, il crollo del coloratissimo muro. Applausi scroscianti, sorrisi ricambiati, urla entusiaste e migliaia di flash regalano questa notte l’impressione (almeno l’impressione, è già qualcosa) che l’Europa esiste ed è forte, compatta, unita. Nel giorno per lei (e per l’intera Germania unita) più importante Berlino non si è smentita, ha dato prova di una enorme solidità fisica e morale, si è fatta apprezzare dai suoi abitanti come dai suoi turisti, ha dimostrato di essere il prodotto (quasi) finito di tanti anni di travagli e sofferenze che l’hanno portata a costituire un esempio irrinunciabile di libertà per tutti noi Europei. Se, per caso, quell’impressione di forza, compattezza e unità dovesse un giorno trasformarsi in realtà, stiamo certi che Berlino sarebbe, a buon diritto e con risultati degni dell’infallibile efficienza crucca, la capitale della nostra nuova Europa (con buona pace di Parigi). E il Muro, c’è da esserne certi, continuerà a rappresentare gli abitanti, la storia, i valori e la vita stessa di questa indomita città.

Andrea Filippo Romani

Ricordi di un’ estate passata a Berlino

[da leggere ascoltando Tocotronic – Schatten werfen keine Schatten]

Sono arrivato a Berlino sicuro che il tempo che ci avrei trascorso mi avrebbe cambiato. Sono partito pensando che qua, dove viviamo, nelle nostre piccole cittadine, siamo ombre e che le ombre non gettano altre ombre. Là ho realizzato che, in una metropoli che è una piccola città, le persone, per quanto siano chiuse, grigie e fredde, ti rimangono nel cuore, anche se non le hai mai conosciute, perché ti illuminano. E le ricordi per i loro sguardi. Sguardi di gente selvatica, come quella città dove le volpi, la notte, escono dai parchi in cerca di resti degli ultimi kebab mangiati prima di rincasare, poco prima che il sole sorga. Sguardi di chi vive come aveva sognato di vivere quando era ragazzo: un poco sopra le righe, un poco oltre le proprie possibilità, ma felice. Sguardi pieni di respiro, come questa città che mi ha colpito fin dall’ inizio, che mi mancherà e che non ritroverò facilmente altrove. Una grande città, pochi alti palazzi, molto verde. Non c’è un centro oppure ce ne sono molti: ogni quartiere è realtà a sè cosicché quando sei a Prenzlauerberg non puoi confonderti con Kreuzberg, Wedding o Mitte. Ogni quartiere con la sua personalità, uno Stimmung per ognuna di queste piccole cittadine: così quando giri per questa città non ti rendi conto di essere in una metropoli, non fosse per la U-bahn, le grandi distanze e la gente che la popola.

Berlino d’estate è bella: si camminano volentieri le sue strade fino a tardi, si siede nei parchi, tra un grill e un pomeriggio al sole con gli amici, sdraiati a guardare quel cielo che da noi non c’è, a farsi scompigliare i capelli da quel vento che fa passare le nuvole così velocemente come non ho visto da altre parti. E poi tornare a casa, a Kreuzberg, passando accanto agli odori turchi che escono dai baracchini del kebab o dai mercati domenicali. La domenica mattina ai mercati delle pulci a cercare qualche curiosità, a fare amicizia con gente che arriva da chissàdove e deve vendere tutto quello che ha per poter acquistare il biglietto aereo di ritorno (chissà da quanto tempo sono in viaggio). E conoscere qualche artista che ha lo studio nella soffitta di qualche casa da qualche parte a Wedding.

I tedeschi di Berlino sanno godersi la vita e noi dovremmo imparare da loro. E loro dovrebbero imparare da noi a ridere: difficile trovare chi, in metropolitana, sia disposto a una chiacchierata. Ma verso sera, i berlinesi escono di casa, si comprano un paio di birre al tabacchino, le bevono passeggiando e diventano simpatici.

Di loro ho apprezzato la loro tolleranza, al limite con il menefreghismo, e il loro essere così distanti dal moralismo cattolico che ci attanaglia in Italia. Mi sentivo più libero, più rispettato, più sicuro, senza militari. Con il tempo ho scoperto il loro tipo di moralismo e la loro rigidità nel non accettare chi esce dai loro schemi. Ho scoperto che il Muro è ancora in piedi: tra Ossi e Wessi, tra gay veri e gay che provano ad esserlo, tra cool e uncool, tra nudisti e vestiti, tra italiani berlinesi e italiani turisti. Per quanto ti facciano sentire straniero però è tutto così familiare.

Finalmente in quella città, chi ero? Chi sono diventato? Sono diventato cosciente, ho alzato gli occhi e il mondo era lì, davanti ai miei occhi.

Alessandro Battiston

Schlagstein@gmail.com

La Valmarecchia giunta in sordina a segnare la storia del nostro paese

Quest’estate, 7 comuni d’Italia(Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello) sono riusciti ad ottenere quello che tanti avevano bramato ma che nessuno aveva mai ottenuto: la secessione. Il 29 luglio scorso, infatti, il senato ha approvato in seduta deliberante il Ddl che ha sancito il passaggio dell’Alta Valmarecchia in Emilia Romagna. Val …che? VALMARECCHIA: è una vallata dell’Italia centro settentrionale, che scende dall’Alpe della Luna, in Toscana, divisa nella parte centrale dalle Marche,ed arriva fino al mare Adriatico presso Rimini. O almeno così è stato fino a poco tempo fa. Tutto incominciò quando il “comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna” riuscì a riproporre ai sette comuni sotto le Marche il referendum – che ha avuto luogo il 17 e 18 dicembre 2006 – circa il passaggio di tutta la vallata dalla Provincia di Pesaro ed Urbino alla Romagna. L’83,91% dei votanti si espresse favorevole all’annessione. E si può facilmente capire il perché, vista la distanza geografica dal capoluogo, Pesaro. Posso io stesso testimoniare che, utilizzando le strade provinciali, il tempo di percorrenza per il tragitto Pesaro – Pennabilli è di circa 2 ore!Fortunatamente la mia era una gita di piacere ma chiunque altro avrebbe seri problemi se per necessità lavorative o di servizi dovesse recarsi frequentemente a Pesaro. E Rimini è lì a soli 30 minuti di distanza … il piatto della bilancia non poteva che pendere a favore dei favorevoli. Da ciò nascono altre opportunità – come la possibilità di poter usufruire di servizi sanitari superiori più prossimi – ma anche di natura economico. La provincia di Rimini, di recente creazione(1992), ha avuto fin ad oggi un territorio molto ridotto, occupato per la maggior parte dall’hinterland costiero. L’aggiunta dei sette comuni, nuovo ed agognato entroterra, non può che invogliarla a spostarvi i suoi investimenti, soprattutto a livello turistico, contrariamente alla provincia marchigiana che deve spalmare i suo fondi su un entroterra ben più vasto.

Ovviamente, i pareri delle giunte delle 2 regioni non potevano che essere completamente opposte: tanto l’Emilia-Romagna si è dimostrata entusiasta e sicura ad accettare l’annessione, quanto le Marche sono state titubanti e poco convinte nel rifiutare la secessione. Anche le motivazioni di tale rifiuto sono state alquanto misere e poco sostenute. La difesa dell’unità del territorio storico del Montefeltro non ha sortito alcun effetto – neutralizzato dalle contro risposte di coloro che sostengono che non solo la vallata del Marecchia, ma tutto il Montefeltro fosse da sempre storicamente Romagnolo – mentre la difesa del delicato equilibrio economico è stato quasi del tutto ignorata. Infatti, agli abitanti dei Sette l’idea di diventare l’unica fonte di turismo culturale del riminese fa troppo gola. Ma è proprio questo equilibrio che rischia di essere rotto: la mancanza di un turismo culturale locale che potesse coprire i giorni di mare “sprecati” per colpa del cattivo tempo, spingeva le agenzie turistiche del riminese ad organizzare eventi e gite nella provincia marchigiana. Ora con la molto probabile attrazione di questo genere di “tappabuchi” verso la sola Valmarecchia( ricca di magnifici paesaggi, paesini storici e rocche medievali) si rischia di assestare un grave colpo al turismo prevalentemente culturale di Pesaro ed Urbino.

Il 6 maggio di quest’anno la camera ha approvato il disegno di legge con la successiva approvazione del senato. Così, il 3 agosto 2009 i sette comuni dell’Alta Valmarecchia hanno segnato una parte importante nella storia della”Questione dei confini regionali”, fenomeno che coinvolge da tempo ormai tutta la Penisola.

Le prime avvisaglie si ebbero negli anni ’60, con il rientro di Trieste all’Italia e la formazione della Regione “Friuli-Venezia Giulia”. Nel progetto di creazione di una provincia del Friuli occidentale, infatti, il comune di Pordenone coinvolse i comuni del mandamento di Portogruaro – parte storica del Friuli – ma, sebbene la provincia di Pordenone nacque, per il Portogruarese non si ottenne alcun risultato . Ciò fu dovuto fondamentalmente a causa delle scelte del parlamento, desideroso al più presto di istituire la nuova regione ed accantonare, inoltre, un iter legislativo come quello del passaggio di regione,ancora non ben disciplinato.

La questione restò così assopita fino agli anni ’90, quando nella zona iniziarono a formarsi i primi comitati popolari che chiedevano l’annessione al Friuli-Venezia Giulia. Da quel momento, la questione prese piede e si diffuse in tutta Italia, andando ad interessare altre aree, come quella Dolomitica (con il caso di Cortina d’Ampezzo e i Comuni ladini confinanti). Ma l’art. 132, comma II della Costituzione – che dal 1970 disciplinava la materia – rendeva praticamente impossibile il cambiamento: prescriveva, infatti, che il Comune, o i Comuni interessati, producessero una delibera con la quale richiedere l’indizione del referendum, corredata da un numero di delibere comunali e/o provinciali interessate di entrambe le regioni e rappresentanti un terzo della popolazione regionale. Solo in seguito, si sarebbe tenuto il referendum in entrambe le regioni.

Nel 2001 si ebbe , per opera del governo Amato, la riforma del titolo V della Costituzione, comprendente anche l’Art 132. D’ora in avanti è necessaria per l’indizione del referendum la sola “approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati”. Si ha avuto così negli ultimi anni il fiorire di un gran numero di Referendum, alcuni approvati ed in attesa dell’adempimento dell’iter istituzionale, come Carema e Noasca( dal Piemonte alla Valle d’Aosta), altri invece respinti, come Leonessa (nel Lazio). Il comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna può ritenersi dunque ben soddisfatta del suo primato.

Ma le avversità non sono ancora finite: la giunta regionale delle Marche non ha alcune intenzione di mollare, ed ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge parlamentare. Sono in ballo l’onore e l’identità delle Marche . L’onore è quello dell’amministrazione provinciale di Pesaro ed Urbino che non accetta la mutilazione del suo territorio – ma che, ad essere sincero, non si è mai impegnata attivamente a mantenere. Infatti, abituata ormai da circa 60 anni ad avere la vittoria in tasca alle elezioni locali, la sinistra si è adagiata sugli allori, ed ha completamente ignorato problemi e necessità che andassero oltre i soliti inciuci politici. Ma ora che quello che sembrava impossibile è diventato realtà, l’ansia da “effetto domino” di perdere altri comuni a favore della Romagna – come quelli della Val Conca,altra vallata a metà tra Marche e Romagna– li sprona ad una disperata contro misura. Si lotta anche per la difesa dell’identità culturale della provincia, che per ragioni storiche, non può che comprendere anche la Valmarecchia, visto che lì hanno origine prodotti gastronomici tipici e lì sono accaduti fatti ed eventi che hanno segnato la storia della provincia.

Purtroppo, però, i problemi che si pongono di fronte ai nostri intrepidi comuni non provengono solo dalle Marche. Infatti, sebbene così ansiosa di annettersi i nuovi comuni, sembrerebbe che l’Emilia Romagna non sia in grado di finanziare l’oneroso processo di trasferimento amministrativo – che secondo il progetto iniziale doveva essere a costo zero per entrambe le regioni. Inoltre, sembrerebbe che non tutti i romagnoli siano così entusiasti come le proprie istituzioni, poiché quella manciata di comuni già nell’entroterra di Rimini vedrebbero ridotti i pochi fondi che la provincia vi investe, visto che, la maggior parte, finisce nelle tasche dei comuni dell’ultraproduttiva riviera. Si spera ancora che i fondi necessari giungano da Roma ma, siamo in tempi di crisi …

Si prevedono tempi duri per i neo-romagnoli: un riordinamento amministrativo non può avvenire dall’oggi al domani, ma richiede molto tempo. Ci sono piani catastali da consegnare, cambiamenti di ordine ed albo professionale da effettuare , processi giudiziari da trasferire e tante altre cose ancora; per non parlare dei progetti di investimento che la regione Marche ha dovuto troncare di colpo e che, invece, l’Emilia Romagna probabilmente non ha nemmeno iniziato a considerare. Chissà quando sapremo se tutto ciò sarà servito a qualcosa, se i 7 comuni della Valmarecchia saranno passati dalla padella alla brace o se, infine, la Corte Costituzionale gli imporrà retro fronte?

Tommaso Ripani

tommaso.ripani@sconfinare.net

E’ Febbraio, piena estate nell’altro emisfero quando arrivo a San Paolo. Passare dalla sciarpa di lana alle infradito in meno di 24 ore non è l’unica cosa a lasciarmi basito. Il profumo di San Paolo mi investe dall’arrivo in aeroporto: è intenso, caldo, avvolgente è… di America Latina. Un misto dolciastro, ma allo stesso tempo acidulo, di banana, ananas, muschio, sudore, smog e urina. E’ ovunque, è penetrante, è totalizzante eppure sembro essere l’unico ad accorgemene. Credo che sia come l’odore della propria pelle: solo il naso altrui lo può percepire e anche io mi sarei assuefatto all’olezzo di SP in meno di una settimana. Diciotto milioni di persone abitano questa metropoli senza limiti né proporzioni. Ed è proprio questa mancanza di misura a lasciare spaesato chi si confronta con la città. SP è la prova vivente della teoria della relatività in cui lo spazio e il tempo si dilatano. Per arrivare in facoltà devo combattere con metro e bus per il centro, quasi tre ore di lotta contro il rush hour delle sette del mattino.

Il quartiere in cui vivo e studio è Higienópolis e solo dal nome – città dell’igiene – si può capire quale sia il livello medio del vicinato. A Higienópolis ci sono più parrucchieri per cani che per persone, ci sono più piscine che fermate dell’autobus, ogni palazzo residenziale ha la sorveglianza 24/7, la FAAP – università privata dove studio – è vigilata da security ad ogni entrata e vi si accede solo con una tessera magnetica personalizzata

Decido di uscire da questa bolla protetta per addentrarmi nel cuore della città, in quello che viene chiamato il centro – ammesso che se ne possa veramente identificare uno. La Paulista, avenida di tre chilometri e cuore finanziario della capitale, è una serpentone di traffico, che si divincola tra due interminabili pareti di grattacieli in cristallo. Una competizione di megalomania architettonica in un crescendo continuo, di dimensioni, forme e sfida alla statica. Poco distante il centrão dove svetta l’edificio Italia con i suoi trentasei piani di cemento. Deludendo il mio patriottismo non si tratta del grattacielo più alto della città ma la vista dalla terrazza panoramica del 36° è mozzafiato (vedi foto). Dall’alto SP è una selva illimitata di grattacieli che arriva fino all’orizzonte in ogni direzione, letteralmente non ha fine. Ma basta fare una fermata di metro per vedere la città denudata, nelle sue contraddizioni: nella 25 de Março una folla di ambulanti vende dvd masterizzati, computer e materiale informatico di dubbia provenienza, vestiti di carnevale, cocco fresco ed ogni tipo di ciarpame e droga che alimenta il mercato parallelo. Qui il clochard
dorme all’ingresso dei grattacieli, il venditore fugge dai poliziotti, i prezzi si contrattano fino all’ultimo centesimo e nessuno ci si avventura a cuor leggero di notte.

E poi c’è il lato B della città, quello che non appare nelle cartoline, quello che l’opulento business man evita, quelle che il turista preferisce non fotografare: la favela di SP. Mi addentro nell’avenida M’boi Mirim, in cui giungo dopo due ore e mezza di autobus da casa mia. Qui mi permetto di entrare solo perché sono accompagnato da un residente, uno dei tanti che lotta per sopravvivere in una società che vorrebbe scartarlo. Il suo appartamento intero costa un terzo della stanza che divido con un francese, la pizza più cara della favela costa meno della margherita di Higienópolis. E’ un altro mondo, mai così vicino e mai così lontano dalla città. E’ un universo parallelo tanto evidente quanto ignorato: Paraisópolis, la maggior favela della città è esattamente in mezzo all’Ipiranga, uno dei quartieri più ricchi di SP (secondo solo al Morumbi). Ed un muro alto tre metri recinta e separa fisicamente e socialmente questi due mondi.

A Jardim das Flores (Giardini dei Fiori) la maggior parte dei residenti è di colore e lo schema della città è totalmente diverso. Non ci sono grattacieli rutilanti, ma piccole casine ammonticchiate senza alcuna logica urbanistica che si inerpicano sulle colline attorno al lago del Guarapiranga. La favela di distingue perché gli edifici non sono intonacati ma i portanti in cemento armato e i mattoni da costruzione sono a vista, le finestre sono prive di imposte e le porte sono scrostate. Le stradine che salgono tra le case sono costellate di vecchi garage riadattati a chiese evangeliche in cui i pastori gridano al megafono e le folle in trance, accompagnano con gran “Alleluia” e “Sia lodato l’Altissimo” in una gara a chi si sgola di più. Non si ha nemmeno l’impressione di stare in una delle maggiori metropoli della Terra, in questi quartieri in cui tutti, dal panettiere al meccanico, si conoscono e si salutano per nome, in cui i bambini giocano scalzi per strada con palloni improvvisati, in cui i cani si azzuffano e le fogne scorrono a cielo aperto.

Ma la cosa più agghiacciante non è lo squallore o il sudiciume, ma sono i racconti dei volti che animano questo mondo derelitto. Dopo aver pernottato una notte in una stanza con la muffa alle pareti, mi alzo ed incontro una cugina della mia guida che mi chiede se sono stato disturbato dalla sparatoria della notte precedente. Fortunatamente il mio sonno è pesante ma sul marciapiede di fronte casa non posso fare a meno di notare la pozza di sangue che la prossima pioggia avrebbe lavato. Uno dei tanti morti viventi della città, che aveva peccato di tracotanza contro i trafficanti, ed aveva pagato il suo conto con i Signori della favela. Aspettavano solo di beccarlo alla sprovvista; poi nove colpi di pistola, tutti e nove in testa. E la cosa che più mi lascia turbato è che me lo raccontino come io potrei parlare della ultima serata al cinema; alla fine per loro si tratta solo di storie di vita quotidiana.

Ogni dettaglio, ogni racconto si fa sempre più raccapricciante quando il narratore non sembra sconvolto dall’atrocità di quello che dice. Una ragazza mi confessa di essere rimasta incinta. Ha venti anni, è disoccupata e studia teatro, non ha le condizioni e non desidera avere questo bambino. In Brasile tuttavia l’aborto è illegale ed è anche reato. Lei mi parla dell’esistenza di alcune pillole che si comprano al mercato nero per 400 réis al paio (circa 150 euro). Bisogna prenderne per via vaginale solo una – raddoppiare la dose sarebbe letale – ed attendere a gambe all’aria fino alle prime perdite di sangue. Io resto allibito dalla descrizione di questa pratica a metà tra medicina e macumba ma non esistono alternative. La ragazza scompare per due giorni per andare da una mammana, nessuno sa dove e nessuno sa come stia. Per tre volte tenterà questa ed altre operazioni fino a procurarsi un’infezione vaginale. Ma di andare in ospedale non se parla, se il medico si accorge che si è tentato un aborto illegale la polizia la deve arrestare. E nessuno vuole avere a che fare con la Polizia Federale in Brasile.

SP è fatta così, è l’apoteosi della contraddizione, l’iperbole della sperequazione sociale, nulla in città può avere misura: il ricco è ricchissimo e il povero poverissimo, gli appartamenti o sono attici o sono porcili, il supermercato o carissimo o a buonissimo mercato, i bar o pienissimi o vuotissimi… perfino il discreto a SP deve essere ‘discretissimo’. Che parte della città vogliamo vedere, il lato A – delle banche e dei grattacieli con l’eliporto – o il lato B – delle favelas e degli emarginati – è una scelta tutta nostra.

Francesco Gallio

francesco.gallio@sconfinare.net

In questo periodo siamo andate più volte a visitare i ragazzi che soggiornano alla Caritas di Gorizia, ragazzi in attesa dei permessi, dello status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria. Da mesi ormai a Gorizia si vedono girare sempre più ragazzi stranieri, la maggior parte africana, e molti di noi non sanno chi siano: alcuni li vedono come una minaccia per il proprio posto di lavoro, altri come dei malintenzionati venuti qui per delinquere ( e su questo i mezzi d’informazione danno un forte aiuto).  Loro sono qui invece per motivi molto diversi: c’è chi fugge da un paese in guerra, chi fa parte di una minoranza maltrattata nel proprio paese, chi cerca una via d’uscita da una vita piena di povertà, ma priva di prospettive. E’ per questo che abbiamo trovato giusto far descivere a loro stessi la loro storia, i loro sentimenti, perché crediamo sia il modo migliore per far capire che cosa c’è dietro l’”emergenza immigrati”.

Per motivi di riservatezza i nomi verranno cambiati, anche perché per molti di loro il procedimento inerente il loro caso è ancora in corso, e preferiscono non esplicitare e proprie generalità.

Mi chiamo Giovanni, ho 26 anni e vengo da un villaggio del Mali. Sono figlio unico, mia madre ha 56 anni, fa la casalinga e è sola. Nel villaggio facevo l’agricoltore e coltivavo il mango. Il lavoro era pesante ma lo facevo volentieri anche se non mi permetteva di guadagnare molto. Nel villaggio ci si conosce tutti ma la miseria è grande. Io non sono sposato, ma avevo una fidanzata che si chiama Chiara che ho dovuto lasciare in Mali per cercare una sistemazione migliore in Italia. Qui spero di trovare lavoro, ad esempio come operaio in fabbrica e con il tempo desidero ritornare a casa.

Qui a Gorizia sono ospite della Caritas con molti altri stranieri provenienti dal Mali come me, dal Niger, dall’Afghanistan. Sono arrivato in Italia otto mesi fa: sono partito dal Mali nel mese di settembre del 2008 con una macchina verso l’Algeria, da cui ho proseguito il mio viaggio con un’altra macchina fino in Libia. Dalle coste libiche sono partito su una barca insieme ad altre 74 persone e una volta arrivato a Lampedusa, dopo soli due giorni sono stato trasferito in aereo a Ronchi dei Legionarie successivamente a Gradisca d’Isonzo. Nel CARA di Gradisca sono rimasto sette mesi,e da un mese sono uscito e vivo grazie all’aiuto della Caritas. Nel frattempo sto aspettando il giudizio della Corte di Trieste in riguardo al mio caso; se il risultato dovesse essere negativo e io volessi ricorrere in appello, dovrei pagare più di 300 euro e io non li ho, anche perché il permesso di soggiorno che ho in questo momento non mi permette di lavorare.

Mi chiamo Ahmad e vengo dalla Turchia. Ho 26 anni e dopo un lungo e faticoso viaggio in camion sono arrivato in Italia. Il mio lavoro era di decorazione interna ed esterna delle case. Sarei rimasto volentieri in Turchia, lì avevo una fidanzata che si chiama Aynur ed è studentessa universitaria. La mia venuta in Italia è dovuta a seri motivi politici . Nella mia città natale  ho lasciato la mia famiglia composta dai miei due genitori e dalle mie tre sorelle . Spero di ottenere presto il permesso di soggiorno e di trovare un lavoro in Italia.

Mi chiamo Amadou, sono del Niger e sono in Italia da un anno. Sono arrivato dalla Libia con una barca fino a Lampedusa, poi sono stato trasferito al CARA di Gradisca e dopo qualche mese mi hanno fatto uscire e, in attesa della valutazione del mio caso da parte del Tribunale di Gorizia e poi di Trieste, sono stato accolto dalla Caritas di Gorizia. Sono ormai mesi che vivo qui a Gorizia, passando il mio tempo tra la Caritas, l’ufficio del mio avvocato e la Questura, e non ho mai perso la speranza di ottenere il mio permesso di soggiorno. Ora però ho ricevuto il secondo rifiuto della mia domanda, e per provare un’ultima volta ho bisogno di pagare l’avvocato, ma di soldi non ne ho.

Io vorrei avere un documento solo per poi spostarmi in un altro paese in Europa, magari in Inghilterra, oppure andarmene negli Stati Uniti a studiare, dato che ho capito che l’Italia non ci vuole e che non c’è lavoro per noi. Ma senza quel documento non posso spostarmi, se vado a chiedere il permesso di soggiorno in un altro paese europeo mi rimanderanno qui, dove mi hanno preso le impronte, e la storia ricomincerà da capo.

Il prete del mio paese mi ha sempre detto che le cose accadono sempre per un motivo, sia quelle belle che quelle che ci fanno soffrire: io accetto gli eventi brutti della vita, ma questa volta è difficile, ho lasciato tutto per venire in Europa, è da un anno che sto qui in Italia, bloccato da dei documenti che non mi vengono dati, e non ho alcun genere di prospettive. A questo punto preferirei che mi rimandassero a casa, ci metterei del tempo, ma me ne farei una ragione. Restare in questa situazione di incertezza mi snerva, non dormo più di notte, e anche di giorno il pensiero è sempre fermo ai documenti, a che si può fare per ottenerli. La mia mente non si ferma mai.

Voi ragazzi siete fortunati, potete studiare, muovervi in Europa, potete farvi un’istruzione che vi darà una vita migliore. Sarebbe bello se lo potessi fare anche io.

Leonetta Pajer

I ragazzi Ospiti della Caritas di Gorizia

No, non doveva dirle niente… non poteva!

Come avrebbe potuto sopportare di dirle che, dall’oggi al domani, la loro vita era completamente distrutta?

Bianca era sì una donna forte, ma ne aveva passate veramente troppe perché potesse sopportare anche questa.

All’età di 12 anni, si era ritrovata orfana di padre e costretta a vivere da sola con sua madre che, malgrado l’avesse messa al mondo, era la persona che la comprendeva meno di chiunque altro.

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Il 20 dicembre ricevo un regalo di Natale un po’ in anticipo. Squilla il telefono e una simpatica signorina mi comunica che sono atteso per uno stage dal 1 febbraio al 29 aprile a Kuala Lumpur, in Malaysia. Avevo quasi dimenticato di aver fatto domanda per quello stage, era passato più di un mese, ma ogni tanto mi stupisco di come la burocrazia riesca a compiere il suo percorso.
Non vi racconterò delle 22 ore di viaggio (so che ci vuole di più per arrivare in Puglia…) sarebbe come raccontare frammentati ricordi tra un colpo di sonno e un altro: inutile. Piuttosto vorrei descrivervi la vita a 3 gradi Nord dall’equatore. Ovviamente il clima è quello che noti appena abbandonata l’atmosfera protettiva dell’aria condizionata dell’aeroporto: 35 gradi e almeno l’80% d’umidità tutti insieme all’apertura della porta scorrevole (un po’ come i pinguini della vecchia pubblicità della Halls, al contrario). Per intenderci sono partito un attimo prima che arrivasse in Europa quell’incredibile settimana di freddo, chiusi aeroporti (partito appena in tempo da Londra), strade e autostrade.
Mi rendo conto solo ora che sono passate circa 6 settimane. Ho appena passato la metà del mio periodo qui, e mi rendo conto di come il tempo sia volato. Intendiamoci: non illudetevi, come ho fatto per un attimo io, che troverete tutto facile e pronto. Le difficoltà sono state tante e non nascondo il fatto di aver più volte ripensato alla mia decisione di essere partito. Fortunatamente il mondo è diventato più piccolo con internet e skype e posso dire di aver ricevuto un incredibile sostegno da chi avevo lasciato in Italia. (Grazie)
L’ente ospitante è l’Istituto italiano per il Commercio Estero (ICE): una sezione staccata dell’ambasciata italiana per la promozione del commercio con l’Italia. Un ufficio piccolo (uno staff di 7 persone) ma al 18esimo piano di un palazzo in pieno centro a due passi e con panorama sulle Petronas Tower. Confesso di non essere ancora andato a visitare l’ambasciata quindi non posso ancora descrivervi la villa con giardino immersa nel verde. Sarà per il prossimo articolo, promesso!
Posso dire che Kuala Lumpur riassuma completamente la Malaysia in una ‘piccola’ città (1,5 milioni di abitanti) rispetto alle altre capitali del mondo. Qui troverete tutti i contrasti e il multiculturalismo di questo stato. La religione ufficiale è l’Islam; considerate dunque di vedere un minareto in ogni angolo della città. Perlomeno per i primi giorni considerate anche di venire svegliati dal canto dei muezzin. Lo stile dei nuovi palazzi o di qualche casa tradizionale ha ovunque dei richiami simbolici islamici (anche l’architettura delle stesse Petronas Tower, orgoglio Malaysiano nel mondo, non fa eccezione). Ma se la società musulmana rappresenta una importante percentuale (53% in calo) di tutta la Malaysia, non può rappresentare da sola questo paese. Le minoranze cinesi e indiane ad esempio contribuiscono in ogni aspetto culturale: la cucina, le usanze, le religioni e le festività, la lingua e lo stile di vita.
La cucina è stata nominata per prima e non è un caso. Ho cercato, da quando sono qui, di evitare il più possibile tutto quanto non fosse malesiano: posso dire finora di aver provato 12 tipi di cucine diverse, ma non essere ancora andato in un ristorante italiano o in un fast food. Confluiscono qui tutte le tendenze culturali di tutto il sudest asiatico: cuochi dall’India, Bangladesh, Birmania, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Filippine saranno lieti di infuocare il vostro palato con tutti i tipi di spezie esistenti sulla terra. Preparatevi inoltre a gustare gli infiniti piatti mediorientali, dal Libano all’Iran. Ognuno trova qui in Malaysia il suo posto.
Ad oscurare tutto questo arcobaleno di culture e religioni resiste ancora un governo non completamente democratico, una censura che permea ogni aspetto della società, una corruzione largamente praticata e alcuni elementi di razzismo nei confronti delle minoranze (peraltro più ricche e più laboriose rispetto ai Malaysiani ‘doc’). Mi soffermo sulla censura perché immediatamente visibile. Ho detto una censura presente in ogni aspetto della società ed avete modo di notarlo sopratutto nei luoghi pubblici: ad esempio le coppie (sposate e non, di qualunque età) non possono compiere “dimostrazioni affettive” (per intenderci baciarsi o tenersi per mano) nei luoghi pubblici. Finché si parla di ragazzi che si imboscano nei parchi può starci, ma la vera questione è che si fanno multe (e si rischia la reclusione) se un uomo e una donna passeggiano tenendosi per mano o se si salutano con un bacio. Improvvisamente tutto perde un po’ di colore in questo arcobaleno culturale. Secondo queste disposizioni ogni cosa deve rispettare questa regola, dunque non troverete un bacio in un film, le scene vengono proprio tagliate e tutto ciò che possa rappresentare una carezza oltre l’avambraccio non verrà mai trasmesso in tv (durante una parolaccia salta semplicemente l’audio).
Il risultato di queste norme? La polizia religiosa (sì, avete letto bene) effettua di tanto in tanto raid negli alberghi in occasione di ‘festività’ potenzialmente pericolose (S. Valentino… una festività terrorista!) per beccare le coppie di giovani Malaysiani in flagrante. Chi vuole invece vedersi e gustare completamente un film non farà altro che recarsi nelle affollate vie di Chinatown e comprare per pochi centesimi di euro gli ultimi film ancora al cinema. E che messaggio credete che passi nella mente della gioventù malesiana se si censura ogni dimostrazione di affetto, mentre le scene di omicidio, guerra e violenza vengono trasmesse integralmente?

Diego Pinna
Diego.Pinna@sconfinare.net

Titolo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo

Autore Audrey Niffenegger

Casa Editrice Oscar Mondadori

“E’ dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov’è e se sta bene. E’ dura essere quella che rimane”: inizia così la storia di Clare, innamorata di un uomo che scompare in continuazione lasciandola sola ad aspettare il suo ritorno. Fino a qui, la loro sembrerebbe una storia d’amore più o meno simile a molte altre, se non fosse per un particolare: Henry DeTamble non lascia Clare per sua volontà, semplicemente scompare senza poter far nulla per impedirlo e si ritrova a viaggiare nel tempo, catapultato improvvisamente nel suo futuro o nel suo passato. I medici la chiamano “cronoalterazione”, una malattia che Henry non può controllare: in un momento qualsiasi della giornata il tempo può rapirlo, sottrarlo alle sue occupazioni quotidiane, trasportarlo e lasciarlo completamente nudo di fronte ad un divertito se stesso bambino o ad un Henry adulto che lo fissa con aria interrogativa. I viaggi sono frequenti, passato e futuro si inseriscono continuamente nel suo presente frammentandolo, sconvolgendolo, ma c’è una cosa , una cosa soltanto capace di resistere al frenetico e casuale movimento delle lancette: Clare.

“E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata (…) Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia (….) La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

Clare è l’amore di Henry, la bambina che a soli sei anni si trova davanti quell’uomo di trentasei, nudo come un verme, in piedi in mezzo al giardino di casa ed, invece di scappare a gambe levate urlando, gli procura degli abiti e qualcosa da mangiare e poi inizia a contare i giorni che la separano dalla sua successiva apparizione. Tutto quello che possiede è un quadernetto e delle date, intervallate da giorni, mesi , a volte persino anni di silenzio: Henry tornerà, prima o poi, forse per darle il primo bacio, quando ormai nel presente di baci ne hanno consumati a migliaia, forse per fare l’amore con lei per la prima volta, quando nel suo presente sono già sposati da tempo. L’intero libro si snoda così come una specie di diario a due voci, un susseguirsi di episodi accaduti in momenti fra loro lontani ma assemblati in modo da acquisire coerenza e fluidità. Le prime pagine possono risultare un po’ difficili, ma, una volta entrati nel meccanismo, si viene assorbiti completamente dalla storia. Una storia strana, un po’ ingarbugliata, ma dolce e mai banale, la storia di un amore che nasce e cresce in circostanze surreali, ma, dietro la componente fantastica, fa trasparire tutti gli elementi di cui è composto l’amore, quello vero. Alla fine del libro ciò che rimane è proprio la straordinaria semplicità di un amore che a prima vista di semplice ed ordinario non ha proprio nulla: “Mi fa paura l’idea di perderti” dice Henry ad un certo punto e Clare divertita “Come potresti perdermi? IO non vado da nessuna parte!” “Mi preoccupa l’idea che tu ti possa stancare della mia inaffidabilità e lasciarmi” “Non ti lascerò mai” risponde Clare “Anche se tu mi lasci sempre”.

Paola Barioli

Flickr Photos

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