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Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Durante l’ultima settimana sono finalmente state comunicate le nuove nomine per gli organi di intelligence dello Stato italiano(SISMI, informazioni e sicurezza militare; SISDE, informazione e sicurezza democratica; CESIS, comitato di coordinamento). Il cambiamento è più legato allo scandalo del rapimento Abu Omar(l’imam sequestrato in Italia nel febbraio 2003 in connivenza con la CIA) che all’effettivo avvicendarsi del colore politico del governo italiano con le elezioni di aprile 2006.

L’intero caso è al centro dell’attenzione dei media fin dall’apertura da parte della procura di Milano di un’indagine sulla legittimità del sequestro e della raccolta di dati sul soggetto, che ne ha permesso la cattura ed il trasferimento forzato in Egitto. Le nuove cariche hanno dovuto caratterizzarsi, quindi, come “neutre”, fuori dai giochi politici, con tanto di apprezzamento delle parti politiche e delle cariche istituzionali. Per il vero, anche i predecessori dei nuovi vertici si configuravano come personalità di altissimo profilo e comprovata professionalità(il curriculum dello stesso Pollari, ex capo SISMI, ne è una prova lampante). Sono proprio l’enfasi mediatica ed il giudizio politico espresso dai giornali che, a nostro avviso, evidenziano la prospettiva errata che il dibattito su un piano più popolare ha assunto.

Il SISMI “È chiamato ad assolvere tutti i compiti informativi e di sicurezza per la difesa sul piano militare dell’indipendenza e dell’integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Svolge compiti di controspionaggio, comunica al Ministro della Difesa e al CESIS tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate, le operazioni compiute e tutto ciò che attiene alla sua attività“. Difendere con efficacia sul piano militare e su quello dell’indipendenza uno Stato è faccenda quantomai delicata e complessa; la stessa inclusione nella definizione dei compiti di controspionaggio è un accenno alle attività al limite della costituzionalità che proprio per difendere quel regime costituzionale, l’organo compie. In questo senso, e con l’incalzante richiesta di una riforma dei Servizi, l’opinione pubblica esprime un giudizio operativo sulle vicende conosciute, e chiede di fatto più garanzia, esplicata con una maggiore conoscenza del lavoro del SISMI e delle sue forze.

Il nostro giudizio sul primo punto, ovvero sull’incostituzionalità delle operazioni nel caso Abu Omar, è conforme a quello della stampa in generale: come non condannare la raccolta illegale di dossier su un privato incensurato, e favorirne(se non effettuarne) poi il sequestro e l’estradizione(in località tuttora sconosciuta)? La violazione dei principi fondamentali dei diritti dell’uomo è evidente, e la brutalità dell’azione compiuta appare straordinaria anche per i servizi segreti. Tuttavia, riteniamo che alla base vi sia un fraintendimento e una generalizzazione eccessiva del recente(e sicuramente riprovevole) caso montato alla ribalta.

Il principio operativo degli organi di estrema sicurezza legittima questi(di necessità pratica) a muoversi al limite del rispetto delle libertà individuali e personali, proprio per garantire a tutta la cittadinanza di uno Stato la sicurezza che, spesso si dimentica, non è solo quella visibile tramite le pattuglie di Polizia lungo le strade. Per la stessa definizione(illegale, anticostituzionale, lesiva) del crimine, un intervento nel rispetto di tutti i diritti del cittadino non può che essere curativo,e per questo tardivo, mentre un’efficace opera di prevenzione deve, in questo ambito, informarsi alle modalità del male da prevenire(fintanto che rappresentano i canali comunicativi, d’informazione).

Alla luce di questa definizione, una riforma dei servizi segreti che incentrasse la sua opera sul maggiore controllo mediatico o istituzionale di questi tradirebbe il suo preposto scopo di garanzia sulla trasparenza delle procedure e dei metodi. I funzionari del SISMI si troverebbero, al contrario, ad avere a che fare con un’aumentata complessità del lavoro, percepibile in termini effettivi unicamente come un diminuito standard di sicurezza per il maggior numero di cittadini.

Davide Caregari, Riccardo Dalla Costa

Molte sorprese e qualche delusione alla kermesse francese del cinema

Si è svolta dal 17 al 28 maggio la 59° edizione del prestigioso festival francese, che ormai ha poco o nulla da invidiare agli Oscar in fatto di glamour, ed è anzi denotato da una certa eleganza rispetto alle pacchiane cerimonie hollywoodiane. D’altra parte, dai cugini d’oltralpe non ci si può aspettare nulla di meno. La giuria, multinazionale, è stata presieduta dal grande regista cinese Wong Kar-Wai, con, fra gli altri, Helena Bonham Carter, Samuel Jackson, Zhang Ziyi e Monica Bellucci.

Fuori concorso, ad aprire la manifestazione è stato l’attesissimo e tanto discusso “Codice da Vinci”, ma l’esordio è stato deludente: un minuto scarso di applausi e qualche risata hanno seguito la prima proiezione. Molte, in compenso, le pellicole, che hanno riscosso grande successo tra il pubblico del Palais du Cinéma:in particolare, applausi e standing ovation per Kim Rossi Stuart, al suo esordio come regista con “Anche libero va bene”, e per “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio. Consensi anche per “Il caimano” di Nanni Moretti, dato per favorito ma poi rimasto a mani vuote al momento della consegna dei premi. Stessa sorte per Pedro Almodóvar, in gara con “Volver”, a cui è sfuggita anche questa volta la Palma d’oro: si è però consolato con il premio per la miglior sceneggiatura, e con l’assegnazione del premio per la miglior attrice all’intero cast femminile del suo film (“capitanato” da Penélope Cruz). Premio collettivo pure per gli interpreti maschili di “Indigènes” (di Rachid Bouchareb); la Palma d’oro è invece andata all’unanimità a Ken Loach e al suo “The wind that shakes the barley”, film sulla guerra d’indipendenza irlandese del 1916-1921. Tra i rimanenti premi, l’hanno fatta da padrona i film che hanno affrontato il tema della guerra: “Flandres” di Bruno Dumont (Gran Premio della Giuria), “Babel” di Alejandro González Iñárritu (miglior regia). Sconvolti quindi tutti i pronostici, ma anche quest’anno sulla Croisette non sono mancate le forti emozioni.

Federico Permutti

Adesso c’è la mania dei 100 giorni. L’ultima, insopportabile fissazione della politica-spettacolo, quella che ormai è solo comunicazione, velocità, sorpresa. Il corpo elettorale va steso con un paio di ganci da k.o. tecnico, rincretinito a tal punto da guadagnare un consenso sufficiente ad agonizzare per i restanti quattro anni e nove mesi di governo. Del resto, ce lo insegna Zapatero, mantenere uno straccio di promessa in tempi ragionevoli può pagare: sembra impossibile, ma è così; e già li vediamo, i nostri cervelloni, a darsi di gomito, a teorizzare l’impatto dei 100 giorni con la luce in fondo agli occhi, convinti di aver trovato la pietra filosofale della politica. A dire il vero, ci aveva già pensato il Berlusca, promettendo di risolvere il conflitto d’interessi entro i primi 100 giorni; e pazienza se ci ha messo più di dieci volte tanto. Aveva colto l’essenza: il 100 è un numero magico, è 10 volte 10, è Baggio per Platini, cioè molto più di Maradona. Non lo si scorda, impressiona.

E, forse, tentare di indirizzare chiaramente la linea di governo sin dal principio non è un’idea del tutto peregrina. Anzi, sembrerebbe persino furba. Solo che il teatrino della politica italiana non può fare a meno di renderla una commedia. E poi, diciamo la verità, anche noi ci mettiamo del nostro, con le nostre aspettative più vive e recondite. Quando ho votato per Prodi, non sognavo un Dpef equilibrato o una manovra correttiva esemplare. No, segretamente sognavo che la vita cambiasse davvero, che il vento girasse e andasse a chiudere un bel po’ di porte in faccia. Che Agnoletto interrompesse Ferrara e gli tirasse un calcio nelle palle. Che Montezemolo venisse rapato a forza, gli rimanesse solo una cresta viola da punk dei sobborghi di Tokyo, e che fosse costretto a girare su una 500 a manovella del ’67. Che a Vespa si incastrassero le mani mentre le sfrega davanti al plastico della villetta di Cogne. Che la Palombelli smettesse di parlare della Franzoni, o almeno che Rutelli divorziasse. O, meglio, che Rutelli la piantasse di dirsi di centro-sinistra. Che Fede fosse condannato a inseguire in tanga per l’eternità decine e decine di pulzelle senza poterle mai raggiungere. Che mitraglietta Mentana s’inceppasse. Che il chirurgo di Berlusconi gli impiantasse un capello sì e sette no. Che La Russa fosse rinchiuso in sala di registrazione con gli Intillimani. Che gli Intillimani fossero rinchiusi in sala di registrazione con La Russa. Che Buttiglione e Nino D’Angelo dichiarassero il loro amore. Che tutte le Porsche s’ingolfassero sulla via di Cortina sotto una nevicata giustizialista. Che Afef facesse la fila alla posta con thermos e coperte per regolarizzarsi. E che Briatore fosse costretto a passare le vacanze a Rapallo su una barchetta a remi! E tutto questo per un decreto divino passato solo grazie al voto della Montalcini.

Questi sarebbero 100 giorni… Però io sono un po’astioso, per cui posso capire se i prodiani più buoni non condividono proprio tutti i miei desideri e cambiano regolarmente l’olio delle loro Porsche. Ma, se non proprio sogniamo, almeno speriamo. E sono comunque molte, anche se meno viscerali, le cose in cui sperare: a partire da un ritiro dall’Iraq senza troppe manfrine, passando per una discussione seria, con la società civile e non solo coi vescovi, su Pacs, precariato, indipendenza dell’informazione e riforma dell’istruzione. E se non finiremo in 100 giorni, pazienza. Sarà comunque un buon inizio. E invece, finora abbiamo visto solo l’ennesimo miracolo di moltiplicazione delle poltrone, liti su ministeri e presidenze, dichiarazioni arruffone e avventate sullo scibile umano e le prime, fatali, spaccature.

Se avessi cento euro, li scommetterei sul fatto che, il centesimo giorno, di fronte alla centesima polemica, pressato da cento sottosegretari, Prodi scapperà a cento all’ora nel bel mezzo della via. E che, al grido di “meglio tardi che mai!”, finirà per imbarcarsi come pianista su un traghetto per la Sardegna.

Andrea Luchetta

Come una voragine la scomparsa dell’ex- presidente serbo Slobodan Milosevic (avvenuta l’11mazo scorso n.d.r.) ha catturato l’attenzione delle principali testate giornalistiche europee. Abbiamo appreso così le cause apparentemente naturali del decesso, il rammarico dei nostalgici e quello, forse maggiore degli inquisitori, i litigi riguardanti la sepoltura. Oltre la sua cronaca però l’evento spinge a focalizzare l’attenzione sulla regione balcanica e sull’istituzione del Tribunale Internazionale per i crimini in ex-Jugoslavia. In entrambi i casi è naturale chiedersi che cosa rappresenti la scomparsa del leader.
Per la Serbia essa potrebbe costituire un’occasione per affrontare la propria storia recente ed esorcizzare i demoni del passato, operazione tuttavia molto ardua. Oggi il Paese è attraversato da una divisione politica variegata tra progressisti e nazionalisti, con una leggera prevalenza della destra. L’attuale governo è infatti portavoce di un nazionalismo conservatore e tradizionalista amplificato dal risorgere della Chiesa Ortodossa. La religione non solo ha ritrovato il fervore popolare, ma si è inserita nel mondo politico, caricandolo di simboli e miti che, in spregio ad ogni laicità dello stato, hanno portato verso una “divinizzazione della nazione”. La possiamo riconoscere nell’atteggiamento serbo verso il Kosovo. La regione è infatti considerata la culla della nazione, sede di monasteri e luoghi sacri che hanno forgiato l’identità nazionale. Tuttavia esso è, ormai da un decennio, un corpo estraneo inaccessibile ai serbi non residenti e da altrettanto i luoghi di culto non sono più oggetto di visite e pellegrinaggi. L’indipendenza probabilmente permetterebbe un transito più agevole, riaprendo ai serbi il proprio patrimonio identitario senza minarne l’autenticità, ma “la religione politica della nazione” (secondo un’espressione di Ivan Colovic) cozza con queste considerazioni.
Non sorprende quindi lo scontro continuo tra i messaggi di commiato all’ex-presidente lasciati dai cittadini di Belgrado a radio B92, tra saluti affettuosi e addii velenosi, elogi ad un eroe e maledizioni per la mancata condanna di un criminale: è lo specchio di una Serbia divisa e brancolante. La morte di Milosevic potrebbe spingerla ad imboccare una direzione definitiva, ma i tempi non sono maturi. Scacciare i fantasmi del passato è difficile perché alla fine della guerra non è stato accusato l’intero popolo serbo; si è chiesto invece d’individuare dei singoli responsabili, soluzione certo opportuna, anzi ineccepibile, ma sposata alla difficoltà di definire nettamente criminali e non, liberando così un’ampia zona di contingenza (tra presunti carnefici, complici scampati, fiancheggiatori e sostenitori passivi) che naviga nella società serba rallentandone l’emancipazione dall’eredità delle guerre.
Infine un breve accenno alla situazione del Tribunale internazionale. Alcuni dicono che la morte di Milosevic l’abbia ucciso. Certo sarebbe stato meglio che tutto fosse accaduto dopo il raggiungimento di un verdetto. Ora infatti in mano a Carla Del Ponte e colleghi rimangono per lo più le critiche ai lunghi tempi di procedura. Non è certo questa la sede e non sono mie le competenze per discutere approfonditamente la questione. Vale solamente la pena di ricordare che alcuni criminali incriminati sono ancora in circolazione. Un’energica azione dei procuratori per spingere le autorità nazionali alla cattura e all’estradizione, potrebbe spegnere le polemiche. I protagonisti (procuratori, UE e governanti serbi) sembrano averlo capito: l’UE ha deciso di non sospendere i negoziati di associazione e stabilizzazione e in cambio la Serbia ha dichiarato il suo impegno nella cattura ed estradizione di Ratko Mladic, con toni tanto risoluti e precisi riguardo alle condizioni del ricercato da far pensare che egli abbia già un piede all’Aja. La convergenza d’interessi tra gli attori comunitari e governativi potrebbe dunque assicurare un altro criminale alla giustizia, risollevando le sorti del Tribunale Internazionale e il cammino della Serbia verso l’UE.

Come sarà formato il nuovo governo ucraino ancora non è dato saperlo. L’arcano verrà svelato solo tra qualche mese quando scadrà il termine massimo per la formazione della maggioranza, in base ai risultati usciti dalle urne il 26 marzo scorso. Fino ad allora, l’unico dato certo rimane l’esuberante ritorno sulla scena politica di Yulia Timoschenko, il cui partito, ottenendo quasi il 23% dei voti, si è imposto come seconda forza politica del paese, sorpassando di circa 10 punti il “Nostra Ucraina” della sua “ex-metà politica” Yushchenko. “Ex”, verosimilmente, ancora per poco. L’unico modo, infatti, per impedire un ritorno al potere del filo-russo Yanukovich, sembra un rinnovato sodalizio tra i leader di quella che fu la “Rivoluzione arancione”, sbocciata nell’inverno 2004 contro i brogli elettorali che avevano portato lo stesso Yanukovich alla presidenza. Il leader dell’opposizione Yushchenko e la sua alleata, erano riusciti a mobilitare migliaia e migliaia di persone, a gremire, nel pieno del gelido inverno ucraino, la piazza dell’Indipendenza di dimostranti giunti da ogni parte del paese, catalizzando così per quasi un mese l’attenzione europea. E proprio la Timoshenko, allora, aveva assunto il ruolo di agitatrice delle folle, forte di un carisma e di una verve che la rendevano il perfetto complemento del più pacato e modesto Yushchenko. Era diventata, per i dimostranti, una moderna Giovanna d’Arco, nella quale riporre le proprie speranze di un cambiamento, in senso più democratico, del paese. In quei giorni, la sua immagine accanto a quella di Yushchenko sul palco di Kiev, ha fatto il giro dei quotidiani di tutto il mondo, facendola diventare una figura di primo piano sulla scena internazionale. Ma da dove inizia la storia di questa donna così decisa e combattiva da essere stata recentemente battezzata dalla stampa ucraina “samurai in gonnella”? Yulia Grigyan ha un passato modesto. Nasce nel 1960 a Dnepropetrovsk, cittadina a est del paese da una madre single. È il 1979 quando, terminate le superiori, si iscrive a ingegneria cibernetica all’università locale. In quello stesso anno conosce Oleksandr Timoshenko, figlio di un burocrate, che sposa l’anno seguente e dal quale ha la sua unica figlia Yevgenia. Grazie ad un prestito, la coppia apre un negozio di noleggio di video pirata (realizzati con un paio di registratori nel salotto di casa…) che di lì a poco diventa un’importante catena. Successivamente i coniugi si danno alla compravendita di petrolio e metalli e, a metà degli anni ’90, la Timoshenko diviene presidente della UESU (United Energy Systems of Ukraine). Nell’Ucraina post-sovietica il settore energetico, grazie ad un atteggiamento, diciamo, accomodante del potere politico, ha creato grandi ricchezze illecite e alcuni titolari delle stesse sono stati recentemente colpiti da accuse di riciclaggio, appropriazione indebita, frode… Anche “la Principessa del gas”, com’è stata soprannominata la Timoshenko per la sua presidenza alla UESU, è stata accusata di frode, contrabbando ed evasione fiscale, cosa che l’ha portata a trascorrere in prigione 6 settimane prima di essere rilasciata. Ed è proprio dopo l’uscita dal carcere, che il suo ritorno alla vita politica è segnato dall’alleanza con Yushchenko nella corsa alle presidenziali del 2004, seguita dalla già citata Rivoluzione arancione. E’ noto come tale rivolta contro Mosca abbia portato  ad un cambiamento di governo in senso filo-occidentale del paese, lo abbia fatto entrare nel gioco politico europeo e modificato la sua immagine di regime corrotto post-sovietico. Ma è altrettanto noto come  questo.processo in cui si è avventurata l’Ucraina si sia dimostrato fin da principio piuttosto incerto,fatto testimoniato dal naufragio della collaborazione tra Yushchenko e Timoshenko dopo soli 7 mesi di governo. Nel commentare il licenziamento del governo di quest’ultima,avvenuto nel settembre dell’anno scorso, Yushchenko ha  emblematicamente dichiarato: “Molte facce nuove sono giunte al potere, ma la faccia del potere non è cambiata”. L’Ucraina è infatti un paese dove il nepotismo è ancora imperante e la corruzione una pratica molto diffusa,non solo a livello politico ma nella stessa vita quotidiana(si pagano i poliziotti per evitare un controllo di documenti, i medici per assicurarsi un posto letto, i professori per far passare gli esami ai figli…). Certo, segni di speranza vengono dalla sostanziale trasparenza nello svolgimento di quest’ultime elezioni, ma è forse ancora prematuro pensare che i recenti cambiamenti politici siano stati accompagnati anche da effettivi cambiamenti sociali. In nuce, questo è il paese che la Timoshenko si troverà verosimilmente a governare, un paese colpito, per di più, da una problematica recessione che ha fatto schizzare verso l’alto inflazione  e disoccupazione,e la cui produzione risentirà degli aumentati costi dell’energia provocati dal recente affair Gazprom con la Russia. Ma di fronte ad un quadro non proprio incoraggiante, la Timoshenko ,col suo disarmante ottimismo afferma.”Il mio obiettivo politico è molto semplice. Vorrei fare un miracolo e realizzare quello che avevamo promesso all’epoca della rivoluzione: che l’Ucraina cessi di essere un paese di clan,ci siano tribunali imparziali,una società normale,un governo normale.”E, in modo candido afferma: “Naturalmente, voglio esserne primo ministro.”

Elisa Calliari

Come sarà formato il nuovo governo ucraino ancora non è dato saperlo. L’arcano verrà svelato solo tra qualche mese quando scadrà il termine massimo per la formazione della maggioranza, in base ai risultati usciti dalle urne il 26 marzo scorso. Fino ad allora, l’unico dato certo rimane l’esuberante ritorno sulla scena politica di Yulia Timoschenko, il cui partito, ottenendo quasi il 23% dei voti, si è imposto come seconda forza politica del paese, sorpassando di circa 10 punti il “Nostra Ucraina” della sua “ex-metà politica” Yushchenko. “Ex”, verosimilmente, ancora per poco. L’unico modo, infatti, per impedire un ritorno al potere del filo-russo Yanukovich, sembra un rinnovato sodalizio tra i leader di quella che fu la “Rivoluzione arancione”, sbocciata nell’inverno 2004 contro i brogli elettorali che avevano portato lo stesso Yanukovich alla presidenza. Il leader dell’opposizione Yushchenko e la sua alleata, erano riusciti a mobilitare migliaia e migliaia di persone, a gremire, nel pieno del gelido inverno ucraino, la piazza dell’Indipendenza di dimostranti giunti da ogni parte del paese, catalizzando così per quasi un mese l’attenzione europea. E proprio la Timoshenko, allora, aveva assunto il ruolo di agitatrice delle folle, forte di un carisma e di una verve che la rendevano il perfetto complemento del più pacato e modesto Yushchenko. Era diventata, per i dimostranti, una moderna Giovanna d’Arco, nella quale riporre le proprie speranze di un cambiamento, in senso più democratico, del paese. In quei giorni, la sua immagine accanto a quella di Yushchenko sul palco di Kiev, ha fatto il giro dei quotidiani di tutto il mondo, facendola diventare una figura di primo piano sulla scena internazionale. Ma da dove inizia la storia di questa donna così decisa e combattiva da essere stata recentemente battezzata dalla stampa ucraina “samurai in gonnella”? Yulia Grigyan ha un passato modesto. Nasce nel 1960 a Dnepropetrovsk, cittadina a est del paese da una madre single. È il 1979 quando, terminate le superiori, si iscrive a ingegneria cibernetica all’università locale. In quello stesso anno conosce Oleksandr Timoshenko, figlio di un burocrate, che sposa l’anno seguente e dal quale ha la sua unica figlia Yevgenia. Grazie ad un prestito, la coppia apre un negozio di noleggio di video pirata (realizzati con un paio di registratori nel salotto di casa…) che di lì a poco diventa un’importante catena. Successivamente i coniugi si danno alla compravendita di petrolio e metalli e, a metà degli anni ’90, la Timoshenko diviene presidente della UESU (United Energy Systems of Ukraine). Nell’Ucraina post-sovietica il settore energetico, grazie ad un atteggiamento, diciamo, accomodante del potere politico, ha creato grandi ricchezze illecite e alcuni titolari delle stesse sono stati recentemente colpiti da accuse di riciclaggio, appropriazione indebita, frode… Anche “la Principessa del gas”, com’è stata soprannominata la Timoshenko per la sua presidenza alla UESU, è stata accusata di frode, contrabbando ed evasione fiscale, cosa che l’ha portata a trascorrere in prigione 6 settimane prima di essere rilasciata. Ed è proprio dopo l’uscita dal carcere, che il suo ritorno alla vita politica è segnato dall’alleanza con Yushchenko nella corsa alle presidenziali del 2004, seguita dalla già citata Rivoluzione arancione. E’ noto come tale rivolta contro Mosca abbia portato  ad un cambiamento di governo in senso filo-occidentale del paese, lo abbia fatto entrare nel gioco politico europeo e modificato la sua immagine di regime corrotto post-sovietico. Ma è altrettanto noto come  questo.processo in cui si è avventurata l’Ucraina si sia dimostrato fin da principio piuttosto incerto,fatto testimoniato dal naufragio della collaborazione tra Yushchenko e Timoshenko dopo soli 7 mesi di governo. Nel commentare il licenziamento del governo di quest’ultima,avvenuto nel settembre dell’anno scorso, Yushchenko ha  emblematicamente dichiarato: “Molte facce nuove sono giunte al potere, ma la faccia del potere non è cambiata”. L’Ucraina è infatti un paese dove il nepotismo è ancora imperante e la corruzione una pratica molto diffusa,non solo a livello politico ma nella stessa vita quotidiana(si pagano i poliziotti per evitare un controllo di documenti, i medici per assicurarsi un posto letto, i professori per far passare gli esami ai figli…). Certo, segni di speranza vengono dalla sostanziale trasparenza nello svolgimento di quest’ultime elezioni, ma è forse ancora prematuro pensare che i recenti cambiamenti politici siano stati accompagnati anche da effettivi cambiamenti sociali. In nuce, questo è il paese che la Timoshenko si troverà verosimilmente a governare, un paese colpito, per di più, da una problematica recessione che ha fatto schizzare verso l’alto inflazione  e disoccupazione,e la cui produzione risentirà degli aumentati costi dell’energia provocati dal recente affair Gazprom con la Russia. Ma di fronte ad un quadro non proprio incoraggiante, la Timoshenko ,col suo disarmante ottimismo afferma.”Il mio obiettivo politico è molto semplice. Vorrei fare un miracolo e realizzare quello che avevamo promesso all’epoca della rivoluzione: che l’Ucraina cessi di essere un paese di clan,ci siano tribunali imparziali,una società normale,un governo normale.”E, in modo candido afferma: “Naturalmente, voglio esserne primo ministro.”

Elisa Calliari

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