You are currently browsing the tag archive for the ‘Inediti’ tag.

A Cracovia non si vota. Qui, non votare è un po’ come farsi beffa della storia: solo sessant’anni fa, il “sistema” si era così ben organizzato che il totale dei voti bianchi o negativi e delle astensioni rappresentava sempre meno del 5%. Ma, questa volta, i cracoviani non eleggono. Leggono e basta. Sfogliano le Mani Sporche (2001-2007 così destra e sinistra si sono mangiate la II Repubblica, Barbacetto, Gomez e Travaglio, edizioni chiarelettere, dicembre 2007). Un malloppo di 930 pagine dettagliate, minuziose e attente per raccontare, fatto per fatto, gli ultimi 7 anni di politica all’italiana. Partendo dal 2001, da ‘Il ritorno del Cavaliere’ con al seguito un cumulo impressionante di carichi pendenti, nonché un intero capitolo di una sentenza denominato ‘I contatti tra Salvatore Riina e gli on.li Dell’Utri e Berlusconi’, quella con cui la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta condanna 39 boss di Cosa nostra per la strage di via d’Amelio, l’eccidio che costò la vita a Paolo Borsellino. Mani e conversazioni sporche. A destra e a sinistra. Come quelle delle intercettazioni telefoniche, poco politically correct e molto scurrili, tra il pio Fassino e il falco Consorte, sul tema della scalata “rossa” alla Bnl. Fino ad arrivare, nella seconda parte, al 2006, al ritorno del Professore con le sue ‘promesse da marinaio’, con un illuminante capitolo denominato ‘Clemenza ed Ingiustizia’, dimostratosi, a posteriori, profetico per la caduta del governo sotto i colpi del partito-famiglia accas(t)ato a Ceppaloni.

Il libro è dedicato, tra le altre, alla memoria di Enzo Biagi. In una recente intervista ad Omnibus (del 10 aprile) il Presidente dell’editto bulgaro ha condannato, ancora una volta, l’uso criminoso dell’attività giornalistica fatto oggi da Travaglio e, ieri, da altri (tra cui Santoro e lo stesso Biagi), non scordandosi, subito dopo, di specchiarsi come l’editore più liberale della storia Repubblicana. A Cracovia, all’epoca della cosiddetta “Democrazia Popolare” le principali libertà, di stampa, di riunione e religiosa erano garantite per via costituzionale. Tuttavia nei paesi sovietici tra teoria e prassi, c’era una grande differenza: il Partito. Oggi un altro spettro, quello della censura “democratica”, s’aggira per l’Italia. Per quanto ancora noi italiani ci specchieremo nella nostra immagine di democrazia? Per quanto saremo allodole, popolo della (presunta) libertà?

Davide Lessi

Commedia siciliana in tre atti

Prologo, la condanna
Nella tarda mattinata di sabato 26 gennaio si riunisce l’assemblea regionale siciliana, ordine del giorno: comunicazione urgente da parte del presidente della regione. Salvatore, Totò, Cuffaro prende la parola in un clima di grande nervosismo ed emozione e, in meno di dieci minuti comunica la decisione delle sue “dimissioni irrevocabili”. Il venerdì precedente il presidente era stato condannato a 5 anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici nel processo delle talpe nella DDA di Palermo. È stato riconosciuto colpevole di favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio. L’inchiesta era iniziata nel 2001, allora la DDA di Palermo stava indagando il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro avendo installato in casa sua delle microspie. Queste vengono scoperte e il piano salta. Inizia cosi il processo alle “talpe” che hanno fatto partire la soffiata. Le indagini portano al coinvolgimento di Domenico Miceli(incarcerato nel dicembre 2006), medico ed ex assessore comunale Udc(il partito del presidente), habitué del salotto del boss e definito “anello di congiunzione” tra Cuffaro e Guttadauro. Il giorno precedente la sentenza si erano riuniti in preghiera i fedelissimi del presidente nella parrocchia di santa Lucia a Palermo, Agrigento e Caltanissetta. Condannato per favoreggiamento ai mafiosi e non alla mafia Cuffaro si sente soddisfatto, riceve la solidarietà di tutto il suo partito e buona parte dei politici nazionali, organizza un rinfresco a base di cannoli a palazzo D’Orleans. Le reazioni più immediate arrivano da Rita Borsellino e da Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia: “Non c’è l’aggravante della mafia, ma la sentenza prova il favoreggiamento di Salvatore Cuffaro di singoli mafiosi come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Vincenzo Greco, Michele Aiello (il “re della sanità privata siciliana”, accusato di essere socio del boss Bernardo Provenzano) e Domenico Miceli”.

Secondo atto, il terremoto
Ci si indigna in Sicilia in quei giorni, l’attenzione però si sposta rapidamente sul tonfo del governo per la piroetta di Mastella.“Si sono mangiati tutto, non cambieremo mai” fa la gente nei bar. Sconforto e rinuncia tra i bei palazzi di Palermo. Ed invece…ed invece a metà della terza settimana di gennaio Montezemolo fa una dichiarazione, suggerendo a Cuffaro le dimissioni. Contemporaneamente Prodi dimissionario riceve una sollecitazione dalla procura di Palermo che lo invita a rimuovere il condannato dal suo ruolo(rimuovendolo effettivamente il 30 gennaio). Il pomeriggio di venerdì 25 Cuffaro riceve la visita del presidente della provincia di Catania, Raffaele Lombardo leader degli autonomisti siciliani, ex Udc anche lui. Al termine dell’incontro telefona al presidente dell’assemblea dicendogli che ha da fare delle comunicazioni urgenti per il giorno successivo.

Ultimo atto, la caduta
Sabato 26 gennaio era stata organizzata una manifestazione da sindacati partiti ed associazioni di diverse passioni politiche, senza bandiere raccomandavano fino allo spasmo, per chiedere le dimissioni del presidente. Cuffaro si dimette e dopo poco a piazza Politeama la manifestazione diventa una festa. Le reazioni del mondo politico della Trinacria sono caute, si parla di atto dovuto, meglio tardi che mai. Nessuno si sbilancia sul dopo. Ed ecco il problema, la sfida che aspetta i siciliani da qui a tre mesi. Due anni fa una parte degli isolani, con gli studenti del Rita-express in testa, si era entusiasmata per la prospettiva che rappresentava la Borsellino. I risultati furono discreti ma non sufficienti per ostacolare Cuffaro che baldanzoso raccolse un milione e trecentomila preferenze personali. In questi anni il medico di Raffadali, avevo messo in piedi un sistema clientelare mescolando cattolicesimo e tradizioni siciliane coinvolgendo amici e parenti che rivedevano in lui l’immagine rassicurante del corpulento conservatore devoto alla Madonna che mette la coppola da Santoro, la cui porta dell’ufficio era sempre aperta per chi aveva bisogno di un favore o anche solo un consulto. Non granché per una regione che sembra, sentendo chi non c’è mai stato, solo e soltanto la culla della mafia, una regione che tenta di strapparsi dal viso la maschera di bigotta, superstiziosa e appunto mafiosa.

Dietro le quinte.
La situazione che si presenta adesso non è così entusiasmante. È sfumata la possibilità della candidatura di Ivan lo Bello, numero uno di Confindustria Sicilia. Il centrosinistra in questi anni, eccezion fatta per occasionali parentesi, ha badato di più a non farsi escludere, annullare dal sistema messo in piedi da Cuffaro o a sanare litigiosità interne, che a fare opposizione. Dopo un lungo braccio di ferro tra il Pd e la Sinistra ci si è intonati per il ticket Finocchiaro-Borsellino. Due donne ma, sopratutto due modi diversi di far politica. Gli amici di Beppe Grillo hanno presentato a sorpresa una loro lista con Sonia Alfano presidente, attivista e figlia di un giornalista siciliano vicino al Msi ucciso dalla mafia nel 1993. Inaspettata questa scelta, considerato che appena due anni prima la Alfano sosteneva Rita Borsellino. Adesso dice che destra e sinistra sono uguali e che bisogna cambiare.
Il centrodestra come un esercito senza il suo generale ha trovato ordine solo dopo l’intervento di Berlusconi. Dopo la tragicomica vicenda di Gianfranco Miccichè, che iniziò la campagna elettorale dal suo sito per poi ritirarsi, ci si è accordati sul nome del presidente della provincia di Catania. Raffaele Lombardo, l’amico di Totò, che condivide con lui la stessa storia politica, entrambi giovani rampanti nella vecchia Dc e figliocci dell’ex ministro Calogero Mannino, è il candidato unico del centrodestra. Sui giornali siciliani si legge di Lombardo come il gemello diverso di Cuffaro. Non una svolta insomma, un maquillage tutt’al più. D’altronde Cuffaro non lascia da perdente, sarà capolista al senato con l’Udc.
In palio per i vincitori delle elezioni c’è oltre la poltrona da governatore anche il ruolo di nuovo “padrone” di quell’ impero politico e di clientele che è stato costruito da Cuffaro in sette anni.
Oggi dopo decenni si raccolgono interamente i frutti delle gestioni personalistiche del potere e della gestione mafiosa della cosa pubblica. Sembra un meridione ancora più lontano dal resto d’Italia, come un’enclave che sente parlare della capitale solo dalla tv. Abbandonare la Sicilia vuol dire chiudere la porta più estrema dell’Italia nel mediterraneo, fallimentare anche in un’ottica di euroregione mediterranea. Quello siciliano è un processo di erosione interna che va avanti da decenni, si muove su due binari: limitare l’efficacia dello Stato e costringere gli abitanti a sudditanza o a scappare. Tra il 1997 e il 2004 sono partiti ogni anno 7000 persone tra studenti e lavoratori. In queste condizioni si va a votare per il ruolo più importante dell’isola. Stavolta, non è la prima, la Sicilia si trova ad un bivio: riconfermare lo stato attuale delle cose o cambiare, iniziare un nuovo corso, per quanto possa essere difficile anche solo da immaginare. Ma è necessario. L’alternativa è ricacciarsi sempre di più nel fosso scavato dai pregiudizi degli altri e dalla nostra(di noi siciliani) viltà.

Federico Nastasi

Mi è sembrato piuttosto ridicolo l’atteggiamento degli studenti e dei professori in occasione della (mancata) visita del Papa alla Sapienza. E non lo dico per difendere inutilmente il Papa; non è mia intenzione. Passi che il Papa sia considerato “avversario” da alcuni laici; questo è legittimo, visti alcuni comportamenti passati del Pontefice. Ma che questo diventi un odio cieco e violento, no. E invece, è proprio ciò che, a mio parere, è avvenuto. C’è stata, a mio avviso, una grave limitazione della libertà di parola, proprio da parte di coloro che di questa libertà si fanno promotori. Insomma, tutti possono parlare, tranne il Papa. Ma così facendo, essi si sono dimostrati più intransigenti e “bigotti” dell’istituzione che vogliono “combattere”. O forse, essi intendono dire, quando proclamano i loro slogan presi in prestito da Voltaire e da altri pensatori, “libertà di parola solo a chi la pensa come noi”. Altrimenti non si spiega il fatto che Toni Negri o altri ex brigatisti, ritenuti grandi intellettuali, siano accolti a braccia aperte, e un Papa che come qualità indubbia ha sicuramente quella di essere un fine intellettuale sia rifiutato. Non sto dicendo che gli ex- brigatisti non dovrebbero tenere conferenze, anzi; ma che si usano due pesi e due misure. Dovremmo prendere spunto dal fatto che Ahmadinejad ha parlato alla Columbia University. Ci sono state proteste, giustamente, ma non hanno bloccato l’organizzazione.
Io non sono contrario alle proteste, tutt’altro; sono anch’esse uno strumento per esporre il proprio pensiero. Ma devono essere civili; invece, in questo caso, gli studenti hanno dato prova di arroganza e di cecità. Sarebbe stato molto meglio per loro, se avessero voluto mostrarsi superiori, invitare il Papa ad una discussione aperta, lasciarlo parlare, e poi fargli domande od osservazioni. Allora sì avrebbero mostrato la superiorità del pensiero “libero” e “laico” contro l’oscurantismo del Vaticano. Allora sì sarebbero stati liberali e tolleranti, condizione necessaria nel mondo contemporaneo. Invece così si sono dati la zappa sui piedi in due modi: per prima cosa, si sono dimostrati infantili e intolleranti di fronte a tutti, e in secondo luogo hanno dato buon gioco al Papa. Gli hanno permesso di essere visto dall’opinione pubblica come vittima; gli hanno fatto pubblicità gratis.
Quella dei professori e degli studenti non è laicità; è intolleranza e volgarità. La laicità è ben altro; basta pensare al già citato Voltaire, ma anche a Pasolini, a Camus, e a molti altri.  Se quelli che abbiamo visto alla Sapienza sono i rappresentanti del pensiero laico, allora non c’è da stupirsi del ritorno della religione. Ma, fortunatamente, non sono questi. Essi sono solo una minoranza. E proprio questo è un dato che fa ancora più riflettere: pochi studenti e 60 insegnanti (solo il 3% del totale) hanno bloccato un’iniziativa per tutta l’università, imponendo la loro volontà alla maggioranza. E qui affiora un problema classico in Italia, come si vede anche da quello che è accaduto recentemente in Parlamento: un gruppetto si impone sulla maggioranza, e impedisce ogni possibilità di azione. Questo è un pericolo per la democrazia. Ci terrei, inoltre, a segnalare il fatto che molti degli studenti che si sono opposti in questo modo alla visita del Papa professano con orgoglio di essere “contro il sistema”. Ma non si rendono conto che il loro modo di comportarsi, invece, è figlio proprio di questo sistema, in cui vince chi urla di più, chi si fa più notare, non chi ha i migliori argomenti; c’è un interesse nell’impoverimento della ragione, del dibattito. E questo è gravissimo. Essi sono dentro a tutto ciò che criticano; solo, vi entrano da un’altra porta rispetto ai “conformisti” classici. Con queste premesse, oggi i veri ribelli risultano essere coloro che, in questo mondo caotico e volgare, riescono a mantenere un distacco elegante, una superiorità intellettuale che li porta a preferire sempre la moderazione e il dialogo al litigio e alle grida. Distacco che ha mantenuto il Papa, ma che, il più delle volte, è tipica proprio di molti intellettuali laici.

Giovanni Collot

Il SID, dal mese di marzo in poi, s’inserirà perfettamente nell’atmosfera che caratterizza l’Italia intera: quella della campagna elettorale, degli scontri vis-à-vis, della propaganda ideologica… delle elezioni! Eccetto, tuttavia, per l’entità delle dispute, che si sperano essere leali e fondate su dei programmi ben precisi e non sulla semplice contraddizione degli altrui, e per la trasparente e reale voglia di cambiare dei candidati che, a differenza dei “colleghi nazionali”, saranno giovani, dinamici, e colmi di iniziative. Ed è proprio la dinamicità che caratterizzerà i candidati al Consiglio di Facoltà. Tutti appartenenti alla lista “Studenti in Movimento”, lista nata appunto anni or sono in seno al SID, si propongono di creare un legame ancora più solido, o per essere più  precisi, di creare un vero e proprio legame con la sede centrale di Trieste, al fine di combattere per gli interessi del Polo di Gorizia, troppo spesso dimenticato pur essendo la “perla”, il “cuore pulsante” dell’Ateneo. Gli eventi più recenti purtroppo ci danno un’ulteriore conferma del ruolo marginale che ricopre Gorizia: il 4 Marzo al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I è stata conferita una laurea ad honorem in Scienze Internazionali  e Diplomatiche, per nulla pubblicizzata all’interno del Polo, ma non per “nostra” negligenza bensì per uno scarso e, credo, voluto interesse attribuito da Trieste alla nostra sede. E, al di là delle constatazioni meramente pratiche e logistiche- quali il fatto di aver consegnato la laurea al Patriarca nell’Aula Magna di Trieste- , bisogna più che altro far riferimento al fatto che gli studenti goriziani non siano stati avvisati dell’importantissimo avvenimento, nè tantomeno siano stati “invitati” a partecipare. Non credete che sia giunto il momento di cambiare? Alcuni dei nostri colleghi ci credono a tal punto da essersi proposti come rappresentanti del Polo. Ve li presento:
1) Domenico Pellerito, 2° anno. “Per cambiare occorre partecipare: nessuna lamentela fine a sè stessa!”
2) Andrea Rossa, 3° anno. “Inutile lamentarsi se poi non proviamo a fare qualcosa! Voglio far valere e far rispettare la voce del SID!”
3) Guglielmo Federico Nastasi, 1° anno. “Non credo di essere molto diplomatico, ma diretto e sincero. Amo parlare chiaro.”
4) Livia Manente, 2° anno. “Perchè l’Università sia come la vogliamo, dobbiamo crederci prima di tutto noi, ed impegnarci attivamente per cambiare quello che non va.”
5) Giulia Santi, 2° anno. “Penso sia nell’interesse di tutti noi studiare in una buona Università e vorrei impegnarmi per raggiungere quest’obiettivo.”
6) Giacomo Cuscunà, 2° anno. “Fare promesse elettorali credo sia del tutto superfluo. Ma se dovessi venire eletto il mio impegno sarà massimo!”
7) Elisa Pototschnig, 2° anno. “Il SID, anche se è il fiore all’occhiello di Scienze Politiche viene tracurato…Io farò di tutto affinchè la voce di Gorizia venga ascoltata.”
8) Attilio Di Battista, 1° anno. “Credo nell’Università come momento centrale nella formazione delle nuove generazioni- noi!- e nell’originalità di Gorizia.”
9) Dario Zanardi, 2° anno. “Esprimerò al meglio la voce degli studenti affinchè quest’Università- ed in particolare Gorizia- migliori.”
10) Elisa Trevisan, 2° anno. “Darò una mano a Studenti in Movimento, sostituendo i futuri rappresentanti che decideranno di andare in Erasmus, per garantire la continuità.”

L’operato dei futuri rappresentanti al Consiglio di Facoltà s’integrerà con quello dei rappresentanti del Corso di Laurea. Questo per far si che a Trieste si arrivi pronti e sicuri della linea da seguire, con la consapevolezza di star facendo qualcosa di veramente utile per Scienze Internazionali e Diplomatiche. Dunque, detto fatto, il 16 e il 17 Aprile si terranno le elezioni… Siate numerosi alle urne! Nel frattempo… buona campagna elettorale!

Federica Salvo

L’8 e il 9 novembre 1987 gli italiani furono chiamati a decidere con un referendum sul piano nazionale di localizzazione delle centrali nucleari: su quasi 30 milioni di votanti l’80,6% espresse parere contrario, bloccando lo sfruttamento dell’energia nucleare sul suolo nazionale. Secondo alcuni, il gran rifiuto fu determinato incisivamente dall’ondata di paura seguita all’esplosione della centrale russa di Chernobyl nell’aprile 1986, ed è tempo di rivedere su basi più obiettive la decisione presa. Il prezzo del petrolio è alle stelle, i combustibili fossili in generale si stanno rapidamente esaurendo, e l’inquinamento da CO2 sta arrecando gravi danni al pianeta: per questi motivi, diversi politici e scienziati italiani si dichiarano a favore dello sviluppo di un programma nucleare per il Paese. Inoltre, l’energia atomica potrebbe essere decisiva per sganciare l’Italia dalla dipendenza energetica da altri Paesi come Russia e Algeria, rendendola meno condizionabile ed impedendo il ripetersi di emergenze e blackout. Anche a livello dell’Unione Europea si riscontrano importanti passi in questa direzione: ad ottobre, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione non vincolante in cui si afferma che “l’energia nucleare è indispensabile per coprire il fabbisogno dell’Unione europea nel medio termine” e che la rinuncia al nucleare renderebbe impossibile raggiungere gli obiettivi di riduzione di CO2 di Kyoto. Ma per molti le suddette argomentazioni non bastano. Nonostante i progressi nella ricerca scientifica, le attuali centrali nucleari non sono ancora abbastanza sicure da garantire che non avvengano perdite e incidenti gravi: secondo Jeremy Rifkin, teorico dell’economia all’idrogeno e consulente dell’Unione europea per le strategie energetiche, reattori nettamente più sicuri rispetto a quelli attuali potrebbero essere pronti al massimo fra vent’anni, mentre per rallentare il riscaldamento globale servono soluzioni da mettere immediatamente in pratica. Inoltre, per ridurre significativamente le emissioni di CO2, si dovrebbero costruire migliaia di centrali, innescando una proliferazione molto difficile da controllare. Problema gravissimo è poi quello delle scorie: il rischio sismico molto diffuso e l’alta densità abitativa rendono pressoché impossibile l’individuazione di siti idonei allo stoccaggio in Italia, e i costi di tali operazioni sono naturalmente faraonici. Mettere in sicurezza le scorie prodotte dai reattori italiani prima del referendum costerà allo Stato diversi miliardi di euro. Ai costi economici vanno aggiunti quelli in termini di salute, e i problemi che i depositi radioattivi creeranno alle generazioni future.
E’ importante precisare che per il momento l’impegno dell’Italia si concretizza solo nei programmi internazionali di ricerca sull’atomo di quarta generazione; riguardo ad un programma di sfruttamento nazionale si registrano per ora solo aperture a tale possibilità. In ogni caso, soprattutto in un Paese come il nostro, che presenta condizioni naturali favorevoli per lo sfruttamento delle energie rinnovabili, secondo molti sarebbe più utile destinare maggiori investimenti di ricerca in tale settore, soprattutto in una prospettiva a lungo termine. Inoltre, non bisogna dimenticare che la soluzione più diretta e immediata è un comportamento più razionale nel consumo energetico a partire dalle abitazioni. Essenziale è il miglioramento dell’efficienza energetica delle costruzioni: la nuova legge finanziaria del governo Prodi prevede contributi destinati ai cittadini per l’impiego di materiali isolanti e dispositivi di risparmio energetico. Tuttavia, neppure la strada delle energie rinnovabili e del risparmio è così semplice da percorrere: sfruttare impianti eolici, solari e geotermici presenta ancora costi maggiori rispetto all’utilizzo del gas (ma secondo il Dipartimento dell’Energia americano, anche in termini di costi puramente economici il nucleare è ancora più caro). Inoltre bisognerebbe procedere alla sostituzione di un intero apparato di produzione ed approvvigionamento energetico, con tutte le complicazioni economiche e non che una tale operazione comporta, dilatando ulteriormente i tempi. Soprattutto a livello mondiale, non sarà facile scardinare un intero sistema basato sui combustibili fossili. Sono in gioco troppi interessi economici e di potere, e chi li manovra si opporrà senz’altro ai cambiamenti necessari. Secondo quanto affermato provocatoriamente da Rifkin in un’intervista per Repubblica, “il vero obiettivo dei politici che parlano di nucleare è mantenere congelata la situazione attuale sfruttando il petrolio fino all’ultima goccia”. Quali che siano le reali intenzioni di chi la propone, vista la situazione attuale, non è da escludere che l’energia nucleare venga utilizzata in combinazione con altre fonti pulite, almeno per far fronte alle necessità più immediate del paese. In ogni caso, per dare una risposta efficace al problema energetico-ambientale, è necessario un cambiamento profondo nella mentalità dei cittadini e nelle politiche dei singoli Paesi, i quali devono ponderare attentamente interesse nazionale e globale. E’ di fondamentale importanza creare strumenti di governance a livello internazionale: senza strategie di largo respiro e cooperazione fra i governi mondiali è impossibile incidere realmente su un modello di sfruttamento delle risorse che si sta rivelando assolutamente insostenibile.

Athena Tomasini con la collaborazione di Edoardo Buonerba

E’ domenica 11 novembre 2007, una domenica italiana, una domenica di calcio. Potrebbe essere una qualsiasi domenica e invece si trasforma in una di quelle giornate assurde, che non dovrebbero trovare spazio nella storia. Sono passate le 9 quando in un autogrill arezzano si consuma una tragedia. Colpito da un agente della polizia perde la vita Gabriele Sandri. Morto sparato per mano di un protettore dello Stato. Chi accende la televisione si ritrova esterrefatto davanti allo schermo e cerca di capire cos’è davvero successo e perché. Parte un bombardamento di informazioni diverse e contraddittorie: da rai uno a rai due a canale cinque le versioni cambiano..eccome! Gabriele ha 26 poi 28 o 29 anni; il poliziotto ha sparato da una collinetta e poi no, era in un altro luogo; il poliziotto ha sparato ad altezza d’uomo e dunque l’omicidio è volontario. La questura tace. E così certuni parlano tanto, capiscono poco e immaginano l’accaduto senza esimersi dal dare giudizi di merito su chi aveva ragione. E così l’ignoranza dilaga e la tendenza a fare della vita un reality aumenta. Non si sa più se ci sia qualcuno tra spettatori, giornalisti, forze dell’ordine e funzionari dello Stato che cerchi davvero la verità o che la voglia sapere. Interessa la notizia nella sua notiziabilità e così si parla volgarmente di una morte assurda e ingiusta perché è eccitante. Le persone hanno bisogno di emozioni e notizie, diamogliele. E la morte diventa spettacolo. D’altra parte diventa anche un pretesto per gli ultrà più violenti per usare un po’ bastoni e elementi vari di offesa, così, per vendicare. Vendicare o sfogare? Distruggere e pestare per far vedere la propria condanna nei confronti di ciò che è successo. Si, certo, la rabbia è tanta ma chi la sente davvero non ha anche profonda sete di verità? Chi assalta la sede del CONI non credo cerchi verità e chi fracassa auto e motorini forse vuole solo distruggere, come se in quella giornata già una vita e due famiglie non fossero state annientate. E ci si spinge a parlare di situazione da anni di piombo, da Genova durante il G8, certamente di guerriglia urbana. Lei come la definirebbe? E Lei? Grazie tante dell’idea. Io semplicemente parlerei di una spirale di violenza che si sta allargando e che si deve al più presto fermare. C’è chi vuole e cerca ancora la verità sulla morte di Carlo Giuliani e la pretende ora su quella di Gabriele. E’ chi è stufo di tutte le messe in scena dei vari delitti superdiscussi e si chiede solo che cos’ha questo mondo di così irrinunciabilmente violento. E’ chi vuole una Commissione d’inchiesta per i fatti di Genova, è chi cerca ancora un senso nel rapporto Stato – cittadino. E’ semplicemente chi vuole giustizia, un qualcosa che in Italia sembra troppo spesso impensabile.

Giulia Cragnolini

Al Lido di Venezia vince a sorpresa la Cina

È giunta quest’anno alla sessantatreesima edizione la Mostra del Cinema di Venezia, che si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia. Per la prima volta dal dopoguerra, l’edizione 2006, che si è svolta dal 30 agosto al 9 settembre, ha portato in concorso tutti film in prima mondiale, tra cui in particolare “The Queen” e “Il diavolo veste Prada” (fuori concorso) hanno portato una ventata d’aria fresca in una manifestazione a volte un po’ troppo uguale a se stessa. Madrina della rassegna è stata l’attrice italiana Isabella Ferrari, mentre la giuria è stata presieduta da Catherine Deneuve e composta da José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-Wook e Michele Placido.

Molte le star di calibro mondiale presenti: sul tappeto rosso, inaugurato da una Scarlett Johansson in ritardo di 40 minuti (da vera diva), hanno sfilato, tra gli altri, Sandra Bullock, Helen Mirren, Adrien Brody, Jeremy Irons, Ben Affleck, Anne Hathaway, Meryl Streep, Rachel Weisz e Lindsay Lohan

Di seguito, una veloce carrellata dei premi assegnati in questa edizione.

A sorpresa, e non senza disappunto di molti, il
Leone d’Oro della 63ma Mostra del Cinema di Venezia è andato al cinese Jia Zhang-Ke, regista del film “Still Life”.

Leone d’Argento per la migliore regia
a Alain Resnais per “Coeurs”.
Leone d’Argento Rivelazione a
Emanuele Crialese
perNuovomondo”.
Premio speciale della Giuria a “Daratt“, di Mahamat-Saleh Haroun.
Leone d’Oro alla carriera per il regista statunitense David Lynch.
Leone speciale d’insieme alla carriera per
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Ben Affleck per “Hollywoodland”.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a
Helen Mirren per il film “The Queen”.
Premio Osella per migliore contributo tecnico alla fotografia a “Children of Mendi
Alfonso Cuaron.
Premio Osella per la miglior sceneggiatura a “The Queen” di Stephen Frears.
Premio Marcello Mastroianni per la miglior attrice emergente a Isild Le Besco in “L’intouchable” di Benoît Jacquot.
Il Premio Orizzonti DOC è stato conferito al lungo documentario di Spike Lee, “When the Levees Broke”, mentre il Premio Orizzonti è andato al film cinese “Mabei shang de fating” di Liu Jie.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi de Laurentiis” a Peter Brosens e Jessica Woodworth per il loro “Khadak”.

Per la categoria Cortometraggi, Menzione Speciale al film “Adults Only” di Yeo Joon Han;
Prix UIP per il miglior cortometraggio europeo a “The Making of Parts” di Daniel Elliott.
Leone Corto Cortissimo per il miglior cortometraggio a “Comment on freine dans une descente?” di Alix Delaporte.

Federico Permutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E A ROMA CI SI PREPARA PER LA FESTA

 

E’ ancora presto per poter dare un giudizio complessivo su una manifestazione tanto attesa come la prima edizione della
Festa internazionale del Cinema di Roma, voluta fortemente dal sindaco Walter Veltroni e dal presidente della Fondazione Musica per Roma, Goffredo Bettini. La manifestazione, in programma dal 13 al 21 ottobre, si propone come un evento veramente pensato per il pubblico: già a cominciare dalla denominazione (“festa” e non “festival”) si intuisce l’originalità dell’evento. Come ogni festa che si rispetti, la manifestazione toccherà il cuore della città, snodandosi in un percorso che va dall’Auditorium Parco della Musica fino alla Casa del Cinema, passando ovviamente per piazza del Popolo e via Veneto, fino a sfiorare luoghi meno centrali come la Casa del Jazz e la Casa delle Letterature.

Ma vediamo l’ossatura della programmazione: articolata in cinque sezioni principali, la Festa internazionale del cinema vedrà in programmazione 95 film da tutto il mondo, di cui 16, inediti, in concorso: tra questi, vale la pena menzionare “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Altro elemento innovativo è la composizione della giuria: non ci saranno infatti addetti ai lavori, ma il miglior film (al quale andrà un premio di 200mila euro), il miglior attore e la migliore attrice saranno giudicati da una giuria popolare, selezionata  da “Cin Cin Cinema” già nella primavera scorsa.

Chi spera di avere un “red carpet” all’altezza del Lido veneziano non dovrebbe restare deluso: è già stata confermata la presenza di star come Monica Bellucci, Sean Connery, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, e soprattutto Nicole Kidman, che aprirà la prima edizione di questa rassegna del cinema con il suo ultimo film “Fur”, storia immaginaria della vita di Diane Arbus, la più importante fotografa del XX secolo.

Una prima edizione, dunque, che si profila molto più corposa di un numero zero, e, nonostante Veltroni si sia affrettato a ringraziare il presidente della Biennale Croff per aver compreso che “Roma non intende far concorrenza alla Mostra di Venezia”, sarà interessante tirare le somme di questo primo confronto tra le due rassegne cinematografiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

 

THE QUEEN

 

Voto: 9

Nazione: Regno Unito

Cast: Helen Mirren

Michael Sheen

James Cromwell

Alex Jennings

Durata: 97′

 

La notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 1997, tutto il mondo fu profondamente colpito dalla morte della principessa Diana. Della tragedia furono incolpati i media, l’autista di Diana, e tante altre persone, non ultima la Famiglia Reale britannica. In questa pellicola ci viene offerto uno sguardo all’interno di Buckingham Palace e nella vita della regina Elisabetta II.

 

Il regista Stephen Frears è riuscito a ricreare la settimana seguente la morte di Diana in modo intelligente e acuto: è particolarmente efficace la presentazione della figura della “Principessa di cuori”, con immagini e filmati d’archivio che ci ricordano il suo impatto sul popolo britannico (e non).

 

Il film, però, è dominato dalla magnifica interpretazione di Helen Mirren (giustamente premiata come miglior attrice a Venezia), che riesce a mostrare come sotto l’apparenza austera della Regina ci sia una persona con sentimenti umani. Elisabetta II, dopo la morte di Diana, scelse di non manifestare pubblicamente il proprio dolore, attirandosi così l’odio della nazione: il film, però, ci racconta che la scelta della sovrana non dipese dalla sua indifferenza nei confronti di Diana, ma piuttosto dal fatto che lei stessa era convinta di dover fare così in quanto Regina.

 

Molto bravo anche Michael Sheen nel ruolo di un ambizioso e sorridente Tony Blair alle prime armi: fanno in effetti da filo conduttore del film il suo ruolo di mediatore tra la nazione inglese e la Regina, e i suoi tentativi di convincere la sovrana stessa a limitare i danni da lei causati all’immagine della Famiglia Reale.

Condito di battute e interpretazioni davvero degne di nota, “The Queen” è un film spiritoso e molto intelligente, sicuramente una delle migliori produzioni inglesi degli ultimi tempi.

 

 

IL DIAVOLO VESTE PRADA

 

Voto: 8

Nazione: USA

Cast: Meryl Streep

Anne Hathaway

Emily Blunt

Stanley Tucci

Durata: 109′

 

 

Tratta dal bestseller di Lauren Weisberger, da lei scritto dopo aver lavorato come assistente del direttore di “Vogue America” Anna Wintour, questa commedia pungente (diretta da David Franklin, già regista di molti episodi di “Sex and the City”) offre uno spassoso affresco del mondo dell’alta moda e del jetset internazionale che gravita attorno a New York.

A farla da padrona è la divina Meryl Streep (già in odore di un ennesimo Oscar), nei panni impeccabili e molto fashion della dispotica Miranda Priestly, direttrice della rivista “Runway”, vera autorità della moda a livello mondiale. L’interpretazione della Streep è davvero uno spettacolo: se da una parte è capace di cacciare via chiunque con un glaciale “That’s all” accompagnato da un gesto disgustato della mano, dall’altra riesce comunque a dare un certo spessore, e quasi un po’ di umanità alla diabolica Miranda.

Al suo fianco c’è la giovane Anne Hathaway (già vista in Brokeback Mountain), nel ruolo di Andy Sachs, la nuova “seconda assistente” della direttrice, al rimpiazzo dell’ennesima segretaria licenziata in malo modo. Fresca di laurea in giornalismo e piena di buoni ideali, Andy si trova così in quel posto che milioni di ragazze “ucciderebbero pur di avere”, mentre lei lo vuole usare solo come passaggio verso altre redazioni: è infatti fieramente ignara di come si scriva “Dolce e Gabbana” e indossa golfini infeltriti e gonne della nonna, suscitando l’ilarità delle (anoressiche) colleghe e il disgusto di Miranda.

 

Ma non avrà vita facile: dovrà infatti districarsi tra una serie di umiliazioni e di missioni impossibili (come recuperare il manoscritto dell’ultimo libro di Harry Potter per le figlie del capo), e alla fine cederà anche al suo look dimesso per indossare i capi da fashion victim scelti per lei da Nigel (uno Stanley Tucci in gran forma), braccio destro di Miranda. Si guadagnerà così persino la fiducia della “capa”, ma la sua vita personale ne risentirà, e per rimediare a ciò l’unica soluzione sarà ritornare la vecchia Andy di una volta.

 



 

Inaugurata la nuova Festa del Cinema

Un mese dopo la Mostra di Venezia, a Roma è stata varata con successo dal 13 al 21 ottobre la nuova Festa Internazionale del Cinema, una manifestazione fortemente voluta dal sindaco della Capitale, Walter Veltroni, e che si è proposta come un evento diverso, pensato per il pubblico: l’originalità si intuisce già dalle denominazione, “festa” e non “festival”. Sede centrale della kermesse è stato l’Auditorium Parco della Musica, ma sono state interessate molte parti della città, dalla Casa del Cinema alla Casa del Jazz e alla Casa delle Letterature, passando per Piazza del Popolo e via Veneto,. Hanno sfilato sul tappeto rosso molte star mondiali come Nicole Kidman, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, Monica Bellucci e soprattutto Sean Connery, insignito del Premio Campidoglio.

Sono stati presentati, in cinque sezioni principali, 95 film da tutto il mondo, di cui 16 inediti in concorso: tra questi, ricordiamo “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Forte elemento innovativo è stata la giuria, presieduta da Ettore Scola ma composta per il resto da cinefili sorteggiati nella primavera scorsa tra i frequentatori più assidui dei cinema romani.

Grazie a ciò, le assegnazioni dei premi non sono state per nulla scontate: a vincere il premio per il miglior film è stata infatti la pellicola russa “Playing the Victim”, di Kirill Serebrennikov, una black comedy sospesa tra vita e morte. Un risultato che ricorda la Mostra del Cinema di Venezia: anche in laguna, infatti, ha vinto un film visto e commentato da pochi giornalisti e critici.

L’Italia non è rimasta a bocca asciutta: il premio per la miglior interpretazione maschile è andato a Giorgio Colangeli, protagonista di “L’aria salata” di Alessandro Angelici. La miglior attrice invece è Ariane Ascaride, interprete principale di “Le voyage en Arménie” di Robert Guédiguian. A completare l’albo d’oro, il premio speciale della giuria è andato all’opera forse più amata da pubblico e critici: “This is England” di Shane Meadows, storia di un ragazzino che si unisce a un gruppo di skinhead nell’Inghilterra anni Ottanta.

Questa prima edizione si è conclusa con successo, strizzando l’occhio alla Mostra veneziana, i cui organizzatori pare stiano già pensando a come coinvolgere maggiormente il pubblico della laguna sullo stile della Festa di Roma.

Federico Permutti

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.474 hits