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Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.
Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.
La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).
La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.
Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

  • istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;
  • istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);
  • attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);
  • modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;
  • passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);
  • nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Lisbona mon amour… infine!

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.

Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.

La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).

La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.

Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;

istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);

attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);

modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;

passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);

nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

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La Valmarecchia giunta in sordina a segnare la storia del nostro paese

Quest’estate, 7 comuni d’Italia(Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello) sono riusciti ad ottenere quello che tanti avevano bramato ma che nessuno aveva mai ottenuto: la secessione. Il 29 luglio scorso, infatti, il senato ha approvato in seduta deliberante il Ddl che ha sancito il passaggio dell’Alta Valmarecchia in Emilia Romagna. Val …che? VALMARECCHIA: è una vallata dell’Italia centro settentrionale, che scende dall’Alpe della Luna, in Toscana, divisa nella parte centrale dalle Marche,ed arriva fino al mare Adriatico presso Rimini. O almeno così è stato fino a poco tempo fa. Tutto incominciò quando il “comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna” riuscì a riproporre ai sette comuni sotto le Marche il referendum – che ha avuto luogo il 17 e 18 dicembre 2006 – circa il passaggio di tutta la vallata dalla Provincia di Pesaro ed Urbino alla Romagna. L’83,91% dei votanti si espresse favorevole all’annessione. E si può facilmente capire il perché, vista la distanza geografica dal capoluogo, Pesaro. Posso io stesso testimoniare che, utilizzando le strade provinciali, il tempo di percorrenza per il tragitto Pesaro – Pennabilli è di circa 2 ore!Fortunatamente la mia era una gita di piacere ma chiunque altro avrebbe seri problemi se per necessità lavorative o di servizi dovesse recarsi frequentemente a Pesaro. E Rimini è lì a soli 30 minuti di distanza … il piatto della bilancia non poteva che pendere a favore dei favorevoli. Da ciò nascono altre opportunità – come la possibilità di poter usufruire di servizi sanitari superiori più prossimi – ma anche di natura economico. La provincia di Rimini, di recente creazione(1992), ha avuto fin ad oggi un territorio molto ridotto, occupato per la maggior parte dall’hinterland costiero. L’aggiunta dei sette comuni, nuovo ed agognato entroterra, non può che invogliarla a spostarvi i suoi investimenti, soprattutto a livello turistico, contrariamente alla provincia marchigiana che deve spalmare i suo fondi su un entroterra ben più vasto.

Ovviamente, i pareri delle giunte delle 2 regioni non potevano che essere completamente opposte: tanto l’Emilia-Romagna si è dimostrata entusiasta e sicura ad accettare l’annessione, quanto le Marche sono state titubanti e poco convinte nel rifiutare la secessione. Anche le motivazioni di tale rifiuto sono state alquanto misere e poco sostenute. La difesa dell’unità del territorio storico del Montefeltro non ha sortito alcun effetto – neutralizzato dalle contro risposte di coloro che sostengono che non solo la vallata del Marecchia, ma tutto il Montefeltro fosse da sempre storicamente Romagnolo – mentre la difesa del delicato equilibrio economico è stato quasi del tutto ignorata. Infatti, agli abitanti dei Sette l’idea di diventare l’unica fonte di turismo culturale del riminese fa troppo gola. Ma è proprio questo equilibrio che rischia di essere rotto: la mancanza di un turismo culturale locale che potesse coprire i giorni di mare “sprecati” per colpa del cattivo tempo, spingeva le agenzie turistiche del riminese ad organizzare eventi e gite nella provincia marchigiana. Ora con la molto probabile attrazione di questo genere di “tappabuchi” verso la sola Valmarecchia( ricca di magnifici paesaggi, paesini storici e rocche medievali) si rischia di assestare un grave colpo al turismo prevalentemente culturale di Pesaro ed Urbino.

Il 6 maggio di quest’anno la camera ha approvato il disegno di legge con la successiva approvazione del senato. Così, il 3 agosto 2009 i sette comuni dell’Alta Valmarecchia hanno segnato una parte importante nella storia della”Questione dei confini regionali”, fenomeno che coinvolge da tempo ormai tutta la Penisola.

Le prime avvisaglie si ebbero negli anni ’60, con il rientro di Trieste all’Italia e la formazione della Regione “Friuli-Venezia Giulia”. Nel progetto di creazione di una provincia del Friuli occidentale, infatti, il comune di Pordenone coinvolse i comuni del mandamento di Portogruaro – parte storica del Friuli – ma, sebbene la provincia di Pordenone nacque, per il Portogruarese non si ottenne alcun risultato . Ciò fu dovuto fondamentalmente a causa delle scelte del parlamento, desideroso al più presto di istituire la nuova regione ed accantonare, inoltre, un iter legislativo come quello del passaggio di regione,ancora non ben disciplinato.

La questione restò così assopita fino agli anni ’90, quando nella zona iniziarono a formarsi i primi comitati popolari che chiedevano l’annessione al Friuli-Venezia Giulia. Da quel momento, la questione prese piede e si diffuse in tutta Italia, andando ad interessare altre aree, come quella Dolomitica (con il caso di Cortina d’Ampezzo e i Comuni ladini confinanti). Ma l’art. 132, comma II della Costituzione – che dal 1970 disciplinava la materia – rendeva praticamente impossibile il cambiamento: prescriveva, infatti, che il Comune, o i Comuni interessati, producessero una delibera con la quale richiedere l’indizione del referendum, corredata da un numero di delibere comunali e/o provinciali interessate di entrambe le regioni e rappresentanti un terzo della popolazione regionale. Solo in seguito, si sarebbe tenuto il referendum in entrambe le regioni.

Nel 2001 si ebbe , per opera del governo Amato, la riforma del titolo V della Costituzione, comprendente anche l’Art 132. D’ora in avanti è necessaria per l’indizione del referendum la sola “approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati”. Si ha avuto così negli ultimi anni il fiorire di un gran numero di Referendum, alcuni approvati ed in attesa dell’adempimento dell’iter istituzionale, come Carema e Noasca( dal Piemonte alla Valle d’Aosta), altri invece respinti, come Leonessa (nel Lazio). Il comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna può ritenersi dunque ben soddisfatta del suo primato.

Ma le avversità non sono ancora finite: la giunta regionale delle Marche non ha alcune intenzione di mollare, ed ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge parlamentare. Sono in ballo l’onore e l’identità delle Marche . L’onore è quello dell’amministrazione provinciale di Pesaro ed Urbino che non accetta la mutilazione del suo territorio – ma che, ad essere sincero, non si è mai impegnata attivamente a mantenere. Infatti, abituata ormai da circa 60 anni ad avere la vittoria in tasca alle elezioni locali, la sinistra si è adagiata sugli allori, ed ha completamente ignorato problemi e necessità che andassero oltre i soliti inciuci politici. Ma ora che quello che sembrava impossibile è diventato realtà, l’ansia da “effetto domino” di perdere altri comuni a favore della Romagna – come quelli della Val Conca,altra vallata a metà tra Marche e Romagna– li sprona ad una disperata contro misura. Si lotta anche per la difesa dell’identità culturale della provincia, che per ragioni storiche, non può che comprendere anche la Valmarecchia, visto che lì hanno origine prodotti gastronomici tipici e lì sono accaduti fatti ed eventi che hanno segnato la storia della provincia.

Purtroppo, però, i problemi che si pongono di fronte ai nostri intrepidi comuni non provengono solo dalle Marche. Infatti, sebbene così ansiosa di annettersi i nuovi comuni, sembrerebbe che l’Emilia Romagna non sia in grado di finanziare l’oneroso processo di trasferimento amministrativo – che secondo il progetto iniziale doveva essere a costo zero per entrambe le regioni. Inoltre, sembrerebbe che non tutti i romagnoli siano così entusiasti come le proprie istituzioni, poiché quella manciata di comuni già nell’entroterra di Rimini vedrebbero ridotti i pochi fondi che la provincia vi investe, visto che, la maggior parte, finisce nelle tasche dei comuni dell’ultraproduttiva riviera. Si spera ancora che i fondi necessari giungano da Roma ma, siamo in tempi di crisi …

Si prevedono tempi duri per i neo-romagnoli: un riordinamento amministrativo non può avvenire dall’oggi al domani, ma richiede molto tempo. Ci sono piani catastali da consegnare, cambiamenti di ordine ed albo professionale da effettuare , processi giudiziari da trasferire e tante altre cose ancora; per non parlare dei progetti di investimento che la regione Marche ha dovuto troncare di colpo e che, invece, l’Emilia Romagna probabilmente non ha nemmeno iniziato a considerare. Chissà quando sapremo se tutto ciò sarà servito a qualcosa, se i 7 comuni della Valmarecchia saranno passati dalla padella alla brace o se, infine, la Corte Costituzionale gli imporrà retro fronte?

Tommaso Ripani

tommaso.ripani@sconfinare.net

Dal G8 al G20

 

C’era una volta il G8, esclusivo consesso in cui i leader degli otto paesi capitalisti più potenti del “mondo libero” (e capitalista) discutevano sull’andamento dell’economia mondiale, tralasciando molto spesso le considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente e il benessere degli altri paesi (capitalisti, neutrali o socialisti che fossero). Il G8 (“Gruppo degli otto” o “Grandi otto”) è nato nel 1975 per offrire una piattaforma di discussione non ufficiale ai capi degli otto paesi più industrializzati del mondo, che possedevano quote assai significative delle ricchezze economiche e delle capacità tecnologiche e militari mondiali. Una struttura di governo dell’economia mondiale come il G8, a quei tempi (e perlomeno fino al crollo dell’URSS), poteva essere considerata efficiente e sufficiente principalmente per 2 motivi: primo, raggruppava effettivamente i paesi più potenti del mondo e secondo, doveva confrontarsi con un sistema economico su cui gli stati avevano ancora un buon grado di controllo anche a livello internazionale. Non bisogna poi dimenticare che l’esistenza del “blocco comunista” faceva sì che un gran numero di paesi fossero di fatto fortemente limitati nella loro libertà di commercio, il che rendeva il sistema economico mondiale relativamente semplice e facilmente gestibile.

Il G8 in realtà non si è mai evoluto in qualcosa di diverso da forum informale di discussione, ma ha certamente avuto un ruolo rilevante dato il peso delle economie dei suoi paesi membri, peso che a livello internazionale si fa fortemtente sentire, specie in sede di organismi economici mondiali come il “Fondo monetario internazionale”, la “Banca mondiale” e la “Organizzazione mondiale per il commercio” (organizzazioni in cui la preminenza degli USA in particolare è schiacciante, basti pensare che nel ’91 il presidente americano Bush senior rifiutò di concedere il prestito domandato da Gorbaciov al FMI per evitare il collasso dell’URSS, cosa che puntualmente avvenne).

 

Nell’era della globalizzazione e del post-modernismo e di tanti altri mille velocissimi processi, ognuno con la sua brava etichetta, il G8 si è dimostrato uno strumento svuotato di gran parte del suo significato a causa della crescente incapacità degli Stati di controllare i flussi economici mondiali (soprattutto nelle loro conseguenze nefaste) e dell’ascesa politica, economica e anche militare, di quei paesi “quasi sviluppati” come Cina, India, Brasile, Indonesia, Sud Africa e altri ancora. Tutti paesi non occidentali, non tutti democrazie e non tutti capitalisti (perlomeno non secondo i dettami liberali).

Un tentativo di allargare in maniera graduale e relativamente indolore il G8 era venuta nel 2005 da Francia e Inghilterra, che avevano creato il G14 (G8 più Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa). L’importanza di questo gruppo è però assai più limitata perché le 6 “economie emergenti” non possono partecipare ai lavori preliminari degli incontri del G8, riservati ai soli membri del G8, ma solo alle discussioni seguenti e alla redazione delle dichiarazioni comuni. Questa formula, dal sapore vagamente neo-colonialista, è stata subito osteggiata da USA e Russia ed infatti è rimasta priva d’importanza, anche in occasione del recente vertice G8 a L’Aquila.

 

Il G20 nasce alla fine del 1999, dopo che la crisi delle borse asiatiche aveva scosso le cosiddette “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan e altri peasi del Sud-Est asiatico) e ne aveva temporaneamente rallentato la fortissima crescita economica. All’inizio era nato semplicemente come un forum di discussione dei governatori delle banche centrali e dei ministri dell’economia, ma si era rivelato ben presto troppo esteso e differenziato al suo interno per essere di reale utilità (ancora oggi è sempre molto difficile radunare tutti i partecipanti per la foto di gruppo di fine incontro!). D’altronde, l’elevata crescita economica a livello mondiale per tutto il decennio successivo aveva ben presto fatto dimenticare persino il significato del concetto stesso di “crisi economica” e quindi il G20 era rimasta solamente un’esperienza sporadica in cui declamare le bontà del capitalismo finanziario e della crescita infinita (e quindi di per sé non sostenibile).

Come tutti i cambiamenti profondi, anche questo passaggio dal G8 al G20 non è stato rapido e indolore; anzi, è stato fulmineo e doloroso! Le dimenticanze infatti possono essere molto pericolose e così, nel Settembre 2008, il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers e il precipitare della crisi hanno ricordato a tutti gli economisti e i capi politici del mondo che non soltanto il concetto di crisi è inerente al sistema economico capitalista, ma anche che la globalizzazione finanziaria ha creato un sistema talmente complesso e interdipendente da rendere imperativa una soluzione mondiale della crisi. Questa urgenza di una soluzione condivisa al livello più ampio possibile ha fornito una spinta fortissima al G20, che si è rapidamente imposto come gruppo di riferimento per la discussione sulla gestione della crisi e sulla riforma e il controllo dell’economia mondiale (i suoi membri infatti detengono l’85% della ricchezza mondiale).

 

Dallo scoppio della crisi sono stati organizzati ben 3 incontri del G20, pieni di dichiarazioni retoriche e ad effetto, com’è inevitabile in questi casi, ma anche con risultati concreti e decisamente innovativi.

L’incontro del Novembre 2008 a Washington, vissuto ovviamente in uno stato d’animo a dir poco confuso, ha per prima cosa reso chiaro che la piattaforma di dialogo prediletta per affrontare la crisi economica sarebbe stata il G20. In generale i paesi membri si osno dati obiettivi di breve termine, entro il 31 Marzo ’09, in direzione soprattutto dell’aumento della trasparenza delle transazioni finanziarie (anche grazie ai nuovi poteri dati al Financial Stability Forum – FSF – o “Forum per la stabilità finanziaria”) e dell’imposizione di norme più rigide per l’azione dei managers delle banche e degli istituti finanziari. Si è data anche particolare rilevanza all’importanza della solvabilità delle banche, un problema che si è dimostrato particolarmente drammatico nel caso del fallimento di istituti di (troppo) grandi dimensioni.

 

Il 2 Aprile, in una Londra blindata fino all’inverosimile, si è avuto l’incontro più importante e significativo. Si è infatti stabilito il varo di un mastodontico pacchetto di stimolo sia all’interno dei paesi membri ($5 trilioni, cioè miliardi di miliardi) sia verso i paesi più poveri, principalemte sotto forma di maggiori riserve del FMI ($1,1 trilione): cifre così elevate da risultare difficilmente comprensibili… e stanziabili, come dimostrato dal fatto che gran parte dei fondi promessi non sono ancora stati versati (mentre sul piano interno alcuni paesi europei come Francia e Germania si sono dimostrati reticenti ad espandere in maniera eccessiva la spesa pubblica). Dal punto di vista delle istituzioni finanziarie mondiali, il FSF è stato sostituito dal Financial Stability Board, con sede a Basilea, che discuterà di molti aspetti riguardanti la gestione delle banche dai bonus dei managers alle quote di capitale minimo. Molto importante poi la riorganizzazione delle quote di capitale del FMI, che ha permesso di rendere – finalmente – più rappresentativa questa istituzione, aumentando la quota di Cina e India in particolare.

Ha sicuramente avuto successo l’offensiva contro i paradisi fiscali: molti stati hanno cambiato la loro regolamentazione in materia fiscale e/o hanno deciso di collaborare, mentre per quelli che ancora non hanno agito il termine ultimo per evitare sanzioni peggiori è stato fissato a Marzo 2010.

 

Dopo l’incontro di Londra molti commentatori, pur impressionati da un evento che rappresenta qualcosa di assolutamente unico fino ad oggi, hanno cominciato a esprimere dubbi sulla reale possibilità che un gruppo così vasto ed eterogeneo potesse andare al di là delle semplici parole e per questo l’incontro di Pittsburgh, il 24 e 25 Settembre, è stato seguito con grande attenzione. Anche se non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, si vedono i frutti di una collaborazione così vasta. È importante notare come gli ambiti trattati in questo incontro si siano estesi oltre la crisi economica e le necessità più contingenti, per abbracciare il tema di una riforma approfondita delle istituzioni finanziarie internazionali (sono state chiarite le modifiche alle quote del FMI e della “Banca mondiale”, a favore dei paesi in via di sviluppo, attualmente fortemente sottorappresentati) e delle regole bancarie (maggior capitale minimo e riduzione del rischio eccessivo) e per definire assieme una “cornice di riferimento per una crescita forte, sostenibile e bilanciata”, secondo le parole del presidente USA Barack Obama.

Una particolare attenzione è stata data all’esigenza di sganciarsi dai combustibili fossili il più in fretta possibile (con buona pace della Russia e soprattutto del Brasile, che ha recentemente scoperto e nazionalizzato vasti giacimenti di petrolio e gas naturale al di là delle sue coste… non devono comunque preoccuparsi più di tanto, dato che la dipendenza dai combustibili fossili continuerà comunque ancora per decenni!). Sono stati fatti anche passi in avanti molto importanti sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel medio (2020) e lungo (2050) periodo: in particolare, Cina e India hanno ottenuto che i paesi occidentali prendano la responsabilità di tagliare per primi e più massicciamente le loro emissioni di CO2, viste le loro “responsabilità storiche” nella crescita dell’inquinamento ai livelli attuali.

 

Col vertice di Pittsburgh, il G20 si è trasformato in un forum permanente di confronto dei paesi membri sulle principali questioni economiche mondiali. Certo, in linea di principio può darsi che tutta questa imponente organizzazione che si è venuta formando crolli come un castello di carte non appena la crisi allenterà la sua morsa e quindi la necessità di cooperare per uscirne, ma la trasformazione in forum permanente, l’allargamento delle tematiche affrontate e la grande enfasi posta dai membri del G20 sulla conferenza ONU di Copenaghen sul cambiamento climatico, che si terrà a Dicembre, sembrerebbero indicare che ormai il G20 sia un protagonista centrale della vita internazionale, a livello economico e non solo. Un problema grave sarà garantirne l’efficacia anche in situazioni di “ordinaria amministrazione” dove i contrasti potrebbero essere tali da bloccare ogni decisione congiunta (e nell’UE ne sappiamo qualcosa al riguardo); essendo infatti un organismo basato sul consenso, non può avere la stessa efficacia e forza di una organizzazione nata da un trattato e dotata di strumenti coercitivi.

Nonostante i forti scontri tra manifestanti e polizia che si sono avuti durante tutti e tre gli incontri, è difficile che ci siano molti nostalgici del vecchio sistema, e anche se così fosse, il loro istinto di sopravvivenza politica gli suggerirà di evitare di tesserne le lodi davanti alle folle inferocite e impoverite dalla crisi. Quel che è certo è che i manifestanti si sono scagliati più che altro contro i simboli del capitalismo finanziario sfrenato degli ultimi 10 anni: non a caso gli scontri più violenti sono avvenuti a Londra, nel cuore di quella City che è stata centro simbolico e reale della finanza mondiale nell’ultimo decennio.

Quel che è certo è che a perderci più di tutti saremo noi Europei, specialmente finché ogni paese continuerà a tirare l’acqua al suo mulino e non riusciremo a definire una politica estera comune, forte e autorevole. Speriamo che il prezzo da pagare sia quello necessario per avere un futuro, uno qualunque… magari sostenibile!

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

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