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I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

Il mondo deve sapere che in un cucchiaino di Nutella non ci sono solo nocciole.

Dopo anni e anni in cui inesorabilmente uno sguardo, una parola, un accenno innocente cadevano sempre sul medesimo soggetto, dopo mesi e mesi in cui inevitabilmente loschi figuri millantavano la conoscenza di informazioni inconfutabili al riguardo, ho finalmente deciso di fare chiarezza sulle verità del Signor Michele Ferrero.

La storia della più grande azienda italiana per fatturato comincia nel lontano 1942. Sono anni di guerra e privazioni, però ad Alba esiste una risorsa che costa poco e si trova ovunque: la nocciole. Pietro Ferrero inventa l’embrione della Nutella: una pasta di nocciole che viene confezionata nella carta stagnola e venduta per pochi soldi. È l’inizio della dipendenza. L’insaziabilità piemontese crea un giro d’affari che in soli otto anni porta un modesto laboratorio per dolci a diventare azienda e l’azienda ad aprire già nel 1956 un primo stabilimento in Germania. La Ferrero diventa così la prima attività italiana del dopoguerra ad avere sedi operative all’estero.

A questo punto la prima generazione di Ferrero (il fratello di Pietro, Giovanni, si occupava del settore vendite) finisce e l’industria passa nelle mani del famigerato Michele. A voi non è mai capitato di considerarlo un’entità metafisica? Beh salutate il vostro idillio immaginifico perché ho intenzione di pubblicare una sua foto, nessuna idealizzazione può rendergli giustizia. Il suo apporto alla dea delle perdizioni – l’ottava meraviglia o l’ottavo vizio per chi preferisse mantenersi nei limiti della morale – è stato fondamentale: nel 1964 ne cambia formula, densità e nome (come gli sia venuto in mente di chiamarla Nutella lui solo lo sa, comunque non poteva giungere a nulla di più onomatopeico). La Ferrero spicca il volo verso il mondo intero e Michele, nonostante possa ormai ben dire di essersi meritato la conduzione dell’azienda di famiglia (vorrei sapere se qualcuno gli ha mai dato del figlio di papà), si fionda su prodotti nuovi e tutti incredibilmente apprezzati: Mon Chéri, Pocket Coffee, Ferrero Rocher, Raffaello, Tronky, Kinder Bueno, Kinder sorpresa, Kinder Cioccolato, Kinder Délice, Kinder Brioss, Fiesta, Kinder Pinguì, Kinder Fetta al Latte e Kinder Paradiso, Tic Tac, Estathè e Gran Soleil. Considerando l’offerta di altre multinazionali dolciarie forse questa lista di prodotti potrà sembrare limitata, ma fate l’esperimento di chiedervi se effettivamente ce ne sia uno solo che non avete assaggiato nemmeno una volta o uno solo che non vi sia piaciuto quando l’avete addentato. Se la risposta è la stessa che darebbe la maggioranza dei consumatori mondiali, avrete in mano la chiave per capire come sia possibile che un’azienda tuttora posseduta al 100% dalla medesima famiglia (siamo alla terza generazione) possa avere uno dei fatturati più elevati della Terra.

Attualmente il gruppo Ferrero si colloca al 4º posto per fatturato fra le industrie dolciarie del mondo, dopo Nestlé, Kraft Foods e Mars. Il fatturato consolidato del gruppo nell’esercizio 2007/2008 è stato di circa 6,2 miliardi di euro, in crescita del 8,2% rispetto all’anno precedente. Nel mondo sono occupati oltre 21.600 dipendenti, con 38 compagnie operative per la vendita e 14 stabilimenti per la produzione. Sette di questi stabilimenti sono distribuiti in Europa e i rimanenti sette rispettivamente in Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Porto Rico, Canada e Stati Uniti. Nella lista dei “World’s Billionaires 2009” redatta da Forbes, Michele Ferrero & family compaiono al 40° posto – tanto per dare un’idea, Silvio Berlusconi & family stanno al 70°. Infine un’indagine del Reputation Insitute (un istituto privato di consulenza e ricerca, specializzato in corporate reputation management), condotta lo scorso maggio 2009 intervistando più di 60.000 persone in 32 Paesi diversi, ha portato alla scoperta che il marchio Ferrero è considerato il più affidabile a livello globale – la medaglia d’argento va niente di meno che al colosso Ikea. Il motto dell’azienda non poteva che essere: “le buone idee conquistano il mondo”.

P.S. i miei ringraziamenti vanno a Giovanni, che mi ha fortemente spronata a non scrivere qualcos’altro sulle donne.

Da tempo volevo rispondere al “viaggio in Italia” fatto dal mio amico Francesco in Lombardia. Se lui ha scritto, sarcasticamente, del varesotto, zona che conosco discretamente per averci passato diversi mesi nelle mie estati fino ai dodici anni e di cui ho una diversa considerazione, io preferirei parlarvi della citta’ che e’ sinonimo di Lombardia.

Sono nato ventitre anni fa a Milano, ho vissuto i primi vent’anni in diverse zone (prima Washington-Foppa, adesso Navigli). Viverne lontano mi ha dato la possibilita’ di vederne con maggiore nitidezza i difetti, ma anche i pregi (direbbe W.V.). Quello che passa attraverso le parole di chi l’ha vissuta poco e’ una visione limitata e poco accurata di cio’ che Milano e’ veramente. Milano e’ una citta’ orso: tra fine autunno e inizio inverno va in letargo; chi la descrive come una citta’ grigia, nebbiosa e soporifera deve averla vista in questa stagione. A onor del vero, questa e’ l’impressione che da’ non solo ai forestieri, ma anche agli stessi milanesi, che perdono la voglia di uscire a passeggiare o a bere qualcosa. A Marzo, perturbazioni permettendo, la primavera arriva presto, prima della fine ufficiale dell’inverno. Le ultime giornate di freddo marzolino, accompagnate da cielo terso e sole abbagliante, farebbero pensare a Puškin: “moroz i solntse, den’ chudesnyj” (“gelo e sole, giornata stupenda”). In queste mattinate, lungo via Washington, quando la tramontana spazza la cappa di smog che avvolge perpetuamente la citta’, e’ possibile vedere le alpi ancora innevate. In questi momenti torna il sereno anche nell’animo di molti meneghini, sempre di fretta e dietro i loro affari.

Cio’ che pero’ piu’ amo e’ la vera e propria primavera di Milano, qualcosa che, ancora dopo tre anni di “esilio” in Friuli, continua a mancarmi fortemente. Tra fine marzo e inizio aprile, le temperature si alzano e la bella stagione combatte col freddo per un paio di settimane, lasciando i poveri cittadini o molto sudati o molto infreddoliti quando tornano a casa la sera, a causa del dilemma vestiario. “Cappotto e maglione o solo maglione?” questo il pensiero di qualche milione di persone ogni mattina in questo periodo. La scelta e’ difficile e il risultato della puntata e’ assolutamente aleatorio, quasi quanto quello di una giocata sul pari o dispari alla roulette. Finite le schermaglie climatiche tra inverno e primavera, ha finalmente inizio lo spettacolo floristico. Alberi spogli che per mesi hanno silenziosamente accompagnato il traffico a capo chino, umili come prigionieri di guerra che assistono alla marcia trionfale del nemico, urlano, scoppiettando boccioli e foglioline, la loro gioia per aver superato un altro inverno e per la ritrovata liberta’: e’ la rivincita del verde sul grigio, del movimento sull’immobilita’, della vita sul silenzio, di Chaikovskij su Brahms, della natura sul cemento e l’asfalto. Milano assiste al “green pride”. L’orgoglio verde si manifesta in ogni angolo della citta’ e contagia tutto. Il naviglio sembra meno sporco, la citta’ meno inquinata e la vita piu’ piacevole. Tra un gelato in via Marghera, una grigliata al Bosco in citta’, una partita di calcio al parco di Trenno, una pedalata lungo il Naviglio Pavese, una mezz’ora di riposo sulle panchine di Piazza Fontana dopo la passeggiata in centro e le serate alle colonne di San Lorenzo, questo mese e mezzo passa cosi’ velocemente da far fatica a stargli dietro. Lo smog, il rumore del traffico, la frenesia della gente, la tremenda e fastidiosissima parlata di milano-sud… tutto diventa tollerabile in queste settimane. In altre parole, se siete rimasti delusi da Milano, il mio consiglio e’ di tornarci in questi giorni di aprile-maggio, quando la temperatura consente passeggiate e le giornate sono sempre piu’ lunghe. Un aperitivo sul Naviglio grande o una bella mostra a Palazzo Reale potranno riconciliarvi con quella che nonostante i suoi difetti, non posso far altro che considerare la mia citta’.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

La conferenza sul cambiamento climatico: fallimento o aspettative troppo alte?


Abbandonando una volta tanto il mio realismo, negli ultimi tempi avevo cominciato a pensare che forse il mondo era davvero pronto a fare il grande passo necessario per cambiare rotta riguardo al cambiamento climatico. Non credo mi sbagliassi sulla consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale, come le numerosissime manifestazioni hanno dimostrato; né mi sbagliavo nel ritenere ormai superati i negazionisti del cambiamento climatico, che non hanno avuto alcuna voce in capitolo durante la Conferenza sul cambiamento climatico di Copenhagen. Ho dunque atteso l’inizio della Conferenza in uno stato di esaltazione interiore, tale da portarmi a credere sinceramente a (quasi) tutti gli appelli lanciati dai vari capi di Stato e dirigenti delle organizzazioni internazionali.

Diciamo subito che agli appelli tutti hanno tenuto fede. Chi, come gli Stati più poveri e a rischio, voleva a tutti i costi un accordo legalmente vincolante, è rimasto fermo nel suo proposito. I moderati, come l’UE, non sono andati oltre gli impegni minimi già dichiarati (eventuali impegni maggiori erano infatti legati alla conclusione di un accordo globale). Chi, invece, come USA e Cina, si lanciava accuse reciproche di mancanza di volontà ha continuato a farlo anche durante l’incontro. Il risultato è un accordo di straordinario valore dal punto di vista politico, dato il successo di partecipazione riscosso, ma che delude le speranze di miliardi di persone dal punto di vista dei risultati concreti.

Vediamo dunque in dettaglio cosa emerge dal testo dell’Accordo di Copenhagen:

  1. L’obiettivo principale è limitare il riscaldamento globale a 2°C: per fare ciò è necessario ridurre le emissioni mondiali dalle attuali 47 GT (gigatonnellate, ovvero miliardi di T) di CO2 equivalenti a 44 GT entro il 2020. Ora, 3 sole considerazioni: innanzitutto con il livello di 44 GT non si ha la certezza di contenere il riscaldamento a 2° ma solo una “ragionevole certezza”, vale a dire il 50% di probabilità di successo!!! In secondo luogo, seguendo l’attuale trend di crescita delle emissioni, le previsioni per il 2020 sono di circa 61 GT con riscaldamento previsto di 5°C nel 2050. Infine, e più importante, stando alle quote finora promesse dai vari paesi, nella migliore delle ipotesi si arriverebbe a 46 GT nel 2020, così che la probabilità di contenere il riscaldamento a 2°C diventa ancora più remota. E stiamo parlando della “migliore delle ipotesi”.
  2. Si stabilisce che i paesi sviluppati debbano aiutare i paesi più poveri/a rischio ad attuare l’adattamento ai cambiamenti climatici e all’economia sostenibile, con trasferimenti sia finanziari che tecnologici;
  3. Si individuano due distinti gruppi di paesi: gli “Annex-1 Parties”, in pratica i paesi più industrializzati che hanno sottoscritto impegni vincolanti per il 2012 col protocollo di Kyoto e che entro il 31 Gennaio 2010 devono confermare le loro quote di riduzione delle emissioni (che verranno poi controllate secondo il criterio MRV cioè “measurable, reportable, verifiable” —> intrusione nella sovranità statale rifiutata dagli USA) e “Non Annex-1 Parties” (che agiscono con “azioni mitigatorie” su base volontaria – no MRV – e/o dopo aver ricevuto sostegno economico/tecnologico – in tal caso si attua l’MRV);
  4. Si prevede il ricorso a diverse misure per favorire il cambiamento, soprattutto riforestazione e istituzione del mercato della CO2 (per favorire il coinvolgimento dei paesi poveri con basse emissioni); vengono inoltre definite forme di finanziamento ad hoc;
  5. Riguardo ai fondi, gli “Annex-1 parties” hanno promesso ai paesi poveri e in via di sviluppo $30 miliardi per il periodo 2010-2012, con l’obiettivo di raccogliere $100 miliardi l’anno entro il 2020 (N.B. il pacchetto anti-crisi del governo USA è costato $781 miliardi!); ancora indefinita l’origine di questi finanziamenti, nel dubbio vengono elencate tutte le possibili ipotetiche fonti (private, pubbliche, “alternative”, …);
  6. Si istituisce il “Copenhagen Green Climate Fund”, che gestirà la maggior parte delle risorse destinate a combattere il riscaldamento globale; parallelamente, si istituisce un “High Level Panel” per il reperimento di queste risorse;
  7. Il termine per adempiere ai contenuti dell’accordo è stabilito al 2015 (termine entro il quale si discuterà, sulla base delle prove scientifiche, un eventuale ulteriore abbassamento della soglia massima a 1,5°). Tuttavia, un obiettivo più vicino di molti paesi poveri e gruppi di attivisti è quello di rendere l’accordo legalmente vincolante in occasione della prossima conferenza sul clima, in Messico, tra Novembre e Dicembre di quest’anno.

Il risultato politico indiscutibile è che ormai la lotta al cambiamento climatico è diventata un’assoluta priorità, così come il passaggio a un’economia sostenibile. Quello che è mancato è stata la volontà politica da parte dei paesi più influenti di andare oltre le posizioni di partenza, legando il proprio impegno a quello degli altri paesi.

Deludente il comportamento di Barack Obama, che dietro la sua solita impeccabile retorica ha promesso ben poco (più precisamente, il 17% di emissioni in meno rispetto ai livelli del 2005, quando la quota promessa dai paesi europei è del 20% in meno rispetto ai livelli del 1990); c’è da dire che essendosi insediato da appena un anno, non può forse ancora contare sul consenso interno necessario per osare di più. D’altra parte, Obama ha seriamente compromesso la possibilità di raggiungere il consenso sul testo dell’accordo, quando ha annunciato sulla TV americana ancora prima che all’assemblea, che un ridotto numero di paesi (USA, Cina, India, Brasile, Sud Africa) aveva infine stilato il testo dell’Accordo. Le proteste di molti paesi in seguito a questo colpo di scena hanno fatto sì che l’Accordo abbia uno status giuridico incerto e soprattutto non sia vincolante (per esserlo avrebbe dovuto essere approvato da tutti i paesi presenti).

Il contrasto maggiore è stato quello fra USA e Cina, con quest’ultima che, assieme ai paesi poveri e in via di sviluppo, ha insistito sulla “responsabilità storica” dei paesi occidentali e sul concetto di “emissioni di CO2 per 1% di PIL”: in questo modo il governo cinese vorrebbe salvaguardare la sua crescita economica (che si basa tuttora in misura rilevante sul consumo di carbone), giustificata in ciò dal suo basso livello di emissioni pro capite (meno della metà della media europea e ben 5 volte minore di quello degli USA, ma 3 volte quello dell’India). Francamente, non posso che condividere; forse, per i paesi occidentali (e gli USA in particolare) è semplicemente venuto il momento di farsi da parte e lasciare le redini alla saggezza orientale: in fondo, un prezzo non eccessivo per la sopravvivenza dell’umanità.

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Uno dei primi giorni del mio stage alla rappresentanza italiana presso l’OSCE a Vienna il mio responsabile mi disse che ognuno dei tre periodi di stage ha un evento importante: autunno-inverno la Ministeriale, estate la festa del 2 giugno, e inverno-primavera il Ballo di Carnevale.

Io ero capitata nel periodo della festa del 2 giugno, ma mi era sembrato un vero peccato aver perso un’occasione come quella di andare ad un ballo nel palazzo imperiale di Vienna, città dove i balli sono un’istituzione.

 Così sono riuscita a ottenere l’invito: e qui comincia il bello. Perché ogni ragazza, anche la meno femminile, sogna sempre di andare ad un ballo, di vestirsi come una principessa e ballare un valzer con il principe azzurro. Allora ha inizio la caccia al vestito, agli accessori, alle scarpe: vestito da sera, scialle, tacchi alti, pochette, gioielli.

 Ed eccoci a Vienna. Due principesse davanti all’Hofburg, nervose come non mai, impaurite dal dover affrontare quei diplomatici con i quali abbiamo lavorato per 3 mesi, ma che tuttora incutono quel timore reverenziale proprio di questa casta. La tensione scema quasi subito: appena entrate si torna indietro all’estate, quando in quelle sale ci si andava per le riunioni e ci si restava dalla mattina alla sera. Si  capisce immediatamente che l’ansia da prestazione legata alla fatidica domanda “Ma i nostri vestiti saranno appropriati?” risulta inutile, dato che il buongusto italiano vince sempre. Infatti mentre gli uomini sfoggiano il frac, un completo, o ancor meglio la divisa da cerimonia, molte delle signore non si distinguono per una scelta di abito appropriata: c’era chi aveva un vestito da cocktail (inappropriato), chi aveva un vestito evidentemente troppo piccolo (cattivo gusto), e chi aveva il vestito identico ad altre tre (poca fantasia).

 Tra i primi che riconosco tra la folla ci sono i diplomatici italiani, che ci accolgono con grande calore: il tempo di scambiarsi i convenevoli e fare un breve riassunto dei mesi precedenti, che veniamo interrotti dal cerimoniere che dalla cima delle scale addobbate da cascate di fiori annuncia l’inizio del ballo. Si salgono le scale tra fiori e giovani militari sull’attenti, con lunghe e doverose pause per le foto di rito, e finalmente si arriva alle sale: una rutilanza di luci, di tavole imbandite, camerieri che sistemano gli ultimi dettagli.

 E così ha inizio lo spettacolo. Le debuttanti fanno il loro ingresso trionfale, anche se con alcune cadute di stile, come una collana nera su abito bianco e degli evidenti problemi di coordinazione tra le coppie, e si aprono le danze: ballare il valzer a Vienna è un must, figuratevi dentro al palazzo imperiale!

Ormai eravamo all’Hofburg da quasi due ore, la fame iniziava a farsi sentire pesantemente, ma di cibo non ce n’era quasi traccia, solo un buffet un po’ improvvisato di specialità tipiche della Grecia, che quest’anno detiene la Presidenza dell’OSCE. Un po’ sconsolate cerchiamo comunque di tornare al nostro tavolo, e lì notiamo finalmente che la cena è iniziata: un buffet molto ricco, di specialità greche e ceche ( dato che la presidenza EU è della Rep. Ceca questo semestre). Bisogna dire che un dubbio ci attanagliava fin da quando avevamo scoperto che la cena era inclusa nel biglietto del Ballo: avremmo ritrovato le “Tartine dell’OSCE” che tanto ci avevano saziato e allo stesso tempo nauseato durante l’estate, o saremmo state graziate da un buffet più ricco e quasi quasi, più gustoso? Beh, la risposta è arrivata in fretta: alla vista sembrava un grande salto di qualità, ma all’assaggio si capiva che il catering era sempre quello di un tempo, applicato però a culture culinarie differenti.

  Tra una chiacchierata tra vecchi compagni di stage e la conoscenza dei compagni di tavolo si è arrivati ben presto alla mezzanotte, che come da programma riservava una sorpresa: era infatti prevista l’estrazione tra i biglietti venduti per la serata dei fortunati che avrebbero vinto dei viaggi in centri benessere di lusso nelle varie isole greche (ovviamente avevamo 4 biglietti, ma nessuno era vincente) seguito da uno spettacolo di musica e balli tipici greci. Questa è stata la parte più divertente della serata , perché se in una sala si ammiravano dei ballerini pseudo greci (Evan, il mio amico della presidenza, mi ha confermato che solo 3 tra il gruppo musicale e il corpo di ballo erano greci, gli altri erano austriaci doc) che si sbizzarrivano in canti e balli, coinvolgendo gli ambasciatori in un sirtaki un po’ stentato e  portando una ventata di Mediterraneo nella fredda capitale asburgica, nella sala adiacente un’altra orchestra suonava brani tra i più disparati, dai Beatles a alla colonna sonora di Nove Settimane e mezzo, da Asereje a What a Wonderful World. Ed è stato in quest’ultima sala che i diplomatici, sempre composti, hanno lasciato fuori la veste di diplomatico, per mostrare loro stessi, lanciandosi in balli sfrenati, che mi ricordavano le feste dei miei genitori e dei loro amici, a colpi di rock ‘n’ roll e musica anni ’70.

 Così al momento di andarsene verso un’altra festa, lasciamo questo meraviglioso palazzo e questa festa, finalmente diventata genuina e poco formale, che anche se di ballo viennese tradizionale, come ha detto la mia esperta in materia, ha ben poco, rappresenta perfettamente lo spirito dell’organizzazione che l’ha organizzata.

 

Leonetta Pajer

Flickr Photos

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