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La laicità a colpi di provocazione

Negli ultimi tempi, l’ennesima provocazione in campo religioso ha avuto luogo: gli autobus di Genova verranno infatti pubblicizzati dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), con lo slogan “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Naturalmente l’opinione pubblica si è infervorata, Bertone si è grattato i natali, la Chiesa mantiene un tacito profilo conscia della giustezza della politica del silenzio, quale migliore delle risposte, alla provocazione.

Nonostante io personalmente sia aconfessionale, ma non ateo, bensì laico e laicista nella mia visione dello stato, mi sorprendo come le lotte debbano essere combattute attraverso le estremizzazioni. Pur riconoscendo alle persone atee il diritto di non riconoscere l’esistenza di Dio, ciò non toglie che queste ultime non debbano prevaricare la fede di chi invece crede.

Nel pensiero laico la libertà sta nella scelta libera in libero stato, ossia senza che una determinata forza, maggioritaria o minoritaria che sia, possa in alcun modo influenzare la crescita del pensiero della persona. Per questo devono essere accolte le rivolte alle frequenti interferenze nel mondo pubblico di determinate forze di pensiero. Tali interferenze non sono solo un’opinione, diventano coercizione lì dove si precetta in base a valori morali personali e li si generalizza. Eppure le critiche non possono diventare a loro volta un fattore di discriminazione o di oppressione. Vorrebbe dire fare lo stesso cattivo gioco del nemico, uccidendo il pensiero laico che invece si rifocilla del confronto e non dello scontro.

Inoltre, non è discriminando che si ottiene la cultura di base su cui educare ad una nuoca laicità. Per effettuare un parallelismo, non sono le quote rosa di per loro a risolvere il problema del machismo. Sono forse uno strumento poco democratico per ricreare una cultura di base, imperniata sul rispetto della donna. Allora, ritornando al nostro discorso principale, il messaggio che “Dio non esiste” è una presa di posizione che invade lo spazio pubblico senza effettivamente creare il germe dello spirito critico. Tale gesto sarebbe forse più adatto se fatto sul sito internet dell’Unione suddetta. Tale gesto invece piacerà a pochi, radicalizzerà i molti. E il processo di effettiva laicizzazione dello Stato italiano (“secolarizzazione” per alcuni) rischia di fare tre passi indietro dopo averne fatti due.

Questo evento però ha fatto scaturire in me un altro tipo di riflessione: la crisi economica di cui tanto si parla per certi versi non avrà conseguenze negative in tutti i settori della società. La crisi, in primis quella psicologica, farà sì, almeno secondo il mio punto di vista, che la generazione attuale si renda conto di quanta precarietà e senso dell’effimero vi sia nei beni materiali. Si rifocillerà allora nell’abbondanza della ricchezza morale, nel confronto di idee e di opinioni, nell’attuazione di scelte non per forza capitalisticamente cicliche, ma sostenibilmente sviluppabili. Ambientalismo, localismo, cultura generalizzata, nuove forme di arte, letteratura e musica, ritorno ad un’ortodossia dei credi. Lo definirei nel complesso uno “sviluppo radicato”, che per molti versi è già in atto.

In fondo è successo molte volte nella storia e la necessità ha sempre aguzzato l’ingegno. Credo in quel che sarà.
Edoardo Buonerba

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Il nuovo libro intervista di Corrado Augias, questa volta in collaborazione con Remo Cacitti, docente di letteratura cristiana antica e storia del cristianesimo antico presso l’università degli studi di Milano segue il percorso già tracciato da “Inchiesta Su Gesù”(Mondadori, 2006) e cerca di ricostruire secondo quelle che sono ad oggi le fonti storiografiche sul cammino evolutivo e di formazione del cristianesimo. E’ una delle poche letture italiane destinate al grande pubblico che affrontano la religione dal punto di vista storico e non da quello della fede, tracciando un quadro accurato sui primi quattro secoli di vita del cristianesimo, nei quali questa fede è ancora un cantiere aperto, dove si possono rintracciare innumerevoli tesi e pensieri, da quelli che poi sono entrati a far parte della dottrina ufficiale della chiesa fino a quelli che in seguito sono stati dichiarati eresie, e che molte volte nella fase aurorale del cattolicesimo, prima che venisse definitivamente stabilito un “canone”, erano invece ortodossia. Si scoprono molte altre cose sorprendenti sui primordi del cristianesimo, come il fatto che molta parte nella formazione di questo culto più che Gesù l’hanno avuta San Paolo, da molti studiosi considerato il vero padre fondatore della chiesa, Costantino e il concilio di Nicea del 325 per esempio. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, la distanza fra la ricostruzione storica dei fatti e quella fideistica dei vangeli e degli altri testi sacri è sì evidente, ma non così enorme; le differenze più macroscopiche rispetto alla storia si trovano invece nell’interpretazione ufficiale che dei testi viene data. In conclusione, come quasi tutte le religioni anche il cristianesimo ha subito evoluzioni e cambiamenti nel corso dei secoli,contaminandosi e prendendo spunti da altre fedi, cercando di adattarsi allo spirito di varie epoche storiche fino ad arrivare ai giorni nostri.

Matteo Sulfaro

Fa freddo a Venezia a novembre. Se in più ci metti il vento si gela. Se poi ci aggiungi i padiglioni, delle varie nazioni espositive, con le porte aperte l’ esperienza è da polo nord. Eravamo anche vestiti poco il giorno della chiusura della Biennale architettura 2008. Ma, nonostante i piedi congelati e il naso rosso, abbiamo comunque apprezzato le esposizioni. Sembra non sia piaciuta a molti del mestiere questa Architecture Beyond Building; noi invece ci siamo divertiti!
Secondo Aaron Betsky, il curatore di quest’ edizione, l’ architettura non va identificata nell’ atto del costruire ma “l’architettura è un modo di rappresentare, dare forma e forse anche offrire alternative critiche all’ambiente umano”. E la Biennale di Venezia si offre come palcoscenico di una disciplina che non si vuole più presentare nei suoi tradizionali termini di scienza, ma si è auto-eletta arte: oltrepassata la sua dimensione funzionale, adesso comprende in sé una valenza espressiva ed eloquente. L’edificio è ora un medium il cui monito manifesta concezioni e bisogni della società che lo genera.
L’ architettura deve imparare ad utilizzare il territorio con saggezza. Deve dare al cittadino i mezzi per poter relazionarsi con il mondo in cui vive, deve farlo sentire a proprio agio e connetterlo in un tessuto economico, sociale e fisico. E’ forse necessario costruire tutto il costruibile o possiamo fare a meno di qualcosa? Sarebbe forse meglio vivere in uno spazio decelerato, dove gli orpelli e l’ architettura utopica sono eliminati, dove ci si possa sentire più a casa. Il continuo movimento di beni, persone e informazioni probabilmente ci toglie il terreno da sotto i piedi: c’è bisogno di un ritorno alla stabilità. E la stabilità si ha in scenari di vita in comune, dove gruppi di persone partecipano collettivamente alla soluzione dei problemi non solo globali, ma anche dei nostri piccoli microcosmi.
Dopo molti anni, in cui l’ architettura ha proposto idee utopiche, finalmente gli addetti ai lavori cercano di proporre soluzioni ai problemi contingenti, e sperimentando nella realtà trovano soluzioni concrete. I padiglioni danese e americano, che più abbiamo apprezzato, rientrano in questa categoria.
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Danimarca. Ecotopedia – walk the talk affrontava il tema della sostenibilità e del ruolo centrale rivestito dalle città in materia di sfida al mutamento climatico globale. Se la maggiorparte dell’ inquinamento da CO2 proviene dalle città, è da queste che occorre partire per la creazione di soluzioni sostenibili.
Erano presenti progetti partecipanti al progetto UN Global Compact, Patto di responsabilità sociale globale, istituito dall’ ONU per formare una comunità umana globale. Era presente anche Sustainable Cities, un progetto del Danish Architecture Centre: un database globale attraverso il quale visionare tutti i migliori progetti ecosostenibili realizzati in tutto il mondo. L’ iniziativa Better Place è invece finalizzata all’ individuazione di nuovi sistemi di trasporto che riducano drasticamente le emissioni di CO2.

cop15.dk
sustainablecities.dk
unglobalcompact.com

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USA. Into the Open: Positioning Practice racconta di come gli architetti rivendicano un proprio ruolo nel plasmare la comunità e l’ ambiente costruito, mettendo in primo piano la loro relazione con la compartecipazione dei cittadini. Come rispondono le opere architettoniche alle condizioni sociali? Occorre mettere  in discussione “i modi tradizionali di concepire l’architettura, dai mutamenti nei dati demografici socio-culturali ai cambiamenti dei confini geopolitici, dal divario nello sviluppo economico all’esplosione della migrazione e dell’urbanizzazione, per sostenere allo stesso tempo una concezione allargata della pratica e della responsabilità architettonica”.

theparcfoundation.org
slought.org

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Per il padiglione polacco invece l’approccio al tema è differente: la concezione di architettura legata all’ edificazione è sorpassata con slancio sicuro, eccentrico e assolutamente innovativo. Tanto da valergli il Leone d’Oro per la migliore Partecipazione nazionale.

POLONIA.
Hotel Polonia. The Afterlife of Buildings ospita una sequenza di fotografie digitali ritoccate dall’immaginazione di

Nicolas Grospierre e Kobas Laksa , che accompagnano lo
spettatore in città apparentemente comuni in cui si scorgono elementi estranei, siano essi possibili o fantastici. La nuova idea che sottende al costruire implica anche un impegno intellettuale , perché ora nulla è scontato. Questo sforzo razionale corrisponde poi ad un compito concreto, che gli architetti polacchi suggeriscono inscenando immagini shockanti, percepite come una minaccia. Così se non poniamo la dovuta attenzione allo stile di vita che conduciamo, e che pretendiamo di adottare ad oltranza, assume tratti sempre più realistici la prospettiva di abitare in aree urbane rigurgitanti avanzi; allo stesso modo possiamo prevedere di condividere le nostre strade con i draghi – la coincidenza tra i mammiferi del Medioevo e la sovrabbondanza di rifiuti è intuibile. No?

Certo saltellando da una nazione all’altra è legittimo fare un’umile auto-valutazione e chiedersi se noi, comuni cittadini assolutamente non esperti di architettura, possiamo aver realmente fruito della mostra. La risposta è affermativa: il nostro entusiasmo non pareggiava quello dei colleghi aspiranti architetti, chiaramente distinguibili tra i molti visitatori, ma parecchie delle opere presentate si sono rivelate comprensibili, interessanti e pure utili, anche agli occhi dei “non addetti ai lavori”.

Voto positivo quindi all’ Undicesima Mostra Internazionale di Architettura.

Alessandro Battiston

Cinzia Della Giacoma

schlagstein@gmail.com

La Signora si è messa in tiro. Nella preparazione dell’evento, forse perchè i portoghesi stessi conoscono i loro ritmi, ci si è presi un pò in anticipo. Il Natale, questo evento, si è presentato nella mente della gente, forse anche un pò nei portafogli di chi la città la vive, con un pò di anticipo. Il 25 di ottobre, per l’esattezza, si cominciavano a montare queste palle colorate un pò dappertutto, con l’incertezza degli occhi scrutatori se si stesse organizzando una parata omosessuale o magari la più vicina festa dei Santi. Santi un pò contemporanei. Invece, come le formiche in periodo estivo, i lisboneti si preparavano al Natale, alle onde di turisti, mascherando la città dietro milioni di luci, lucette, lampadine. Angeli, croci e stelle. In ogni piazza e nelle vie. Un mese dopo, a uno preciso dal compleanno più famoso del mondo, si sono accese le candeline. Dietro, la volontà di illuminare, di far risplendere di colori forti la città, perchè per due mesi bisognerà coprire di un manto di velluto la malinconia, il malessere. Perchè in fondo non è un pò l’immagine di ognuno quella che viene fuori dal tutto? difficile argomento da far capire a certe persone. Ma è il fermento che invece tiene alto il valore di quei dieci milioni spiccioli di portoghesi. Ma non c’è tempo di sospirare, non c’è tempo…che tutto risplenda! fino al giorno, ma che in fin dei conti non si può chiamare più giorno, ma stagione. Allora cos’è un Natale spalmato per due mesi? un cadavere sotto ad uno scialle di cachemire. L’occasione di ritrovo non è più dietro una tavola imbandita, ma nei reparti di un grande supermercato o dietro un massacro alimentare. Mi sembra che quest’onda continui a fare vittime, mi chiedo se nonostante il tanto parlare non finisca anch’io inevitabilmente, per farne parte. Lisbona si è spaccata in due in un mese, sottraendosi in tutto ciò che ha potuto salvaguardare finora. L’estetica vince sull’etica. Vado alla ricerca allora di ambienti piccoli. Non mi hanno mai deluso. E una volta di più, i miei occhi non faranno più caso a tanto barlume. La Signora è pronta.

Edoardo Buonerba

Con Phil Collins l’unione di tribale e melodia per creare l’emozione

Rumori lontani, echi. Improvvisamente partono congas, timbales e bonghi. Ritmo e volume salgono e con essi la tensione. Poi, tutt’un tratto, lo scoppio delle altre percussioni. Gli archi iniziano il loro trillo lontano, ma teso e piuttosto acuto; i corni e gli strumenti gravi caricano l’aria di ansia e paura. C’è un cattivo che si aggira per la jungla: ha già colpito. Forse ancora colpirà…

Sembra la descrizione di un triller, vero? E invece è una traccia della colonna sonora di “Tarzan”, il cartone animato firmato Walt Disney uscito nelle sale di tutto il mondo nel 1999. Anzi, ad esser precisi è “Two worlds“, la canzone scritta da Phil Collins e da lui non solo cantata in più di venti lingue diverse, ma addirittura suonata: sue sono la batteria e molte percussioni che si sentono nella versione originale. Un omaggio alla sua passione e allo strumento che, ai tempi dei “Genesis”, l’ha reso famoso in tutto il mondo.

“Two worlds” (in italiano titola “Se vuoi“), è una canzone speciale, dal messaggio profondo e forse per questo più adatto a questo periodo dell’anno, in cui ognuno esce dalla propria routine per guardare là dove la vita è spesso violata. Rappresenta bene l’esordio del film, il momento tragico in cui il cucciolo d’uomo Tarzan perde mamma e papà e un dolce gorilla femmina perde il proprio piccolo a causa dello stesso nemico. Da questo tragico evento, infatti, proprio come recita la canzone, due mondi si toccheranno e scopriranno che, a dispetto di quanto progresso e pregiudizi dicano o facciano, le diversità possono ancora convivere pacificamente.

E che dire di “You’ll be in my heart” (in italiano “Sei dentro me“)? Altra canzone del film, forse più celebre, uscita dalla penna di Phil Collins e Mark Mancina (quest’ultimo ha creato gran parte della colonna musicale), momento in cui una mamma scopre che può essere tale anche nei confronti di un figlio che non ha il suo stesso aspetto…

Meno note sono invece “Son of man” (“In tuo figlio“), in cui un cucciolo cercherà di conquistare l’affetto di un padre che non si sente più tale e “Strangers like me” (“Al di fuori di me“), che accompagna l’avvicinamento fra due anime tanto simili quanto in apparenza lontane.

Forse vi sarà già capitato di ascoltare una colonna sonora prima di aver visto il film a cui essa fa da cornice. A me capita spesso ed è andata così anche con questa colonna sonora, che credo sia speciale non solo per le tematiche che toccano canzoni e film in sé, ma anche per il collegamento con l’esotico che scatta appena si sentono le prime battute.

Se non avete visto il cartone animato, beh, vi consiglio di guardarlo, soprattutto ora che è quasi Natale e tutti hanno voglia di sentirsi più buoni. Se già l’avete visto guardatelo di nuovo e ascoltate bene le canzoni. Scoprirete che, in fondo, parlano di tutti noi.

Ius Isabella

“E’ il tuo cuore che ti sta parlando. Se vuoi, lo sentirai. Lascialo decidere, non ti deluderà.”

Se vuoi, P. Collins

Flickr Photos

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