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Maggioranza risicata per la lista nazionalista e laica Al Iraqiya

Dopo venti giorni di stallo, la Commissione elettorale è riuscita a dare un verdetto sulle elezioni tenutesi in Iraq il 7 marzo.

Il risultato uscitone è stato un vero e proprio ribaltone elettorale, infatti al contrario di tutte le previsioni, che davano vincente il premier uscente Nouri Al Maliki e la sua coalizione “Alleanza per lo Stato di Diritto” è risultata invece vincente l’alleanza Al Iraqiya dell’ex-premier Iyad Allawi con 91 seggi contro gli 89 di Al Maliki.

Queste elezioni presentano numerosi aspetti di novità rispetto alle precedenti, innanzitutto la partecipazione è stata molto alta raggiungendo il 62,5%, dato invidiabile anche per molti paesi occidentali, in secondo luogo si è avuta una partecipazione massiccia dell’elettorato sunnita, che in precedenza aveva in gran parte disertato le urne, terzo e più epocale il deciso ridimensionamento dei partiti confessionali, fortissimo segnale della volontà degli iracheni di superare gli anni di violenze ed orrori causati dagli scontri religiosi.

Ma chi è il vincitore di queste elezioni? Allawi è nato 65 anni fa, di famiglia sciita ma laico e sposato con una cattolica, in gioventù fece parte del partito Baath uscendone nel 1975 per dissidi con la linea di Saddam Hussein. Si specializza in neurologia a Londra, dove nel 1978 sfugge ad un tentativo di omicidio ordito dai servizi iracheni. Diventa quindi il punto di riferimento di tutti i dissidenti iracheni ex-baathisti e laici, ottenendo l’appoggio americano in diversi tentativi di rovesciare il regime. Rientrato in Iraq a seguito dell’invasione del 2003, diventa premier ad interim nel 2004. Si tratta di un governo-fantoccio delle autorità americane, che gli costa l’appellativo di “boia di Fallujah” a causa dell’offensiva tenuta durante il suo governo sulla città. Finito il suo premierato inizia a preparare la lista laica ed interconfessionale Al Iraqiya, con cui riesce a catalizzare i voti dei sunniti, degli ex-baathisti e dei laici in genere riuscendo a vincere le elezioni.

I veri problemi iniziano però adesso, al di là del fatto che Al Maliki non ne ha riconosciuto la vittoria e ha richiesto il riconteggio dei voti ottenendo un secco no, Allawi ha ora un mese di tempo per formare una maggioranza credibile per ottenere il 163 parlamentari su 325 necessari per governare.

L’impresa non si presenta facile in quanto Allawi ha ottenuto 91 seggi, Al Maliki 89, mentre la coalizione confessionale sciita 70. Gli unici che fin’ora si sono detti disponibili sono i curdi con i loro 43 seggi, comunque insufficienti, e che con ogni probabilità richiederebbero delle contropartite inaccettabili per la componente sunnita in termini di diritti petroliferi e territoriali.

Maliki, sconfitto alle urne, sembra invece messo meglio dal punto di vista delle alleanze, potendo puntare all’accordo con l’Alleanza nazionale irachena, sintesi dei radicali sciiti e forti di 70 deputati, anche se la componente estremista guidata da Muqtada Al Sadr ha fatto sapere di non volerne sapere annunciando un referendum tra i suoi elettori, senza contare che nemmeno gli USA vedrebbero di buon occhio una riedizione del vecchio governo e dei suoi errori.

Resta una possibilità, per quanto assurda possa sembrare, l’alleanza tra Allawi e Maliki. Possibilità confermata dalle dichiarazioni di Allawi, che afferma: “Occorre un governo forte, capace di prendere decisioni che servano al popolo iracheno e portino stabilità e pace all’Iraq. Imposteremo negoziati con tutti i blocchi politici, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso”.

Adesso tutti i giochi restano aperti, ma il popolo iracheno ha lanciato un segnale forte con la volontà di avere una società laica, dove sunniti, sciiti, curdi e cristiani hanno pari diritto di cittadinanza, gettandosi alle spalle gli anni di guerra e divisioni etniche e religiose.

Emiliano Quercioli
emiliano.quercioli@sconfinare.net

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Per capire l’immigrazione a Gorizia anche da un punto di vista quantitativo, abbiamo chiesto alla Prefettura i dati riguardanti le richieste dello “Status di rifugiato” avanzate ed esaminate dalla Commissione Territoriale negli ultimi 15 mesi.

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Falluja (Iraq), novembre 2004. L’esercito americano si appresta a lanciare un’offensiva contro una roccaforte degli insorti iracheni, in quella che sarà ricordata come una delle più sanguinose battaglie del conflitto. A metà strada tra Baghdad e la Giordania, proprio nel mezzo del triangolo sunnita –zona più ostile all’occupazione – la città di Falluja è oggetto di un pesante bombardamento, le cui caratteristiche riveleranno una triste pagina sulle modalità di esportazione della democrazia in quella che era (sic!) la “città delle moschee e della scienza” irachena.

Un’inchiesta tutta italiana (realizzata da Sigfrido Ranucci di Rainews 24) ha gettato luce sull’inquietante utilizzo, pesante e indiscriminato, di armi chimiche nel corso della battaglia da parte delle truppe USA. La sostanza in questione è il fosforo bianco, “Willy Pete” in gergo militare. Le strazianti immagini dei corpi letteralmente fusi dei caduti (civili e insorti), consumati fino all’osso, attestano l’impiego massiccio di quest’arma, che sarà confermato da testimonianze e dalle indagini della stampa di mezzo mondo, fino alla totale ammissione del suo utilizzo per tramite del ministero della difesa inglese. Ma cos’è il fosforo bianco?

Questo solido molecolare, non appena entra a contatto con l’ossigeno presente nell’aria, produce anidride fosforica generando un intenso calore (con picchi di temperatura di qualche migliaio di gradi) e una violenta luce bianca. Un vero e proprio incendio inestinguibile, in quanto la combustione continua fino all’esaurimento anche se immerso nell’acqua. L’impiego corretto (e lecito) di tale sostanza in operazioni militari impone il suo utilizzo in campo aperto, con funzione di illuminazione (è lo stesso principio utilizzato per i “traccianti” o i candelotti illuminanti, in virtù della forte luce che emana) o di copertura, con la creazione di uno schermo di fumo. Al contrario, se le proprietà tossiche e incendiarie del fosforo vengono utilizzate come ordigno diretto contro obiettivi, siamo di fronte ad una vera e propria “arma chimica”, i cui effetti (in una città densamente abitata come Falluja, ma non solo) possono essere devastanti. La dispersione nell’ambiente di “gocce incandescenti” provocate dall’esplosione di un ordigno lanciato dall’alto bruciano letteralmente ogni corpo comburente con cui entrano in contatto (provocando ustioni di terzo grado) fino a molti metri di distanza.

Le immagini della pioggia di fuoco scatenata a Falluja qualche anno fa dagli elicotteri americani sono enormemente simili alle foto analizzate dagli esperti del Times di pochi giorni fa, che ritraggono l’aviazione israeliana lanciare particolari ordigni con una familiare caduta “a tentacolo”, caratteristica del fosforo bianco, su Gaza City (una delle zone più densamente abitate del pianeta).

Le testimonianze di medici costretti a trattare “ustioni molto insolite, difficili da curare, molto profonde” e la foto di un militare intento a maneggiare un presunto proiettile di fosforo bianco – di colore azzurro chiaro, contrassegnato dalla sigla M825A1 – sembrerebbero avvalorare la pesante accusa. Del resto l’esercito israeliano ha ammesso l’utilizzo delle bombe al fosforo “contro obiettivi militari in campo aperto” durante la campagna libanese del 2006, sconfessando precedenti dichiarazioni, secondo le quali l’agente chimico era stato utilizzato solamente per gli scopi “permessi” (illuminazione degli obiettivi).

La Convenzione di Ginevra del 1980 sulla messa al bando delle armi chimiche definisce con dovizia di particolari cosa possa essere considerato “chemical weapon”, e quindi bandito. Non lo è il fosforo bianco, essendo però chiaro come il confine tra lecito e illecito per l’utilizzo di questo agente sia particolarmente labile, e dipenda dall’uso che se ne fa: le armi caricate al fosforo, se utilizzate massicciamente per scopi diversi dall’originaria “illuminazione del campo di battaglia o protezione fumogena delle truppe amiche” (e soprattutto se impiegate in spazi popolati ) possono essere considerate a tutti gli effetti come ordigni proibiti. “La Convenzione – spiega P. Kaiser, portavoce dell’agenzia dell’Onu sul divieto di uso, produzione e stoccaggio di armi chimiche – è strutturata in modo che ogni elemento chimico che venga usato contro l’uomo o gli animali provocando danni o la morte a causa delle proprietà tossiche è considerato un’arma chimica. Quindi non importa di quale sostanza si parli, ma se lo scopo è quello di causare danni con le proprietà tossiche, allora è un comportamento proibito”. E C. Heyman, esperto militare ed ex maggiore dell’esercito britannico, ha dichiarato: “Se il fosforo bianco è stato fatto esplodere laddove si trovava una folla di civili, qualcuno dovrà prima o poi risponderne alla Corte dell’Aia. Il fosforo bianco è anche un’arma terroristica”. Detto da un militare, non fa una piega.

 
Matteo Lucatello

Il 26 novembre si è svolta presso la sede dell’Università di Trieste in Via Alviano la conferenza dal titolo “Gli impatti delle elezioni presidenziali sulla politica estera americana: premesse, sviluppi, prospettive”, durante la quale sono intervenuti il giornalista Demetrio Volcic, il professore AntonGiulio De’ Robertis e il responsabile per i Public Affairs del Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano John Hillmeyer.

L’incontro è stato organizzato dall’associazione YATA (Youth Atlantic Treaty Association) Gorizia in collaborazione con il Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano e il Corso di Laurea in Scienze Int.li e Diplomatiche e ha visto una partecipazione molto attiva degli studenti del polo goriziano, che hanno riempito l’aula magna come pochi eventi sono riusciti a fare.

La scelta di tre personaggi di calibro alquanto elevato, ma esperti di ambiti differenti, ha fatto sì che la tavola rotonda sia riuscita a toccare molte delle sfaccettature delle relazioni esterne degli States, dalla composizione del nuovo esecutivo, alle relazioni tra Stati Uniti e Russia, dalle aspettative sulla risoluzione dell’intervento in Iraq, al possibile ritorno della politica estera americana verso il multilateralismo.

E’ stato infatti su questa falsariga che il Hillmeyer ha svolto il suo intervento: un perfetto esempio di diplomazia, in cui ha esposto le linee principali del nuovo esecutivo, le aspettative degli americani stessi e del resto del mondo. Premettendo che le aspettative che si sono create attorno a questo nuovo presidente sono fin troppo alte, Hillmeyer ha affermato che, almeno nel primo periodo, l’interesse del nuovo esecutivo sarà focalizzato sulla politica interna, in particolare sulle misure da attuare per contrastare la crisi economica che solo nel novembre scorso ha portato al licenziamento di più di mezzo milione di persone. La priorità di Obama è quindi giustamente quella di salvaguardare il proprio Paese, cercando di consolidare gli Stati Uniti, che ora come mai hanno bisogno di un capo che sia in grado di guidarli verso un nuovo inizio.

Il responsabile per i Public Affairs ha comunque rincuorato la platea, assicurando che nel medio periodo Obama si dedicherà con profondo coinvolgimento alla politica estera, assicurando maggior impegno in Afghanistan e e un lento ma costante ritiro delle truppe e delle strutture statunitensi dall’Iraq. Analizzando le possibili candidature dei diversi membri dell’esecutivo, tra cui Hillary Clinton come Segretario di Stato, successivamente confermata dal neo-eletto presidente, Hillmeyer si è mostrato fiducioso verso un maggiore interesse del suo paese verso la questione mediorientale anche se i risultati si vedranno solo nel lungo periodo.

Nota dolente è stata purtroppo quella riguardante l’impegno americano in Africa: pare infatti che nell’agenda di Obama il continente da cui la sua stessa famiglia proviene non trovi grande spazio, e sia subordinato ad altri temi che per il neo presidente sono prioritari.

Dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa si è occupato il giornalista emerito Demetrio Volcic, goriziano e storico inviato a Mosca del TG1, il quale con una lezione magistrale è riuscito sia a spiegare le relazioni tra le due grandi potenze, sia a fare un quadro della Russia contemporanea e passata che solo un esperto del suo calibro era in grado di fare. Nel suo intervento Volcic ha innanzitutto toccato il delicato tema della crisi finanziaria, che ha investito anche la Federazione Russa, la quale in pochissimi mesi si è vista costretta a ridimensionare le proprie azioni e le proprie aspettative. Si è quindi parlato di una diplomazia più morbida da parte di Medvedev e Putin, volta a mantenere un profilo basso in seno alle organizzazioni internazionali. Questo avrà forse risvolti importanti sia verso i propri vicini, che molto spesso sono considerati dalla Russia come questioni quasi domestiche, sia verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti. E proprio verso questi ultimi l’atteggiamento molto probabilmente cambierà, visto che con l’elezione di Obama sarà sempre più difficile sfruttare il comune denominatore dell’antiamericanismo, carta che molto spesso la Federazione ha usato negli ultimi tempi contro le azioni della amministrazione Bush jr.

Infine il professor De’ Robertis, docente emerito di Storia dei Trattati presso l’Università di Bari, ha analizzato lo spinoso argomento del multilateralismo nelle relazioni tra Stati Uniti e resto del mondo. Egli ha infatti notato un cambiamento epocale nella linea delle relazioni esterne degli Stati Uniti proposta da Obama durante la sua campagna elettorale: dopo 8 anni di amministrazione Bush jr. estremamente neoconservatrice e tendenzialmente unilaterale, si evince dai discorsi elettorali del neo presidente un impegno a considerare maggiormente i propri alleati e il valore dei fora internazionali. Ciò pare si espleterà attraverso il rifiuto dell’uso unilaterale della forza, tranne in caso di attacco sul suolo statunitense; la fine dell’occupazione dell’Iraq, per estendere il proprio impegno a tutta l’area; l’impegno a considerare maggiormente le proposte provenienti dagli altri Paesi riguardo alla riforma, ormai ritenuta unanimemente necessaria, della struttura e del funzionamento delle Nazioni Unite.

Questo incontro, si spera il primo di una lunga serie, ha visto come veri protagonisti gli studenti del Cdl in Scienze Int.li e Diplomatiche, che oltre a partecipare numerosissimi all’evento, si sono distinti per la quantità e soprattutto per la qualità delle domande poste ai relatori, le quali hanno permesso un dibattito molto vivo e certamente di alto valore culturale.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

QUANDO IL VERMONT NON TI LASCIA DORMIRE

Non c’è un’unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c’è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno all’altro, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascun mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.




Uomo nel buio

Man in the dark
Paul Auster

Romanzo, Stati Uniti, 2008
152 pp.
Einaudi, 2008

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August Brill, noto critico letterario, è costretto a letto a seguito di un incidente stradale. Non riesce ad addormentarsi e allora lui, che per tutta la sua vita ha letto storie di altri, decide di passare il tempo creandosele.
Dal 21/03 al 04/04 Auster sarà il protagonista della XV edizione di Dedica festival, a Pordenone.
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Il nuovo romanzo di Paul Auster, Uomo nel buio, è così convincente nell’ evocare lo stato di insonnia che, almeno che non siate asausti, partecipereste molto volentieri alla colazione della penultima pagina: “uova strapazzate, bacon, pane fritto, frittelle, non ci si fa mancare niente”!
Arrivato a questo punto, il lettore è sopravvissuto non solo ad una normale notte di insonnia, ma anche ad una notte dell’ anima, nera come la pece.
Nel 2007, il settantaduenne August Brill giace sul suo letto nel Vermont, a casa di sua figlia.
La loro è una casa di anime profondamente ferite: Brill ha perso la moglie e si è frantumato una gamba in un incidente stradale; sua figlia Miriam è sui 50 ed è divorziata; sua nipote Katya ha 23 anni ed ha da poco subito una perdita. Tutti loro cercano di dormire da soli.
Per non pensare al suo dolore personale o a quello della sua famiglia, Brill si racconta la storia di un mondo parallelo nel quale l’ America non è in guerra contro il terrorismo, ma contro se stessa.
In questa America parallela, in cui le Twin Towers sono ancora al loro posto e non esiste alcuna guerra in Iraq, c’è stata una secessione dalla federazione da parte di 16 stati democratici a seguito della illegittima elezione di Bush nel 2000. New York è stata bombardata, 80 mila individui sono morti, e nel Paese infuria la guerra civile.
In questo mondo parallelo il protagonista è Owen Brick, un giovane prestigiatore che si trova per caso nella condizione di essere stato trasportato contro la sua volontà da un’ America all’ altra. Si sveglia all’ interno di una fossa nel terreno e tutto intorno a lui sente spari e urla di gente terrificata. Per la prima volta ha veramente paura di morire.
Auster utilizza tecniche post-moderne per riflettere sulla pazza logica degli incubi. A Brick viene ordinato di trovare e uccidere Brill per far finire la guerra che è cominciata e sta continuando solo perchè un vecchio, scontento della sua vita, la sta immaginando.


E come mai questo uomo merita di morire?
Perchè possiede la guerra. L’ha inventata lui, e tutto quello che succede o succederà sta dentro la sua testa. Elimina quella testa e la guerra finisce. Semplice.
Semplice?Da come ne hai parlato, sembra Dio.
Non Dio..solo un uomo. Sta tutto il giorno seduto in una stanza a scrivere, e quello che scrive si avvera. Secondo i rapporti dell’ intelligence è tormentato dal senso di colpa, ma non può fermarsi. Se quel bastardo avesse il fegato di farsi saltare le cervella, ora non saremmo qui a fare questi discorsi.

Ma è Auster, ora sessantunenne, non Brill, il bastardo che fa esistere gli orrori della guerra.
I tentativi di Brill di distrarsi hanno poco successo. Continua a pensare a sua moglie deceduta, ai dolori della figlia e della nipote. Guarda film con Katya che, prima della morte del suo ragazzo, studiava cinematografia.
Poco prima dell’ alba Katya, che non riesce a prendere sonno, entra nella stanza del nonno. Comunemente insonni, parlano francamente delle rispettive vite. Possono parlare di tutto, aprirsi completamente a vicenda. Ma ciò di cui non parlano – non possono parlarne!- è il video della decapitazione di Titus, il ragazzo di Katya, assassinato in Iraq per mano di un manipolo di “terroristi”. I tre inquilini l’ hanno guardato quel video e lo continueranno a vedere, perchè lo devono alla vittima di quell’ insensata violenza, per accompagnarlo in quel buio spietato che l’ha inghiottita.
Sarebbe un romanzo molto più irritante se, leggendolo, non si continuasse a sentire il dolore che male si nasconde dietro alla scherzosità dei toni.
I personaggi di Auster sanno che la solidarietà e la compagnia sono ciò che più desideriamo in momenti di dolore e di insonnia.
Un romanzo da leggere e meditare.

Alessandro Battiston
schlagstein@gmail.com

Per un punto di vista più serio e ufficiale sui primi 100 giorni del Governo Prodi, abbiamo rivolto alcune domande al Sottosegretario triestino Ettore Rosato. Impegnato in politica fin dal 1987, inizialmente nel Comune di Trieste, in seguito anche in Provincia e in Regione, nel 2005 annuncia la sua intenzione di candidarsi a sindaco di Trieste: vince le elezioni primarie dell’Unione ma l’anno seguente viene sconfitto, seppur per pochissimi voti, dal candidato della destra
Roberto Dipiazza. Dal 18 maggio del 2006 fa parte del secondo governo Prodi in qualità di sottosegretario agli Interni.

Il 25 e il 26 giugno gli italiani saranno chiamati a decidere le sorti della cosiddetta “legge sulla devolution”; la maggioranza di Governo si schiera a favore del no.Quali sono le ragioni di questa opposizione? Il nostro no è motivato dal fatto che questa riforma della Costituzione è stata fatta esclusivamente per un accordo politico all’interno del centrodestra in cui ognuno ha inserito ciò che voleva: da una parte una sottospecie di federalismo, dall’altra un presidenzialismo spinto ma soprattutto un sistema legislativo che non delinea bene i confini tra Camera e Senato.Tutto ciò non consente sicuramente al nostro paese di migliorare i suoi assetti costituzionali. Qualunque sia l’esito del referendum, cosa farà il centrosinistra per il federalismo? Penso che la lezione della riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001 sia stata importante: le riforme della Costituzione si fanno solo con un largo consenso nel Paese e nel Parlamento. Cercheremo di definire meglio i confini delle competenze e rendere la nostra Costituzione più attuale. Ma il dato importante è che le riforme si possono fare anche a Costituzione vigente, intervenendo sulla legislazione e aumentando il potere delle nostre regioni. Per quanto riguarda il ritiro delle truppe dall’Iraq, sarà rispettata la scadenza del 31 dicembre 2006? Un eventuale ritiro potrebbe compromettere il nostro rapporto con gli Stati Uniti e la Nato? Credo che il ritiro avverrà sicuramente entro fine anno se non prima perché così è stato deciso, e personalmente ritengo sia giusto. Siamo sempre stati un Paese amico degli Stati Uniti e continueremo ad esserlo ma abbiamo il dovere di saper decidere autonomamente. L’intervento in Iraq non è stato condotto sotto l’egida delle Nazioni Unite ma è stata un’operazione unilaterale da cui vogliamo ora disimpegnarci. Alcuni ritengono che le quote rosa siano poco lusinghiere nei confronti delle donne in politica in quanto attribuiscono loro il ruolo di “minoranza da tutelare”. Lei che cosa ne pensa? Crede che il Governo riuscirà a farle approvare? Non sono mai stato innamorato delle quote rosa e del principio che c’è sotto ma devo ammettere che oggi i partiti non riescono ad adottare strumenti autonomi per coinvolgere in maniera più forte le donne in politica, questo vuol dire che sarà necessario uno strumento legislativo. A livello economico e finanziario la manovra bis cercherà di portare il rapporto deficit/pil sotto il 4% e di realizzare un avanzo primario del 3,5%. Nel Dpef, invece, uno degli snodi principali è la diminuzione del cuneo fiscale di 5 punti. Come sono possibili tali riduzioni in un Paese dove il debito è al 108%? Da dove si attingeranno i soldi per attuarle? La situazione economica del nostro Paese è difficile sotto due profili: innanzitutto vi è la necessità di riprendere competitività sui mercati mondiali; in secondo luogo bisogna risanare il bilancio delle Stato riducendo la spesa pubblica. Il taglio del cuneo fiscale, che sostanzialmente comporta una riduzione del costo del lavoro per le imprese e un aumento del denaro in busta paga per i lavoratori, rivestirà assieme alla riduzione dell’Iva sugli aumenti dei carburanti un ruolo centrale nel rilancio dell’economia. Quando Berlusconi ha presentato il Governo nel 2001 il centrosinistra ha criticato duramente il numero elevato di incarichi distribuiti, 98 per la precisione; l’8 giugno Prodi ha nominato altri tre sottosegretari portando così il Governo a 102 componenti: non le sembra una mancanza di coerenza? Ma soprattutto, che efficienza può avere un Governo così numeroso? La coerenza non è sempre la migliore delle virtù della politica. Purtroppo, l’attuale sistema elettorale voluto dal centrodestra rende necessario ogni singolo voto per la tenuta della coalizione, e in questo modo anche il più piccolo dei partiti pretende e ha il diritto di avere una rappresentanza governativa. Per quanto riguarda l’efficienza nella maggior parte dei ministeri il numero dei sottosegretari è giustificato dalla necessità di coprire diverse funzioni e di essere presenti anche sul territorio. L’entrata in vigore della riforma del sistema giudiziario voluta dal Governo Berlusconi del 2004 è stata prorogata; cosa farà il centrosinistra per rendere migliore il nostro sistema giudiziario? La giustizia è un tema che riguarda tutti, perché quando una giustizia è efficiente diminuisce anche l’illegalità nel Paese, che spesso è prodotta dal fatto che si sente impunibili perché il sistema giudiziario non arriva a colpire i veri responsabili. Il precedente Governo si è distinto per aver voluto fare una crociata inspiegabile contro i magistrati costruendo una riforma osteggiata anche da tutte le altre parti in causa. Il nostro compito sarà quello di ricostruire il dialogo con la Magistratura, il corpo degli avvocati e i detenuti e far in modo che i processi siano più rapidi. Cpt, lei cosa ne pensa? Crede siano la soluzione adatta per limitare l’immigrazione clandestina e che rispettino adeguatamente i diritti degli immigrati? Quello dell’immigrazione è un tema complicatissimo. Oggi dobbiamo riformulare la politica in materia, poiché l’immigrazione è necessaria per il nostro Paese: facciamo pochi figli ma sappiamo che è necessario avere molte braccia che lavorino nelle nostre aziende. C’è sicuramente bisogno di regole, ma dobbiamo renderle più civili. I centri di permanenza temporanea sono stati voluti da una legge del centrosinistra, la Turco-Napolitano, ma sono stati gestiti con le modalità del centrodestra, cioè come centri di detenzione e non di identificazione. Bisogna diminuire i giorni di permanenza nelle strutture, dare garanzie perché le persone possano entrare in Italia con gli strumenti della legalità, riformulare la politica di accoglienza per chi vuole contribuire allo sviluppo del nostro Paese.

Cosa ne pensa della sostanziale equiparazione tra eroina e marijuana introdotta dalla legge Fini? Crede che una legge così rigida possa avere degli effetti positivi? Sono contrario al proibizionismo come soluzione di tutti i problemi. Non possiamo pensare che i nostri giovani non si avvicinino alla droga perché definiamo in maniera più forte il reato. Bisogna tornare ad occuparsi di educazione dei giovani, spiegare in maniera più diffusa i rischi e gli effetti dell’assunzione di droghe, leggere o pesanti che siano. Il tossicodipendente è una vittima, colpevole ma pur sempre una vittima che va recuperata e reinserita nella società. Per concludere,le chiediamo un parere sulla realtà che ci riguarda più da vicino, quella universitaria.Cosa intende fare il Governo per migliorarla? E per il successivo inserimento nel mondo lavorativo?

Per come è impostata attualmente, l’università dà una preparazione scarsamente applicabile nel mondo lavorativo. C’è necessità di una riforma che consenta maggior rapidità negli studi, esperienze a più stretto contatto con la realtà e la possibilità per chi arriva dal mondo dell’impresa di dare un contributo alla formazione dei giovani. È utile che ci sia flessibilità dell’ingresso nel mondo del lavoro ma questa flessibilità non deve essere eterna. Lavoreremo in questa direzione.

 


 

Il professore Giovanni Curatola, docente dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Udine, esperto di arte islamica e profondo conoscitore dell’Iran, si è recato proprio in questo Paese dal 23 aprile al 7 maggio 2006, visitando le città più importanti dello Stato. Dato l’interesse sollevato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro iraniano Ahmadinejad, e dal contrasto sorto in particolare con gli Stati Uniti sul tema della costruzione di centrali nucleari e centri di ricerca che potrebbero portare, in futuro, alla produzione della bomba atomica, il professore farà un po’ di luce su questo Paese, poco conosciuto, che desta così tante perplessità.
Cominciamo con il presentare la figura dell’attuale primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Dopo aver ricoperto la carica di sindaco della capitale Teheran nel 2003, dove si è distinto per una buona amministrazione, è stato eletto nel 2005 dopo un’accesa campagna elettorale in contrapposizione al partito riformista, precedentemente al potere. Per la sua vittoria è risultato determinante l’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale del Paese e figura di grande carisma. Egli quindi non è uno sprovveduto,ha governato la capitale del Paese che conta 8 milioni di abitanti e,come in molti altri Stati accade, è giunto fino alla guida dell’intero Iran.

A un anno dalla sua elezione, come viene giudicato il suo operato in patria?

Ahmadinejad aveva incentrato la sua candidatura sulla promessa di riforme sociali, sentite come assolutamente necessarie dalla popolazione, ma che al giorno d’oggi risultano ancora inattuate. In particolare la lotta alla disoccupazione, l’adeguamento dei salari al costo della vita e la risoluzione del delicato problema riguardante l’indennità ai veterani della guerra contro l’Iraq negli anni ’80, i punti principali del suo programma di governo, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile e duratura. La via verso il risanamento è ancora molto lunga. Da ciò la necessità del leader dell’Iran di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, concentrandola sulla fantomatica minaccia da parte di un nemico esterno.

Come giudica le sue recenti dichiarazioni di stampo anti-occidentale ed antisemita che hanno destato tanto scalpore in ambito internazionale?

Tutto nasce dalla necessità di nuove risorse energetiche per sostenere il forte incremento demografico; la risposta di Ahmadinejad risiede nell’impiego dell’energia nucleare, potendo l’Iran vantare di abbondanti giacimenti di uranio. L’eventualità di una corsa al nucleare in Iran ha suscitato opposizioni all’interno della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti. Il loro tentativo di dissuadere l’Iran dall’approfondire le sue ricerche sul nucleare ha dato la possibilità al premier di organizzare una crociata contro l’occidente, accusato di voler interferire negli affari di politica interna iraniana. Da qui le pesanti esternazioni e minacce indirizzate a Israele e agli Stati Uniti, che hanno scatenato una crisi diplomatica fra questi stati. A mio parere non c’è da preoccuparsi sulla reale portata delle dichiarazioni di Ahmadinejad. Esse fungono da collante tra i diversi strati sociali al fine di risolvere i problemi di politica interna prima denunciati.

Quali possono essere i possibili risvolti di questa crisi?
All’interno della comunità internazionale tre sembrano essere le vie di risoluzione della crisi iraniana: quella più probabile ed auspicabile è la via del negoziato, con l’obiettivo di raggiungere un compromesso tra le ambizioni nucleari iraniane, considerate legittime e necessarie dal premier Ahmadinejad e i timori più o meno fondati degli stati occidentali. Le altre due vie prese in considerazione sono l’attacco armato preventivo, misura adottata nel vicino Iraq, e in alternativa un bombardamento mirato dei centri di ricerca nucleare in territorio iraniano. Entrambe risultano impraticabili rispettivamente a causa dell’estensione del Paese e della disposizione sotterranea dei principali siti di ricerca e sperimentazione.

Leonetta Pajer e Davide Goruppi

Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’

“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.

Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.

Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.

Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”

La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.

La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”

L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]”.

Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”

Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.

Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ’68, un maggio silenzioso”.

Davide Lessi

Emmanuel Dalle Mulle


 

Adesso c’è la mania dei 100 giorni. L’ultima, insopportabile fissazione della politica-spettacolo, quella che ormai è solo comunicazione, velocità, sorpresa. Il corpo elettorale va steso con un paio di ganci da k.o. tecnico, rincretinito a tal punto da guadagnare un consenso sufficiente ad agonizzare per i restanti quattro anni e nove mesi di governo. Del resto, ce lo insegna Zapatero, mantenere uno straccio di promessa in tempi ragionevoli può pagare: sembra impossibile, ma è così; e già li vediamo, i nostri cervelloni, a darsi di gomito, a teorizzare l’impatto dei 100 giorni con la luce in fondo agli occhi, convinti di aver trovato la pietra filosofale della politica. A dire il vero, ci aveva già pensato il Berlusca, promettendo di risolvere il conflitto d’interessi entro i primi 100 giorni; e pazienza se ci ha messo più di dieci volte tanto. Aveva colto l’essenza: il 100 è un numero magico, è 10 volte 10, è Baggio per Platini, cioè molto più di Maradona. Non lo si scorda, impressiona.

E, forse, tentare di indirizzare chiaramente la linea di governo sin dal principio non è un’idea del tutto peregrina. Anzi, sembrerebbe persino furba. Solo che il teatrino della politica italiana non può fare a meno di renderla una commedia. E poi, diciamo la verità, anche noi ci mettiamo del nostro, con le nostre aspettative più vive e recondite. Quando ho votato per Prodi, non sognavo un Dpef equilibrato o una manovra correttiva esemplare. No, segretamente sognavo che la vita cambiasse davvero, che il vento girasse e andasse a chiudere un bel po’ di porte in faccia. Che Agnoletto interrompesse Ferrara e gli tirasse un calcio nelle palle. Che Montezemolo venisse rapato a forza, gli rimanesse solo una cresta viola da punk dei sobborghi di Tokyo, e che fosse costretto a girare su una 500 a manovella del ’67. Che a Vespa si incastrassero le mani mentre le sfrega davanti al plastico della villetta di Cogne. Che la Palombelli smettesse di parlare della Franzoni, o almeno che Rutelli divorziasse. O, meglio, che Rutelli la piantasse di dirsi di centro-sinistra. Che Fede fosse condannato a inseguire in tanga per l’eternità decine e decine di pulzelle senza poterle mai raggiungere. Che mitraglietta Mentana s’inceppasse. Che il chirurgo di Berlusconi gli impiantasse un capello sì e sette no. Che La Russa fosse rinchiuso in sala di registrazione con gli Intillimani. Che gli Intillimani fossero rinchiusi in sala di registrazione con La Russa. Che Buttiglione e Nino D’Angelo dichiarassero il loro amore. Che tutte le Porsche s’ingolfassero sulla via di Cortina sotto una nevicata giustizialista. Che Afef facesse la fila alla posta con thermos e coperte per regolarizzarsi. E che Briatore fosse costretto a passare le vacanze a Rapallo su una barchetta a remi! E tutto questo per un decreto divino passato solo grazie al voto della Montalcini.

Questi sarebbero 100 giorni… Però io sono un po’astioso, per cui posso capire se i prodiani più buoni non condividono proprio tutti i miei desideri e cambiano regolarmente l’olio delle loro Porsche. Ma, se non proprio sogniamo, almeno speriamo. E sono comunque molte, anche se meno viscerali, le cose in cui sperare: a partire da un ritiro dall’Iraq senza troppe manfrine, passando per una discussione seria, con la società civile e non solo coi vescovi, su Pacs, precariato, indipendenza dell’informazione e riforma dell’istruzione. E se non finiremo in 100 giorni, pazienza. Sarà comunque un buon inizio. E invece, finora abbiamo visto solo l’ennesimo miracolo di moltiplicazione delle poltrone, liti su ministeri e presidenze, dichiarazioni arruffone e avventate sullo scibile umano e le prime, fatali, spaccature.

Se avessi cento euro, li scommetterei sul fatto che, il centesimo giorno, di fronte alla centesima polemica, pressato da cento sottosegretari, Prodi scapperà a cento all’ora nel bel mezzo della via. E che, al grido di “meglio tardi che mai!”, finirà per imbarcarsi come pianista su un traghetto per la Sardegna.

Andrea Luchetta

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