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Monasteri e montagne sulla Via della Seta

pubblicato da Polaris editore

di Nadia Pasqual

introduzione di Antonia Arslan

(Nadia Pasqual, appassionata di viaggi e letteratura, è diplomata in turismo e laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha viaggiato molto e vissuto all’estero. Si occupa di marketing turistico e collabora con l’ente del turismo armeno. Vive in provincia di Udine, dove ha riscoperto le lontane origini armene della famiglia materna).

Il volume si presenta come la prima guida turistica italiana interamente dedicata all’Armenia. Crocevia di scambi commerciali sulla Via della Seta, punto di incontro tra Oriente ed Occidente e terra di numerose invasioni, L’Armenia è oggi un piccolo stato che si estende per 30.000 chilometri quadrati , confinando con la Turchia, la Georgia e l’Azerbaigian. Nonostante fame, guerre, stermini e un devastante terremoto nel 1988, l’Armenia e’ sopravvissuta fino ai giorni nostri con un territorio ridotto, ma con lo stesso attaccamento alle tradizioni e alla terra di origine. Il poeta Osip Mandelstam l’ha definita “il regno delle pietre urlanti”, e non sorprende dato il paesaggio straordinario e vario contornato da montagne brulle ed aspre, laghi e foreste. Le splendide khatchkar, croci di pietra disseminate nelle verdi vallate, testimoniano la forte religiosità degli armeni, primo popolo ad adottare il Cristianesimo nel 301 d.c. Il biblico e mitico monte Ararat, simbolo della nazione, veglia su centinaia di antichi monasteri disseminati in sperduti villaggi che non hanno ancora conosciuto il turismo selvaggio. L’Italia è sede di uno dei più importanti centri di cultura della comunità Armena. Si tratta dell’isola di San Lazzaro situata nella laguna di Venezia appena ad Ovest del Lido. I pochi turisti che hanno la curiosità di raggiungere l’isola, troveranno uno splendido monastero sede dell’ordine dei Meckhitaristi.

Vi si trova una ricchissima biblioteca che conserva 200.000 volumi ed un museo con manufatti provenienti da ogni parte del mondo compresa una mummia risalente al 1.000 A.C. La gustosa marmellata di petali di rose che i monaci producono con le rose coltivate nei giardini e l’ottimo liquore digestivo di erbe valgono da soli la visita all’isola. Per gli armeni il paradiso è un giardino di melograni. E proprio i semi di melograno, frutto simbolo del paese assieme alle albicocche, sono quelli che Charles Aznavour, icona della musica francese di famiglia armena, porta in tasca nel film “Ararat” per tastare il ricordo della sua terra ed affievolire la nostalgia.

Accanto allo spettacolo della natura si fonde la ricchezza culturale, storica ed artistica dell’Armenia che molti hanno avuto la fortuna di conoscere attraverso la prosa struggente del romanzo “la masseria delle allodole” di Antonia Arslan. Gli armeni , dopo il genocidio perpetrato dai Turchi che loro chiamano “Metz Yeghern” (il “grande male”) hanno visto il loro popolo disperdersi in ogni angolo del mondo. I visitatori rimangono colpiti dalla loro umiltà, fede, gioia di vivere e il forte senso della famiglia ed appartenenza alla comunità. Il volume tratta ampiamente anche la visita del Nagorno Karabakh, Artsakh per gli armeni, teatro di una sanguinosa guerra tra azeri ed armeni per l’indipendenza della regione a maggioranza armena. Un adagio armeno recita “Non è facile lasciare l’Armenia, non tornarvi più è ancora più difficile” .

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare il drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée Nationale, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finito in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresenta un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione, si possono dividere i manifestanti in tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono gli studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

In ogni caso, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione dell’uguaglianza. Questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapalissiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

Luca Magonara

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“Niente di più feroce della banalissima televisione”, frammento del film-documentario “La voce di Pasolini”. Purtroppo offerto dai grillini su YouTube.

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare del drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée National, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finita in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresentano un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione si possono dividere i manifestanti a tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono i studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

Tuttavia, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione all’uguaglianza. In questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapassiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

 

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