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Dopo gli esordi sul Bosforo, Ferzan Ozpetek si allontana per la prima volta dalla location Romana per l’ennesima commedia a tema omosessuale (il set salentino mi spinge a immaginare una sorta di omaggio preelettorale al presidente Nichi Vendola, ma forse è una malignità priva di fondamento).

Ambientato in una Lecce raggiante, Mine Vaganti racconta la storia di Tommaso (Riccardo Scamarcio), aspirante scrittore che torna in famiglia per dichiarare la propria omosessualità ma anticipato in questo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi) si ritrova costretto dagli eventi a seguire l’azienda di famiglia.

Rispetto al precedente Saturno Contro, Ozpetek ci presenta un racconto privo di connotazione politica. Non sono più all’ordine del giorno le battaglie per i diritti delle coppie di fatto alle quali si accennava nel film del 2008 e che per qualche tempo hanno infiammato di polemiche giornali e talk show. Se i temi principali in Saturno Contro o Le Fate Ignoranti erano l’amicizia, la convivenza e le relazioni, con Mine Vaganti si passa alla famiglia, “l’unica cosa più difficile dell’amore”, come recita il motto del film.

Sono proprio i membri di una famiglia fin troppo retrograda le mine vaganti del titolo, che si muovono ansiose e smarrite non riuscendo ad accettare l’improvviso coming out del primogenito:

Una variegata parentela tra cui si distinguono, un po’ tipizzati, il padre padrone (Ennio Fantastichini), la madre ingenua (Lunetta Savino), una zia alcolica (Elena Sofia Ricci), un cognato logorroico e, avvolta dai ricordi, una nonna bellissima e profonda ( la straordinaria Ilaria Occhini).

Il ritorno a casa porta Tommaso, che ha sempre mentito ai suoi sugli studi e sulle sue aspirazioni, a trasformarsi per un momento nel ragazzo che gli altri si aspettano sia. Nel pastificio che si trova a gestire in compagnia della bellissima Alba (Nicole Grimaudo), riaffiorano i legami e gli affetti sopiti dalla lontananza, portando Tommaso a confrontarsi con il passato, la sua terra, le sue tradizioni, e con i legami dai quali non può prescindere.

Tanta incomprensione per la natura dei figli appare senza dubbio un po’ irreale nel contesto alto borghese che viene proposto, ma l’incomunicabilità di cui sono vittime le mine vaganti è giustificata dal quadro di una famiglia ancora allargata e patriarcale.

Tra elementi ormai caratteristici (le bellissime riprese a tavola) e una colonna sonora – al solito – malinconica e retrò, Ozpetek riesce ancora una volta nel realizzare esattamente quello che il suo pubblico ormai si aspetta: tanti sentimenti alleggeriti e costretti tra situazioni equivoche e ironia per due ore (scarse) in cui non ci si annoia, ma che anzi ci lasciano fuori dalla sala un po’ pensosi e intristiti.

Bellissima l’ambientazione: tra gli uliveti, le ville barocche, i torrioni sulla costa ionia e le stradine del centro, la fotografia fa senza dubbio un’opera gradita all’ente per il turismo locale presentandoci un Salento incantevole con immagini luminose e vivaci anche negli interni… ma perdonate il campanilismo.

Giacomo Manca

 

Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Toscana, il Chianti e dintorni 

Se vi dovesse capitare di trovarvi a Monteriggioni o a Castellina in aprile, verreste accolti da collinette dolci che segnano la linea dell’orizzonte, ornate da vigne o prati di margherite bianche e gialle, attraversate da strade sinuose con pochissime macchine. Questo è il Chianti, quella zona compresa tra le province di Siena e Firenze, caratterizzata da spazi collinari coltivati a vigne con i casolari antichi e circondati da un insieme di paesini medievali, con la cinta delle mura attorno alla piazza del paese dove sta la chiesa e la sua facciata con l’ampio rosone. Così si presentano tutti questi paesini, come ricorda Dante nel XXXI canto dell’Inferno a proposito di Monteriggioni, che in su la cerchia tonda di torri si corona.

La Toscana vista da qui fa pensare ad un perfetto compromesso tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente, i paesaggi così dolci si devono al modello della mezzadria, con le terre direttamente gestite dai contadini, modelli diversi hanno provocato disastri sociali e paesaggistici: oggi sono ancora evidenti al meridione le conseguenze del latifondismo, fondato sulla deresponsabilizzazione e sugli sprechi.

Certo, assaggiare un pezzetto di pane toscano la prima volta e scoprirlo sciocco è una sorpresa, ma quando arrivano lardo di colonnata, coppa, spalla, pecorino, salame di cinghiale, tutto si spiega, altro sale sarebbe fuor d’opera. E d’altronde, se siete nel Chianti, non vi preoccuperete troppo del pane, anche nella più truce salumeria il rosso di casa è più che accettabile.

Il Chianti si estende dunque tra le due città di Siena e Firenze, d’obbligo visitarle entrambe.

La prima, per chi vive a Gorizia da universitario, può servire da metro di paragone, come può inserirsi una comunità universitaria in una città, o meglio in un paesone, piuttosto provinciale. Anche lì gli studenti lamentano, ma godono di spazi propri, e passeggiando per piazza del campo senti le lingue del mondo. Vi si potrebbe mandare in viaggio studio il Sindaco Romoli assieme al Presidente del comitato antischiamazzi, scoprirebbero con sommo sbigottimento che la storia e le tradizioni della città non sono messe in pericolo dagli studenti, i quali hanno fatto di Siena tra le città italiane più legate ai rapporti internazionali.

Firenze: la culla del Rinascimento ed anche di Piero Pelù, ti siamo grati per entrambi. Passeggiando per le sue vie, passando tra il Battistero color nero fuliggine e il Duomo appena tirato a lucido, troverete turisti di tutto il mondo, ciascuno che sembra star lì spavaldo a voler riaffermare che i luoghi comuni hanno sempre un fondamento di verità oppure semplicemente che all’estero ognuno ha bisogno di riaffermare le proprie origini. Sicché, una volta che vi sarete fatti spazio tra i giapponesi con le webcam e le comitive polacche con le magliette con Wojtyla, arriverete a piazza Santa Croce. Abbandonate la sciocca idea di prendere un caffè o una pizza, e dritti e decisi puntate alla Basilica. Uno spettacolino mi distrae, ci sono tre ragazzi rom che suonano musica tzigana, attorno a loro una gruppo di turisti francesi, in pochi minuti un centinaio di persone vengono coinvolte nella danza, i francesi battono il tempo e il ragazzo rom alla chitarra ride felice. Come dice l’antico proverbio, non tutti i rom vengono per nuocere.

Entrare a Santa Croce dovrebbe essere un must per sviluppare un po’ di patriottismo, io volevo soltanto vedere Foscolo e le sue basette – cosa che consiglio a tutti – ma effettivamente l’Itale glorie serbate nella Basilica stimolano l’orgoglio nazionale. Passo in rassegna, come un generale con il suo esercito, riconosco Meucci, Fermi, Michelangelo e Machiavelli. C’è anche la tomba di Galilei, la quale aveva creato qualche problema all’oscurantismo cattolico dell’epoca.

Subito fuori, il chiostro del Bernini mi permette di riposarmi al sole fiorentino, chiedo una bevanda ad un chiosco e il cameriere bengalese, credo, si volta al connazionale dietro di lui: “Nedo, una hoca per il dottore”, sorrido soddisfatto, l’integrazione funziona e il mio narcisismo ne esce rinvigorito.

La Toscana rappresenta il meglio dei secoli di Storia italiana, in tutte le sue declinazioni, e rimane un posto di sperimentazione, un laboratorio sempre al lavoro, che fa da avanguardia e anticipa le nuove e positive tendenze.

Federico Nastasi

No, non doveva dirle niente… non poteva!

Come avrebbe potuto sopportare di dirle che, dall’oggi al domani, la loro vita era completamente distrutta?

Bianca era sì una donna forte, ma ne aveva passate veramente troppe perché potesse sopportare anche questa.

All’età di 12 anni, si era ritrovata orfana di padre e costretta a vivere da sola con sua madre che, malgrado l’avesse messa al mondo, era la persona che la comprendeva meno di chiunque altro.

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Però la prima volta seria. Per esempio, voi vi ricordate la prima volta che avete assaggiato la Nutella con tutto l’universo magico che vi è contenuto – e che fino a quel momento ignoravate? La passione per il rock è circamenoquasi uguale. Uguale alla prima volta che metti un disco diverso nello stereo di casa e tuo padre ti dice, abbassa il volume!
Il mio primo disco, e lo dico con orgoglio perché adoro i cliché, è stato Nevermind, e – spero sia una precisazione inutile – Nevermind è un disco scritto dai Nirvana, nell’a. D. 1991. Con buona pace di tutti è stato l’ultimo disco generazionale. Voglio dire, certo che ci sono state palate di ottimi gruppi da allora. E ottimi dischi. Ma Nevermind è diverso, e con questo non voglio dire che sia migliore (dopotutto, un disco per essere bello deve per forza rispecchiare una generazione?). Nevermind è un disco sfornato da un figlio della MTV generation, per la MTV generation (e che vi piaccia o no, tutti noi siamo figli di MTV), e rispecchia alla perfezione gli anni ottanta e novanta. E tanto per farla breve: se non vi piace Nevermind, non siete mai stati adolescenti in vita vostra.
Sono passati quasi dieci anni dai miei primi ventisei secondi di Smells Like Teen Spirit. In quei primi ventisei secondi tutto ciò che è sicuro per un quattordicenne, o che allora lo era, viene cancellato e riportato allo zero, e chiede a gran voce di ricominciare a volume più alto. E la cosa migliore è che non sono parole scontate. Per chi ascolta musica, la passione nasce da quel primo orgasmo inarrivabile che sempre cercherai di ricreare. A me è capitato con Nevermind, ma immagino valga anche per Mozart. Solo che nulla è mai come la prima volta.
Così parlando mi rendo conto che sembro Peter Pan in cerca della sua ombra. Per di più, so che questo articolo è inutile perché chiunque abbia avuto quindici anni almeno una volta nella vita ha adorato alla follia questo disco. Però la cosa importante sono le lezioni che si imparano.
Primo. I Nirvana avevano stile. Ed è cosa di pochi. All’epoca, un mio insegnante di chitarra mi disse: “Cobain non aveva la concezione del Si bemolle”. Ora, questo ragionamento è esattamente ciò che rovina il 90% dei giovani chitarristi. Non hanno anima, ma le convenzioni le sanno a menadito. Non me ne frega nulla se Cobain non conosceva il Si bemolle, o il modo frigio, perché se metto su un disco dei Nirvana canto tutto il pomeriggio e potrei perfino ballare (!), mentre tutti i gruppi sintetici e perfetti, tipo i Dream Theater, li tolgo a metà del primo brano. Provate a guardare un qualsiasi live di tutti i supergruppi. Tipo il G3. Scommetto un milione di euro che nel pubblico non riuscite a vedere una ragazza dico una. Sono tutti musicisti, trentenni, grassi e pelati e con gli occhiali, con spiccate tendenze masochistiche, e che provano questo impulso patologico nel farsi umiliare da chi è più bravo di loro.
Secondo. I Nirvana ti parlavano. Se hai quattordici anni, e senti “Come As You Are”, è obbligatorio imparare a suonare la chitarra. “Polly” è sicuramente la canzone più suonata con una chitarra, dopo la canzone del sole. La differenza è che la prima te la scegli, la seconda di solito te la impone il tuo primo insegnante imbranato. E c’era un messaggio. Sii te stesso. In tutto. Non sarai mai il migliore, ma puoi essere unico.
Terzo. I Nirvana sono un gruppo educativo. Sono punk, ma molto più raffinati. Se sai suonare solo tre accordi, e magari senza nemmeno la fatica di sapere se sono maggiori o minori, in un paio di pomeriggi puoi impararti la totalità delle canzoni dei Nirvana. E sapete una cosa? Ci sono un sacco di canzoni di cui non mi ricordo il testo. Ma se metto su i Nirvana, le posso cantare e suonare ancora tutte, e la cosa più importante è che ne ho ancora voglia.
Rodolfo Toè

Buongiorno professore. Oggi si parlerà di P2, sebbene in linee molto generali per motivi contingenti…

Bene, comincio col dirle che ai tempi della P2 facevo il magistrato. Ero anche Vice Presidente vicario del “Centro di azione latina”, fondato da Fanfani (adesso “Istituto italo-latino americano”). L’istituto all’epoca aveva contratto dei debiti: il consigliere economico dell’ambasciatore argentino si trovava all’Hotel Excelsior, credo nell’Ottobre dell’80, dove c’era anche Licio Gelli.

Fu lì che incontrò Gelli per la prima volta?

Si. In quell’occasione mi chiese se ero disposto a fare da consulente legale per una multinazionale, dato che ero (e sono) professore di diritto internazionale (presso l’Università “La Sapienza”, n.d.r.). Da lì poi arrivò la proposta per entrare a far parte della Loggia P2, e mi diede un modulo da compilare.

In cosa consisteva questo modulo?

Era un modulo normalissimo: le uniche cose “particolari” erano due clausole. La prima in cui era previsto il rispetto assoluto della Costituzione e delle leggi statali; la seconda in cui si contemplava il rispetto della segretezza sull’iniziazione muratoria, per garantire la riservatezza del rituale. A quel punto giunsi alla parte relativa ai “soci presentatori”. Insomma, due individui avrebbero dovuto sostenere la mia “candidatura”. Ma non conoscevo nessuno. Fu lo stesso Gelli a farmi due nomi.

Che nomi le fece?

Quello di Fanelli, questore della Polizia di Stato, e di Picchiotti, generale dell’Arma dei Carabinieri. Come potevo non fidarmi? … Firmai il modulo.

Come avvenne l’iniziazione?

In pratica non fui mai iniziato. Il rituale sarebbe dovuto avvenire tra il 18 e il 19 Marzo 1981 (non ricordo di preciso il giorno), ma il 17 ci fu il sequestro della lista. Inoltre, nel giorno in cui avrei dovuto “iniziarmi” mi trovavo a Santiago del Cile. In seguito al sequestro Gelli mi chiese di difenderlo. Io accettai e rimasi suo avvocato fin quando egli non aggiunse nella sua schiera di avvocati anche l’avvocato Vitalone (metà 1982).

Adesso potrebbe fare un breve accenno al “Piano R” (Rinascita)?

Posso dirle che esso non fu scritto da Gelli… mi pare da un magistrato. Era comunque un progetto riformatore, così come erano riformatori gli intenti della P2. La Loggia non era reazionaria, ma riformatrice. Nessuna intenzione di organizzare golpe, sebbene alcuni degli adepti fossero coinvolti nel fallito golpe di Junio Valerio Borghese.

Ho visto che molti punti contenuti nel “Piano R” “coincidono” con i punti programmatici dell’attuale Governo (ricordiamo che Silvio Berlusconi è stato piduista)…

Si, come ad esempio la riforma della Magistratura. Ma Berlusconi non è assolutamente in grado di portare avanti un così ambizioso progetto. Lui, come tutti noi, aveva i suoi interessi da tutelare. La Loggia P2 costituiva l’élite delle classi professionali.

Quindi nessun principio ispiratore, ideale…?

Assolutamente no! Non vi erano principi ispiratori, non c’erano ideologie. All’interno della Loggia vi era un mélange politico incredibile. Quello che accomunava tutti era “fare i propri interessi” e sviluppare magari le proprie carriere ancora agli inizi, com’è stato nel caso del nostro attuale premier. La P2, per quanto mi riguarda, era una società di mutua assistenza. Voi “giornalisti” dovreste accettare certe semplici e banali verità!

Federica Salvo

La Striscia di Gaza è un territorio in cui vivono circa un milione e mezzo di persone rinchiuse come animali in un recinto. Nulla può uscire e nulla può entrare se non con il benestare di Israele. Medicinali, cibo, acqua, coperte non possono entrare; feriti di guerra, bambini che si trovavano nel posto sbagliato, donne in procinto di partorire non possono andare negli ospedali egiziani, più attrezzati di quelli palestinesi, perché Israele non dà loro il permesso. Animali in gabbia, appunto. Il cessate il fuoco invocato da entrambe le parti e mediato dall’Egitto a giugno doveva servire ad allentare l’embargo di Gerusalemme sulla Striscia di Gaza in cambio della fine dei lanci di razzi palestinesi sulle città israeliane. Israele non ha rispettato i patti, anzi, l’embargo si è fatto sempre più forte. Hamas verso la fine di dicembre ha interrotto il cessate il fuoco lanciando quattro missili in territorio israeliano. Israele ha risposto con attacchi aerei, stringendo ulteriormente le fasce marittime accessibili alle imbarcazioni palestinesi e successivamente con un’invasione di terra non ancora terminata (oggi è il 19/01).L’Egitto ha mediato una tregua tra Gerusalemme e Hamas: Israele ha dichiarato la volontà unilaterale di ritirare le truppe, Hamas concederà una settimana di tempo perché il ritiro venga effettuato. Il ritiro è iniziato e non si sa quando esso finirà. Resta ancora aperta la questione dei valichi di Gaza: a parole le intenzioni di Israele sono di renderli accessibili, ma non sarebbe la prima volta che una delle due parti in causa disattenda quanto promesso. La situazione politica in Palestina è in questo momento estremamente complessa: numerose fazioni all’interno dei partiti di Fatah e Hamas si contendono potere e finanziamenti, perseguendo i loro fini ciascuno con i propri mezzi. Una riconciliazione tra Fatah e Hamas è stata ostacolata sia da Israele sia dagli Stati Uniti che hanno impedito uno scambio di prigionieri politici tra i due partiti palestinesi. Il mantenimento dell’ordine in Palestina non è evidentemente la priorità né per l’uno né per l’altro.

Partiamo da qualche mese prima, partiamo dalla prima metà di settembre: 11 europarlamentari visitano la striscia di Gaza e incontrano il “premier” di Hamas, Ismail Haniyeh. Egli afferma che il suo partito era in quei giorni intenzionato a riconoscere Israele, in cambio del riconoscimento israeliano dei diritti nazionali palestinesi e della dichiarazione di volontà di collaborare per creare uno stato palestinese entro i confini del 1967. Haniyeh sostiene anche che Israele abbia rifiutato questa proposta.

Perché? Ritengo che a Israele non interessi la creazione di uno stato palestinese: i palestinesi sono in ginocchio da sessant’anni, specie a Gaza, e in Cisgiordania la situazione non è dissimile. Israele semplicemente non ha interesse a cambiare lo status quo. Lo dimostra anche il fatto che non collabori alla pacificazione tra Hamas e Fatah. In questo momento infatti, da un lato, c’è il presidente (in esilio semi-volontario) dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, riconosciuto come tale praticamente solo da Israele e dai suoi alleati, oltre che dai pochi militanti di Fatah; dall’altro lato Haniyeh, più volte scomunicato dallo stesso Abu Mazen, eletto primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 2006. Dopo la sanguinosa guerra civile palestinese del 2006, terminata con la vittoria di Hamas, i due partiti sono rimasti in rapporti che variano tra il pessimo e l’aperta ostilità. Una riconciliazione è necessaria per ridare credibilità al progetto di stato nazionale Palestinese: in questo senso si deve muovere la diplomazia, soprattutto quella europea. L’Egitto sta facendo grandi sforzi per portare i due partiti a remare nella stessa direzione, ma certamente un intervento della UE in tal senso avrebbe ben altro peso nei confronti di Israele. Anche perché pochi palestinesi vedono di buon occhio l’Egitto, considerato troppo servile verso Gerusalemme.

Se in Palestina è in atto una grossa crisi politica, la situazione in Israele prima delle elezioni del 10/02 sembra essere abbastanza differente: appare probabile un’intesa di governo tra Likud e Kadima. Sia Kadima, rappresentante i moderati, sia Likud, partito fortemente conservatore, sono dati nettamente in vantaggio sul centro sinistra dei laburisti alleati con le liste arabe. Un sondaggio condotto dal Maagar Mohot Survey Institute il 18/01 darebbe 65 seggi alle destre, 46 alle sinistre e 9 alle liste arabe sui 120 da spartire. Un sondaggio dello stesso istituto sostiene la tesi che la guerra abbia avvantaggiato il centro-destra e in particolare il Likud. È infatti Netanyahu, a capo del Likud, il Presidente preferito nel sondaggio con il 36% dei consensi, Tzipi Livni di Kadima al 21% e Barak dei laburisti al 14%. A mio avviso questi risultati non sono figli della guerra: erano molto simili anche prima dell’inizio dell’operazione “Piombo Fuso”. Una vittoria della destra non sarebbe tuttavia il segnale migliore da dare ai palestinesi in questo momento. È stata la destra a volere la guerra ed al governo c’era la destra quando il blocco su Gaza è stato irrigidito invece che ridotto. È stata in sostanza la destra di Likud e Kadima a fare la guerra. L’ha provocata non aderendo al cessate il fuoco mediato dall’Egitto a giugno, non dando valore all’importante proposta di Hamas di settembre e ha usato come pretesto il lancio di razzi palestinesi sul territorio israeliano, il tutto con la complicità del laburista Barak che, essendo in minoranza nel governo, ha potuto solo prendere atto e piegare anch’egli la guerra come mezzo propagandistico per se e il suo partito. Ciò emerge dal fatto che già nel mese di novembre 8 razzi erano partiti dal territorio palestinese diretti sulle città israeliane, ma come mai quell’atto non fu considerato come una rottura della tregua? Perché dicembre/gennaio? Perché si tratta di un periodo più prossimo alle elezioni? Non ci è dato saperlo con certezza. Possiamo congetturare che ci siano motivazioni di ordine strategico (tentare di indebolire Hamas) o politico verso la Palestina (rallentare il processo di pace e la costituzione dello stato palestinese) o politico verso gli israeliani (alzare i toni dello scontro per giungere, dopo le elezioni, con un governo più forte, a una definitiva offensiva contro Hamas).

Di questa guerra di cui si parla come di una grande vittoria non si capiscono i risultati. Per uccidere trecento miliziani di Hamas, sono stati uccisi più di mille civili nei modi più atroci. Il 06/01 un carro armato ha distrutto a cannonate una scuola ONU dentro cui erano rifugiate diverse decine di persone; ne sono morte 43. Se anche ci fossero stati terroristi al suo interno, la soluzione era rappresentata dal loro arresto, non dalla distruzione dell’edificio in cui stavano insieme a donne e bambini. L’episodio, citato da più fonti, ha avuto una rilevanza mediatica molto bassa per quello che rappresenta: un atto indiscriminato di sterminio. Avendo l’obiettivo (dichiarato) d’indebolire Hamas e gli estremisti, i soldati di Gerusalemme hanno distrutto scuole, ospedali, case, moschee, sedi dell’ONU ottenendo come risultato che l’odio verso Israele è solo aumentato in tutto il mondo musulmano, un rallentamento del processo di pace e l’allontanamento della costituzione di uno stato palestinese, unica vera soluzione per una questione che è lungi dall’essere risolta, oggi più di ieri.

Si ringrazia Emiliano Quercioli per reperimento di alcune fonti.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@sconfinare.net

Era questo lo slogan con cui il Sindaco del Pd aveva ottenuto la rielezione al primo turno e senza l’apporto della Sinistra Arcobaleno lo scorso aprile 2008: e i pescaresi ci avevano davvero creduto.

Nel giugno 2003, quando era stato eletto per la prima volta, alcuni erano restii a dare la massima carica cittadina ad uomo venuto da Lettomanoppello, paese della provincia; ma anche in quel caso, tramite il voto disgiunto, i cittadini avevano votato lui più che la sinistra. Di certo alla vittoria dell’ex-democristiano D’Alfonso aveva contribuito la fama di “più grande appaltatore d’Abruzzo” che si era guadagnato da Presidente della Provincia, e del resto nessuno allora, né tempo dopo, volle vedere il fatto che molti dei suoi ex-più-stretti-collaboratori in Provincia erano indagati per tangenti e concussione (“Pescara Provincia Amica” lo slogan di quegli anni).

In ogni caso D’Alfonso rappresentava al meglio lo spirito rampante pescarese che potrebbe essere riassunto nelle 3 C: Cemento, Commercio, Corruzione (aggiungerei anche Criminalità). Bastava questo per votarlo.

Così D’Alfonso vinse, ed intervistato il giorno dopo l’elezione lanciò subito un piano da 5 milioni di euro per…mettere toppe d’asfalto nelle strade! Poi la città iniziò a riempirsi di targhe con il nuovo slogan: “Pescara Città Vicina”. Una su ogni lavoro pubblico…

Ma lui più di ogni altro seppe sfruttare la voglia di eccezionalità del capoluogo adriatico, da sempre desideroso di elevarsi al di sopra del resto della regione e dimostrare di essere davvero “la Milano del Sud”. Questo spirito aveva spinto in passato alla costruzione di una stazione ferroviaria immensa, accolta con grande entusiasmo come una delle più innovative d’Europa, salvo poi rendersi conto della sua sostanziale inutilità…storia ripetutasi nel 2000 con la costruzione del nuovo Tribunale, il terzo più grande del Centro-Sud, rimasto in buona parte vuoto, ma bello…

E D’Alfonso non ha mancato di inscriversi in questo filone…per Piazza Salotto volle installazioni del giapponese Toyo Hito, mentre Piazza 1° Maggio (ribattezzata Piazza Mediterraneo) fu rivestita di marmo di Carrara secondo il progetto originario di Cascella…ed ancora porfido e mosaici hanno ricoperto il lungomare e le vie del centro. Ma non v’è stato quartiere o rione che non abbia conosciuto la celebre targa “Pescara Città Vicina”: marciapiedi, rotatorie, asfalto, parcheggi, aree verdi…con il Sindaco che inaugurava personalmente ogni opera…

Uno spot continuo per lui che costantemente risultava il più amato d’Italia nelle rilevazioni del Sole24Ore. Intanto anche l’imprenditoria locale portava avanti i progetti messi in cantiere da anni…di Bohigas il nuovo centro residenziale De Cecco, di Fuksas il centro direzionale della Fater e del luganese Botta le 3 torri da 18 piani di Caldora. Altre torri si prevedono sul lungofiume, i cui attici duplex (13° e 14° piano) saranno dotati di piscina privata sul tetto, mentre la Regione (che ha deciso di compiere anch’essa l’antica transumanza trasferendo la sua sede ogni inverno a Pescara) ha in progetto altre 3 torri da 50 metri…poco importa se a poca distanza, in uno dei quartieri off-limits, la comunità rom tiene cavalli sul balcone o li porta a spasso tra le auto attaccati a dei calesse (le famiglie zingare che dagli anni ’70 si sono stabilite a Pescara, controllando il traffico di stupefacenti ed il giro di prostituzione, hanno da sempre una spiccata passione per i cavalli…forse anche dovuta agli affari che gestiscono nell’ippodromo cittadino…).

Mentre il sottosegretario alle infrastrutture del Ministro Di Pietro definiva Pescara “la Los Angeles dell’Adriatico”, la città era ben determinata a newyorkizzarsi…tanto per tener fede al nomignolo di “Piccola Manhattan”. Ed anche il Sindaco ha pensato di assecondare questa tendenza lanciando un nuovo slogan: “Pescara Città dei Ponti”. Risultato? 2 nuovi ponti in cantiere sul fiume Pescara…il Ponte Nuovo ed il Ponte del Mare (ponte sospeso ciclo-pedonale progettato dall’altoatesino Pilcher alla foce del fiume). Sul secondo, orgoglio del Sindaco che lo aveva fatto finanziare dall’imprenditoria locale (con cui del resto aveva buoni rapporti…) per un totale di 10 milioni di euro, si era levato lo scandalo quando il Primo Cittadino aveva tentato di affidarne la costruzione senza gara d’appalto allo stesso Pilcher che “di certo avrebbe saputo portare a termine meglio di chiunque altro il lavoro”. Copione identico per la riqualificazione delle aree dismesse dell’ex stazione ferroviaria, che D’Alfonso voleva affidare all’immobiliare Toto che avrebbe svolto la commissione “gratuitamente” in cambio…del monopolio nella gestione di tutti i parcheggi cittadini per 30 anni…

Ma neanche questo ruppe la luna di miele tra la cittadinanza e l’ormai onnipotente Sindaco…nessuno si chiedeva del resto perché la solerzia dell’amministrazione non fosse altrettanto spiccata nella gestione dei cantieri per i Giochi del Mediterraneo, che Pescara ospiterà quest’estate: nel Comitato organizzatore sono presenti esponenti della vecchia maggioranza di centro-destra con cui l’attuale amministrazione non è riuscita ad “accordarsi”…il villaggio olimpico deve ancora vedere la luce…

Così, quando l’amatissimo D’Alfonso è stato arrestato, la città si è svegliata da un lungo sonno…ma mentre l’orgoglio pescarese rischiava di essere distrutto dal 3° commissariamento dal dopoguerra ad oggi, molti continuavano a difendere il Sindaco…

Il giorno di Natale il Tg trasmetteva, dopo quelle del Papa, le immagini di D’Alfonso affacciato alla finestra che salutava, per tutti ormai quell’uomo era innocente: quasi scarcerato per Volontà Divina in quel Santissimo Giorno. Poco importava se dal Tribunale avevano fatto sapere che tutte le accuse restavano valide e che il Sindaco, scarcerato solo perché dimessosi, sarebbe subito tornato al fresco se avesse ritirato le dimissioni. Luciano sembrava non curarsene ed annunciava poche ore dopo di voler fare un discorso alla cittadinanza in Piazza Salotto il giorno di Capodanno: in un clima da golpe sudamericano fu lo stesso Veltroni a dissuaderlo dal suo proposito. Ma il 5 gennaio il “colpo di genio”: D’Alfonso ritira le dimissioni, presenta un certificato medico e passa la palla al suo Vice. Cosa non doveva sapere il Commissario?

Non importa. I pescaresi possono far finta che nulla sia accaduto, l’orgoglio della città è salvo. A giugno forse le elezioni, il cui risultato sembra tutt’altro che scontato. Del resto, ancora adesso, sono in molti a dire che Luciano D’Alfonso ha fatto grande Pescara.

Attilio di Battista

Sembra lontano il momento in cui sul grande schermo qualcosa ha iniziato a muoversi. Poi si sono sentiti i primi rumori, anni dopo timidamente le prime macchie di colore, e poi via con un crescendo di dolby surround, filtri da cinepresa, effetti speciali, computer grafica… Il cinema non finisce mai di intrattenerci e di stupirci con nuove, mirabolanti – e generalmente costosissime – sorprese. Oggi anche l’ultima frontiera, quella dello schermo bidimensionale, è stata abbattuta e i film stanno letteralmente entrando nella sala di proiezione.

Sicuramente tutti ricordano con affetto i vecchi occhiali stroboscopici con le lenti rosse e blu che permettevano di vedere fotografie, generalmente in bianco e nero, con un effetto di profondità tridimensionale. In effetti, studi sulla tecnologia 3d esistono fin dagli anni venti. Sino ad ora i risultati erano stati piuttosto insoddisfacenti: gli occhiali con le lenti colorate alteravano le cromie delle immagini e quelli con le lenti trasparenti provocavano forti emicranie e senso di nausea. Oggi la ricerca ha finalmente messo a punto una tecnologia che non distorce la percezione dei colori e non obbliga a masticare travelgum durante la proiezione.

Ricordo ancora una visita al museo della Scienza e della Tecnica di Parigi nel 2000, durante la quale alla Géode proiettavano per la prima volta un cortometraggio sulla storia del cinema tridimensionale. Senza occhiali l’immagine risultava sfocata e piena di ghost, ma indossando le lenti l’effetto era davvero straordinario: le figure uscivano realmente dallo schermo percorrendo tutta la sala e rimanendo sospese a mezz’aria davanti a una folla incredula che cercava di acchiapparle con le mani. Ironizzando sulla storia del cinema, il filmato proponeva la celebre locomotiva dei fratelli Lumière che fece fuggire dal panico gli spettatori che credevano di essere investiti. La versione 2000 trasformava la locomotiva in un modello tridimensionale al computer e lo proiettava, grazie all’effetto degli occhiali, di gran carriera verso il pubblico. Pur conscia della finzione della proiezione tutta la sala urlava per lo spavento.

Da allora il cinema tridimensionale ha iniziato a farsi strada a passi sempre più decisi. I primi ad adottare questa tecnologia sono stati i grandi parchi divertimento che, approfittando della grande disponibilità di risorse si possono permettere tecnologie costose e all’avanguardia. Quando alla Géode la proiezione stroboscopica era presentata come l’ultimo ritrovato della filmografia, Disneyland già offriva un cinema dinamico con occhiali 3d e seggiolini in movimento. Molti altri parchi tematici, anche in Italia, hanno seguito questa moda e si sono attrezzarti con cortometraggi tridimensionali.

Quest’anno finalmente la tecnologia stroboscopica arriva anche sul grande schermo con due titoli di nuova uscita che la redazione di Sconfinare non si è certo persa. “Bolt”, l’orripilante animazione della Walt Disney che narra le vicende di un cane che si crede superdog ma scoprirà che non servono super poteri per essere veri eroi – voto della redazione: inguardabile – e “Viaggio al centro della Terra”, il primo lungometraggio integralmente filmato con la doppia telecamera, tratto dall’omonimo romanzo di Verne. Un divertente Brendan Fraser nei panni del geologo incompreso si ritrova a viaggiare alla scoperta di un mondo sepolto a migliaia di miglia all’interno della superficie terrestre. Molte scene assolutamente inutili per lo svolgimento della trama sono state girate solo per far sfoggio di effetti speciali in tre dimensioni ma nel complesso la pellicola è gradevole. E la moda del 3d si sta imponendo in maniera sempre più ferma: la Pixar ha deciso di investire massicciamente in questo settore ed ha già in forno nuove animazioni stroboscopiche come “Mostri VS Alieni”. Anche il capolavoro di Burton “Nightmare Before Christmas” è stato ‘rimasterizzato’ in tre dimensioni e perfino gli antipatici bimbi spia hanno avuto il terzo episodio della loro saga in tre dimensioni “Spy Kids 3-d. Game Over”. E’ arrivato quindi il momento di abbandonare il vecchio schermo ad assi cartesiani e cominciare a pensare a tutto tondo, il cinema ormai cammina verso frontiere nuove in cui l’interazione con la platea non potrebbe essere più diretta e reale.

 
Francesco Gallio

Non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile. L’ha detto Platone.

Nel mio piccolo, io sarei dovuto andare a lezione di Arabo oggi. Però non l’ho fatto.

Mi chiamo Rodolfo e sono a Gorizia da cinque anni. Lo direi un periodo lunghetto, anche se un anno ho deciso di giocarmi il jolly Erasmus. Non mi sono ancora ambientato, ma fortunatamente la stabilità non è più una priorità. Da quando mi sono immatricolato per la prima volta sono cambiate così tante cose che ho rinunciato persino a tenerle a mente. Ora, per sapere quanti e quali esami mi mancano faccio affidamento sul mio libretto elettronico. E sbaglio sempre.

Il punto, comunque, non è questo. Se scrivo questo articolo, e so che finirà in “stile libero” e non in “università”, è proprio perché non voglio muovere critiche ad alcunché di concreto e di modificabile. Se scrivo parlo di me, ed è perché mi sembra con ciò di riuscire a sfogare un senso di frustrazione e d’umiliazione che spero non mio solamente.

Il punto è questo: non sono andato a lezione di Arabo. Avrei voluto andarci, sapete, ma semplicemente non l’ho fatto. Perché da un po’ di tempo, a mio vedere, qualcosa si è inceppato nel senso del grande meccanismo generale, qualcosa si è inceppato ed a volte mi pare che sia quasi un portato biologico, il rifiutare di comprendere perché degli esseri umani di ventitré anni, l’età più vitale, l’età più fertile in un certo senso, debbano essere costretti ad imparare.

“Imparare”, capite? Ancora. Quando concluderò la laurea specialistica, avrò studiato per diciotto anni della mia vita, se a Dio piacendo sarò in orario, senza essermi perso troppo e stringendo i denti, come tutti. Diciotto anni (so che in questo momento non ci credete e state contando. Però è così. Pazzesco, eh?). E cosa mi sarà rimasto? Probabilmente la mia sola capacità di leggere e scrivere (sulla terza, il “far di conto”, ho già i miei dubbi). Non credo d’essere particolarmente stupido. Però quello che resta di ogni libro, di ogni esame, è un sorso un fondo un residuo, un po’ di cenere, un “non lo so”. Quali sono le clausole dei trattati x e y? Non lo so. Chi si ricorda anche solo i princípi basilari della statistica? Io no di certo. Eppure quello fu l’esame che preparai meglio, sei mesi passati a sudar duro e punteggi pieni ad ogni parziale. Non ci fu nemmeno bisogno dell’orale, ottenni la piena assoluzione con lode sulla fiducia. Ed è come se non avessi mai aperto quei libri.

E allora, perché continuare? Onestamente, voglio dire.

A volte ho l’impressione che tutto ciò serva ad autoalimentare una struttura. La laurea è richiesta per trovare lavoro, teoricamente. E non sto parlando della laurea triennale, perché quella è lo scherzo più sadico ed inutile che questo sistema ha giocato alla mia generazione. Ogni laureato è prezioso alla società. E non solo in senso ideale. Per ogni laureato ci sono soldi, molti soldi: i soldi dei professori e dei segretari, certo; ma anche delle imprese delle pulizie; dei portinai; delle librerie e delle copisterie; dei padroni di casa; dei baristi; dei locali; anche delle ferrovie, a ben vedere. Avete mai preso un treno di pendolari? Siamo troppi. Viene da chiedersi se non siamo per caso tutti le consenzienti vittime di un’illusione collettiva, di una grande mistificazione, di una presa in giro. Malthus riderebbe di gusto.

Diranno che ciò che si acquisisce all’università, o nell’apprendimento in generale, è un modus vivendi. Ed abbiamo imparato benissimo, ed a velocità sconcertante, tutto ciò che occorre, giusto? Giusto. Abbiamo imparato a non avere ragione; a temere ogni esame o ritorsione minacciata, vera o presunta; abbiamo imparato mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli; soprattutto abbiamo imparato ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità.

E per questo era già sufficiente un liceo. Ci fossimo fermati lì, avremmo impiegato solo tredici anni. Invece ne bruceremo diciotto, e forse ancora non avremo appreso nulla della vita, e continueremo a sonnecchiare, eterni adolescenti nella nostra bella cameretta, ed Almalaurea ci proporrà nuovi master. Perché non si finisce mai di imparare.

Però insomma, eccoci qui. Ci piaccia oppure no. L’inerzia è una cosa meravigliosa. Al quinto anno, teoricamente l’ultimo, con degli esami che hanno il nome di quelli già sostenuti alla triennale, e spesso con i medesimi professori. Almeno nel mio caso.

Così torniamo al punto di partenza. Ed avrei voluto andarci a quel corso di Arabo. Sul serio. E’ un ottimo corso, l’insegnante è davvero fantastica, e mi pare un’opportunità da non perdere. Magari alla prossima lezione sarò presente. Però oggi non l’ho fatto.

Rodolfo Toè

Rodolfo.toe@sconfinare.net

Roma, 19 Ottobre: dallo studio Rai di “Che tempo che fa”,il leader del PD Walter Veltroni annuncia pubblicamente la rottura dell’alleanza fra il suo partito e l’IDV dell’ex pm molisano Antonio Di Pietro. I motivi addotti per giustificare questa decisione sono stati le differenze sui modi di affrontare molte delle questioni dell’agenda politica ed il modo con cui il partito di pietrino sta conducendo la sua opposizione al governo, “Distante anni luce dall’alfabeto democratico del centrosinistra”.

Lo strappo si è consumato così nel tempo di una breve intervista,cogliendo di sorpresa i vertici dell’Italia dei valori e suscitando stupore e qualche disappunto fra i parlamentari del PD stesso (vedi ad esempio Parisi). La mossa di Veltroni è qualcosa di inedito nella storia della sinistra italiana del dopo tangentopoli:mai era successo infatti che una rottura fra partiti alleati si concretizzasse all’opposizione (finora era sempre accaduto il contrario).Ai motivi già esposti nell’intervista dal leader del centrosinistra per spiegare questa decisione, nuova per una democrazia come quella italiana, ma che probabilmente in altri paesi sarebbe stata quantomeno nell’aria,ne vanno aggiunti alcuni e chiariti altri. È vero per esempio che le opinioni dei due capi su molte questioni di politica erano divergenti, ma sul modo di condurre l’opposizione al governo la differenza era più formale che sostanziale,da Di Pietro a Veltroni il modo di criticare le politiche del governo cambia nei toni,ma non nella sostanza. Bisogna dire che , se l’alleanza è esistita nessuna delle due parti ha mai cercato veramente una mediazione con l’altra che andasse oltre alle dichiarazioni di intenti fatte agli organi d’informazione;la rottura fra i due partiti si è consumata a partire dalla tanto discussa manifestazione chiamata “No Cav Day”,tenutasi l’8 Luglio in Piazza Navona ed organizzata dall’IDV,dopo la quale Veltroni aveva per la prima volta parlato di divorzio fra i due partiti,questa volta facendolo dagli studi di matrix. Da lì in poi l’intesa si è trasformata in coabitazione forzata,e si è deteriorata col passare delle settimane,anche per via della “recidività” di Di Pietro,che nonostante i richiami alla calma degli alleati non ha addolcito i suoi modi di fare opposizione. Va poi detto che la fine dell’alleanza appare come una decisione presa non di concerto con tutte le correnti interne al partito,ma solamente dagli ambienti più vicini al segretario (con ovvie zone di tacito consenso), come dimostrano i non pochi mugugni che la notizia ha sollevato. Questo cambio di rotta mira a dare una scossa, a tentare di ristabilire o forse è meglio dire a tentare di creare quell’ordine che manca all’interno del PD: Veltroni ha pensato di andare avanti da solo per poter dedicarsi esclusivamente a cercare di ricomporre i numerosi dissidi interni al partito, una volta per tutte, senza dovere allo stesso tempo occuparsi di correggere il tiro delle dichiarazioni dell’ormai ex alleato, sempre più accese e distanti dalle sue più controllate affermazioni . La leadership del capo del maggior partito di centrosinistra è infatti da alcuni mesi messa in discussione da vari esponenti del suo partito, e questa mossa mira a cambiare gli equilibri del partito,a ristabilire l’ordine all’interno della compagine democratica, a dargli ,forse, una nuova forma, come dimostra il commento di Rutelli,che all’indomani della frattura ha parlato della necessità di rifondare il partito. Un altro obiettivo che si vuole raggiungere con la rottura è anche quello di guadagnare i voti di coloro che non voterebbero il PD se questo fosse alleato con Di Pietro, e allo stesso tempo la misura punta a sottrarre voti alla stessa Italia dei valori, uscita secondo molti democratici troppo rinforzata dalle urne delle politiche. Qualora il PD si riuscisse a ricompattare e a perseguire un programma coerente, mostrando una sola volontà comune e non cento intenzioni e programmi diversi,allora sicuramente si potrebbe riformare l’alleanza con Di Pietro, visto che l’Italia dei valori nella riunione dei vertici di partito del 22 Ottobre non ha chiuso,anche se avrebbe potuto farlo, le porte ai democratici malgrado l’ex pm di mani pulite.

Il banco di prova per la strategia Veltroniana sarà quello delle elezioni europee, ma nel frattempo se si vorrà fare in modo che questa scelta non sia stata un grosso errore strategico per il PD e la sinistra in generale, bisognerà lavorare moltissimo sulla rifondazione del partito, dandogli almeno un minimo di coerenza interna, chiarezza e coesione di programma,ma soprattutto creare un partito unico e compatto e non un collage di anime e correnti diverse.

Matteo Sulfaro

Matteo.sulfaro@sconfinare.net

Capita a volte di vergognarsi moltissimo, per una gaffe, per un errore, per l’atteggiamento di un’altra persona. Io mi sono vergognata moltissimo la prima volta che ho letto il testo della legge 19 febbraio 2004 n.40 “in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Il 12 e 13 giugno 2005, Radicali, Ds, Sdi, Rifondazione comunista e Associazione Coscioni sono riusciti ad indire un referendum, appoggiato da esponenti della stessa maggioranza come l’on. Fini, che verteva sull’abrogazione di quattro punti cardine della suddetta legge:
     – lo stop della ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali
Secondo le direttive della 40/04 è vietata la produzione di embrioni per scopi scientifici, è vietato l’utilizzo degli oltre 25.000 embrioni congelati e destinati per decorso naturale a deperire in 5 anni dal congelamento (si tratta di embrioni soprannumerari, ovvero prodotti e conservati prima del 2004 per un eventuale secondo impianto). E’ vietata, inoltre, la clonazione terapeutica, ovvero la possibilità di creare cellule geneticamente identiche a quelle di un individuo con il solo scopo di curarne eventuali patologie (come diabete, infarto, fibrosi cistica, autismo, sclerosi multipla, morbo di Parkinson, alcune forme di cancro, osteoporosi, lesioni del midollo spinale, ictus, sclerosi laterale amiotrofica, Alzheimer). Le stime parlano di 10 milioni di persone curabili con le staminali. L’ipocrisia sta nel fatto che la ricerca condotta su embrioni importati da paesi esteri è perfettamente legale.
     – norme sui limiti all’accesso alla procreazione medicalmente assistita
Per sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita i medici devono aver scoperto con certezza le cause della sterilità (in caso contrario si rimane sterili e senza aiuto medico) e le coppie devono aver seguito qualsiasi altro possibile metodo di guarigione. Le coppie non sterili ma portatrici di handicap genetici non possono accedere alla PMA. Inoltre possono essere fecondati solo 3 ovociti e tutti e 3 devono essere impiantati. Nel caso di fallimento la donna deve sottoporsi a una nuova stimolazione (per produrre altri ovociti che avrebbero potuto esserle estratti durante il primo ciclo) e ad un nuovo impianto triplice. Le cellule, una volta fecondate, devono essere impiantate anche se portatrici di malattie genetiche. Alla donna viene lasciata la possibilità di abortire (una, due o tre volte nello stesso ciclo di impianto) nel caso non voglia portare a termine la gravidanza di un feto malformato.
      – le norme su finalità, diritti, soggetti coinvolti
Secondo le direttive legislative l’embrione, già all’inizio del suo sviluppo (zigote, ovvero cellula singola), gode degli stessi diritti della persona. Il diritto alla salute della madre, dunque, viene subordinato al diritto all’integrità fisica dell’embrione. Questo provvedimento è tutt’ora in contrasto con il diritto all’aborto, con il ricorso alla pillola del giorno dopo e con il codice civile italiano che riconosce la titolarità di diritti e doveri solo al momento della nascita.
       – il divieto di fecondazione eterologa
E’ vietato ricorrere a gameti provenienti da individui esterni alla coppia. La legge, pertanto, impedisce di avere un figlio alle coppie in cui uno dei due o entrambi i membri siano sterili. Gli esclusi potrebbero essere persone nate sterili ma anche persone che lo sono diventate a seguito di interventi chirurgici o trattamenti antitumorali, così come i portatori di gravi malattie trasmissibili.
Il referendum è risultato nullo perché il quorum (50% più 1) non è stato raggiunto. I votanti sono stati il 25,9% degli aventi diritto; di questi una percentuale tra il 77 e l’88% ha votato per l’abrogazione di tutti e quattro i punti. Perché la richiesta di un referendum abrogativo possa essere reiterata è necessario il decorso di un periodo pari a cinque anni. Ne mancano ancora due.

Valeria Carlot

Valeria.carlo@sconfinare.net

Si è conclusa il 31 ottobre la quinta edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, con grande partecipazione di pubblico e ovviamente della stampa. Ho provato ad accedere alla struttura dell’Auditorium del Parco della Musica, il luogo con il maggior numero di sale e di proiezioni, quello con i tappeti rossi e la gente urlante ad acclamare attori e attrici ma anche con i prezzi più alti (alcuni film costavano anche 20 euro secondo il programma) Ma non mi è andata bene: la prima volta dopo una fila di un’ora i posti erano già esauriti, la seconda era una proiezione riservata ai soli giornalisti (ho provato a passare come giornalista di Sconfinare, ma come si può immaginare non mi hanno fatto entrare). Un po’ sconsolata dalle esperienze, stavo quasi abbandonando l’idea di godermi qualche buon film, ma poi ho scoperto la Casa del Cinema: un edificio nel parco di Villa Borghese inaugurato a tale uso nel 2005 e che sotto la direzione di Felice Laudario propone rassegne cinematografiche con ingresso gratuito. Nell’ambito del Festival, alla Casa del Cinema sono stati proiettati i film della categoria La Fabbrica dei Progetti, comprendenti cioè le opere prime di alcuni registi. Tra quelli che ho potuto vedere, da segnalare è “Astropia”, film islandese di Gunnar Bjorn Gudmundsson, in cui una giovane donna dell’alta società si ritrova improvvisamente povera e per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare in un negozio di fumetti e giochi di ruolo, mondo del quale è completamente ignara. Col tempo imparerà a conoscerlo e nel frattempo a maturare, imparando a guardare oltre le apparenze e nonostante un ex fidanzato intrigante. Vincitore della categoria è risultato “Bird Can’t Fly”, di produzione sudafricana e irlandese, premiato probabilmente per l’intensità dei personaggi e la bravura della protagonista (Barbara Hershey), anche se a tratti è un po’ pesante. Nel film, una donna di nome Melody, dopo la morte improvvisa della figlia, fa ritorno in Sudafrica peri suoi funerali e lì ritrova il suo passato ma anche un nipote di cui non sapeva l’esistenza. Altra iniziativa interessante, sempre alla Casa del Cinema durante il festival è stata la giornata dedicata alla Mosfilm, una casa di produzione sovietica e che ancora oggi, seppur con minore successo, è attiva. Sono stai proiettati 4 film: “L’Impero Scomparso” (2007, l’unico che non ho visto), “Quando Volano le Cicogne” (1957, vincitore del Festival di Cannes, molto bravi gli interpreti), “Cinque Serate”(1978, storia d’amore dopo 18 anni di lontananza) e “The Inner Circle” o “Il Proiezionista” (1991, del regista Andrej Konchalovskij, quest’ultimo molto bello in quanto racconta la storia di un uomo devotissimo a Stalin e alla causa comunista, ma che proprio in nome di essa perde il suo grande amore, e nonostante ciò non rinnega le sue convinzioni. Non ho partecipato quindi al Festival ufficiale, è vero, ma sono soddisfatta di quello che ho visto: ne valeva assolutamente la pena!

Lisa Cuccato

Lisa.cuccato@sconfinare.net

Estoni, Bulgari, Austriaci, Sloveni, Ungheresi e Italiani: un gruppo di 30 giovani uniti dal desiderio di buttare giù i muri tra gli stati, dalla voglia di stupire chi è convinto che l’Unione Europea sia solo un utile (o dannoso) sistema economico, dall’entusiasmo di chi ama le proprie origini ma che non ha paura di guardare oltre il giardino di casa. Sarà proprio Gorizia, dal 3 al 10 Gennaio, ad accoglierli per una settimana di attività in comune, nelle strutture della Caritas di via Vittorio Veneto. Sono i ragazzi dell’associazione Diagonalpeadria (studenti al secondo anno SID) i diretti organizzatori di questo scambio dalla tematica intensamente legata al valore di queste terre: il confine come realtà quotidiana per i giovani. Dietro un titolo fresco e accattivante, JUMPING IN EUROPE, si chiederanno insieme cosa cambia per le nazioni che ora stanno accedendo in Europa, comparando strumenti e modelli di vicinato per giovani di aree di confine. Sarà una settimana di giochi, dibattiti, conferenze, visite di piacere e incontri con i responsabili ISIG, volta a creare un intreccio di intense relazioni nel gruppo: è proprio con questo intento che la Commissione Europea, tramite la DG Istruzione e Cultura, promuove i progetti ideati da associazioni giovanili europee. Si tratta del Programma Gioventù attivo già dal 1996, e per la prima volta in Gorizia potrà svolgersi un’attività del genere grazie al finanziamento che il sottoprogramma per la cooperazione transfrontaliera (presente solo in Friuli Venezia Giulia e in Veneto) di solito destina ad obiettivi di mercato: questa la migliore dimostrazione di come l’Unione Europea comincia a non fare più paura, di come il processo d’integrazione sociale e culturale stia diventando un bisogno sentito da ogni generazione.

 

Arianna Oliviero

Sorge su una collina nell’anfiteatro morenico del Tagliamento, nel cuore del Friuli, la cittadina medievale di San Daniele. Un luogo meraviglioso dal punto di vista artistico, culturale e gastronomico; il tutto impreziosito dallo sfondo delle Prealpi e Alpi carniche che avvolge la località. Dalla spianata del colle è infatti possibile godere della particolare posizione geografica di San Daniele, a metà strada tra il mare e le montagne, per ammirare, oltre al paesaggio montuoso, anche la spianata della pianura friulana, costellata di piccoli appezzamenti agricoli, prati e boschetti.

A occidente del colle scorre il fiume Tagliamento, col suo letto ghiaioso attraversato da esigui rivoli d’acqua che nettamente contrasta con il verde del panorama. Al Tagliamento, così come ad un altro fiume, il Corno, è intimamente legata la storia di San Daniele, anche se l’elemento che più caratterizza la storia della città medievale è la posizione geografica. Fin dall’antichità San Daniele è stato punto di passaggio per moltissime popolazioni: Liguri, Etruschi, Celti, Romani, Bizantini, Longobardi, Franchi e Avari, solo per citarne alcuni. Ciascuno di essi ha lasciato traccia, più o meno profonda, sulla città e sul territorio. Il motivo di tali passaggi è stato principalmente di tipo commerciale; la posizione di San Daniele, che come si è detto è situato tra mare e montagne, ne faceva il luogo adatto per l’incontro e lo scambio dei prodotti provenienti dalla costa e di quelli provenienti dai monti. Si spiega così la frequenza delle fiere che si tenevano regolarmente a San Daniele sia in epoca medievale che in Età moderna, e di cui si continua la tradizione grazie a manifestazioni che riempiono periodicamente di stands e visitatori le viuzze del centro storico della cittadina. Tra questa si ricorda “Aria di festa”, che si svolge ogni estate da ventidue anni.

San Daniele presenta molte opere artistiche che meritano una visita, come il Duomo, il palazzo del municipio, le chiese di San Daniele e Sant’Antonio Abate, senza dimenticare la Biblioteca Guarneriana, tra le più vecchie d’Italia e tuttora una delle più prestigiose.

L’elemento che ha fatto la fortuna di San Daniele è dunque la sua posizione geografica, determinante per creare quel particolare microclima che, assieme alla fedeltà alle tradizionali tecniche di lavorazione, è alla base del successo del celebre prosciutto di San Daniele. L’attività produttiva più famosa, ben inserita nel tessuto produttivo che pure è tipicamente artigianale (si ricordano anche le produzioni di prodotti artigianali tipici e gioielleria) e anch’esso strettamente legato al territorio.

Una mentalità “artigianale” la mantiene tuttora la produzione del prosciutto, nonostante i prosciuttifici abbiano ormai intrapreso la via industriale, in virtù del suo stretto legame con il territorio d’origine. Il prosciutto venne lavorato per la prima volta dai Celti, che abitarono San Daniele sin dal 400 a.C. circa. Essi erano infatti soliti conservare le cosce di suino utilizzando erbe, aceto e affumicandole. La miscelatura dell’aria fredda dal Nord con quella calda dall’Adriatico, costituendo una sorta di “climatizzazione naturale”, è l’elemento che da sempre rappresenta il miglior ingrediente del prosciutto di San Daniele.

Il fascino del paesaggio collinare, la suggestione dell’architettura medievale e, non ultimo, la possibilità di assaggiare il celebre prosciutto nel luogo migliore possibile rendono San Daniele una meta certamente attraente per un piacevole week end.

Andrea Bonetti, Massimo Pieretti, Rodolfo Toè

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