You are currently browsing the tag archive for the ‘laicità’ tag.

La laicità a colpi di provocazione

Negli ultimi tempi, l’ennesima provocazione in campo religioso ha avuto luogo: gli autobus di Genova verranno infatti pubblicizzati dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), con lo slogan “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Naturalmente l’opinione pubblica si è infervorata, Bertone si è grattato i natali, la Chiesa mantiene un tacito profilo conscia della giustezza della politica del silenzio, quale migliore delle risposte, alla provocazione.

Nonostante io personalmente sia aconfessionale, ma non ateo, bensì laico e laicista nella mia visione dello stato, mi sorprendo come le lotte debbano essere combattute attraverso le estremizzazioni. Pur riconoscendo alle persone atee il diritto di non riconoscere l’esistenza di Dio, ciò non toglie che queste ultime non debbano prevaricare la fede di chi invece crede.

Nel pensiero laico la libertà sta nella scelta libera in libero stato, ossia senza che una determinata forza, maggioritaria o minoritaria che sia, possa in alcun modo influenzare la crescita del pensiero della persona. Per questo devono essere accolte le rivolte alle frequenti interferenze nel mondo pubblico di determinate forze di pensiero. Tali interferenze non sono solo un’opinione, diventano coercizione lì dove si precetta in base a valori morali personali e li si generalizza. Eppure le critiche non possono diventare a loro volta un fattore di discriminazione o di oppressione. Vorrebbe dire fare lo stesso cattivo gioco del nemico, uccidendo il pensiero laico che invece si rifocilla del confronto e non dello scontro.

Inoltre, non è discriminando che si ottiene la cultura di base su cui educare ad una nuoca laicità. Per effettuare un parallelismo, non sono le quote rosa di per loro a risolvere il problema del machismo. Sono forse uno strumento poco democratico per ricreare una cultura di base, imperniata sul rispetto della donna. Allora, ritornando al nostro discorso principale, il messaggio che “Dio non esiste” è una presa di posizione che invade lo spazio pubblico senza effettivamente creare il germe dello spirito critico. Tale gesto sarebbe forse più adatto se fatto sul sito internet dell’Unione suddetta. Tale gesto invece piacerà a pochi, radicalizzerà i molti. E il processo di effettiva laicizzazione dello Stato italiano (“secolarizzazione” per alcuni) rischia di fare tre passi indietro dopo averne fatti due.

Questo evento però ha fatto scaturire in me un altro tipo di riflessione: la crisi economica di cui tanto si parla per certi versi non avrà conseguenze negative in tutti i settori della società. La crisi, in primis quella psicologica, farà sì, almeno secondo il mio punto di vista, che la generazione attuale si renda conto di quanta precarietà e senso dell’effimero vi sia nei beni materiali. Si rifocillerà allora nell’abbondanza della ricchezza morale, nel confronto di idee e di opinioni, nell’attuazione di scelte non per forza capitalisticamente cicliche, ma sostenibilmente sviluppabili. Ambientalismo, localismo, cultura generalizzata, nuove forme di arte, letteratura e musica, ritorno ad un’ortodossia dei credi. Lo definirei nel complesso uno “sviluppo radicato”, che per molti versi è già in atto.

In fondo è successo molte volte nella storia e la necessità ha sempre aguzzato l’ingegno. Credo in quel che sarà.
Edoardo Buonerba

Secondo le versione “ufficiale” dei fatti, quella prevalente nelle dichiarazioni accorate dei politici e sui media, all’università La Sapienza Benedetto XVI è rimasto vittima dell’intolleranza laicista di una minoranza di studenti e docenti. Ma guardando i fatti da una prospettiva diversa, può addirittura passare per la testa che non sia successo niente di tutto ciò, e che la vera notizia da ricavare sia un’altra. La stampa estera ha dedicato solo esigui trafiletti all’accaduto; secondo il Berliner Tageszeitung, dimostra semplicemente “che il Papa non è ospite gradito dappertutto”. E allora, perché è nata quest’enorme bagarre? Chi l’ha alimentata?

In primo luogo, il rettore di un ateneo pubblico che invita “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”. Possibile che Guarini non sapesse a cosa andava incontro? Bisogna ammettere che molto spesso le celebrazioni ufficiali si risolvono in uno sfoggio di ermellini e retorica che vuol dire poco, ma l’inaugurazione dell’anno accademico e la relativa lectio magistralis sono momenti altamente simbolici per l’università. Comprendono le linee guida dell’attività di un ateneo, e il metodo che contraddistingue tale attività prevede libertà d’espressione per tutti, seguita da contestazioni, dibattiti, ripensamenti, confutazioni. Come si può pensare di non suscitare opposizione invitando, come unico ospite, un personaggio che incarna una istituzione basata su dogmi, fra cui quello della sua infallibilità? Il professor Marcello Cini, autore di una lettera di protesta inviata al rettore il 14 novembre, denuncia come Benedetto XVI stia utilizzando “l’effigie della dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”: impossibile pretendere che biologi e scienziati in generale assistano senza dire nulla all’intervento di un Papa che ha dato appoggio esplicito alla teoria del disegno intelligente, e che pretende di “ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione”.

A mio parere, l’invito non andava fatto: non in assoluto, perché le occasioni di confronto (anche se per un pontefice il dibattito vero e proprio è praticamente inconcepibile) non vanno rifiutate, neppure di fronte a chi ha la possibilità di esprimere quotidianamente le proprie opinioni con il supporto di media asserviti. Ma in quell’occasione e in quel modo sicuramente no. Ciò detto, l’invito acquista un senso preciso se si ammette che lo scopo reale era proprio quello di suscitare un caso mediatico, per dare visibilità ad un rettore giunto a fine mandato. O per distogliere l’attenzione dai problemi giudiziari di quello stesso rettore, coinvolto in un’inchiesta sull’assegnazione di posti di lavoro ai parenti nonché di un appalto milionario per la costruzione di un parcheggio. O per far dimenticare il buco nel bilancio dell’ateneo. Tesi avvalorate dal fatto che la lettera di protesta del professor Cini, e il successivo sostegno espresso dai 67 docenti, risalgono alla metà di novembre, mentre i media hanno aspettato pochi giorni prima della visita per dare risalto alla notizia, presentando le proteste come un’improvisa fiammata di intolleranza che ha portato agli eventi che ben conosciamo e che ha catalizzato l’attenzione generale per giorni.

In ogni caso, una volta fatto e accettato l’invito, il pontefice andava ascoltato, proprio in nome di quella libertà d’espressione che dovrebbe caratterizzare l’università. Ma è ignobile e surreale invocare tale diritto a favore di Benedetto XVI per poi attaccare ferocemente i contestatori della sua presenza: studenti e docenti non hanno fatto altro che esprimere il loro punto di vista, come garantisce la Costituzione, e la possibilità di parlare non è mai stata negata al Papa. Negli ultimi anni, la Chiesa cattolica si è distinta sempre di più per le pesanti ingerenze nella vita politica italiana, affermando perentoriamente la propria opinione su tutto ciò che la interessa, comportandosi come l’unico rappresentante dell’etica del Paese. E quando non sono le gerarchie ad agire, ci pensano i politici, di destra e di sinistra, a strumentalizzare la religione per scopi populistici, per assicurarsi i voti dei cattolici da cui, nel “giardino del Vaticano”, non si può prescindere per essere eletti. I rappresentanti della Chiesa in questi casi tacciono, non è mai successo che si ribellassero una volta per tutte all’uso improprio delle dichiarazioni di fede, e permettono che le veglie di preghiera per politici indagati dilaghino per il Paese. Il risultato peggiore di questi comportamenti è l’inasprimento del confronto civile riguardo alla fede cattolica, che in Italia non è mai stato semplice: cittadini cattolici e cittadini laici si sentono sempre più attaccati e minacciati gli uni dagli altri. In un contesto del genere, è ingenuo credere che la Santa sede non abbia considerato la possibilità di contestazioni alla visita.

Il problema della sicurezza era inesistente: gli studenti più coinvolti nelle proteste erano circa 300, e sarebbe bastato dare loro uno spazio in cui manifestare contemporaneamente alla cerimonia (come avevano chiesto) per evitare episodi imbarazzanti ed eventualmente poco civili in aula magna. Prodi ed Amato avrebbero insistito fino all’ultimo perché Benedetto XVI non rinunciasse alla visita, se ci fossero stati reali motivi di preoccupazione sullo svolgimento della cerimonia?

Nessuno ha impedito al Papa di parlare. Nessuno gli ha messo il bavaglio. E’ stato lui a sottrarsi ad una situazione che poteva non essere facile, ma che poteva affrontare. Le motivazioni addotte dalla Santa sede perdono ulteriormente credibilità alla luce degli avvenimenti che sono seguiti: domenica 20 gennaio, il Cardinal Ruini invita tutti all’Angelus per esprimere il proprio sostegno al Papa, trasformando una cerimonia religiosa in manifestazione politica tanto quanto le proteste degli studenti. Il giorno dopo, il tocco finale: al Consiglio permanente della Cei, Monsignor Bagnasco lancia precise accuse al governo Prodi, in bilico dopo l’annunciato rirtiro del sostegno dell’Udeur di Mastella. Il capo della Cei detta senza mezzi termini un’agenda politica ben precisa sui temi più importanti del momento, dall’assistenza alle famiglie, alle morti sul lavoro, all’emergenza rifiuti. Non dimentica di ringraziare indirettamente Giuliano Ferrara per aver “lanciato il dibattito” sulla revisione della legge 194. Insomma, indica le proprie condizioni per la sopravvivenza di un governo in Italia.

Ed eccola qui allora, la vera notizia di cui parlavo all’inizio: chi governerà dopo l’attuale crisi politica, farà bene a tenere conto dell’influenza del Vaticano, ancor più di quanto non abbia fatto questo centro-sinistra.

Athena Tomasini

L’articolo apparso sull’ultimo numero di “Sconfinare” riguardante la problematica dell’aborto e l’attuale clamore suscitato dal partito di Giuliano Ferrara, mi hanno spinto a dire la mia ed a contribuire con queste righe a creare un dibattito intorno all’argomento.

Vorrei inoltre far notare che questo articolo non è un “bastian contrario” rispetto a quello già pubblicato nell’uscita precedente, ma intende essere un complemento di quello…un’altra delle tante opinioni.

La fondazione del partito “Per la Vita” è stato sicuramente lo stimolo più pungente per riaccendere il dibattito su un tema che tocca la sfera più intima di ognuno, su cui tutti abbiamo una opinione che si forma come corollario di diverse esperienze sia empiriche che spirituali.

Un  partito politico,però, deve farsi portatore di interessi diffusi nella popolazione, e non può ridursi solo ad una battaglia monotematica, anche perchè, il governo di un Paese deve fronteggiare   un novero di problemi economici sociali e politici che non si posso riconoscere nell’anti-abortismo tout-court.. Tutto questo il fondatore e leader del partito lo sa bene, data anche la sua formazione politica di tutto rispetto, ma conoscendo il personaggio-Ferrara e la sua forte indole polemica non stenterei a credere che l’iniziativa sia una provocazione, volendo fuoriluogo,  ma di certo senza alcuna velleità di governo; proprio per questo il vuoto di programmi è stato cosi palese, si può dire che questa compagine si presenti alle elezioni con poche idee ma ben confuse.

E’ vero che il tema dell’aborto debba essere discusso in una “arena che coinvolga direttamente la società”, ma non si può evitare che una decisione finale passi per il Parlamento per due motivi: il Parlamento pur non essendo composto dallo stesso numero di uomini e di donne rappresenta tutti i cittadini Italiani che lo legittimano con il proprio voto, ed essendo in vigore un tipo di referendum solo abrogativo una eventuale nuova legislazione dovrà, per regola passare dalle due camere.

La legge 194/78, inoltre, a mio avviso è uno strumento completo ed equilibrato, quindi, ottimale per  regolare una problematica cosi spinosa sulla quale data la natura umana non può vigere un vuoto di regolamentazione: ogni caso di interruzione di gravidanza è previsto e regolato in maniera certa ed inequivocabile senza spazio per le interpretazioni.

Uscendo però dalla sfera giuridica, come è stato giustamente portato all’attenzione, l’interruzione di gravidanza tocca diversi aspetti dell’essere umano, fra cui la fede religiosa che sicuramente rende l’interpretazione più difficile, ma non è soltanto un orpello barocco da aggiungere alle argomentazioni: secondo Feuerbach infatti Dio è la proiezione del bene massimo cui l’uomo aspira, sotto questa lente si capisce che con la fede ci si pone nella posizione di: “cosa farebbe la mia migliore proiezione?…” creando un problema più articolato e non meno profondo.

La questione di coscienza tuttavia, si pone prescindendo dalla fede, quindi il discorso ci riporta a un etica delle responsabilità, in cui nel compiere determinati atti si deve essere ben coscienti dei rischi cui si va incontro, non sto predicando la castità monastica, ma una responsabilizzazione delle azioni utilizzando meglio e con maggiore informazione le forme di contraccezione citando De Andrè  direi: “forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore!” Queste considerazioni non valgono solo per le donne che poi  si potrebbero trovare da sole a fronteggiare decisioni di questo tipo, ma anche per gli uomini per i quali è più facile scappare (mater certa est….) piuttosto che accollarsi le proprie responsabilità sia di padre che di partner. Mi viene in aiuto la frase di Calvino citata nell’articolo precedente “non solo per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche ma per un atto di volontà e di amore”. Proprio sulla volontà che non è quella di procreare vorrei soffermarmi, a prescindere dall’amore che cambierebbe molti comportamenti: un atto di volontà presuppone dei rischi, questi non possono essere sempre considerati marginali o rimediabili, quindi nell’utilizzo delle proprie libertà bisognerebbe tenerne conto. La libertà di disporre del proprio corpo non va confusa con la libertà di impedire ad una nuova vita di nascere, commettendo l’errore di dare più importanza ad altri fattori che a quella vita stessa. Molti hanno obbiettato a ciò prendendo in considerazione le gravidanze sorte da violenze che indubbiamente provocano una moltiplicazione del trauma, in quei casi la legge esiste e permette in tempo di interrompere la gravidanza (art.4 comma 1 L. 194/78 sulle circostanze del concepimento) , e questi casi non sono quelli per cui tale pratica viene richiesta più spesso quindi una giustificazione di questo genere non mi sembra opportuna. Se si pone il diritto di aborto come “un diritto inviolabile” quale valore ha il “diritto alla vita” sempre decantato se esso viene precluso ancora prima di poter essere esercitato a pieno? Essendo un ragazzo, potrei essere tacciato di non capire la situazione di una donna alle prese con questa scelta, tanto meno voglio porre le donne in posizione di inferiorità, mi rivolgo quindi ad ambo i sessi: anche se potrebbe sembrare difficile per via delle differenze strettamente biologiche, tenete sempre ben presente i rischi delle vostre azioni e  state sempre al fianco di chi porta in se una vita.

Antonio Del Fiacco

L’articolo apparso sull’ultimo numero di “Sconfinare” riguardante la problematica dell’aborto e l’attuale clamore suscitato dal partito di Giuliano Ferrara, mi hanno spinto a dire la mia ed a contribuire con queste righe a creare un dibattito intorno all’argomento.

Vorrei inoltre far notare che questo articolo non è un “bastian contrario” rispetto a quello già pubblicato nell’uscita precedente, ma intende essere un complemento di quello…un’altra delle tante opinioni.

La fondazione del partito “Per la Vita” è stato sicuramente lo stimolo più pungente per riaccendere il dibattito su un tema che tocca la sfera più intima di ognuno, su cui tutti abbiamo una opinione che si forma come corollario di diverse esperienze sia empiriche che spirituali.

Un  partito politico,però, deve farsi portatore di interessi diffusi nella popolazione, e non può ridursi solo ad una battaglia monotematica, anche perchè, il governo di un Paese deve fronteggiare   un novero di problemi economici sociali e politici che non si posso riconoscere nell’anti-abortismo tout-court.. Tutto questo il fondatore e leader del partito lo sa bene, data anche la sua formazione politica di tutto rispetto, ma conoscendo il personaggio-Ferrara e la sua forte indole polemica non stenterei a credere che l’iniziativa sia una provocazione, volendo fuoriluogo,  ma di certo senza alcuna velleità di governo; proprio per questo il vuoto di programmi è stato cosi palese, si può dire che questa compagine si presenti alle elezioni con poche idee ma ben confuse.

E’ vero che il tema dell’aborto debba essere discusso in una “arena che coinvolga direttamente la società”, ma non si può evitare che una decisione finale passi per il Parlamento per due motivi: il Parlamento pur non essendo composto dallo stesso numero di uomini e di donne rappresenta tutti i cittadini Italiani che lo legittimano con il proprio voto, ed essendo in vigore un tipo di referendum solo abrogativo una eventuale nuova legislazione dovrà, per regola passare dalle due camere.

La legge 194/78, inoltre, a mio avviso è uno strumento completo ed equilibrato, quindi, ottimale per  regolare una problematica cosi spinosa sulla quale data la natura umana non può vigere un vuoto di regolamentazione: ogni caso di interruzione di gravidanza è previsto e regolato in maniera certa ed inequivocabile senza spazio per le interpretazioni.

Uscendo però dalla sfera giuridica, come è stato giustamente portato all’attenzione, l’interruzione di gravidanza tocca diversi aspetti dell’essere umano, fra cui la fede religiosa che sicuramente rende l’interpretazione più difficile, ma non è soltanto un orpello barocco da aggiungere alle argomentazioni: secondo Feuerbach infatti Dio è la proiezione del bene massimo cui l’uomo aspira, sotto questa lente si capisce che con la fede ci si pone nella posizione di: “cosa farebbe la mia migliore proiezione?…” creando un problema più articolato e non meno profondo.

La questione di coscienza tuttavia, si pone prescindendo dalla fede, quindi il discorso ci riporta a un etica delle responsabilità, in cui nel compiere determinati atti si deve essere ben coscienti dei rischi cui si va incontro, non sto predicando la castità monastica, ma una responsabilizzazione delle azioni utilizzando meglio e con maggiore informazione le forme di contraccezione citando De Andrè  direi: “forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore!” Queste considerazioni non valgono solo per le donne che poi  si potrebbero trovare da sole a fronteggiare decisioni di questo tipo, ma anche per gli uomini per i quali è più facile scappare (mater certa est….) piuttosto che accollarsi le proprie responsabilità sia di padre che di partner. Mi viene in aiuto la frase di Calvino citata nell’articolo precedente “non solo per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche ma per un atto di volontà e di amore”. Proprio sulla volontà che non è quella di procreare vorrei soffermarmi, a prescindere dall’amore che cambierebbe molti comportamenti: un atto di volontà presuppone dei rischi, questi non possono essere sempre considerati marginali o rimediabili, quindi nell’utilizzo delle proprie libertà bisognerebbe tenerne conto. La libertà di disporre del proprio corpo non va confusa con la libertà di impedire ad una nuova vita di nascere, commettendo l’errore di dare più importanza ad altri fattori che a quella vita stessa. Molti hanno obbiettato a ciò prendendo in considerazione le gravidanze sorte da violenze che indubbiamente provocano una moltiplicazione del trauma, in quei casi la legge esiste e permette in tempo di interrompere la gravidanza (art.4 comma 1 L. 194/78 sulle circostanze del concepimento) , e questi casi non sono quelli per cui tale pratica viene richiesta più spesso quindi una giustificazione di questo genere non mi sembra opportuna. Se si pone il diritto di aborto come “un diritto inviolabile” quale valore ha il “diritto alla vita” sempre decantato se esso viene precluso ancora prima di poter essere esercitato a pieno? Essendo un ragazzo, potrei essere tacciato di non capire la situazione di una donna alle prese con questa scelta, tanto meno voglio porre le donne in posizione di inferiorità, mi rivolgo quindi ad ambo i sessi: anche se potrebbe sembrare difficile per via delle differenze strettamente biologiche, tenete sempre ben presente i rischi delle vostre azioni e  state sempre al fianco di chi porta in se una vita.

Antonio Del Fiacco

L’articolo apparso sull’ultimo numero di “Sconfinare” riguardante la problematica dell’aborto e l’attuale clamore suscitato dal partito di Giuliano Ferrara, mi hanno spinto a dire la mia ed a contribuire con queste righe a creare un dibattito intorno all’argomento.

Vorrei inoltre far notare che questo articolo non è un “bastian contrario” rispetto a quello già pubblicato nell’uscita precedente, ma intende essere un complemento di quello…un’altra delle tante opinioni.

La fondazione del partito “Per la Vita” è stato sicuramente lo stimolo più pungente per riaccendere il dibattito su un tema che tocca la sfera più intima di ognuno, su cui tutti abbiamo una opinione che si forma come corollario di diverse esperienze sia empiriche che spirituali.

Un  partito politico,però, deve farsi portatore di interessi diffusi nella popolazione, e non può ridursi solo ad una battaglia monotematica, anche perchè, il governo di un Paese deve fronteggiare   un novero di problemi economici sociali e politici che non si posso riconoscere nell’anti-abortismo tout-court.. Tutto questo il fondatore e leader del partito lo sa bene, data anche la sua formazione politica di tutto rispetto, ma conoscendo il personaggio-Ferrara e la sua forte indole polemica non stenterei a credere che l’iniziativa sia una provocazione, volendo fuoriluogo,  ma di certo senza alcuna velleità di governo; proprio per questo il vuoto di programmi è stato cosi palese, si può dire che questa compagine si presenti alle elezioni con poche idee ma ben confuse.

E’ vero che il tema dell’aborto debba essere discusso in una “arena che coinvolga direttamente la società”, ma non si può evitare che una decisione finale passi per il Parlamento per due motivi: il Parlamento pur non essendo composto dallo stesso numero di uomini e di donne rappresenta tutti i cittadini Italiani che lo legittimano con il proprio voto, ed essendo in vigore un tipo di referendum solo abrogativo una eventuale nuova legislazione dovrà, per regola passare dalle due camere.

La legge 194/78, inoltre, a mio avviso è uno strumento completo ed equilibrato, quindi, ottimale per  regolare una problematica cosi spinosa sulla quale data la natura umana non può vigere un vuoto di regolamentazione: ogni caso di interruzione di gravidanza è previsto e regolato in maniera certa ed inequivocabile senza spazio per le interpretazioni.

Uscendo però dalla sfera giuridica, come è stato giustamente portato all’attenzione, l’interruzione di gravidanza tocca diversi aspetti dell’essere umano, fra cui la fede religiosa che sicuramente rende l’interpretazione più difficile, ma non è soltanto un orpello barocco da aggiungere alle argomentazioni: secondo Feuerbach infatti Dio è la proiezione del bene massimo cui l’uomo aspira, sotto questa lente si capisce che con la fede ci si pone nella posizione di: “cosa farebbe la mia migliore proiezione?…” creando un problema più articolato e non meno profondo.

La questione di coscienza tuttavia, si pone prescindendo dalla fede, quindi il discorso ci riporta a un etica delle responsabilità, in cui nel compiere determinati atti si deve essere ben coscienti dei rischi cui si va incontro, non sto predicando la castità monastica, ma una responsabilizzazione delle azioni utilizzando meglio e con maggiore informazione le forme di contraccezione citando De Andrè  direi: “forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore!” Queste considerazioni non valgono solo per le donne che poi  si potrebbero trovare da sole a fronteggiare decisioni di questo tipo, ma anche per gli uomini per i quali è più facile scappare (mater certa est….) piuttosto che accollarsi le proprie responsabilità sia di padre che di partner. Mi viene in aiuto la frase di Calvino citata nell’articolo precedente “non solo per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche ma per un atto di volontà e di amore”. Proprio sulla volontà che non è quella di procreare vorrei soffermarmi, a prescindere dall’amore che cambierebbe molti comportamenti: un atto di volontà presuppone dei rischi, questi non possono essere sempre considerati marginali o rimediabili, quindi nell’utilizzo delle proprie libertà bisognerebbe tenerne conto. La libertà di disporre del proprio corpo non va confusa con la libertà di impedire ad una nuova vita di nascere, commettendo l’errore di dare più importanza ad altri fattori che a quella vita stessa. Molti hanno obbiettato a ciò prendendo in considerazione le gravidanze sorte da violenze che indubbiamente provocano una moltiplicazione del trauma, in quei casi la legge esiste e permette in tempo di interrompere la gravidanza (art.4 comma 1 L. 194/78 sulle circostanze del concepimento) , e questi casi non sono quelli per cui tale pratica viene richiesta più spesso quindi una giustificazione di questo genere non mi sembra opportuna. Se si pone il diritto di aborto come “un diritto inviolabile” quale valore ha il “diritto alla vita” sempre decantato se esso viene precluso ancora prima di poter essere esercitato a pieno? Essendo un ragazzo, potrei essere tacciato di non capire la situazione di una donna alle prese con questa scelta, tanto meno voglio porre le donne in posizione di inferiorità, mi rivolgo quindi ad ambo i sessi: anche se potrebbe sembrare difficile per via delle differenze strettamente biologiche, tenete sempre ben presente i rischi delle vostre azioni e  state sempre al fianco di chi porta in se una vita.

Antonio Del Fiacco

L’articolo apparso sull’ultimo numero di “Sconfinare” riguardante la problematica dell’aborto e l’attuale clamore suscitato dal partito di Giuliano Ferrara, mi hanno spinto a dire la mia ed a contribuire con queste righe a creare un dibattito intorno all’argomento.

Vorrei inoltre far notare che questo articolo non è un “bastian contrario” rispetto a quello già pubblicato nell’uscita precedente, ma intende essere un complemento di quello…un’altra delle tante opinioni.

La fondazione del partito “Per la Vita” è stato sicuramente lo stimolo più pungente per riaccendere il dibattito su un tema che tocca la sfera più intima di ognuno, su cui tutti abbiamo una opinione che si forma come corollario di diverse esperienze sia empiriche che spirituali.

Un  partito politico,però, deve farsi portatore di interessi diffusi nella popolazione, e non può ridursi solo ad una battaglia monotematica, anche perchè, il governo di un Paese deve fronteggiare   un novero di problemi economici sociali e politici che non si posso riconoscere nell’anti-abortismo tout-court.. Tutto questo il fondatore e leader del partito lo sa bene, data anche la sua formazione politica di tutto rispetto, ma conoscendo il personaggio-Ferrara e la sua forte indole polemica non stenterei a credere che l’iniziativa sia una provocazione, volendo fuoriluogo,  ma di certo senza alcuna velleità di governo; proprio per questo il vuoto di programmi è stato cosi palese, si può dire che questa compagine si presenti alle elezioni con poche idee ma ben confuse.

E’ vero che il tema dell’aborto debba essere discusso in una “arena che coinvolga direttamente la società”, ma non si può evitare che una decisione finale passi per il Parlamento per due motivi: il Parlamento pur non essendo composto dallo stesso numero di uomini e di donne rappresenta tutti i cittadini Italiani che lo legittimano con il proprio voto, ed essendo in vigore un tipo di referendum solo abrogativo una eventuale nuova legislazione dovrà, per regola passare dalle due camere.

La legge 194/78, inoltre, a mio avviso è uno strumento completo ed equilibrato, quindi, ottimale per  regolare una problematica cosi spinosa sulla quale data la natura umana non può vigere un vuoto di regolamentazione: ogni caso di interruzione di gravidanza è previsto e regolato in maniera certa ed inequivocabile senza spazio per le interpretazioni.

Uscendo però dalla sfera giuridica, come è stato giustamente portato all’attenzione, l’interruzione di gravidanza tocca diversi aspetti dell’essere umano, fra cui la fede religiosa che sicuramente rende l’interpretazione più difficile, ma non è soltanto un orpello barocco da aggiungere alle argomentazioni: secondo Feuerbach infatti Dio è la proiezione del bene massimo cui l’uomo aspira, sotto questa lente si capisce che con la fede ci si pone nella posizione di: “cosa farebbe la mia migliore proiezione?…” creando un problema più articolato e non meno profondo.

La questione di coscienza tuttavia, si pone prescindendo dalla fede, quindi il discorso ci riporta a un etica delle responsabilità, in cui nel compiere determinati atti si deve essere ben coscienti dei rischi cui si va incontro, non sto predicando la castità monastica, ma una responsabilizzazione delle azioni utilizzando meglio e con maggiore informazione le forme di contraccezione citando De Andrè  direi: “forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore!” Queste considerazioni non valgono solo per le donne che poi  si potrebbero trovare da sole a fronteggiare decisioni di questo tipo, ma anche per gli uomini per i quali è più facile scappare (mater certa est….) piuttosto che accollarsi le proprie responsabilità sia di padre che di partner. Mi viene in aiuto la frase di Calvino citata nell’articolo precedente “non solo per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche ma per un atto di volontà e di amore”. Proprio sulla volontà che non è quella di procreare vorrei soffermarmi, a prescindere dall’amore che cambierebbe molti comportamenti: un atto di volontà presuppone dei rischi, questi non possono essere sempre considerati marginali o rimediabili, quindi nell’utilizzo delle proprie libertà bisognerebbe tenerne conto. La libertà di disporre del proprio corpo non va confusa con la libertà di impedire ad una nuova vita di nascere, commettendo l’errore di dare più importanza ad altri fattori che a quella vita stessa. Molti hanno obbiettato a ciò prendendo in considerazione le gravidanze sorte da violenze che indubbiamente provocano una moltiplicazione del trauma, in quei casi la legge esiste e permette in tempo di interrompere la gravidanza (art.4 comma 1 L. 194/78 sulle circostanze del concepimento) , e questi casi non sono quelli per cui tale pratica viene richiesta più spesso quindi una giustificazione di questo genere non mi sembra opportuna. Se si pone il diritto di aborto come “un diritto inviolabile” quale valore ha il “diritto alla vita” sempre decantato se esso viene precluso ancora prima di poter essere esercitato a pieno? Essendo un ragazzo, potrei essere tacciato di non capire la situazione di una donna alle prese con questa scelta, tanto meno voglio porre le donne in posizione di inferiorità, mi rivolgo quindi ad ambo i sessi: anche se potrebbe sembrare difficile per via delle differenze strettamente biologiche, tenete sempre ben presente i rischi delle vostre azioni e  state sempre al fianco di chi porta in se una vita.

Antonio Del Fiacco

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.503 hits