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Bertrand Cantat tornerà a cantare. Stamattina mi guardo allo specchio. Nessuno ha ancora potuto dirmi dove si trovi, quest’anima che andiamo cercando da sempre. Perché c’è eh, almeno di questo siamo tutti sicuri. La nostra interezza, la nostra parte più completa. Meglio ancora, ciò che di noi è senza vergogna (l’anima non ha foglie di fico). Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io ne sono felice. Lo stesso Bertrand che ha ammazzato di botte la compagna, lo stesso cui è bruciata la casa e la cui prima moglie si è ammazzata. Bertrand Cantat tornerà a cantare, era tanto che lo aspettavo.

Stamattina mi guardo allo specchio, l’uomo?, e mi dico che ci hanno mentito. Linea della fronte, naso, labbra ed occhi. L’anima, e sarebbe pure buona. Portata naturalmente al bene. L’iperuranio, signori, l’iperuranio anche quando il Demiurgo è visibilmente un incapace, o un assenteista, o peggio! E com’è che non la vedo. L’anima. Mi guardo uomo e so che l’Uomo è una sonora menzogna e non lo troverò mai. Non lo troverete mai. A meno che non vi rivolgiate anche a loro. Bertrand Cantat ritornerà a cantare, Michele Misseri è lì in prima serata. Ed io ne ho bisogno. Un disperato bisogno. Perché stamattina mi guardo allo specchio. Sono tutte menzogne, se volete saperlo, cercatelo voi l’uomo buono: cercatelo al di là di stupratori e assassini e se ci riuscite dategli un’occhiata oltre un cancello che invoca la libertà del lavoro, se ci riuscite cercatelo anche là dove la crudeltà è maggiore, tra quei Santi che ci condannano tutti, gli stessi al confronto dei quali noi siamo feccia e che sono liberi di riversarci il loro perdono come l’ultimo colpo: quello mortale. E’ questo l’uomo? Quanta retorica stamattina se mi guardo allo specchio. Ma voi pensate veramente che l’uomo sia buono? Non ne sono certo ed anzi tutte le prove se mi guardo indietro darebbero da pensare al contrario.

I miei occhi non sono quelli di una persona buona. I vostri non lo so perché non mi hanno mai interessato.

E allora io mi scruto allo specchio, mi misuro, mi mordo, Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io con tutto il mio cuore desidero sapere: sapere com’è ammazzare di botte la persona che ami, voglio parlare con Misseri per capire, per fare un po’ più di luce sul nostro mistero. E’ l’unico enigma che valga la pena di sciogliere (per l’altro, quello degli dèi, tutto sommato vale ancora l’antica risposta: se esistono, di noi non si curano per certo). Anche Misseri ha la sua verità da portare, ed io non chiedo di diventarla, voglio soltanto prestarle ascolto. Sudo se mi guardo allo specchio. Cosa c’è in me che ci fa simili a loro, nostri fratelli, nostri uguali. Michele Misseri è crollato dopo dieci ore di interrogatorio quando qualcuno ha avuto l’idea di metterlo di fronte al suo passato, da bambino facevi il chierichetto, pezzo di merda, animale. Scommetto che a vent’anni anche lui si guardava allo specchio e non avrebbe mai pensato di finire così. Nemmeno io lo penso ma chi può dirlo, chi può dirlo. Forse in me c’è già la bestia, e in voi no? E ne siete sicuri? Sono miei simili, sono miei fratelli, sono umani (e oh se tutti potessero scrivere un disco, come Cantat). Loro sono l’uomo e loro sanno dell’anima più di me che ora ho la superbia di cercarla, perché loro vi si sono infilati, come un coltello, come un pugno o una mano che strozza una vita innocente. In quell’attimo loro l’hanno vista, l’anima. Prima di comprendere ed averne orrore. Mi piacerebbe parlare loro. Capirli. Vorrei, ecco, che mi aiutassero.

Bravi voi che avete sempre avuto in tasca il significato dell’essere umano. Lo bandite da secoli, l’avete chiamato in molti modi, ne avete scritto poesie, ci avete allestito religioni (ma l’impalcatura non regge perché sono tutte menzogne, mutilazioni della realtà. Ed anche questo lo sapete benissimo perché ogni volta restate lì sgomenti di fronte al sangue. E non capite). Eppure eccovi lì fissi a guardarlo, Misseri, eccoci qui trepidanti, perché Cantat è lì di nuovo sotto il riflettore. Ed io voglio sperare che non vi spinga solo la morbosa e pornografica volontà di toccare il crimine che grazie al cielo non ha toccato mia figlia; o peggio voglio sperare che non siate lì ad ergervi come giudici, voi stessi noi stessi che nel nostro cuore non siamo in nulla, e dico proprio in nulla, migliori di nessuno di loro. Voi avete in tasca il significato dell’essere umano, eppure dell’uomo non sapete alcunché. Anche voi siete lì perché da Misseri attendete una risposta, forse La risposta, ma avete paura di ammetterlo. Ed ecco che stamattina vi ritrovate di fronte allo specchio cercando di parlarvi (e di piacervi ancora), salve tu che sei il risultato ultimo e perfetto di millenni di erudizione, salve a te magnifico prodotto dell’evoluzione, anima pura, carogna! Tu sei quello che pregava per lo scudiscio di dio con la destra stringendo nella sinistra le tue carneficine, e sì bisognerebbe essere un Dostoevskji ma io ho non ho scritto nessun libro e ne ho letti pochi, e tutti malissimo, stamattina sei tu che finalmente riconosci che in te non c’è solo bene, quelle sono panzane da vecchie comari e sacerdoti, gente che la vita l’ha sempre temuta, guardati allo specchio e dillo di fronte ai tuoi simili, dillo che non avresti mai costruito un campo di concentramento, diglielo che non avresti mai violentato una bambina, ma ne sei sicuro? Sei sicuro che tra trent’anni non tornerai a casa uccidendo tua moglie e i tuoi figli, ne sei veramente sicuro? La tua anima è così superba? Perché se nei sei sicuro davvero allora alzati in piedi e grida allo scandalo, ma se fremi di un dubbio anche piccolissimo, ed allora hai paura è tutto chiaro, ti basta uno specchio perché in quel momento sei messo di fronte all’unica rivelazione che conti in questo piccolo mondo di periferia, giù la testa anima splendida, cerbero. Ecce homo.

Bertrand Cantat ritorna sui palchi. Lo ammetto: mi è mancato.

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È pomeriggio quando lasciamo Milano alla volta del Piemonte. Un intenso week-end eno-gastronomico tra il Monferrato, le Langhe e la Valsesia, per assaggiare quel che quest’angolo d’Italia ha da offrirci. Lasciate alle spalle Pavia e Voghera, ci troviamo immediatamente in una distesa che i colori autunnali ed il grigio delle nuvole rendono di un fascino romantico. I campi si susseguono ordinati, punteggiati qua e là di campanili di mattonato rosso. Superata Alessandria il paesaggio si fa più movimentato, l’autostrada segue il corso del Tanaro che inizia ad insinuarsi tra le colline, dove riso e grano lasciano spazio ai vigneti: è il Monferrato. Camminando per le vie di Asti si è avvolti da un’atmosfera risorgimentale dal sapore sabaudo: via Quintino Sella, via Massimo D’Azeglio…la grande piazza triangolare è intitolata a Vittorio Alfieri, come pure il Teatro Comunale ed il corso principale della città. (nato proprio ad Asti, il drammaturgo è praticamente una gloria cittadina). Eleganti palazzi tra i quali si ergono le chiese e le torri a mattoncini, lasciano il posto a vie d’improvviso più degradate.

Proseguiamo verso sud, in direzione di Alba e delle Langhe. I castelli e le tenute dell’antica nobiltà di susseguono in cima alle alture ricoperte di vigneti e noccioleti. Qua e là minuscole frazioni, vecchie case agricole ora trasformate in agriturismi. Alcune sono spruzzate di neve, mentre all’orizzonte il bianco dell’arco alpino ci circonda e si fa più scuro con il tramonto, confondendosi con il cielo. La cena è un omaggio al gusto: i vini, i formaggi, il tartufo, le nocciole. L’agriturismo, ricavato da una dimora agricola del Settecento, è un capolavoro di eleganza e di charme. L’indomani saldando il conto mi attardo a cercare una monetina da 2 euro nelle tasche (102 euro una notte in doppia), “Non si preoccupi!”, la proprietaria mi sorride e dribbla abilmente il taccuino delle fatture porgendomi una bottiglia di Barbera d’Asti della casa. In fondo tutto il mondo è paese…

Torniamo in strada in direzione Nord, alla volta di Vercelli e della Valsesia. C’è ancora il tempo per una sosta a Alessandria e Casale Monferrato. Siamo nel mezzo di quello che fu il triangolo industriale, a ricordarcelo ci sono veri e propri reperti di archeologia industriale. Vecchi capannoni industriali di mattoni ora inglobati nel centro cittadino di Casale, mentre i tricolori con la scritta “Eternit: Giustizia” appesi alle finestre ricordano la triste vergogna della fabbrica che qui produceva amianto. Il Piccolo di Alessandria (quotidiano locale!) si interroga invece sulla dismissione-riconversione dell’immenso scalo ferroviario della città, ormai in abbandono. Vestigia di un passato lontano?

Giungiamo infine sulle rive del fiume Sesia. Superati i distretti industriali della lana e della rubinetteria (questi sì! Ancora ben attivi!), ci addentriamo nell’alta Valsesia. Piccoli paesi come di gnomi si aggrappano sulle pendici delle montagne, che si fanno più ripide laddove il fiume ha formato una gola nel corso dei secoli. Alcuni sono veri e propri villaggi, raggiungibili solo a piedi attraverso un ponte pedonale che oltrepassa il fiume e li congiunge alla strada statale. Proseguendo lungo il fiume si giunge fino alle pendici del Monte Rosa, con Alagna ed gli impianti sciistici. Sono queste le valli padane armate dalla Lega Nord? Più a valle c’è Varallo, con il Sacro Monte, un complesso di quarantacinque cappelle ed una basilica eretto alla fine del Quattrocento e dichiarato nel 2003 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. All’ingresso della cittadina un cartello ci avverte che per ordinanza del Sindaco (non serve dirlo, il Sindaco e Deputato leghista Gianluca Buonanno) “Su tutte le aree pubbliche vietato l’uso di burqa, burqini e niqab, vietata l’attività a “vu’ cumprà” e mendicanti”.

Da Varallo una strada una strada provinciale lungo il corso del Mastallone conduce a Rimella, a 1182 metri d’altitudine. Il paese, che conta attualmente 134 abitanti, fu fondato nel XIII da popolazioni walser (di ceppo tedesco) che, approfittando dell’aumento delle temperature terrestre verificatosi tra l’800 ed il 1300 d.C., erano scesi dalla Svizzera valicando l’arco alpino. Nei secoli successivi l’abbassamento delle temperature, insieme all’assenza di qualunque tipo di collegamento carrozzabile, costrinsero Rimella ad un pressoché totale isolamento. Gli abitanti di sopravvissero nei secoli in completa autarchia, mantenendo livelli di sviluppo culturale e sociale altissimi (nell’Ottocento l’analfabetismo era più basso della media del Piemonte e nel paese vi erano numerosi medici e notabili, un museo ed una biblioteca). Un forte senso comunitario si è cementificato intorno alla condivisione della fede cristiana e della lingua walser: il Tittschu. Ancora parlata dalla gente del luogo, essa è tra le più antiche lingue germaniche conservate al mondo, e proprio per questo ha attirato l’interesse di storici e linguisti. Dal lavoro di questi studiosi e dalla riscoperta della propria cultura sembra che il Comune di Rimella sia voluto ripartire negli ultimi anni, con la creazione di un Centro Studi Walser e la pubblicazione di numerose opere per fare chiarezza sulla propria storia, a tratti ancora oscura.

Il microcosmo perfetto di Rimella non sopravvive infatti al secondo dopoguerra e all’emigrazione di massa. Allo sguardo superficiale di pochi giorni spesi a zonzo tra Valsesia, Langhe e Monferrato, sembra quasi che Rimella come Asti, Alessandria come Casale Monferrato, stiano faticosamente rimarginando le ferite di duri anni di cambiamento. Ed il Piemonte?

Attilio Di Battista

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

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