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L’anno è ricominciato, portando con sé la consueta scia di terrore e distruzione della sessione d’esami di settembre. Il disfacimento psico-fisico da libri, libretti, tesi e treni (soprattutto treni) vi provoca un profondo desiderio di lubianska? (Da non confondere con la Lubjanka).La notizia che Gianni è al completo, sicuro non vi farebbe piacere! Cosa fare? Come sostituire quel ricostituente proteico che vi darebbe la forza di campare fino al semestre successivo? Col classico fai da te! Sconvolti dall’annuncio “siamo pieni, mi dispiace”, fatevi consegnare a viva forza la maglietta che spetta a chi riesce nell’impresa di sbafarsi un’intera lubianska e cercate di meritarvela precipitandovi al vostro supermercato di fiducia. Col sacro furore dell’affamato procuratevi 2bistecche2 di dimensioni inaudite e preferibilmente di maiale (può andare anche la carne di bovino, ma quello che troverete saranno Bigazzi vostri…), un paio di uova, un pacco di sottilette (va bene un qualsiasi formaggio che fonde, ma il tempo è denaro e il formaggio anche) e la farina che avete finito all’ultima festa di laurea. Vi servirà poi acquistare, se non la possedete o l’avete usata come anti rumore tra testiera del letto e parete, una bella fetta di prosciutto cotto (costa meno del crudo e lo fa pure Gianni, anche se qui qualcuno potrebbe dire che la vera lubianska è stata uccisa da fuoco amico). Il pane grattato non vi serve, scommetto che avete dimenticato a casa in luglio un bel pezzo di pane che sarà secco al punto giusto!

Fffatto? Okay, ora pestate la carne fino ad assottigliarla il più possibile, rendendola così ampia quando il tavolo stesso di Gianni. In questa fase non dobbiamo essere molto precisi. Se non avete un pesta carne usate pure il volume più voluminoso che avete studiato per l’esame che vi è andato peggio, dovrebbe comunque bastare. Se siete secchioni prendete la carne a padellate oppure a capocciate. Dopodiché mettetegli sopra uno strato di sottilette ed il prosciutto, quindi sigillatela con la seconda bisteccazza, anch’essa opportunamente istruita a librate.

Nella terrina, quella in cui tenevate il ghiaccio per raffreddare il cervello nei giorni di caldo torrido e studio, mettete un uovo, un pizzico di sale ed un cucchiaio di latte. Mescolate, non agitate e immergeteci dentro la carne formaggiata e prosciuttizzata. Per bene eh! Se no poi viene un patatrac! A fianco grattugiate il pane. Prendete la fettina bella bagnata e passatela sul pane in modo che venga ricoperta abbastanza uniformemente e interamente.

Trovate la padella in grado di contenere quel mostro calorico e scaldateci una noce (di cocco) di burro o un “adeguato” goccio d’olio. Metteteci dentro la lubianska e lasciatela friggere per bene da ambo i lati, finché  sarà dorata e croccante.

Fffatto? Beh, abbiamo finito! Ora potete abbuffarvi alle spalle di Gianni! Se volete potete metterci sopra un po’ di limone. Se siete feticisti delle salsine vi lascio lo spazio di sperimentare, a vostro rischio e pericolo, quelle che più preferite! Se siete coraggiosi e golosi e trovate un buon abbinamento scrivetecelo su:

www.sconfinate.net/non_ho_idea_di_cosa_sia_l_anoressia/salsine/sì_sì_l_ho_provata_e_sono_ancora_qui_per_raccontarlo.html

Dalle parti di Praga prima di affrontare moli simili di carne bevono un grappino. Tranquilli, non è una cosa che ubriaca, serve semplicemente a dilatare lo stomaco per stiparlo meglio! A posto? Ora potete munirvi di coca cola che, essendo dannatamente acida, dà una mano, di una bella birra o di un buon nero. Il nero, ci tengo a precisarlo, non è il caffè ma è il VINO NERO. Lo so, il vino non è nero è rosso, ma anche il caffè non è nero, ma marrone! Ai posteri, o ai postumi? l’ardua sentenza.

PS: se non trovate il link provate a disabilitare il ‘filtro buffonate’ del vostro browser o capite che è solo una battuta mal riuscita.

Daniele Cozzi

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Ti parrà strano, però questo disco non l’ho ascoltato per nulla. Ultimamente non piove poi così spesso e voglio aspettare, tante volte un’idea è più importante del lavoro in cui s’esprime. Le cose sgretolano, si rovinano, passano. Con un po’ di pazienza invece l’idea può restare. Ti parrà strano Dean, scrivere di un disco che non ho mai ascoltato. Però io già me ne sono innamorato, perché sono molto naif e senza troppe pretese lo capisco. Capisco come ci si deve sentire se il tuo migliore amico si schianta da qualche parte a metà strada tra gli anni sessanta e l’eternità, proprio un attimo prima della festa che finisce; non era il momento Dean, ma chi avrebbe detto che avremmo dovuto appendere le tavole da surf al chiodo e vendere i nostri dischi dei Beach Boys, tagliarci i capelli e finircene in Vietnam senza mai avere avuto un mercoledì da leoni? E allora Jan, che fino a quel momento ha tenuto le redini del gruppo ben salde finisce fuori strada, ok, è paralizzato su un letto d’ospedale ed è in coma, ok, e non suonerà mai più. Mai più feste, pianti, risate, ragazze e chitarre, litigi e sogni, è l’estate, un altro bicchiere di vino e poi basta, la corsa ha superato il corridore; è stato tutto così improvviso Dean, ora che altro ti resta?, e tu pensi alla pioggia perché altrimenti non riusciresti a rispondere. Ti rinchiudi nel tuo studio casalingo e registri un disco di cover, e tutte parlano della pioggia, soltanto della pioggia.

Ti dirò, Dean, io il tuo disco non l’ho mica ascoltato ancora. Ce l’ho qui, davanti a me, ancora bello chiuso e impacchettato, perché ora non piove e seguo il tuo consiglio, preferisco aspettare e tenerlo da parte. Un giorno che pioverà potrei averne bisogno. E sai perché ne parlo adesso? Soltanto per la pioggia, Dean, perché appena ho letto il titolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un qualche pomeriggio da bambino alla fine di agosto, chissà quando molto tempo fa, le prime gocce piovono dal cielo e lavano via dalla pelle la polvere ed il sole, e tu sai che l’estate volge al termine e ha un buon profumo mentre svanisce. L’ho perfino ordinato il tuo disco, Dean, l’ho fatto venire apposta qui perché in giro non lo si trova, e l’ho fatto solo per quel motivo. Perché per un attimo m’è parso di vederti, non come sei veramente o com’eri a vent’anni mentre lo registravi, no; ti vedo a cinque o sei anni con una bella chioma bionda ordinata che tua madre ogni mattina con cura ti pettina, ti vedo in un giorno d’estate ma non giochi mai, non sei in riva alla spiaggia o per strada, ma disteso sul tuo letto ed osservi le finestre rigarsi di pioggia. Perché l’estate non dura per sempre e soprattutto non torna, ci saranno altri anni, però è un peccato, Dean, è un vero peccato.

Il tuo disco non l’ho ancora ascoltato e non posso dir altro, è lì ad un lato della scrivania ed aspetta che arrivi il suo giorno di pioggia. Non c’è fretta, capita prima o poi ed allora sai che in qualche modo devi rimetterti in spalla la vita e pensarci da solo; lo fanno tutti e puoi solo sperare di dimenticare in fretta l’estate e vuoi saperla una cosa? – Dean,

spero di non trovarci nessun arcobaleno.

Rodolfo Toè

No, non doveva dirle niente… non poteva!

Come avrebbe potuto sopportare di dirle che, dall’oggi al domani, la loro vita era completamente distrutta?

Bianca era sì una donna forte, ma ne aveva passate veramente troppe perché potesse sopportare anche questa.

All’età di 12 anni, si era ritrovata orfana di padre e costretta a vivere da sola con sua madre che, malgrado l’avesse messa al mondo, era la persona che la comprendeva meno di chiunque altro.

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QUANDO IL VERMONT NON TI LASCIA DORMIRE

Non c’è un’unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c’è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno all’altro, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascun mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.




Uomo nel buio

Man in the dark
Paul Auster

Romanzo, Stati Uniti, 2008
152 pp.
Einaudi, 2008

***

August Brill, noto critico letterario, è costretto a letto a seguito di un incidente stradale. Non riesce ad addormentarsi e allora lui, che per tutta la sua vita ha letto storie di altri, decide di passare il tempo creandosele.
Dal 21/03 al 04/04 Auster sarà il protagonista della XV edizione di Dedica festival, a Pordenone.
***

Il nuovo romanzo di Paul Auster, Uomo nel buio, è così convincente nell’ evocare lo stato di insonnia che, almeno che non siate asausti, partecipereste molto volentieri alla colazione della penultima pagina: “uova strapazzate, bacon, pane fritto, frittelle, non ci si fa mancare niente”!
Arrivato a questo punto, il lettore è sopravvissuto non solo ad una normale notte di insonnia, ma anche ad una notte dell’ anima, nera come la pece.
Nel 2007, il settantaduenne August Brill giace sul suo letto nel Vermont, a casa di sua figlia.
La loro è una casa di anime profondamente ferite: Brill ha perso la moglie e si è frantumato una gamba in un incidente stradale; sua figlia Miriam è sui 50 ed è divorziata; sua nipote Katya ha 23 anni ed ha da poco subito una perdita. Tutti loro cercano di dormire da soli.
Per non pensare al suo dolore personale o a quello della sua famiglia, Brill si racconta la storia di un mondo parallelo nel quale l’ America non è in guerra contro il terrorismo, ma contro se stessa.
In questa America parallela, in cui le Twin Towers sono ancora al loro posto e non esiste alcuna guerra in Iraq, c’è stata una secessione dalla federazione da parte di 16 stati democratici a seguito della illegittima elezione di Bush nel 2000. New York è stata bombardata, 80 mila individui sono morti, e nel Paese infuria la guerra civile.
In questo mondo parallelo il protagonista è Owen Brick, un giovane prestigiatore che si trova per caso nella condizione di essere stato trasportato contro la sua volontà da un’ America all’ altra. Si sveglia all’ interno di una fossa nel terreno e tutto intorno a lui sente spari e urla di gente terrificata. Per la prima volta ha veramente paura di morire.
Auster utilizza tecniche post-moderne per riflettere sulla pazza logica degli incubi. A Brick viene ordinato di trovare e uccidere Brill per far finire la guerra che è cominciata e sta continuando solo perchè un vecchio, scontento della sua vita, la sta immaginando.


E come mai questo uomo merita di morire?
Perchè possiede la guerra. L’ha inventata lui, e tutto quello che succede o succederà sta dentro la sua testa. Elimina quella testa e la guerra finisce. Semplice.
Semplice?Da come ne hai parlato, sembra Dio.
Non Dio..solo un uomo. Sta tutto il giorno seduto in una stanza a scrivere, e quello che scrive si avvera. Secondo i rapporti dell’ intelligence è tormentato dal senso di colpa, ma non può fermarsi. Se quel bastardo avesse il fegato di farsi saltare le cervella, ora non saremmo qui a fare questi discorsi.

Ma è Auster, ora sessantunenne, non Brill, il bastardo che fa esistere gli orrori della guerra.
I tentativi di Brill di distrarsi hanno poco successo. Continua a pensare a sua moglie deceduta, ai dolori della figlia e della nipote. Guarda film con Katya che, prima della morte del suo ragazzo, studiava cinematografia.
Poco prima dell’ alba Katya, che non riesce a prendere sonno, entra nella stanza del nonno. Comunemente insonni, parlano francamente delle rispettive vite. Possono parlare di tutto, aprirsi completamente a vicenda. Ma ciò di cui non parlano – non possono parlarne!- è il video della decapitazione di Titus, il ragazzo di Katya, assassinato in Iraq per mano di un manipolo di “terroristi”. I tre inquilini l’ hanno guardato quel video e lo continueranno a vedere, perchè lo devono alla vittima di quell’ insensata violenza, per accompagnarlo in quel buio spietato che l’ha inghiottita.
Sarebbe un romanzo molto più irritante se, leggendolo, non si continuasse a sentire il dolore che male si nasconde dietro alla scherzosità dei toni.
I personaggi di Auster sanno che la solidarietà e la compagnia sono ciò che più desideriamo in momenti di dolore e di insonnia.
Un romanzo da leggere e meditare.

Alessandro Battiston
schlagstein@gmail.com

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