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Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo è ciò che cantava Giorgio Gaber, buonanima.

E’ una sensazione, questa, che accompagna noi italiani fin dall’infanzia. Un ambivalente amore-odio per la propria terra, paragonabile forse solo a quello che pervade i nostri cugini greci. Amore-odio che si trasforma in senso di colpa quando, zaino in spalla, alcuni di noi diventano emigranti.

Mi si chiede di scrivere qualcosa sulla mia esperienza all’estero. Cosa si aspettano che io dica? Mi trovo a Canterbury, in Inghilterra. Sono uno studente della University of Kent, e tutto funziona alla perfezione.

Forse, preferiscono che io dica: gli autobus sono sempre in ritardo; non si riesce a comprare un bicchiere di una grandezza quantomeno normale; la carne costa un’iradiddio, il pesce te lo raccomando; piove più o meno quattro giorni su sette (non che noi a Gorizia siamo stati abituati granchè meglio). Potrei continuare.

Preferirei, personalmente, dire che questo Paese funziona davvero. Ed essendo un Paese popolato da esseri umani, ha anche tanti -ma proprio tanti- difetti. E se mi chiedete se conviene passare un pò di tempo, o anche tutta la vita, per studio o per lavoro, nel Regno Unito, io vi direi: sì, se avete un pò di soldi da parte.

E qui potrei fermarmi a pensare. Al nostro atavico senso di colpa. Vi sto suggerendo di lasciare il vostro Paese, il mio Paese, perdio! Non posso negarlo. E non posso evitare di sentirmi colpevole. Di tradimento, certo.

La parte divertente è che il mio è un doppio tradimento. Io sono un meridionale che ha abbandonato il meridione a sè stesso. E poi, non pago, ha abbandonato del tutto il Paese. Senza cuore.

Potrei rispondere in diversi modi. Prima di tutto, e chi tra voi lettori è del SID lo sa bene, lavorare all’estero è scritto nelle stelle di chi sceglie di studiare relazioni internazionali e simili. Stupido è chi pensa che sicuramente rimarrà in Italia con un titolo del genere. Può succedere, ma è una probabilità piuttosto relativa.

Ma questa è una scusa futile. In questo modo, tolgo la foglia di fico dalle vergogne dei miei compagni di emigrazione, che studiano legge, medicina o quant’altro. Loro sì, potevano rimanere in Italia!

E allora, allora dobbiamo cercare un’altra motivazione. Sarà che odiamo l’Italia, o che, altro lato della medaglia, sarà che siamo irrimediabilmente esterofili. Noi italiani, d’altro canto, siamo famosi per la nostra esterofilia. Un pò come i ricchi russi dell’ottocento, che nei romanzi di Dostoevski infarcivano le loro frasi con del francese, che ci stava tanto bene.

Ma questa è un’accusa davvero ridicola. E, come tutte le cose ridicole, è la credenza più diffusa tra il parentame rimasto in Italia. Noi saremmo andati via per capriccio, perchè crediamo (erroneamente, sia chiaro) di trovare il paese di Bengodi poco oltre Chiasso, o il traforo del Frejùs. Io non so per quanto sarò emigrante. Per un anno, forse più. Forse per sempre, chi lo sa. Ma è una scelta difficile, e accusarmi di essere qui per un capriccio è un’offesa volontaria e che ferisce nel profondo.

Ferisce nel profondo perchè ci sentiamo in colpa, in ogni caso. Ed è spesso per questo che, una volta tornati, vomitiamo tutta la nostra angoscia su chi ci muove tali accuse; e ci scagliamo contro il Sistema italiano. Contro l’Italia che, immenso Leviatiano, ci imprigionava, ci tarpava le ali, ci negava ogni speranza.

Perchè, non è un pò vero? Che aria si respira in Italia? Stantìa, nevvero?

Come potete farci una colpa, dunque, se vogliamo scappare?

Ma la nostra, emigranti, è una colpa davvero. Gli altri sono rimasti a combattere, noi ce ne siamo andati. Che scusa abbiamo per questo? Che scusa ho di fronte a me stesso, per non essere rimasto a casa, al Sud, lavorando per ritrovare la dignità che quella terra un tempo aveva? E lo stesso vale per l’Italia.

Ma non sono rimasto. Me ne sono andato. E voi, cinici, tacete, vi prego. Non ditemi che ho fatto bene, e chissenefrega. Non fate gli uomini di mondo, non ce n’è bisogno. Sono già andato via.

Sono già andato via, come centinaia di migliaia di giovani italiani stanno facendo. E questo è un vero peccato, perchè l’Italia si svuota di braccia, e di teste. E io mi riprometto, come del resto gli altri come me, che un giorno, se raggiungerò una certa posizione, cercherò di riparare alla fuga. E’ una promessa futile, lo so. Non significa nulla.

E se c’è una cosa che mi frega, e che mi frega sul serio, è che sono felice di essere italiano. Ed è per questo che alla domanda ‘Perchè non sei rimasto ad aiutarci?’ rimango muto, e vagamente triste. Non c’è risposta.

Mi spiace, forse volevate sapere di più sull’Inghilterra. Sullo studiare all’estero. Però io vi ho avvertiti. Venite, se volete. Sappiate che il vostro senso di colpa ve lo porterete sempre dietro, e no, nulla, nemmeno la più sacrosanta giustificazione, lo potrà cancellare.

Fonte: Limes online

 

Qualche settimana fa Mosca si risvegliava sconvolta da due bombe. Alcune donne musulmane, “fidanzate di Allah”, hanno fatto tremare la terra e ucciso 39 persone. Inadatte (e indegne) alla resistenza armata contro il governo russo combattuta nei boschi montagnosi del Caucaso, sono loro che i mariti spingono fino al cuore della Federazione. La donna diventa ordigno e passa facilmente inosservata nella cultura russa, che non è abituata a vedere il femminile come una minaccia.

Il Caucaso è una zona tanto ricca culturalmente quanto martoriata da guerre e povertà. Dietro ogni versante di montagna si nasconde una minoranza etnica, in un mosaico intricatissimo. All’inizio della sua storia il comunismo sovietico prometteva ai popoli di Russia l’autodeterminazione negata da secoli di imperialismo zarista. Ben presto però Mosca si accorse che ogni concessione alle “nazionalità” rappresentava un passo compiuto verso l’autodistruzione dell’URSS. In un clima di nazionalismi emergenti, ben pochi stavano ad ascoltare l’appello alla “Rivoluzione Mondiale”. Così nel corso dell’ultimo secolo è stata la forza a tentare di sovrapporre ad ogni particolarismo nazionale un unico modello di homo sovieticus capace di tenere insieme popoli diversissimi. Dalle migrazioni forzate di Stalin alla gestione ambigua di Gorbachev, nel mosaico caucasico si è consolidata una memoria storica fatta di scontri e oppressioni. Per non parlare della Russia democratica.

Putin sale sulla scena politica a cavallo del nuovo millennio come il risolutore dell’enigma caucasico. Porta un po’ d’ordine in una Russia rotta in mille pezzi, e lo fa con la violenza e la sospensione di ogni diritto per i ribelli caucasici. Le operazioni antiterroristiche si sono concluse solo l’anno scorso. Distrutta dalla guerra e isolata fra le montagne, per la regione al dramma storico si aggiunge una totale mancanza di prospettive di sviluppo. In certe regioni del Caucaso russo la disoccupazione raggiunge l’85 per cento. Il secondo pilastro della strategia putiniana è quindi quello di inviare fiumi di denaro (650 milioni di euro nel 2009) lasciandoli gestire, è il caso della Cecenia, ad un uomo forte, mafioso e a capo di milizie temibili, il leader paramilitare Ramzan Kadyrov.

La vita delle famiglie sospettate di collaborare con il terrorismo non è stata facile. Ci sono madri che hanno visto sparire tutti i loro figli, uno dopo l’altro. All’alba, un convoglio di auto blindate entra nel giardino sgommando, un gruppo di incappucciati totalmente anonimi entra armato in casa, rapisce un familiare e scompare. Nella disperazione di chi resta e che, quasi automaticamente, cade nelle braccia del terrorismo islamico indipendentista che infiamma in particolare le Repubbliche federate di Cabardino Balkaria, Ingushezia, Cecenia e Daghestan. Esprimere il proprio disagio mandando qualche donna a esplodere nella metropolitana di Mosca non è troppo difficile. Infilare una bomba umana in un circuito sotterraneo di quasi 300 kilometri e 180 stazioni è un gioco da ragazzi. La bomba è ancora più efficace se mette di fronte ai sopravvissuti che escono dalla metro il palazzo della Lubyanka, sede di quell’FSB che dovrebbe garantire la sicurezza a Mosca seminando il terrore nel Caucaso. È per questo che il presidente Medvedev non può che rispondere alla provocazione terrorista con le parole “Li prenderemo e li ammazzeremo tutti”. Una forza verbale che nasconde tuttavia qualche dubbio sul piano strategico.

In effetti si capisce sempre meno in quale misura la politica “antiterrorista” nel Caucaso faccia capo a Mosca o ai signori della guerra messi a capo delle province. Ultimamente infatti il vassallo Kadyrov di Cecenia è sempre più indisciplinato. Con il denaro che arriva da Mosca, crea nel centro di Groznyj un’illusione di benessere; ma soprattutto rafforza il suo potere e si rende sempre più indispensabile per il governo del suo feudo. È per questo che all’inizio di quest’anno Medvedev e Putin hanno compiuto di comune accordo un passo piuttosto nuovo rispetto alla loro precedente strategia, creando un’unica maxi-regione caucasica. Se il controllo amministrativo resta nelle mani dei potentati locali, la gestione dei fondi farà invece capo ad un unico “console”, rappresentante ufficiale del governo centrale. Per questo incarico è stato scelto un uomo “nuovo”, Aleksandr Khloponin: per la prima volta qualcuno senza un passato nei servizi segreti e che, al contrario, ha dato prova di buona amministrazione durante il suo incarico precedente in Siberia. Un disegno di lungo termine potrebbe così vedere le Repubbliche separatiste a maggioranza musulmana diluite con la regione a maggioranza russa di Stavropol in una nuova superprefettura (vedi carta).

Il futuro nel Caucaso russo dipenderà insomma da quale delle linee il governo vorrà seguire dopo gli attentati a Mosca: quella dell'”ammazziamoli tutti”, capace di trovare il sostegno dell’opinione pubblica russa ma inefficace nel lungo periodo, o quella più lungimirante della “buona amministrazione”. La scelta non è scontata.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Ci sono libri che raccontano una storia, e stop. E ci sono libri che contengono un intero mondo. Ci sono libri che, dal loro privilegiato punto di vista, analizzano e interpretano l’epoca in cui si trovano ad essere scritti. Ora, a guardare bene, si notano due caratteristiche che i migliori tra questi libri hanno in comune. Prima di tutto, essi sono romanzi, in genere. Non saggi, si noti bene, ma romanzi. Credo che ciò sia dovuto al fatto che un buon romanzo, limitandosi a narrare, può rappresentare anche il non detto, l’irrazionale, che è sempre presente in qualche misura in tutti gli eventi umani. Invece, un saggio tende per sua natura a razionalizzare gli eventi. Ecco quindi che un saggio perde quella parte di realtà che non può ridurre a schemi razionali ma che è fondamentale per capire il senso generale di un’epoca. Quindi, risulta incompleto.

Il secondo aspetto è che i romanzi che raccontano un’epoca il più delle volte sono scritti quando essa volge già al tramonto. Credo sia un po’ la stessa cosa che succede con le persone anziane: quando sei vecchio, se ti volti indietro riesci a vedere tutta la tua vita chiara, dritta dietro di te; ne capisci finalmente il senso complessivo, che ti era ignoto mentre percorrevi il tragitto.

Un esempio di questo è senza dubbio “La marcia di Radetzky”, romanzo di Joseph Roth del 1932. L’epoca in questione è la fine dell’Impero Austro-Ungarico, che Roth ha vissuto in prima persona: nato in Galizia, alla frontiera orientale dell’Impero, nel 1894, combattente nella prima guerra mondiale e poi esule prima in Germania e poi in Francia, morto alcolizzato e disilluso nel suo appartamento di Parigi poco prima dell’occupazione nazista, Roth ha sempre portato su di sé le stimmate del crollo di un mondo. E la sua vita, come spesso accade, si rispecchia in qualche modo nella sua opera: La marcia di Radetzky racconta la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni, da quando Joseph, piccolo sergente di origine contadina, riceve il titolo nobiliare per aver salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe durante la battaglia di Solferino. Da questo momento, la vita della famiglia Trotta si lega a doppio filo a quella dell’Imperatore e, di conseguenza, a quella di tutto l’Impero: ogni evento della loro vita sarà simbolo di un cambiamento più grande nella vita del loro Paese. La microstoria è Macrostoria. Roth si concentra in particolare su Franz Trotta, figlio del sergente, commissario distrettuale e fedele servitore dello Stato, e su suo figlio, Carl Joseph, sottotenente suo malgrado nell’esercito austriaco. La differenza e il contrasto tra i due ci mostra il forte cambiamento di valori, il passaggio tra 800 e 900: come Franz Trotta è un fervido credente nell’Impero e nei riti e valori dell’aristocrazia austriaca, il figlio è turbato, disilluso; vorrebbe credere ma non ci riesce. Come il padre vive ancora nel mondo solido dell’800, gonfio di certezze e rituali che si ripetono sempre uguali a sé stessi da secoli, così il figlio è già un cittadino a pieno titolo del ‘900: cupo, insicuro, sente attorno a sé il mondo sbriciolarsi e diventare liquido. Anche il suo fare parte dell’esercito diventa, per Carl Joseph, solo una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare alcun senso; cerca sempre nuove vie di fuga, nel gioco, nell’alcool, nell’amore, ma alla fine i suoi spettri rimangono, la mancanza di un senso si accresce sempre di più. E’ quindi un personaggio modernissimo, molto più moderno del tempo in cui si trova a vivere: l’Impero Austroungarico, sembra dirci Roth, non si è estinto a causa della Guerra mondiale. Essa ha solo velocizzato un processo che era già ben avviato e inarrestabile, perché nelle menti della gente più che nei rivolgimenti storici. I vecchi miti dell’aristocrazia asburgica ci appaiono già in decadenza, sono già dei fantasmi che camminano. A loro si sostituiscono nuove idee, come il nazionalismo, il nichilismo, la democrazia; ma in generale si afferma un nuovo uomo, incompatibile con quello vecchio: lo stesso imperatore ammette ripetutamente, nel corso del romanzo, di sapere che l’Impero non gli sopravvivrà . E non solo l’Impero: tutto un mondo, tutta l’Europa, sta lasciando il passo a qualcos’altro che spinge per entrare. La famiglia Trotta, e tutto l’Impero, sono sconfitti dalla storia stessa; se Carl Joseph sente su di sé il peso di questo fatto, ma non lo sa ancora riconoscere, il padre rimane cieco fino all’ultimo, per poi cadere più rovinosamente quando la guerra distruggerà la sua famiglia, il suo Impero e il suo mondo. Nel libro non c’è speranza; il sentimento unico è quello della perdita, della rassegnazione. Roth vede il suo mondo andare in frantumi, lucidamente, e non sa resistere in nessun modo, se non attraverso l’autodistruzione. Come Carl Joseph, Roth è uno sconfitto, un reduce; un uomo fuori posto nel mondo in cui si trova a vivere. Ma la sua situazione personale, com’è proprio di tutti i grandi artisti, non si limita all’Impero Asburgico: diventa simbolo di ogni uomo moderno. Che ha perso l’innocenza e la certezza di un senso, non avendo in cambio altro che sé stesso.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Ricordi di un’ estate passata a Berlino

[da leggere ascoltando Tocotronic – Schatten werfen keine Schatten]

Sono arrivato a Berlino sicuro che il tempo che ci avrei trascorso mi avrebbe cambiato. Sono partito pensando che qua, dove viviamo, nelle nostre piccole cittadine, siamo ombre e che le ombre non gettano altre ombre. Là ho realizzato che, in una metropoli che è una piccola città, le persone, per quanto siano chiuse, grigie e fredde, ti rimangono nel cuore, anche se non le hai mai conosciute, perché ti illuminano. E le ricordi per i loro sguardi. Sguardi di gente selvatica, come quella città dove le volpi, la notte, escono dai parchi in cerca di resti degli ultimi kebab mangiati prima di rincasare, poco prima che il sole sorga. Sguardi di chi vive come aveva sognato di vivere quando era ragazzo: un poco sopra le righe, un poco oltre le proprie possibilità, ma felice. Sguardi pieni di respiro, come questa città che mi ha colpito fin dall’ inizio, che mi mancherà e che non ritroverò facilmente altrove. Una grande città, pochi alti palazzi, molto verde. Non c’è un centro oppure ce ne sono molti: ogni quartiere è realtà a sè cosicché quando sei a Prenzlauerberg non puoi confonderti con Kreuzberg, Wedding o Mitte. Ogni quartiere con la sua personalità, uno Stimmung per ognuna di queste piccole cittadine: così quando giri per questa città non ti rendi conto di essere in una metropoli, non fosse per la U-bahn, le grandi distanze e la gente che la popola.

Berlino d’estate è bella: si camminano volentieri le sue strade fino a tardi, si siede nei parchi, tra un grill e un pomeriggio al sole con gli amici, sdraiati a guardare quel cielo che da noi non c’è, a farsi scompigliare i capelli da quel vento che fa passare le nuvole così velocemente come non ho visto da altre parti. E poi tornare a casa, a Kreuzberg, passando accanto agli odori turchi che escono dai baracchini del kebab o dai mercati domenicali. La domenica mattina ai mercati delle pulci a cercare qualche curiosità, a fare amicizia con gente che arriva da chissàdove e deve vendere tutto quello che ha per poter acquistare il biglietto aereo di ritorno (chissà da quanto tempo sono in viaggio). E conoscere qualche artista che ha lo studio nella soffitta di qualche casa da qualche parte a Wedding.

I tedeschi di Berlino sanno godersi la vita e noi dovremmo imparare da loro. E loro dovrebbero imparare da noi a ridere: difficile trovare chi, in metropolitana, sia disposto a una chiacchierata. Ma verso sera, i berlinesi escono di casa, si comprano un paio di birre al tabacchino, le bevono passeggiando e diventano simpatici.

Di loro ho apprezzato la loro tolleranza, al limite con il menefreghismo, e il loro essere così distanti dal moralismo cattolico che ci attanaglia in Italia. Mi sentivo più libero, più rispettato, più sicuro, senza militari. Con il tempo ho scoperto il loro tipo di moralismo e la loro rigidità nel non accettare chi esce dai loro schemi. Ho scoperto che il Muro è ancora in piedi: tra Ossi e Wessi, tra gay veri e gay che provano ad esserlo, tra cool e uncool, tra nudisti e vestiti, tra italiani berlinesi e italiani turisti. Per quanto ti facciano sentire straniero però è tutto così familiare.

Finalmente in quella città, chi ero? Chi sono diventato? Sono diventato cosciente, ho alzato gli occhi e il mondo era lì, davanti ai miei occhi.

Alessandro Battiston

Schlagstein@gmail.com

tn_200_300_cose-da-turchi[1]di Marta Ottaviani, Mursia 2008

Marta ha 30 anni: vive in un appartamento a Milano in una delle sue zone più belle e ha tanti amici. Ma anche una vita monotona ed un lavoro precario .

Decide allora di cambiare la propria vita e tenta la sorte candidandosi per una borsa di studio del governo turco. La vince e l’avventura ha inizio: potrà studiare per 8 mesi nella bellissima Istanbul; unica straniera in un college di 3200 studenti .

Scoprirà, così, una Turchia oltre tutti gli stereotipi, che fa riflettere e che incanta con il suo fascino, scaturito dalla fusione dell’antico con il moderno, dell’oriente coll’occidente e della religione con la laicità. Una fusione non sempre armonica, a volte contraddittoria ai nostri occhi , ma che nella mentalità di chi la vive non perde mai il suo senso.

Da quest’esperienza unica, Marta ha tratto il suo libro, fusione anch’esso tra 2 generi diversi – romanzo e reportage giornalistico – per aiutare anche noi ad andare al di là dei comodi stereotipi in cui i più si rifugiano. Con un linguaggio semplice e colloquiale integra descrizioni politico-culturali alle sue esperienze vissute e viceversa: come se, intenti a passeggiare sulle sponde del Bosforo o a bere del çay durante una pausa dal lavoro, ci narrasse della Turchia e dei suoi abitanti, della loro vita quotidiana e del loro modo di pensare. Un libro che, senza affaticare, consente dunque di “farsi un’idea”più chiara a 360 gradi di un paese di cui ultimamente si parla spessissimo ma del quale, in realtà, si è ben poco informati.

Marta Ottaviani è nata a Milano nel 1976. Laureata in Lettere Moderne, viene ammessa all’Istituto per la Formazione al Giornalismo «Carlo de Martino».  Nell’ottobre del 2005 parte per la Turchia, dove, in breve tempo, comincia a lavorare per l’agenzia di stampa Apcom, per i quotidiani «Il Foglio», «Il Giornale», l’«Avvenire», per Radio 24 e per il settimanale «Io Donna». Commentatrice di Radio Tre Mondo ed editorialista del quotidiano libanese «An-Nahar», vive attualmente a Istanbul.

Tommaso Ripani
Tommaso.ripani@sconfinare.net

La ripresa delle lezioni è ormai vicina, più o meno tutti tra poche settimane ci ritroveremo sotto gli alberi del PUG a godere ancora un po’ della loro ombra o a proteggerci dalla pioggia. Questo è il primo, timidissimo, benvenuto alle nuove leve, matricole, studenti e studentesse, che iniziano il loro primo anno al SID. Ed è anche un primo, timido, benvenuto ai nuovi studenti di architettura, che contribuiranno a popolare un po’ di più l’università e la città.
E questo è il primo, timido annuncio per il prossimo numero di Sconfinare. Faremo di tutto per riuscire a trovarci tra le vostre mani la prima settimana di corso, ma riprendere dalle vacanze richiede sempre un notevole sforzo organizzativo. Non preoccupatevi, non tradiamo mai i nostri lettori, manteniamo sempre le nostre promesse, vero?
Concludo ricordando che la redazione è un gruppo aperto, a tutti, sempre più internazionale e internazionalmente presente. Troverete presto gli annunci per la prossima riunione: venite, vedrete e scriverete.
Alzatevi e scrivete!
Buon nuovo anno, buoni esami, buona scrittura tesi e buona pesca (che si augura sempre).

Diego
diego.pinna@sconfinare.net

Ti dicono che loro credono nell’Europa. Che per loro è il futuro, l’unica via percorribile. Che è importante studiare all’estero, creare una mentalità comune. E allora, tu ti fai convincere: andiamo in Erasmus, ci accoglieranno a braccia aperte! Poi, apri gli occhi: burocrazia interminabile, documenti che non ci sono, o che cambiano durante il periodo delle iscrizioni, moduli fantasma, problemi con il sito internet. Per non parlare degli esami: non sappiamo quali saranno disponibili anche l’anno prossimo, non sappiamo che codice avranno, nonappiamononsappiamononsappiamo. “In ogni caso, non credo di poterle riconoscere l’esame. Sa, cosa mi dice che lei ha imparato veramente la materia? Insomma, mi capisca”. Professori, a parte qualche rara, felice eccezione, che non si fanno trovare, che non ti rispondono alle mail, che “sono in viaggio per ricerca, torneranno il 14” (quando tu il Learning Agreement lo devi assolutamente portare entro il 15). “Mi scusi, ma cerchi di capirmi: sa, gli impegni accademici …”. Per carità, tu puoi anche capire. Ma queste cose ti fanno passare la voglia di andarci, in Erasmus. Ma cosa resta di Bologna? Delle direttive europee? Degli ideali tanto sbandierati, dell’”Unione di popoli e culture diversi”? Solo belle parole, parrebbe. Basta vedere Loro. Loro ci credono nell’Europa. Per Loro è importante, Loro sono tutti europeisti. Però, aspettate un attimo: non vorrete chiederci di cedere sovranità? Non vorrete mica chiederci di essere concordi in politica estera? Va bene l’identità condivisa, ma parliamone. E poi, cercate di capire, c’è la crisi, dobbiamo prima di tutto guardare a noi stessi, alla salvaguardia della nostra economia. E, in mezzo a tutto ciò, la ciliegina sulla torta: le elezioni europee! Che grande esempio di democrazia, che bello dare a tutti i popoli europei dei loro rappresentanti, che discutano alla pari di problemi di tutti! Poi guardi bene, e trovi tra i candidati scelti da Loro per questo importantissimo e onorevolissimo compito principalmente Elefanti e Veline. Per carità, tu puoi anche sforzarti di capire. Però ti arrabbi lo stesso. Perché tu, a differenza di Loro, ci credi veramente nell’Europa.

Giovanni Collot
giovanni.collot@sconfinare.net

Ti svegli alle 9 del mattino, controlli la posta, stampi i moduli dell’assicurazione sanitaria per la Russia per te e i tuoi colleghi. Hai scoperto meno di  2 giorni prima che essi sono necessari per ottenere il visto, scopo della tua visita al consolato, ma sei riuscito a spargere la parola in maniera sufficientemente efficiente (ente… ente… ente…). Esci di casa alle 10.30: sei ancora davvero rincoglionito: prendi la metro o la 91 per arrivare in via Sant’Aquilino? Opti per la seconda per una questione di velocita’ o semplicemente perche’ e’ meno faticoso. Scendi in piazzale Zavattari e prosegui a piedi. Arrivi al consolato: decine di signore e signorine russe (capelli piu’ biondi del grano, occhi piu’ azzurri del Volga) in attesa di rinnovare il passaporto. Ascolti le loro conversazioni con grande curiosita’ e ti rendi conto che un corso da autodidatta teoricamente da 70 ore (in pratica da almeno 200) non ti e’ servito a un emerito par di balle, se non a cogliere qualche pacemu, shto e sivodnja. Il panico passa col tempo, col tuo raffinato orecchio cominci a comprendere qualcosa di piu’, ma capisci perfettamente anche che la tua vita in Russia sara’ esclusivamente nelle mani della tua collega moldava che il russo lo parla per davvero.

La paurogena coda e’ gestita da un esperto usciere napoletano sui trentacinque/quaranta che tra un “kak della’?” (non depurato da una simpatica inflessione meridionale) e un “vsjo-f-parjadkje?” smista noi avventori della burocrazia russa controllando all’ingresso ogni borsa, ogni tasca, ogni piega dei cappotti per assicurarsi che nessuno di noi sia un qualche tipo di terrorista, perdendo molto piu’ tempo con le avvenenti figliole che gli si presentano che con noi ragazzi italiani, ma in tutta sincerita’ non ti senti di fargliene una colpa. Entri in un ufficio in cui ci sono 2 sportelli aperti su 4 (di cui uno riservato ai visti), tanta gente, poca aria. Il destino quella mattina ti ha messo davanti in coda 3 operatori turistici, ciascuno col suo malloppo di passaporti, fototessere, richieste di visto e certificati assicurativi: tu ne hai 5, loro ne hanno almeno 50 a testa. Oltre a loro, un ragazzo sui 25/30 che parla davvero poco. Scopri 5 minuti dopo, quando ti rivolge domande sulla compilazione di alcuni moduli con un improbabile accento inglese, che e’ irlandese. Interdetto dall’accento, inabilitato dalle poche ore di sonno, stordito dalle continue imprecazioni in russo di una baffuta donnona che sta sputando sul vetro che la separa dall’operatrice consolare, non trovi migliore risposta di un “je ne sais pas” che in una circostanza normale avrebbe suonato come fiele ai tuoi orecchi e che invece scivola leggero e melodioso sulla tua lingua come le unghie di Edward mani di forbice su una lavagna. Ripresoti dallo shock, gli rispondi in un confuso inglese che li’ deve scrivere il periodo e il motivo del suo soggiorno in Russia. Terminata la discussione col timido irlandese, osservi la fauna che popola l’ufficio: da un lato le solite russe che parlano mischiando italiano e il loro idioma, riservando alla nostra lingua in particolare gli accidenti alla burocrazia, dall’altro compatrioti che imprecano con perfetto e gustoso accento milanese riguardo le inefficienze dell’operatrice che ha dimenticato di farsi pagare (35 euro) un visto: questo simpatico contrattempo le fara’ perdere almeno 25 minuti: 25 minuti che le saranno sicuramente fatali un giorno o l’altro dato il numero di maledizioni che gli astanti le hanno riservato concentrandosi sulle sue rotule. Passata un’ora buona in coda, noti che gli operatori turistici si salutano tutti piuttosto calorosamente e che soprattutto si danno del tu con gli operatori “Ciao Olga (che assomiglia terribilmente all’insopportabile bidella delle medie), ci vediamo quando sistemate il Telex”. Ma soprattutto evinci da questa frase che il consolato ha dei problemi di comunicazione con il Ministero degli affari esteri russo, il temibilissimo MID, una sorta di leviatano del viaggio in Russia. Tu a differenza di Mourinho sei un pirla e non presti troppa attenzione a tutto cio’. Arriva il tuo turno, sei pronto: “dobryi din’” e sorriso d’ordinanza (lo esige la tua dimestichezza con gli affari diplomatici che hai assunto per osmosi vivendo a Gorizia), passi i documenti dei tuoi colleghi sotto il vetro che ti separa dall’ormai condannata Olga. Non risponde al sorriso, forse sa di essere ormai destinata a una brutta fine? No. Ti guarda come se avesse gia’ capito che non sei come Mourinho e ti dice con un italiano dolce e rotondo come una zolletta di soda caustica: “voi ripassate! Oggi telex non funziona, non posso vedere vostro invito”; rispondi poco convinto “allora ripasso domani?” e lei, adorabile come sempre, “come vi piace, domani, fatemi lavorare”, permettendoti di capire che quantomeno ha la parola “lavorare” nel suo personalissimo dizionario Olga-Clientechelestasullepalle, ma, nonostante questo, i due sentimenti che si accavallano sul tuo intestino sono entrambi molto forti e soprattutto entrambi rivolti alle sue lunghe ed esili gambe: uno ha a che fare con dei chiodi e l’altro con un diapason da 50kg. Abbandoni l’ufficio, convinto che il giorno dopo il Telex funzionera’.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@gmail.com

Il nuovo Matrix esordisce con Erika e Omar, ed è subito audience

In tempi di crisi e di osannato ottimismo una merce che non svende è lo stupore, quanto più lo ricercano, sempre meno lo ottengono, in questa contrapposizione tra noi,  abituati spettatori, e loro, ingegnosi autori tv, o meglio tra noi, gli sbadigli, e loro, gli sbraiti. In effetti quando provo ancora piacere ad accenderla, lei, la tv, non posso dire di nutrire davvero delle aspettative di meraviglia e sorpresa, anche dai programmi che mi piace seguire in fondo, so già cosa mi aspetta, e forse li guardo proprio per quello. Ma accendendo il tubo catodico, soprattutto nelle prime serate, mi rendo conto che io di programmazione tv non ne capisco effettivamente un canale e chi invece su questa cosa ci guadagna il pane per vivere non la pensa come me e ha capito che lo stupore è il padre dell’audience.  Così di fronte a queste illuminanti deduzioni mi ritrovai sperduta in una seconda serata di inizio marzo con la Mussolini a Porta a Porta al grido di “A noi ci hanno rovinato le russe e il viagra” – era una puntata dedicata ai matrimoni misti- e su canale5 una fra le prime puntate di Matrix con la nuova conduzione di Alessio Vinci, che ha avuto la meglio sul mio senso dello stupore. Non so se lo schifo a cui ho assistito sarebbe stato egualmente nauseabondo con il vecchio padrone di casa, certo non è stata una puntata preparata in una settimana dal nuovo arrivato, quindi probabilmente sì, sarebbe stato simile anche con Mentana; ma per l’ex giornalista della CNN appena battezzato a Mediaset non è certo stato un passo in più verso il Pulitzer lasciare il giornalismo da inviato in putsch, guerre e bombardamenti e approdare in quello che sarebbe “l’approfondimento giornalistico” in antitesi a Vespa, soprattutto se il primo approccio è lo zoom sui volti di due ragazzi che nel 2001 erano per l’Italia della morbosa cronaca nera le due facce pixelate più osservate dai giornali, chiamate per nome dai tg Erika ed Omar.

Oggi nel 2009 quell’episodio forse lo si confonde nella memoria tra un Cogne e un Garlasco, e ci serviva un Matrix a togliere i pixel a distanza di otto anni, e a riportare sul banco degli imputati un processo in realtà finito,  galvanizzando per l’ennesima volta il giudizio della giuria popolare, per quell’ unico e ultimo appello in cassazione nella serata di canale5 mai messo in versione online a differenza delle altre puntate oggi visibili interamente sul sito. Forse il primo sintomo di pudore.

Comunque replicare qui ora le confessioni dei due “imputati” mandate in onda è inutile quanto malsano, e per non cadere in contraddizione con quanto detto sopra posso solo spiegare quanto e come in puntata sia stata alzata come non mai l’asticella del “trasmissibile in diretta nazionale” a scapito del “meritabile di un rispettoso silenzio”. Quindi attingendo da atti di un processo concluso e quindi pubblicabili, come letteralmente spiega Vinci in introduzione, sono stati messi in onda i colloqui con gli psicologi dei due allora 16enni condannati, con microfono e primo piano a telecamera fissa. Immagini private quanto pericolosamente deformabili, che mostrano dei ragazzi tranquilli  che raccontano al proprio psicologo particolari della famiglia di lei, della vita di coppia, del loro presente in carcere e a differenza di quanto siamo stati fino ad oggi abituati a vedere nella cronaca nera in tv, mancavano le solite manifestazioni di basso giornalismo (quali i pianti, i pentimenti manifesti, i singhiozzi etc.) in quei due volti, e questa assenza ha reso ancora più insolente e indelicata la scelta di renderli pubblici.  Infatti ovviamente il televoto del pubblico non ha aspettato a farsi sentire: mentre c’è questa ragazza, di 24 anni oggi, che si confessa a volte sorridente e lucida e racconta  quasi serenamente della propria madre al presente, c’è uno spettatore che punta il dito e non può fare a meno di pensare che quella è la stessa ragazza che l’ha uccisa. E questo porta ad un meccanismo agghiacciante di banali condanne gridate su internet nei commenti di diversi blog.

Ma purtroppo in studio a Matrix le due giornaliste e lo psicologo chiamati a  interpretare i filmati non si potevano dire di più spiccata sensibilità, soprattutto quando si sono sentite conclusioni e condanne sulle solite “responsabilità delle famiglie vuote e prive di affetto” , senza la minima percezione di star accusando una famiglia praticamente inesistente di una madre morta, di una figlia per questo in carcere, di un bambino di 11anni anch’egli ucciso e un padre vittima di questo dramma e di questa spudorata attenzione mediatica, che mi auguro solamente non stesse guardando la televisione.

Fin troppo rischioso e facile a questo punto cadere nella critica trita e ritrita al cattivo giornalismo e alla tv spazzatura, aggiungo solamente che di cronache nere ogni giorno mi nutro forzatamente, a volte con imprevista curiosità, dispiacendomene, non ne sono immune, anzi, ma persino con tale assuefazione sono riuscita a rimanere sconvolta, pardon stupita, da qualcosa che ancora è stata “di più” del resto, e quella sera gli stupiti sono stati molti, uno share del 18,04%, quindi si può dire un successo per chi sullo stupore ci aveva puntato.

Il resto di ciò che è successo in quella puntata di Matrix si può ancora trovare sul corriere online, davvero, nella sezione Spettacoli.

Gabriella De Domenico

Colloquio coi prof. La Mantia e Neglie sul progetto di ricerca che partirà a marzo

«Sarà un convegnacolo: un evento, cioè, a metà tra convegno e spettacolo»: così i professori Neglie e La Mantia ci hanno illustrato il punto di approdo del loro singolare progetto.

Il tema è molto vasto: il dissenso e la manifestazione del dissenso, in ogni ambito. Il ruolo centrale spetterà agli studenti, ai loro interessi e alla loro fantasia. Ogni gruppo di ricerca creerà il suo “percorso didattico”, un lavoro di studio e ricerca concentrato su un ambito preciso della questione. L’evento conclusivo, poi, raccoglierà tutti gli spunti per creare un puzzle complessivo della nostra idea di “dissenso”.

La prima fase del progetto prevede, dunque, il lavoro di ricerca. Gli studenti interessati potranno riunirsi in gruppi e, a seconda dell’ambito che desiderano approfondire, scegliersi un professore di riferimento. L’approccio sarà multidisciplinare: potenzialmente tutti i professori potranno dare il loro contributo, anche attraverso piccoli seminari durante i loro corsi del secondo semestre.

Sono gli stessi prof. Neglie e La Mantia a proporre alcuni spunti. Si potrà spaziare dal “dissenso contro i totalitarismi”, come quello di Solidarnosc in Polonia e dei cattolici in Unione sovietica, a quello studentesco; dal dissenso armato di terrorismo e anni di piombo a quello utopico delle comuni maoiste e dei parchi Hobbit; dal rapporto “dissenziente” fra le chiese cattolica e ortodossa, alla Teologia della liberazione; dalla forza di andare controcorrente dell’antipsichiatria di Basaglia al tema delle “Piccole patrie”, le identità regionali che cercano protezione dall’invadenza  burocratica/tecnico/finanziaria dell’Unione Europea. Le ricerche avranno un taglio “multimediale”: cinema, letteratura, teatro e musica entreranno a pieno titolo nei lavori. Per questo si vorrebbero coinvolgere la Cineteca del Friuli oltrechè, magari, l’Università di Udine e Dams Cinema.

Ogni gruppo di studio produrrà infine un paper che verrà esposto durante l’incontro/conferenza finale. Inoltre probabilmente i lavori verranno pubblicati su un blog dedicato, in cui verrebbero anche esposte tutte le informazioni e le scadenze riguardanti il convegno e il lavoro dei gruppi di studio. Sempre a questo scopo saranno sfruttate le mailing list delle associazioni che decideranno di collaborare.

Il “convegnacolo” conclusivo (che si terrà tra la fine di aprile e l’inizio di marzo) sarà una manifestazione multimediale: un’unione di testimonianze dal cinema, dalla musica, dalla letteratura che spera di riuscire a coinvolgere anche i cittadini di Gorizia. Il modello di partenza è il convegno sul Sessantotto, svoltosi l’anno scorso sempre a Gorizia, solo con una struttura più organizzata e appunto una maggiore partecipazione degli studenti. Per curare l’aspetto iconografico della giornata il prof. Neglie è già alla ricerca di una “task force musica&immagini”.

Anche se non è ancora certo, probabilmente si riuscirà a ottenere l’attribuzione dei crediti liberi/F per il lavoro svolto nei gruppi di studio: più che un metodo per attirare più studenti, questo vuole essere un riconoscimento ufficiale della serietà del lavoro svolto.

Un altro aspetto innovativo di questo progetto è la partecipazione di studenti stranieri, russi e polacchi, provenienti delle università con cui è a contatto Gorizia: svolgeranno nelle loro università l’attività di studio e ricerca, per poi “confluire” qui per l’incontro finale. In particolare, gli studenti russi potranno forse condividere la loro ricerca con gli italiani, approfittando dello scambio che li porterà in Italia in marzo.

Il professor Neglie presenterà il progetto il prossimo 5 marzo durante l’apertura del suo corso di Storia Contemporanea. Ovviamente chi fosse interessato può fin da ora contattare i docenti: oltre agli spunti già forniti saranno la fantasia e la voglia di impegnarsi degli studenti a trasformare quest’evento in un’occasione di crescita e rinnovamento della nostro corso e della città di Gorizia.
Federico Faleschini

Francesco Marchesano

federico.faleschini@sconfinare.net

francesco.marchesano@sconfinare.net

Il passaggio dall’ingresso alla platea, dopo la lunga attesa sotto la tettoia sgocciolante del teatro Verdi, è stato un viaggio ultrarapido dalla piovosa Pordenone al Sudafrica postcoloniale; un viaggio guidato da parole e gesti di una signora ottantaquattrenne, africana di madre inglese e padre lettone, che ha vissuto e raccontato il suo Paese con l’occhio della scrittrice, attenta agli «aneddoti non inclusi nel libro di storia da imparare a memoria».

Nadine Gordimer esce dalle quinte del Dedica Festival e si avvia a piccoli passi verso il leggio, inizia a sfogliare le prime pagine del suo nuovo libro, Beethoven era per un sedicesimo nero, legge in inglese il primo racconto. È la storia di  un professore di Biologia che, dal Sudafrica di oggi, cerca di ripercorrere la storia della sua famiglia a partire dal suo cognome (bianco) ereditato dal bisnonno partito molti anni prima dall’Inghilterra; quel suo avo – ritratto nella sua gioventù virile in una vecchia fotografia – gli aveva trasmesso una goccia di sangue nero, unendosi, lontano dalla moglie e dalla patria, con una serva della miniera. È forse per questo che il prof, da ragazzo, disegnava e affiggeva per le strade manifesti contro i signori del regime dell’apartheid; per questo, oggi, non è guardato con troppa diffidenza dai suoi connazionali con  la pelle scura: «Una volta c’erano neri, che, poveracci, volevano rivendicare il loro essere bianchi. Adesso c’è un bianco che, poveraccio, vuole rivendicare il suo essere nero. Il segreto è sempre lo stesso.»

In platea il pubblico (tanti sono gli africani) è in delirio quando una figura, alzatasi dalla prima fila in penombra, sale sul palco e si riempie di luce: Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, «non ha resistito» a venire a salutare una vecchia amica. «Un bravo cittadino del mondo è chi riesce ad esserlo a partire dal suo villaggio. Nadine ha servito il suo Paese con le parole, che possono influenzare gli amici o i politici. Da segretario ho tenuto presente quanto mi ha insegnato questa signora, ho cercato di farmi tramite di parole di speranza perché arrivassero anche in Paesi dove si può morire per aver scritto una pagina di giornale». Annan racconta dei suoi incontri con la scrittrice, i due si sono spesso incrociati in giro per il mondo cogliendo l’occasione per scambiare qualche considerazione sulla loro Africa.

La stessa Gordimer racconta delle loro preoccupazioni e speranze per Kenia e Zimbabwe; risponde paziente alle domande un po’cattedratiche di una docente universitaria, spiega come nascono i suoi racconti e parla di Sudafrica. Il suo Paese è uscito nel 1991 da quarantatré anni di apartheid; ha rischiato la guerra civile, ma nel 1994 ha festeggiato, con le prime elezioni a suffragio universale, la vittoria del African National Congress di Nelson Mandela. «La gente è scesa per le strade, si brindava, l’euforia era incontenibile: ma è arrivato il giorno dopo, quello dell’impegno per costruire il futuro. Oggi stiamo vivendo quel “giorno dopo”.»

Due imprevisti rendono tuttora difficile la vita al popolo sudafricano: la piaga dell’AIDS e le forti ondate  di immigrazione; tre milioni di persone sono già fuggite verso Sud da Zimbabwe, Somalia, Kenia, provocando sempre più risentimento nella popolazione.

«Siamo liberi solo da mezza generazione, l’Occidente sappia pazientare, ci dia un’occasione: stiamo facendo molti passi avanti e io sono una “realista ottimista”, come mi ha insegnato Mandela.»

La sala tace e sospira quando Kofi e Nadine, due artigiani della parola, si stringono un forte abbraccio.

Conservo il ricordo di una vecchina piena di energie che non smetterà di combattere con la sua penna, la stessa penna che quella sera ha graffiato paziente decine di autografi per i fans di Pordenone.

Francesco Marchesano

Qui, su Sconfinare non sono mai mancate le denunce agli sprechi, alle ingiuste sottrazioni di corsi che andavano e tutt’ora vanno a minare le peculiarità di un Corso di laurea come quello in Scienze Internazionali e Diplomatiche.
Nella quasi totalità dei casi Professori ed Istituzioni universitarie hanno sempre motivato tali scelte al ribasso, non come scelte di tipo “politico” ma bensì come conseguenza di problematiche di tipo prettamente economico che non permettevano la presenza di particolari Professori a contratto o di particolari corsi complementari. Se poi ritorniamo con il pensiero nella nostra realtà locale, spesso si è detto che una regione piccola come il Friuli Venezia Giulia ed al suo interno un’Università come quella di Trieste, non si possono assolutamente permettere doppioni, non si possono assolutamente permettere corsi dove partecipano non più di cinque ragazzi. Se a quanto fin qui detto aggiungiamo le varie, e spesso incomprensibili, riforme del mondo universitario allora il gioco è fatto.
Allora, o te ne fai una ragione, e ti dici “ bhè bisogna tirar la cinghia”; e allora anche se un po’ incavolato vai avanti e cerchi di tirare fuori il meglio da quello che resta, oppure prendi e vai da un’altra parte.
Ma nel caso fossi rimasto qui, ti può capitare di tutto. Ti può anche capitare (come è successo a me) di leggere per caso “Il Piccolo” e scoprire con grandissimo stupore che: “L’università della terza età attiva corsi di lingua cinese”.
Come… Corsi di cinese??
Il cinese, lingua strana, qui al S.I.D. l’hanno tolto dal piano di studio circa due anni fa, a causa dei soliti problemi di bilancio e delle solite normative ministeriali, che obbligano a riformare i curricula. E chissenefrega se il cienese lo parlano più di un miliardo di persone, e chissenefrega se secondo molti sarà una delle lingue fondamentali per il futuro. La realtà è che noi qui oggi non possiamo studiarlo perché non rientra più nel nostro piano di studio.
Detto ciò mi chiedo: ma com’è possibile che a Gorizia possa partire un corso di lingua cinese, con tanto di lettrice, per i frequentanti dell’università della terza età?
Vabbè che qui i vecchi ed i pensionati pullulano, ma di questi quanti andranno a frequentare un corso di lingua cinese?? Più o meno di cinque…
Ma soprattutto a che scopo? Cultura personale? Tempo libero? Hobby? Oppure si stanno preparando per sbarcare in massa a Pechino per le Olimpiadi 20008?
Sia ben chiaro, le università della terza età hanno tutto il diritto di fornire nozioni anche a chi, magari, a vent’anni era costretto a lavorare, però questo non giustifica ciò che è accaduto: da un lato noi non possiamo studiare il cinese, mentre dall’altro i pensionati lo possono fare.
Sembra una riproposizione al contrario di certe tematiche legate al ’68. Penso prima di tutto al diritto allo studio. Infatti in quegli anni i giovani chiedevano, ai loro padri e ai loro “vecchi” garanzie e diritti nei loro confronti; mentre oggi sembrano essere i “vecchi” (quelli che nel ’68 avevano circa vent’ani) a chiedere ulteriori diritti, però sempre nei loro confronti. Il problema è che questa continua richiesta di diritti e garanzie, al giorno d’oggi no fa altro che penalizzare i loro stessi figli, cioè noi!
E’ evidente e chiaro, che nel caso specifico, non c’è alcun legame diretto tra la nostra Università e l’Università della terza età di Gorizia; però se pensiamo che in ogni provincia d’Italia è presente un università per anziani, i soldi spesi e gli investimenti fatti cominciano ad essere tanti.
Sembra una situazione assurda e paradossale, ma purtroppo è la mera realtà di un Paese “allo sbando” che pensando sempre a sindacati e pensioni non ha le ben che minima idea di che cosa fare dei suoi giovani, cioè del suo futuro!

Marco Brandolin

Ero entrato a far parte della Komuna da pochi giorni, quando una bella sera con alcuni amici siamo andati alla ricerca dell’Hot Clube; rinomato Jazzclub in Praca da Alegria, dove è solita l’esibizione di spettacolari jam-session non solo dei musicisti locali, ma anche delle stelle del Jazz, le quali, dopo concerti in sale e stadi affollate dalle masse si rifugiano benvolentieri in postacci con pareti scure, tavoli rotondi ed il solito barista scortese fumatore incallito, per prolungare la notte fino al mattino. Ebbene, qui inizia la storia.
Quella sera stavo assistendo ad una jam spettacolare, come ne ho sentite poche, segno che i musicisti fra di loro si conoscevano come le proprie tasche. Il perchè l’ho capito subito dopo, durante l’intervallo, quando mi sono stati presentati i coinquillini mancanti all’appello.
La Komuna è una casa storica in una zona storica, sopra la downtown lisboeta, di fronte alla casa di Camoes. Ci hanno vissuto in tanti; jazzisti tedeschi, fadisti giapponesi, artisti di ogni genere, studenti erasmus azoriani, lavoratori del sociale asociali. In quattro anni ci hanno vissuto circa un centinaio di persone provenienti da tutte le parti del mondo, distribuite tra i due piani che formano la Komuna. Quante persone vi siano passate per un cafesinho, per una festa oppure per provare l’ultima sambinha prima del concerto, è un dato incerto. Tutti però hanno lasciato una loro traccia, che sia una frase su una parete o una goccia di vino sul vecchio pavimento in legno.
Attualmente la casa si trova in uno stato di continuo degrado fisico; piogge monsoniche in più stanze e invasioni di insetti in cerca del Lebensraum ideale, per non parlare della constante minaccia del crollo di un palazzo vicino. Il proprietario è un mistero e risulto tra i pochi fortunati che sono riusciti a vederne l’ombra. L’affitto passa attraverso il classico fruttivendolo sotto casa che funge anche da fonte di informazioni del quartiere, ma questa è un’altra storia.
Per quanto riguarda regolamenti vari e turni di pulizie, nella Komuna non esistono; tutto è basato sul senso di responsabilità ed il rispetto verso gli altri, di ogni singolo Komunard. Questioni aperte vengono discusse tra un bicchiere e l’altro nelle riunioni, festosamente annunciate sulla bacheca nel corridoio accanto a depliant di Yoga misto con Flamenco e fusioni di Tablas indiani e Appenzeller Hackbrett.
In questo periodo la Komuna è abitata da 14 persone provenienti da 17 nazioni diverse, distribuite sulla Komuna de baixo e la Komuna de cima. Lo spirito di ospitalità portoghese induce però sempre a tenere un ospite in casa, che sia il senzatetto che passa per farsi la barba o il viaggiatore cronico non ancora pronto per tornare alle proprie radici, la porta è constantemente aperta.
Bene, visto che il tempo sta migliorando e oggi è domenica, mi recherò in spiaggia ad aspettare l’onda giusta. Buon proseguimento a tutti.

Stefan Festini Cucco

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