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I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

La Valmarecchia giunta in sordina a segnare la storia del nostro paese

Quest’estate, 7 comuni d’Italia(Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello) sono riusciti ad ottenere quello che tanti avevano bramato ma che nessuno aveva mai ottenuto: la secessione. Il 29 luglio scorso, infatti, il senato ha approvato in seduta deliberante il Ddl che ha sancito il passaggio dell’Alta Valmarecchia in Emilia Romagna. Val …che? VALMARECCHIA: è una vallata dell’Italia centro settentrionale, che scende dall’Alpe della Luna, in Toscana, divisa nella parte centrale dalle Marche,ed arriva fino al mare Adriatico presso Rimini. O almeno così è stato fino a poco tempo fa. Tutto incominciò quando il “comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna” riuscì a riproporre ai sette comuni sotto le Marche il referendum – che ha avuto luogo il 17 e 18 dicembre 2006 – circa il passaggio di tutta la vallata dalla Provincia di Pesaro ed Urbino alla Romagna. L’83,91% dei votanti si espresse favorevole all’annessione. E si può facilmente capire il perché, vista la distanza geografica dal capoluogo, Pesaro. Posso io stesso testimoniare che, utilizzando le strade provinciali, il tempo di percorrenza per il tragitto Pesaro – Pennabilli è di circa 2 ore!Fortunatamente la mia era una gita di piacere ma chiunque altro avrebbe seri problemi se per necessità lavorative o di servizi dovesse recarsi frequentemente a Pesaro. E Rimini è lì a soli 30 minuti di distanza … il piatto della bilancia non poteva che pendere a favore dei favorevoli. Da ciò nascono altre opportunità – come la possibilità di poter usufruire di servizi sanitari superiori più prossimi – ma anche di natura economico. La provincia di Rimini, di recente creazione(1992), ha avuto fin ad oggi un territorio molto ridotto, occupato per la maggior parte dall’hinterland costiero. L’aggiunta dei sette comuni, nuovo ed agognato entroterra, non può che invogliarla a spostarvi i suoi investimenti, soprattutto a livello turistico, contrariamente alla provincia marchigiana che deve spalmare i suo fondi su un entroterra ben più vasto.

Ovviamente, i pareri delle giunte delle 2 regioni non potevano che essere completamente opposte: tanto l’Emilia-Romagna si è dimostrata entusiasta e sicura ad accettare l’annessione, quanto le Marche sono state titubanti e poco convinte nel rifiutare la secessione. Anche le motivazioni di tale rifiuto sono state alquanto misere e poco sostenute. La difesa dell’unità del territorio storico del Montefeltro non ha sortito alcun effetto – neutralizzato dalle contro risposte di coloro che sostengono che non solo la vallata del Marecchia, ma tutto il Montefeltro fosse da sempre storicamente Romagnolo – mentre la difesa del delicato equilibrio economico è stato quasi del tutto ignorata. Infatti, agli abitanti dei Sette l’idea di diventare l’unica fonte di turismo culturale del riminese fa troppo gola. Ma è proprio questo equilibrio che rischia di essere rotto: la mancanza di un turismo culturale locale che potesse coprire i giorni di mare “sprecati” per colpa del cattivo tempo, spingeva le agenzie turistiche del riminese ad organizzare eventi e gite nella provincia marchigiana. Ora con la molto probabile attrazione di questo genere di “tappabuchi” verso la sola Valmarecchia( ricca di magnifici paesaggi, paesini storici e rocche medievali) si rischia di assestare un grave colpo al turismo prevalentemente culturale di Pesaro ed Urbino.

Il 6 maggio di quest’anno la camera ha approvato il disegno di legge con la successiva approvazione del senato. Così, il 3 agosto 2009 i sette comuni dell’Alta Valmarecchia hanno segnato una parte importante nella storia della”Questione dei confini regionali”, fenomeno che coinvolge da tempo ormai tutta la Penisola.

Le prime avvisaglie si ebbero negli anni ’60, con il rientro di Trieste all’Italia e la formazione della Regione “Friuli-Venezia Giulia”. Nel progetto di creazione di una provincia del Friuli occidentale, infatti, il comune di Pordenone coinvolse i comuni del mandamento di Portogruaro – parte storica del Friuli – ma, sebbene la provincia di Pordenone nacque, per il Portogruarese non si ottenne alcun risultato . Ciò fu dovuto fondamentalmente a causa delle scelte del parlamento, desideroso al più presto di istituire la nuova regione ed accantonare, inoltre, un iter legislativo come quello del passaggio di regione,ancora non ben disciplinato.

La questione restò così assopita fino agli anni ’90, quando nella zona iniziarono a formarsi i primi comitati popolari che chiedevano l’annessione al Friuli-Venezia Giulia. Da quel momento, la questione prese piede e si diffuse in tutta Italia, andando ad interessare altre aree, come quella Dolomitica (con il caso di Cortina d’Ampezzo e i Comuni ladini confinanti). Ma l’art. 132, comma II della Costituzione – che dal 1970 disciplinava la materia – rendeva praticamente impossibile il cambiamento: prescriveva, infatti, che il Comune, o i Comuni interessati, producessero una delibera con la quale richiedere l’indizione del referendum, corredata da un numero di delibere comunali e/o provinciali interessate di entrambe le regioni e rappresentanti un terzo della popolazione regionale. Solo in seguito, si sarebbe tenuto il referendum in entrambe le regioni.

Nel 2001 si ebbe , per opera del governo Amato, la riforma del titolo V della Costituzione, comprendente anche l’Art 132. D’ora in avanti è necessaria per l’indizione del referendum la sola “approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati”. Si ha avuto così negli ultimi anni il fiorire di un gran numero di Referendum, alcuni approvati ed in attesa dell’adempimento dell’iter istituzionale, come Carema e Noasca( dal Piemonte alla Valle d’Aosta), altri invece respinti, come Leonessa (nel Lazio). Il comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna può ritenersi dunque ben soddisfatta del suo primato.

Ma le avversità non sono ancora finite: la giunta regionale delle Marche non ha alcune intenzione di mollare, ed ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge parlamentare. Sono in ballo l’onore e l’identità delle Marche . L’onore è quello dell’amministrazione provinciale di Pesaro ed Urbino che non accetta la mutilazione del suo territorio – ma che, ad essere sincero, non si è mai impegnata attivamente a mantenere. Infatti, abituata ormai da circa 60 anni ad avere la vittoria in tasca alle elezioni locali, la sinistra si è adagiata sugli allori, ed ha completamente ignorato problemi e necessità che andassero oltre i soliti inciuci politici. Ma ora che quello che sembrava impossibile è diventato realtà, l’ansia da “effetto domino” di perdere altri comuni a favore della Romagna – come quelli della Val Conca,altra vallata a metà tra Marche e Romagna– li sprona ad una disperata contro misura. Si lotta anche per la difesa dell’identità culturale della provincia, che per ragioni storiche, non può che comprendere anche la Valmarecchia, visto che lì hanno origine prodotti gastronomici tipici e lì sono accaduti fatti ed eventi che hanno segnato la storia della provincia.

Purtroppo, però, i problemi che si pongono di fronte ai nostri intrepidi comuni non provengono solo dalle Marche. Infatti, sebbene così ansiosa di annettersi i nuovi comuni, sembrerebbe che l’Emilia Romagna non sia in grado di finanziare l’oneroso processo di trasferimento amministrativo – che secondo il progetto iniziale doveva essere a costo zero per entrambe le regioni. Inoltre, sembrerebbe che non tutti i romagnoli siano così entusiasti come le proprie istituzioni, poiché quella manciata di comuni già nell’entroterra di Rimini vedrebbero ridotti i pochi fondi che la provincia vi investe, visto che, la maggior parte, finisce nelle tasche dei comuni dell’ultraproduttiva riviera. Si spera ancora che i fondi necessari giungano da Roma ma, siamo in tempi di crisi …

Si prevedono tempi duri per i neo-romagnoli: un riordinamento amministrativo non può avvenire dall’oggi al domani, ma richiede molto tempo. Ci sono piani catastali da consegnare, cambiamenti di ordine ed albo professionale da effettuare , processi giudiziari da trasferire e tante altre cose ancora; per non parlare dei progetti di investimento che la regione Marche ha dovuto troncare di colpo e che, invece, l’Emilia Romagna probabilmente non ha nemmeno iniziato a considerare. Chissà quando sapremo se tutto ciò sarà servito a qualcosa, se i 7 comuni della Valmarecchia saranno passati dalla padella alla brace o se, infine, la Corte Costituzionale gli imporrà retro fronte?

Tommaso Ripani

tommaso.ripani@sconfinare.net

No, non doveva dirle niente… non poteva!

Come avrebbe potuto sopportare di dirle che, dall’oggi al domani, la loro vita era completamente distrutta?

Bianca era sì una donna forte, ma ne aveva passate veramente troppe perché potesse sopportare anche questa.

All’età di 12 anni, si era ritrovata orfana di padre e costretta a vivere da sola con sua madre che, malgrado l’avesse messa al mondo, era la persona che la comprendeva meno di chiunque altro.

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Il sole stava iniziando placidamente a tingere di rosso la semplice superficie della scrivania.

Sopra vi si trovavano un computer, una lampada, un portapenne ed un paio di foto, bordate da cornici di metallo.

In una, c’era una famigliola sorridente, circondata dal magnifico panorama del Gran Canyon: Papà, Mamma e 2 fratellini; nell’altra, una bellissima ragazza dai capelli scuri, la pelle chiara, ed il volto concentrato ad osservare qualcosa di non visibile nell’inquadratura. Paolo ricordava bene quello che Bianca stava osservando e si ricordava pure la meraviglia che si nascondeva dietro quegli occhiali da sole che le aveva regalato per il suo compleanno: si trovavano a Sidney, in viaggio di nozze. La foto l’aveva scattata lui stesso. Era la sua preferita, tra le migliaia che aveva scattato nei suoi viaggi. Lei era così perfetta in quella espressione, carpita in un istante.

La teneva in ufficio perché lo sosteneva nei momenti di stanchezza. Lo consolava e gli ridava forza pensare alla fortuna di aver sposato una donna così bella, sia esteriormente che interiormente. Sorrise, e riprese a lavorare. Doveva fare in fretta: il fioraio chiudeva alle sei quel giorno, e lui non poteva certo permettersi di tornare a casa senza fiori il giorno del loro primo anniversario di matrimonio! Finì di lavorare quando il sole ormai era già tramontato, ed era rimasta solo la pallida luce del crepuscolo a schiarire il blu cupo del cielo. Sceso in strada, si affrettò per andare dal fioraio: aveva ordinato un grande mazzo di rose rosse.

Prese la macchina e cercò di sbrigarsi ad andare a casa, malgrado il traffico – così, pensò, sarebbe forse riuscito anche a farle trovare la cena pronta e la tavola apparecchiata. Parcheggiò la macchina in garage al solito posto. Ottimo, Bianca non era ancora rientrata. La sorpresa sarebbe riuscita alla perfezione! Aprì la porta di casa, prese un vaso pieno d’acqua e mise in bella vista sul tavolino dell’ingresso il suo prezioso dono per lei. Poi, accese la radio e si mise a preparare la cena.

Guardò fuori dalla finestra e vide che una candida luna piena irradiava di luce argentea tutto il cielo.

Aveva un’eccitazione addosso che sembrava muoversi sotto pelle, come un brivido emozionante. Tutto gli diceva che quella sarebbe stata una notte speciale!

La musica alla radio fu interrotta dalla voce dello speaker che annunciava il radiogiornale delle sette e mezza:

<< Il portavoce della Sintec – Donald Johnson – società per azioni leader del settore chimico, ha dichiarato il fallimento a seguito della recente crisi che sta coinvolgendo il paese dal Settembre scorso. Sono stimati più di 6’000 disoccupati tra operai e manager d’impresa. Passiamo ora ad altre notizie…>>

Paolo si tagliò mentre puliva il pesce: la sua mano aveva tentennato.

All’improvviso, quella magnifica sensazione che correva sotto pelle si congelò, rompendosi in una nube di ghiacciato smarrimento. C’era anche lui in mezzo a quei 6’000 operai e manager d’impresa:

era rovinato!

No, non poteva… non poteva essere… non a lui!

Perché? Perché a lui, che aveva abbandonato amici e famiglia per andare a lavorare in quel paese lontanissimo e che si era sacrificato in tutti i modi più umilianti per diventare qualcuno ed arrivare ad ottenere quella posizione di prestigio all’interno dell’azienda?

L’unica risposta che poté darsi fu una bestemmia soffiata tra i denti.

La rabbia lo assalì d’un tratto. Andò in soggiorno e, con un colpo secco, calciò il comodino, facendo cadere la lampada che c’era appoggiata sopra. Questo però non lo sfogò minimamente. Fiondatosi sul divano, prese uno dei cuscini e lo scagliò senza riflettere. Subito dopo agguantò l’altro e lo stracciò, strappando via con gusto sadico il suo interno – quasi come se fossero interiora umane. Lasciò cadere la sua preda e, sconvolto, si avvicinò alla porta finestra.

Doveva assolutamente prendere una boccata d’aria.

Tutto aveva perso di lucentezza – perfino la luce della Luna aveva perso il suo colore argentato, sostituito da un onnipresente grigio pallido.

Che mondo infame: fino a qualche attimo prima sentiva di poter toccare il cielo con la punta delle dita ed ora, si ritrovava completamente immenso nel fango!

Aprì la porta per andare in terrazzo.

Respiro dopo respiro, la rabbia era lentamente scemata via. Una nuova domanda si affacciò: cosa ne sarebbe stato di lui?

A questa domanda seppe rispondersi: il giorno dopo sarebbero stati tutti chiamati dal capo per ricevere la propria condanna inviata via fax da Seattle.

Lacrime di disperazione si fecero strada nei suoi occhi: non voleva… non voleva ricominciare tutto dall’inizio, no!

Scrivere il curriculum e poi, girare tutta la città più e più volte, senza la benché minima speranza di trovare un posto buono almeno la metà di quello che aveva perso. Si sarebbero dovuti trasferire ma… con che soldi?

Giusto un mese fa avevano deciso di comperare quella casa così bella e costosa, spendendo tutti i loro risparmi e aprendo un mutuo con la certezza che, grazie alla promozione di qualche mese prima, lui sarebbe riuscito facilmente a pagare ed invece… altro che trasferirsi: con i miseri ricavi di Bianca si sarebbero potuti sì e no permettere una squallida stanza in un motel!

Di lì a poco un problema ben più grave attirò la sua attenzione: come avrebbe fatto a dirlo a Bianca?

Tommaso Ripani

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