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Ricordi di un’ estate passata a Berlino

[da leggere ascoltando Tocotronic – Schatten werfen keine Schatten]

Sono arrivato a Berlino sicuro che il tempo che ci avrei trascorso mi avrebbe cambiato. Sono partito pensando che qua, dove viviamo, nelle nostre piccole cittadine, siamo ombre e che le ombre non gettano altre ombre. Là ho realizzato che, in una metropoli che è una piccola città, le persone, per quanto siano chiuse, grigie e fredde, ti rimangono nel cuore, anche se non le hai mai conosciute, perché ti illuminano. E le ricordi per i loro sguardi. Sguardi di gente selvatica, come quella città dove le volpi, la notte, escono dai parchi in cerca di resti degli ultimi kebab mangiati prima di rincasare, poco prima che il sole sorga. Sguardi di chi vive come aveva sognato di vivere quando era ragazzo: un poco sopra le righe, un poco oltre le proprie possibilità, ma felice. Sguardi pieni di respiro, come questa città che mi ha colpito fin dall’ inizio, che mi mancherà e che non ritroverò facilmente altrove. Una grande città, pochi alti palazzi, molto verde. Non c’è un centro oppure ce ne sono molti: ogni quartiere è realtà a sè cosicché quando sei a Prenzlauerberg non puoi confonderti con Kreuzberg, Wedding o Mitte. Ogni quartiere con la sua personalità, uno Stimmung per ognuna di queste piccole cittadine: così quando giri per questa città non ti rendi conto di essere in una metropoli, non fosse per la U-bahn, le grandi distanze e la gente che la popola.

Berlino d’estate è bella: si camminano volentieri le sue strade fino a tardi, si siede nei parchi, tra un grill e un pomeriggio al sole con gli amici, sdraiati a guardare quel cielo che da noi non c’è, a farsi scompigliare i capelli da quel vento che fa passare le nuvole così velocemente come non ho visto da altre parti. E poi tornare a casa, a Kreuzberg, passando accanto agli odori turchi che escono dai baracchini del kebab o dai mercati domenicali. La domenica mattina ai mercati delle pulci a cercare qualche curiosità, a fare amicizia con gente che arriva da chissàdove e deve vendere tutto quello che ha per poter acquistare il biglietto aereo di ritorno (chissà da quanto tempo sono in viaggio). E conoscere qualche artista che ha lo studio nella soffitta di qualche casa da qualche parte a Wedding.

I tedeschi di Berlino sanno godersi la vita e noi dovremmo imparare da loro. E loro dovrebbero imparare da noi a ridere: difficile trovare chi, in metropolitana, sia disposto a una chiacchierata. Ma verso sera, i berlinesi escono di casa, si comprano un paio di birre al tabacchino, le bevono passeggiando e diventano simpatici.

Di loro ho apprezzato la loro tolleranza, al limite con il menefreghismo, e il loro essere così distanti dal moralismo cattolico che ci attanaglia in Italia. Mi sentivo più libero, più rispettato, più sicuro, senza militari. Con il tempo ho scoperto il loro tipo di moralismo e la loro rigidità nel non accettare chi esce dai loro schemi. Ho scoperto che il Muro è ancora in piedi: tra Ossi e Wessi, tra gay veri e gay che provano ad esserlo, tra cool e uncool, tra nudisti e vestiti, tra italiani berlinesi e italiani turisti. Per quanto ti facciano sentire straniero però è tutto così familiare.

Finalmente in quella città, chi ero? Chi sono diventato? Sono diventato cosciente, ho alzato gli occhi e il mondo era lì, davanti ai miei occhi.

Alessandro Battiston

Schlagstein@gmail.com

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Ferrara ormai ci è abituata. Ma io non ero preparato, quasi per nulla. Alla folla, le file, le corse tra i corridoio del teatro in cerca di un posto, anche in piccionaia, giusto quel tanto che basta per sbirciare il palco.

C’è la festa di Internazionale, ecco. E come ogni anno, la città si riempie di persone, mica solo giovani, mica solo professoroni in tweed e sigaro d’ordinanza. C’è di tutto, dal cileno che ti offre del vino mentre sei in fila, alla napoletana che ti chiede ‘ma come, tutta ‘sta gente??’. Tutte le età, tutti i ceti, tutte le direzioni. Perché la festa di Internazionale, e qui non ne vorrei aver frainteso lo spirito ma penso sia realmente così, è soprattutto movimento. Spostarsi lungo i confini, come fa idealmente tutte le settimane, passando pagina dopo pagina dall’Europa al Sudamerica, dal Giappone alla Sierra Leone. E anche qui a Ferrara, nel suo piccolo, ci sono confini. Quelli del Teatro Comunale, invaso da ragazzi che forse non ne hanno mai visto uno, e da abbigliamenti che contrastano con quelle ‘sacre stanze’.

E così, ti sposti anche tu, fisicamente e idealmente. Una mattina sei in Iran, l’altra in Europa, passando per l’Italia della politica e quella della mafia –anche se alle volte, e quante!, tendono a coincidere. Assisti a dibattiti colti e terra terra, riconosci volti e impari a conoscerne di nuovi, trovi spunti di riflessione, conferme, motivi di contrasto.

Trovi Ginsbourg, Foot e Marc Lazar, ad esempio. E ti senti fortunato a far parte di un dibattito che assomiglia di più ad una cena informale che ad un incontro ufficiale, mentre i tre si scambiano frecciatine e risate ironiche, si battono punto per punto per i propri principi per il gusto di sentire cosa dirà poi l’altro. L’essenza del dibattito, e dunque Internazionale diventa: movimento, ma anche parole. Parole utili, parole che si inseguono e si perfezionano, cercano di trovare una giusta quadratura alla questione, si scontrano e si ritrovano.

O trovi Saviano, che da troppi è considerato un vip, e da troppo pochi uno delle nostre ultime voci libere, perché così è più facile. E ascoltandolo dire che non si pente di aver parlato della mafia, che parlare delle nostre vergogne è l’esatto opposto di gettare vergogna, che il silenzio è vergognoso e davvero antipatriottico…Ascoltandolo, ecco che pensi che Internazionale a Ferrara significa movimento, parole e coraggio. Non un coraggio di atti. Di pensiero. Il coraggio della chiarezza, anche se non dici niente di che. Il coraggio di esprimere il proprio pensiero davanti ad una platea attenta, severa e preparata, che è la cosa più difficile, in fondo.

E, dunque, a Ferrara trovi tante cose a cui pensare. Gente, atmosfera. Pensieri che si agitano dell’aria.

Ma forse esagero. Sì, forse esagero, e questo non è un reportage fatto bene. Anzi, non è per nulla un reportage, ma un diario di emozioni e pensieri sparpagliati, brandelli di ciò che mi è passato per la testa durante la tre giorni di Festa. Sensazioni, più che altro. Ma forse è questo l’importante. Forse è questo che conta, vero? La sensazione. Le informazioni, alla fin fine, non sono tante. Tutte cose che si sanno, o si possono sapere. Ma la sensazione.

La sensazione di poter pensare, ancora. La sensazione che ci sia ancora qualcosa a cui pensare. Su cui pensare. Per cui pensare.

E la sensazione che ci sia ancora qualcuno che pensa. Non solo tra il pubblico, ma sul palco, persino. Una cosa rara.

Per quanto riguarda i temi, quasi dimenticavo. Sì, c’erano anche cose utili, tra ciò che volevo dire. Le scelte sono state buone, devo dire, anche se è arrivato il momento delle critiche. Mancava qualcosa, in effetti. Qualche tema un po’ tralasciato. La Russia, ad esempio. O il Sudamerica. D’altronde, qualcosa sfugge sempre. Il collegamento audio video per l’intervento era a dir poco pessimo. Le file assurdamente lunghe, i posti al primo che capitava. Certo che, però, questo dava anche sale alla manifestazione. Il brivido del ‘chissà se lo vedo’, l’eccitazione del ‘questa volta il posto sarà mio’.

E Ferrara è uno scenario pressoché perfetto. Il Castello, le stradine, il Duomo, il Teatro. L’aria stessa che si respira, la gente che vi abita. Rassegnata, a volte, e a ragione, a vedersi invasa da migliaia di migranti dell’informazione, desiderosa di conoscere ciò che succede al di là della nostra siepe. Perché i telegiornali nazionali, se sono a corto di notizie, parlano dei gatti sugli alberi. Gli altri fanno inchieste, perché sanno che le notizie non finiscono mai. Sapete, succede questo, da qualche parte, lontano da noi. E, per una volta all’anno, succede anche a Ferrara. All’anno prossimo, Internazionale!

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Ti svegli alle 9 del mattino, controlli la posta, stampi i moduli dell’assicurazione sanitaria per la Russia per te e i tuoi colleghi. Hai scoperto meno di  2 giorni prima che essi sono necessari per ottenere il visto, scopo della tua visita al consolato, ma sei riuscito a spargere la parola in maniera sufficientemente efficiente (ente… ente… ente…). Esci di casa alle 10.30: sei ancora davvero rincoglionito: prendi la metro o la 91 per arrivare in via Sant’Aquilino? Opti per la seconda per una questione di velocita’ o semplicemente perche’ e’ meno faticoso. Scendi in piazzale Zavattari e prosegui a piedi. Arrivi al consolato: decine di signore e signorine russe (capelli piu’ biondi del grano, occhi piu’ azzurri del Volga) in attesa di rinnovare il passaporto. Ascolti le loro conversazioni con grande curiosita’ e ti rendi conto che un corso da autodidatta teoricamente da 70 ore (in pratica da almeno 200) non ti e’ servito a un emerito par di balle, se non a cogliere qualche pacemu, shto e sivodnja. Il panico passa col tempo, col tuo raffinato orecchio cominci a comprendere qualcosa di piu’, ma capisci perfettamente anche che la tua vita in Russia sara’ esclusivamente nelle mani della tua collega moldava che il russo lo parla per davvero.

La paurogena coda e’ gestita da un esperto usciere napoletano sui trentacinque/quaranta che tra un “kak della’?” (non depurato da una simpatica inflessione meridionale) e un “vsjo-f-parjadkje?” smista noi avventori della burocrazia russa controllando all’ingresso ogni borsa, ogni tasca, ogni piega dei cappotti per assicurarsi che nessuno di noi sia un qualche tipo di terrorista, perdendo molto piu’ tempo con le avvenenti figliole che gli si presentano che con noi ragazzi italiani, ma in tutta sincerita’ non ti senti di fargliene una colpa. Entri in un ufficio in cui ci sono 2 sportelli aperti su 4 (di cui uno riservato ai visti), tanta gente, poca aria. Il destino quella mattina ti ha messo davanti in coda 3 operatori turistici, ciascuno col suo malloppo di passaporti, fototessere, richieste di visto e certificati assicurativi: tu ne hai 5, loro ne hanno almeno 50 a testa. Oltre a loro, un ragazzo sui 25/30 che parla davvero poco. Scopri 5 minuti dopo, quando ti rivolge domande sulla compilazione di alcuni moduli con un improbabile accento inglese, che e’ irlandese. Interdetto dall’accento, inabilitato dalle poche ore di sonno, stordito dalle continue imprecazioni in russo di una baffuta donnona che sta sputando sul vetro che la separa dall’operatrice consolare, non trovi migliore risposta di un “je ne sais pas” che in una circostanza normale avrebbe suonato come fiele ai tuoi orecchi e che invece scivola leggero e melodioso sulla tua lingua come le unghie di Edward mani di forbice su una lavagna. Ripresoti dallo shock, gli rispondi in un confuso inglese che li’ deve scrivere il periodo e il motivo del suo soggiorno in Russia. Terminata la discussione col timido irlandese, osservi la fauna che popola l’ufficio: da un lato le solite russe che parlano mischiando italiano e il loro idioma, riservando alla nostra lingua in particolare gli accidenti alla burocrazia, dall’altro compatrioti che imprecano con perfetto e gustoso accento milanese riguardo le inefficienze dell’operatrice che ha dimenticato di farsi pagare (35 euro) un visto: questo simpatico contrattempo le fara’ perdere almeno 25 minuti: 25 minuti che le saranno sicuramente fatali un giorno o l’altro dato il numero di maledizioni che gli astanti le hanno riservato concentrandosi sulle sue rotule. Passata un’ora buona in coda, noti che gli operatori turistici si salutano tutti piuttosto calorosamente e che soprattutto si danno del tu con gli operatori “Ciao Olga (che assomiglia terribilmente all’insopportabile bidella delle medie), ci vediamo quando sistemate il Telex”. Ma soprattutto evinci da questa frase che il consolato ha dei problemi di comunicazione con il Ministero degli affari esteri russo, il temibilissimo MID, una sorta di leviatano del viaggio in Russia. Tu a differenza di Mourinho sei un pirla e non presti troppa attenzione a tutto cio’. Arriva il tuo turno, sei pronto: “dobryi din’” e sorriso d’ordinanza (lo esige la tua dimestichezza con gli affari diplomatici che hai assunto per osmosi vivendo a Gorizia), passi i documenti dei tuoi colleghi sotto il vetro che ti separa dall’ormai condannata Olga. Non risponde al sorriso, forse sa di essere ormai destinata a una brutta fine? No. Ti guarda come se avesse gia’ capito che non sei come Mourinho e ti dice con un italiano dolce e rotondo come una zolletta di soda caustica: “voi ripassate! Oggi telex non funziona, non posso vedere vostro invito”; rispondi poco convinto “allora ripasso domani?” e lei, adorabile come sempre, “come vi piace, domani, fatemi lavorare”, permettendoti di capire che quantomeno ha la parola “lavorare” nel suo personalissimo dizionario Olga-Clientechelestasullepalle, ma, nonostante questo, i due sentimenti che si accavallano sul tuo intestino sono entrambi molto forti e soprattutto entrambi rivolti alle sue lunghe ed esili gambe: uno ha a che fare con dei chiodi e l’altro con un diapason da 50kg. Abbandoni l’ufficio, convinto che il giorno dopo il Telex funzionera’.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@gmail.com

Uno dei primi giorni del mio stage alla rappresentanza italiana presso l’OSCE a Vienna il mio responsabile mi disse che ognuno dei tre periodi di stage ha un evento importante: autunno-inverno la Ministeriale, estate la festa del 2 giugno, e inverno-primavera il Ballo di Carnevale.

Io ero capitata nel periodo della festa del 2 giugno, ma mi era sembrato un vero peccato aver perso un’occasione come quella di andare ad un ballo nel palazzo imperiale di Vienna, città dove i balli sono un’istituzione.

 Così sono riuscita a ottenere l’invito: e qui comincia il bello. Perché ogni ragazza, anche la meno femminile, sogna sempre di andare ad un ballo, di vestirsi come una principessa e ballare un valzer con il principe azzurro. Allora ha inizio la caccia al vestito, agli accessori, alle scarpe: vestito da sera, scialle, tacchi alti, pochette, gioielli.

 Ed eccoci a Vienna. Due principesse davanti all’Hofburg, nervose come non mai, impaurite dal dover affrontare quei diplomatici con i quali abbiamo lavorato per 3 mesi, ma che tuttora incutono quel timore reverenziale proprio di questa casta. La tensione scema quasi subito: appena entrate si torna indietro all’estate, quando in quelle sale ci si andava per le riunioni e ci si restava dalla mattina alla sera. Si  capisce immediatamente che l’ansia da prestazione legata alla fatidica domanda “Ma i nostri vestiti saranno appropriati?” risulta inutile, dato che il buongusto italiano vince sempre. Infatti mentre gli uomini sfoggiano il frac, un completo, o ancor meglio la divisa da cerimonia, molte delle signore non si distinguono per una scelta di abito appropriata: c’era chi aveva un vestito da cocktail (inappropriato), chi aveva un vestito evidentemente troppo piccolo (cattivo gusto), e chi aveva il vestito identico ad altre tre (poca fantasia).

 Tra i primi che riconosco tra la folla ci sono i diplomatici italiani, che ci accolgono con grande calore: il tempo di scambiarsi i convenevoli e fare un breve riassunto dei mesi precedenti, che veniamo interrotti dal cerimoniere che dalla cima delle scale addobbate da cascate di fiori annuncia l’inizio del ballo. Si salgono le scale tra fiori e giovani militari sull’attenti, con lunghe e doverose pause per le foto di rito, e finalmente si arriva alle sale: una rutilanza di luci, di tavole imbandite, camerieri che sistemano gli ultimi dettagli.

 E così ha inizio lo spettacolo. Le debuttanti fanno il loro ingresso trionfale, anche se con alcune cadute di stile, come una collana nera su abito bianco e degli evidenti problemi di coordinazione tra le coppie, e si aprono le danze: ballare il valzer a Vienna è un must, figuratevi dentro al palazzo imperiale!

Ormai eravamo all’Hofburg da quasi due ore, la fame iniziava a farsi sentire pesantemente, ma di cibo non ce n’era quasi traccia, solo un buffet un po’ improvvisato di specialità tipiche della Grecia, che quest’anno detiene la Presidenza dell’OSCE. Un po’ sconsolate cerchiamo comunque di tornare al nostro tavolo, e lì notiamo finalmente che la cena è iniziata: un buffet molto ricco, di specialità greche e ceche ( dato che la presidenza EU è della Rep. Ceca questo semestre). Bisogna dire che un dubbio ci attanagliava fin da quando avevamo scoperto che la cena era inclusa nel biglietto del Ballo: avremmo ritrovato le “Tartine dell’OSCE” che tanto ci avevano saziato e allo stesso tempo nauseato durante l’estate, o saremmo state graziate da un buffet più ricco e quasi quasi, più gustoso? Beh, la risposta è arrivata in fretta: alla vista sembrava un grande salto di qualità, ma all’assaggio si capiva che il catering era sempre quello di un tempo, applicato però a culture culinarie differenti.

  Tra una chiacchierata tra vecchi compagni di stage e la conoscenza dei compagni di tavolo si è arrivati ben presto alla mezzanotte, che come da programma riservava una sorpresa: era infatti prevista l’estrazione tra i biglietti venduti per la serata dei fortunati che avrebbero vinto dei viaggi in centri benessere di lusso nelle varie isole greche (ovviamente avevamo 4 biglietti, ma nessuno era vincente) seguito da uno spettacolo di musica e balli tipici greci. Questa è stata la parte più divertente della serata , perché se in una sala si ammiravano dei ballerini pseudo greci (Evan, il mio amico della presidenza, mi ha confermato che solo 3 tra il gruppo musicale e il corpo di ballo erano greci, gli altri erano austriaci doc) che si sbizzarrivano in canti e balli, coinvolgendo gli ambasciatori in un sirtaki un po’ stentato e  portando una ventata di Mediterraneo nella fredda capitale asburgica, nella sala adiacente un’altra orchestra suonava brani tra i più disparati, dai Beatles a alla colonna sonora di Nove Settimane e mezzo, da Asereje a What a Wonderful World. Ed è stato in quest’ultima sala che i diplomatici, sempre composti, hanno lasciato fuori la veste di diplomatico, per mostrare loro stessi, lanciandosi in balli sfrenati, che mi ricordavano le feste dei miei genitori e dei loro amici, a colpi di rock ‘n’ roll e musica anni ’70.

 Così al momento di andarsene verso un’altra festa, lasciamo questo meraviglioso palazzo e questa festa, finalmente diventata genuina e poco formale, che anche se di ballo viennese tradizionale, come ha detto la mia esperta in materia, ha ben poco, rappresenta perfettamente lo spirito dell’organizzazione che l’ha organizzata.

 

Leonetta Pajer

Titolo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo

Autore Audrey Niffenegger

Casa Editrice Oscar Mondadori

“E’ dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov’è e se sta bene. E’ dura essere quella che rimane”: inizia così la storia di Clare, innamorata di un uomo che scompare in continuazione lasciandola sola ad aspettare il suo ritorno. Fino a qui, la loro sembrerebbe una storia d’amore più o meno simile a molte altre, se non fosse per un particolare: Henry DeTamble non lascia Clare per sua volontà, semplicemente scompare senza poter far nulla per impedirlo e si ritrova a viaggiare nel tempo, catapultato improvvisamente nel suo futuro o nel suo passato. I medici la chiamano “cronoalterazione”, una malattia che Henry non può controllare: in un momento qualsiasi della giornata il tempo può rapirlo, sottrarlo alle sue occupazioni quotidiane, trasportarlo e lasciarlo completamente nudo di fronte ad un divertito se stesso bambino o ad un Henry adulto che lo fissa con aria interrogativa. I viaggi sono frequenti, passato e futuro si inseriscono continuamente nel suo presente frammentandolo, sconvolgendolo, ma c’è una cosa , una cosa soltanto capace di resistere al frenetico e casuale movimento delle lancette: Clare.

“E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata (…) Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia (….) La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

Clare è l’amore di Henry, la bambina che a soli sei anni si trova davanti quell’uomo di trentasei, nudo come un verme, in piedi in mezzo al giardino di casa ed, invece di scappare a gambe levate urlando, gli procura degli abiti e qualcosa da mangiare e poi inizia a contare i giorni che la separano dalla sua successiva apparizione. Tutto quello che possiede è un quadernetto e delle date, intervallate da giorni, mesi , a volte persino anni di silenzio: Henry tornerà, prima o poi, forse per darle il primo bacio, quando ormai nel presente di baci ne hanno consumati a migliaia, forse per fare l’amore con lei per la prima volta, quando nel suo presente sono già sposati da tempo. L’intero libro si snoda così come una specie di diario a due voci, un susseguirsi di episodi accaduti in momenti fra loro lontani ma assemblati in modo da acquisire coerenza e fluidità. Le prime pagine possono risultare un po’ difficili, ma, una volta entrati nel meccanismo, si viene assorbiti completamente dalla storia. Una storia strana, un po’ ingarbugliata, ma dolce e mai banale, la storia di un amore che nasce e cresce in circostanze surreali, ma, dietro la componente fantastica, fa trasparire tutti gli elementi di cui è composto l’amore, quello vero. Alla fine del libro ciò che rimane è proprio la straordinaria semplicità di un amore che a prima vista di semplice ed ordinario non ha proprio nulla: “Mi fa paura l’idea di perderti” dice Henry ad un certo punto e Clare divertita “Come potresti perdermi? IO non vado da nessuna parte!” “Mi preoccupa l’idea che tu ti possa stancare della mia inaffidabilità e lasciarmi” “Non ti lascerò mai” risponde Clare “Anche se tu mi lasci sempre”.

Paola Barioli

Un obiettivo fisso per il 2009, a incoraggiare chi ha votato per il presente governo; un cambiamento storico, per rinnovare una sinistra troppo frammentata ed indecifrabile.

All’orizzonte della storia della politica italiana si inizia a definire(a partire dal congresso di Orvieto, che ha riunito i dirigenti dei partiti del centro sinistra) un nuovo soggetto, futura evoluzione dell’attuale maggioranza.

Il corso di formazione politica dei DS al Bagno Ausonia di Trieste è un fedele spaccato del dibattito che anima leaders e tesserati in tutto lo Stivale. La mattina del 21 settembre intervengono un sondaggista, esponenti dei DS alla regione e rappresentanti dei giovani del partito(SG). Le macrotematiche sono comunicazione, definizione del PD e programma.

I sondaggi devono essere il criterio di scelta dei leaders della sinistra: la popolazione li vuole più vicini, meno egocentrici. Il linguaggio dei politici, troppo tecnico ed astratto, allontana la gente dal dibattito e comunica un’idea di elitarismo. È un punto importante quello della partecipazione diretta: il futuro elettorato del PD conferma l’entusiasmo delle primarie e già nei sondaggi rivela di preferire l’elezione dal basso dei propri capi. Il passo storico del nuovo partito dovrà essere anche il punto di svolta per una terminologia tipica ormai ideologica e fuori luogo. Parole come “lotta di classe”; “proletariato”; “femminismo”; “nemici” dovranno cedere il passo a “risanamento(del pubblico)”; “questione morale”.

Proprio il punto moralità apre il dibattito sul programma. La volontà è quella di lanciare un partito reso credibile ,prima che dal passato delle correnti che lo formano, da un programma concreto e che risponda alle richieste di tutte le correnti costitutive, nessuno escluso. Maurizio Pessato(DS) stila allora una lista convincente: primato dell’attenzione ai giovani(per lavoro e partecipazione alla vita politica), territorialismo, meritocrazia, attenzione all’ambiente, impegno internazionale per la pace, piena accettazione dell’economia di mercato e integrazione al suo interno, redistribuzione della ricchezza.

Il quadro è reso completo nel menzionare, come sostrato fondante e necessario collante, l’egualitarismo. Derivato dell’esperienza storica del socialismo, la tensione verso un mondo di persone di uguale dignità e a cui siano garantite le stesse possibilità dovrà essere alla base della proposta di valori del PD.

Rimangono tuttavia molti interrogativi a rendere incerto e difficoltoso il processo di formazione della nuova proposta progressista: Sapranno i leaders abbandonare l’ottica troppo egocentrica che li ha contraddistinti? Riusciranno a mettersi in discussione affrontando il voto dell’elettorato che sceglierà gli uomini di riferimento? Basterà un programma ben studiato ad accomunare gli interessi ampiamente differenti che danno oggi vita a Margherita, DS, Udeur, Verdi…?

Davide Caregari

Prendete un pugno di canzoni new-wave o punk piene di energia, ma accertatevi che siano veramente belle. Provate a riprodurne solo l’armonia con una semplice chitarra e la voce di una ragazza. Con una gran bella voce, s’intende. Vi accorgerete ben presto che il risultato sarà pura bellezza. Come se le vostre canzoni fossero state registrate nel Brasile negli anni ’60, in pieno stile bossa nova.

Questo è il risultato dell’esperimento discografico “Nouvelle Vague“, con il quale Marc Collin e Olivier Libaux ci propongono un’inedita rilettura di canzoni scritte da artisti famosi come i Joy Division, i The Clash o i The Cure, o un po’ dimenticati come gli XTC, i Tuxedomoon, i Modern Engllish o gli Special, ma tutti riconducibili al filone new-wave. Non hanno fatto altro che chiamare 8 giovani cantanti dalle voci sensuali, che hanno reinterpretato questi testi degli anni ’80 rendendoli atemporali, pronti per essere ascoltati come se non fossero mai stati cantati prima. Così sentiamo i famosi versi dei Joy Division “and we’re changing our ways, taking different roads, then love, love will tear us apart again” prendere forma soffice attraverso la voce dolce di Eloisa. Possiamo anche ascoltare la splendida Guns of Brixton riproposta dall’intrigante di Camille, o una freschissima versione di Just can’t get enough dei Depeche Mode, perfetta per trovare la forza di scendere dal letto la mattina. Per non dimenticare una sensuelle Melanie Pain che ripete This is not a love song, l’irriverente Too drunk to fuck dei Dead Kennedys cantata da una Camille che sembra ubriaca per davvero, o la malinconica In a manner of speaking. La particolarità del risultato di questa registrazione è che le tonalità delle voci delle cantanti sono così naturalmente omogenee, da sembrare, ad un primo ascolto, di un’unica ragazza. Colorata, spiritosa, simpatica, divertente: Nouvelle Vague si dimostra una collaborazione davvero ben riuscita, nonché una rivisitazione sorprendente e molto originale nel suo genere. Non si erano mai visti dei remake così radicali e ben fatti da diventare nuovi piccoli capolavori. Un disco che vale la pena ascoltare. In una parola: adorabile.

Agnese Ortolani

1.    JOY DIVISION : Love will tear us apart (feat. Eloisia)

2.    DEPECHE MODE : Just can’t get enough (feat. Eloisia)

3.    TUXEDOMOON : In a manner of speaking (feat. Camille)

4.    THE CLASH : Guns of Brixton (feat. Camille)

5.    P.I.L. : (This is not a) love song (feat. Melanie Pain)

6.    DEAD KENNEDYS : Too drunk to fuck (feat. Camille)

7.    THE SISTERS OF MERCY : Marian (feat. Alex)

8.    XTC : Making plans for Nigel (feat. Camille)

9.    THE CURE : A forest (feat. Marina)

10.    MODERN ENGLISH : I melt with you (feat. Silja)

11.    THE UNDERTONES : Teenage Kicks (feat. Melanie Pain)

12.    KILLING JOKE : Psyche (feat. Sir Alice)

13.    THE SPECIALS : Friday night, saturday morning (feat. Daniella D’Ambrosio)

Quando mio padre mi propose di partire con lui per Santiago de Compostela fui subito entusiasta, anche se pensavo che sarebbe rimasto un sogno nel cassetto dato che non facevamo un viaggio insieme dalla lontana estate 2003. Invece non è stato così, e il 24 aprile siamo partiti per Madrid in aereo da Venezia pronti per l’avventura. Beh, dopo aver dormito per l’ultima notte in un letto con lenzuola, la mattina del 25 aprile abbiamo iniziato il nostro percorso a 160 KM da Santiago. Giustamente, per cominciare, abbiamo pensato bene di fare una tappa di “soli” 27 km, arrivando alla meta con le gambe e la schiena a pezzi, il collo bruciato dal sole e con tanta voglia di lavarci e fare una bella dormita. Il mattino seguente siamo partiti di buon mattino anche se le gambe facevano fatica ad avanzare, abbiamo camminato immersi in un paesaggio veramente

meraviglioso, quasi magico: il Cammino infatti si snoda parallelamente alla strada asfaltata e attraversa dei borghi di 2-3 case, spesso fattorie, che sembravano uscite da altre epoche; inoltre molti tratti hanno una forte pendenza e la fatica ti impedisce di parlare, ma allo stesso tempo aumenta la tua capacità di pensare, di concentrarti su te stesso, sui tuoi sentimenti e sui tuoi rapporti con gli altri, in una maniera che, almeno personalmente, non avevo mai provato prima. Credo che questo sia stato uno degli insegnamenti di questo percorso: la possibilità di fermarsi, i non dover far altro che camminare e pensare, riflettere sulle cose importanti, ma che normalmente sono sovrastate da scadenze superflue. L’altro grande regalo che mi ha fatto il Cammino è stata la possibilità di passare ben 12 giorni con mio padre, sempre insieme,

poterci raccontare molte cose, e per conoscersi meglio: abbiamo parlato molto anche di argomenti più intimi, dei nostri sentimenti, scoprendo un suo lato meraviglioso ma a me fino a quel momento sconosciuto. A partire dal quarto giorno i dolori si sono calmati sensibilmente e quindi il percorso si è fatto, per così dire più, semplice. In questo modo ci siamo goduti di più ciò che ci circondava e che si poteva attraversare solo a piedi, abbiamo compreso il valore del tempo e

della possibilità di muoversi senza difficoltà. Siamo riusciti a conoscere diverse persone, perchè bene o male, i chilometri che si percorrono in un giorno sono 25 e i luoghi dove fermarsi a dormire sono talmente pochi che hai difficoltà a non incontrarti: è così che abbiamo conosciuto alcune persone con cui la sera ci si ritrovava in albergue, distrutti ma felici,e ci si raccontavano gli aneddoti della giornata, sul coloro che erano oramai diventate le macchiette del cammino.

L’ultima sera ci siamo fermati, dopo aver camminato quasi ininterrottamente per 10 ore, nel mega complesso che hanno costruito alle porte di Santiago: eravamo proprio distrutti ma abbiamo passato la serata più piacevole dell’intero cammino, cenando con tre delle persone con cui avevamo legato durante il viaggio,parlando, senza far caso alla differenza di età e ai problemi di comprensione dovuti al fatto di parlare lingue differenti. Il mattino seguente, siamo partiti tutti alla volta della cattedrale di Santiago: per fortuna era il Primo maggio e la città dormiva ancora

quando siamo l’abbiamo attraversata. Quando siamo arrivati davanti alla chiesa tutti ci siamo commossi. Non so se fosse dovuto all’aspetto religioso della nostra impresa, o alla soddisfazione di avercela fatta da soli con le nostre gambe e le nostre spalle, ma le lacrime di gioia venivano dal cuore e non ero in grado di fermarle. Poi siamo andati farci consegnare la Compostela, il certificato che avevamo raggiunto Santiago e, dopo al esserci riposati, siamo andati alla messa di mezzogiorno, durante la quale ho provato dei sentimenti totalmente contrastanti: l’emozione della messa,dedicata a noi, a coloro che quel giorno erano arrivati da mezzo mondo per rendere onore al Santo, e la rabbia per tutti quei turisti che durante la funzione, non curanti della presenza di persone che avevano camminato anche per 750 km per vivere questo momento, facevano foto a tutto spiano, parlando con un tono di voce totalmente improprio per il luogo dove si trovavano.

Per concludere il mio tentativo di descrivere questa esperienza, il mio consiglio, credenti o meno, è di provarlo perché lascia un segno dentro che rimarrà per tutta la vita, che nessuno potrà togliervi e che chi non ha fatto la medesima esperienza non potrà mai capire a pieno.

Leonetta Pajer

E’ stato quasi per caso che mi sono ritrovata a lavare il pavimento di una cucina sporca, con la mia migliore amica, in una mattina di sole di un paio d’anni fa, ascoltando i Belle and Sebastian. Mi aveva detto che erano forti e così me li ha fatti ascoltare, tra una chiacchiera e l’altra. E’ stato quasi un colpo di fulmine, credo. Una melodia così fresca, un po’ retrò ( ho pensato subito ai Beatles, a Simon & Garfunkel ma nello stesso tempo era tutta un’altra cosa), una voce timida dalla grazia disarmante. La sensazione che ho avuto allora, ascoltandoli per la prima volta, è in parte diversa da quella che provo ora, conoscendo i testi, essendomi affezionata ai loro brani, ma ciò che mi capita sempre, appena sento diffondersi le note delle loro canzoni, è di sentirmi catapultata in un mondo parallelo in cui i suoni e i colori rimbalzano mettendomi di buon umore, facendomi sentire in pace con me stessa.
Ma è meglio parlare di loro…
I Belle and Sebastian sono un gruppo scozzese nato a Glasgow nel 1996 grazie ad un progetto di Stuart Murdoch che, dopo aver frequentato un corso di musica professionale all’università, pensò di mettere insieme una band composta da studenti del college per registrare un album. In realtà la cosa andò oltre l’idea di un semplice progetto, e divennero una band vera e propria.
un folk-pop dolce e delicato per altri un indie pop

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