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“In Eretz Israel (terra d’Israele) è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. […] Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d’Israele. […] Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.”

Il 14 maggio 1948 queste parole, pronunciate con una voce carica di emozione da David Ben Gurion, annunciavano al mondo intero la nascita dello Stato d’Israele. Parole che segnavano il coronamento di un’epopea avvincente e drammatica iniziata decenni prima, il concretizzarsi di un’ideale e di un progetto. L’idea di pochi intellettuali europei che aveva saputo conquistare  centinaia di migliaia di uomini e donne, ebrei e non, ora approdava nella creazione di uno Stato. Un popolo, o almeno una parte di esso, che per secoli era stato disperso e umiliato, che aveva conosciuto il ghetto, che aveva visto l’abisso della Shoah, non aveva però dimenticato (o forse aveva riscoperto?) la sua identità e sessant’anni fa costituiva la propria dimora nazionale in quella che considerava la terra dei suoi padri. Questo stesso evento festeggiato ogni anno da Israele ha però tutt’altro significato per i palestinesi: per loro è al-Nakba, la catastrofe.
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“In Eretz Israel (terra d’Israele) è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. […] Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d’Israele. […] Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.”

Il 14 maggio 1948 queste parole, pronunciate con una voce carica di emozione da David Ben Gurion, annunciavano al mondo intero la nascita dello Stato d’Israele. Parole che segnavano il coronamento di un’epopea avvincente e drammatica iniziata decenni prima, il concretizzarsi di un’ideale e di un progetto. L’idea di pochi intellettuali europei che aveva saputo conquistare  centinaia di migliaia di uomini e donne, ebrei e non, ora approdava nella creazione di uno Stato. Un popolo, o almeno una parte di esso, che per secoli era stato disperso e umiliato, che aveva conosciuto il ghetto, che aveva visto l’abisso della Shoah, non aveva però dimenticato (o forse aveva riscoperto?) la sua identità e sessant’anni fa costituiva la propria dimora nazionale in quella che considerava la terra dei suoi padri. Questo stesso evento festeggiato ogni anno da Israele ha però tutt’altro significato per i palestinesi: per loro è al-Nakba, la catastrofe.
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Il 9 maggio prossimo (dichiarato ufficialmente come “Giorno della Memoria” il 4 maggio 2007) si celebrano, purtroppo, i 30 anni dell’assassinio di Aldo Moro, avvenuto ad opera delle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Il 16 marzo del 1978 infatti il massacro della scorta diede inizio al sequestro che fini’ poi in tragedia: cio’ avveniva in un clima di tensione politica altissimo nonostante i numerosi ma inutili tentativi di appianare la situazione. E’ un periodo buio della storia italiana e che prorpio per questo viene ricordato con celebrazioni ufficiali e non. D’altra parte la politica ha sempre avuto le sue vittime, indipendentemente dall’appartenenza ad una o ad un’altra corrente.  L’omicidio di dicembre scorso di Benhazir Bhutto, sopravvissuta precedentemente a numerosi attentati, e’ solo l’ultimo di una lunga catena nella storia. Il suo partito di stampo populista voleva tentare di creare una “democrazia islamica”, un concetto del tutto nuovo sia per il Pakistan, che vive sotto una dittatura militare, ma anche per gran parte del mondo. Se l’attentato sia stato opera di Al Qaeda o del governo del generale Musharraf, probabilmente non si saprà mai, ma ormai ha poca importanza. Resta il fatto che per l’ennesima volta un personaggio politico è stato stroncato per le sue idee. Per quanto mi riguarda, la paura del cambiamento e la volonta’ di eliminare persone scomode stanno alla base di  cosiddetti omicidi politici, e gli avvenimenti del secolo scorso ne sono la prova. A mio parere, nell’età contemporanea l’omicidio che ha suscitato piu’ scalpore e sdegno può essere considerato quello di Mahatma Gandhi, anche se egli stesso teneva sempre a precisare che la politica non era parte della sua persona. Ma il 30 gennaio 1948 Nathiram Vinayak Goodse lo uccise con tre colpi di pistola: Gandhi avrebbe infatti tradito la causa indù e favorito il Pakistan. “Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, allora soltanto si potrebbe dire che ho posseduto la non-violenza del coraggio” aveva detto Gandhi qualche mese prima di morire e così accadde: paradossalmente il profeta della non violenza fu ucciso proprio da essa invocando il nome di Dio. Come d’altra parte, anche se in anni ed in un contesto completamente diverso, avvenne per Martin Luther King, il più giovane vincitore del Premio Nobel alla Pace, anch’egli spesso riconosciuto quale divulgatore della non violenza. “Ho un sogno, che un giorno i discendenti degli schiavi e dei proprietari di schiavi si siederanno assieme davanti al tavolo della fratellanza […], che il Mississippi sia trasformato in un’oasi di libertà e di giustizia, […] che un giorno i miei figli potranno vivere in una nazione in cui non saranno giudicati in base al colore della pelle ma in base al loro carattere […]” queste le sue parole, pronunciate il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington dopo una marcia di protesta per i diritti civili. Più volte incarcerato e nel mirino dell’FBI per i presunti legami con il Partito Comunista degli Stati Uniti, King fu assassinato il 4 aprile 1968 prima dell’ennesima marcia da James Earl Ray: egli dichiarò di aver agito da solo senza uno scopo preciso, ma c’e sempre stato il sospetto (per alcuni la certezza) che dietro a tutto ci fosse un piano del governo statunitense. Quarantasei morti furono il risultato degli scontri che avvennero all’indomani della scomparsa dell’attivista politico. Cosa dire infine dell’assassinio di Yitschak Rabin? Egli non si può ovviamente annoverare tra i fautori della non violenza o del pacifismo: in effetti, fu tra i fondatori dei Palmach (acronimo di Pelugot Machaz, vale a dire “squadre d’assalto”), base per la costituzione dell’esercito dello Stato d’Israele, e in qualità di comandante militò nell’esercito fino al 1968. Tuttavia, proprio per le sue successive azioni politiche, nel 1994 gli fu attribuito il Premo Nobel alla Pace (congiuntamente ad  Arafat e  Peres ) dopo la sigla degli Accordi di Oslo del 1993, in cui si stabiliva il riconoscimento reciproco tra OLP e Stato d’Israele ed il ritiro da Gaza e Gerico. Proprio tale situazione provocò il risentimento di molti coloni: uno di loro, Ygal Amir, uccise Rabin il 4 novembre 1995. Non dunque un musulmano fu l’autore dell’attentato, bensì un ebreo di stampo estremista che non riconosceva la validità degli Accordi e che riapriva la frattura sia all’interno della società israeliana che con la parte palestinese. In tutti i casi citati, compreso quindi quello relativo a Moro, alla fine lo scopo è stato raggiunto: creare un clima di tensione ed incertezza.In molti casi semplicemente si cerca un capro espiatorio con la sparizione del quale si pensa che i problemi vengano risolti, anche se spesso il risultato è solo un inasprimento delle proprie convinzioni e posizioni. E questo purtroppo non cambierà mai.

Lisa Cuccato

Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’

“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.

Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.

Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.

Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”

La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.

La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”

L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]”.

Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”

Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.

Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ’68, un maggio silenzioso”.

Davide Lessi

Emmanuel Dalle Mulle


 

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