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4 novembre, nulla da festeggiare

 

Il 4 novembre, per chi non lo sapesse, è il giorno della vittoria. 90 anni fa, l’impero austro-ungarico si arrendeva al regio Esercito Italiano che, “inferiore per numero e per mezzi” e”con fede incrollabile e tenace valore … condusse la guerra ininterrotta ed asprissima per 41 mesi“.

Una data storica, non c’è dubbio. Per qualcuno una data da glorificare, come dimostrano gli ingenti investimenti del ministro La Russa (è stato addirittura creato un fondo apposito di 3 milioni di euro per evitare che il Ministero della Difesa dovesse pagare di tasca propria) per le celebrazioni di domani, in pompa magna. Spot televisivi, adunate, manifestazioni dell’Arma in varie città d’Italia, generali nelle scuole a raccontare la grande (e unica) vittoria militare che il nostro Paese può vantare. Una festa che, secondo il ministro, non va misurata “con il centimetro dell’euro, che è la misura di chi non ha altri argomenti per contestare qualcosa che invece sentiamo come doveroso, importante e necessario“, come “uno dei punti fondanti della memoria storica degli italiani“.

Anche se un piccola parentesi sull’ennesima bizzarria economica di questo governo (che taglia mostruosamente da una parte, e spende e spande dall’altra senza alcun minimo criterio) non intendo aprire una polemica riguardante gli sprechi. Riguarda proprio il merito dell’iniziativa, o meglio: cosa vogliamo festeggiare.

Se si intende fare del 4 novembre una festa patriottica, una festa che esalti una delle pochissime glorie della nostra nazione (certo, la I guerra mondiale potrebbe essere considerata come il compimento del Risorgimento… ma forse toccare questo tasto probabilmente farebbe storcere il naso ai leghisti di governo) bè, credo siamo fuori strada due volte. In primo luogo, per un falso storico: dipingere il nostro Paese come una grande potenza schierata dalla parte del giusto (le democrazie liberali) contro gli odiosi imperi centrali è una incredibile fesseria. L’Italia del tempo non si divideva solamente tra interventisti e non, ma anche tra filo Triplice Intesa e filo Triplice Alleanza; vendendo la propria modesta partecipazione al miglior offerente e muovendosi al margine del lecito (accordi Prinetti – Barrère) . Se poi vogliamo ricordare come l’Italia che ricaccia gli Austriaci sul Piave è la stessa che pochi anni prima riceve una pesantissima sconfitta dall’esercito etiope di Menelik II; e raggiunge Gorizia non certo conducendo una guerra gloriosa ma segnata negativamente dall’inettitudine, l’ignoranza, la crudeltà dei suoi generali che mandano poveri ragazzi italiani al macello…. bè, c’è davvero poco da celebrare.

E c’è ben poco da celebrare anche per quello che la prima guerra mondiale è stata, per noi italiani come per i nostri cugini europei. Una “inutile strage”, un massacro senza fine deciso e voluto dai potenti, ma combattuto (come sempre) dalla povera gente, dalla meglio gioventù di questo paese (650 000 morti costò all’Italia la partecipazione alla guerra) che andava a morire al fronte con la minaccia dei plotoni di esecuzione alle spalle.

Non c’è nulla di cui andare orgogliosi il 4 novembre. Non vi è nulla da celebrare. Domani è solamente un triste anniversario, il novantesimo anniversario della prima grande carneficina mondiale. Questo non vuol dire che non bisogna ricordare: è storia, e va’ ricordata. Ma io, i nostri generali nelle scuole, proprio non ce li vedo. E non mi faccio ammaliare dai plotoni intonanti davanti al pennone “Il Piave mormorava” – a cui comunque dovrei essere affezionato, considerando come questi bagni la mia città natale. Piuttosto, vorrei vedere un mondo che rinnova ancora il suo accorato e mai seguito appello: “mai più guerre”. Invece dei generali, annuncianti “la vecchia menzogna… Dulce et decorum est pro pratria mori“, ci vedrei le nostre maestre, recitare insieme ai bambini le poesie di Ungaretti, Brecht, Wilson. Le parole di chi la guerra l’ha fatta e l’ha scritta. Il cui messaggio, dopo tanti anni e troppo sangue, è ancora esule in Patria.

 

Matteo Lucatello

Matteo.lucatello@sconfinare.net

Ad oltre sessant’anni dalla Seconda guerra mondiale, l’opinione pubblica locale si trova ancora spesso a dibattere degli avvenimenti che coinvolsero le popolazioni sul “Confine orientale”.
Ma quella del Goriziano non è stata solo una storia di contrapposizioni. Anzi, fin dagli anni sessanta, quando questa zona rappresentava il contatto fra due mondi divisi dalla “cortina di ferro”, la frontiera a Gorizia era chiamata “il confine più aperto d’Europa”. Merito della lungimiranza degli attori politici locali di quarant’anni fa che, coraggiosamente, osarono sfidare le diffidenze reciproche (ma soprattutto di Roma e Belgrado), per lavorare ad un percorso di convivenza. Il lavoro dei sindaci di allora, Martina e Strukelj, incita ancor oggi a proseguire il lavoro di quei protagonisti del “dialogo”.
Oltre al ruolo delle istituzioni locali, non va dimenticato che il terreno delle coscienze andava e va coltivato soprattutto con le iniziative della società civile, che a partire da un patrimonio socio-culturale comune (l’attuale confine non era mai esistito nella storia prima del 1947), si occupano di far incontrare italiani e sloveni per ritrovare, attraverso una condivisa memoria storica, una vera pace e riconciliazione. In prima linea si trova l’associazione “Concordia et Pax”, attiva da oltre un ventennio ed impegnata ad animare convegni e iniziative di alto valore simbolico, fra le quali si segnala l’incontro annuale dei “Sentieri di memoria e riconciliazione”.
Diventati ormai una tradizione dal vasto impatto, questi momenti di “memoria condivisa” sono organizzati da studiosi e volontari sia italiani che sloveni per riscoprire e riflettere assieme sugli avvenimenti che portarono distruzione ed odio nella regione. L’ultimo appuntamento del genere si è tenuto il 15 ottobre dell’anno scorso a Borovnica, a pochi chilometri da Lubiana, un tempo sede di un importante snodo ferroviario dell’Impero asburgico. Lì si svolse una vicenda emblematica per tutti, quella del campo d’internamento diretto dall’esercito italiano per le popolazioni slovene occupate (1941-43) e quella del campo di prigionia diretto dalle formazioni titine per i militari italiani (1945-46).
Nell’agosto 1942 l’alto commissario della cosiddetta “provincia autonoma di Lubiana” (ovvero le zone della Slovenia annesse al regno d’Italia nel 1941) emanò una circolare che suddivideva la popolazione slovena in tre categorie: la stragrande maggioranza dei residenti da assimilare; coloro che avevano preso parte ad azioni contro le autorità militari italiani da eliminare; i fiancheggiatori del movimento partigiano e i semplici sospetti da deportare. I flussi di sloveni raggiunsero nel corso dell’estate 1942 i campi di concentramento disseminati in Italia e nelle isole dalmate. Dei 20.000 internati morirono nei campi oltre 2400 persone, di cui 1400 solo nell’isola di Arbe.
Quando le sorti della guerra si ribaltarono, il governo iugoslavo stabilì il campo di concentramento per i militari italiani proprio a Borovnica. Dal maggio 1945 alla primavera 1946 vessazioni e violenze si abbatterono sui prigionieri, costretti a permanere in condizioni igieniche precarie, con scarso vitto, all’interno di baracche fatiscenti, in una zona dove gli inverni sono particolarmente rigidi.
Borovnica fu quindi un luogo significativo di dolore e sofferenza per le popolazioni locali deportate e per i militari prigionieri. La visita e l’approfondimento dei fatti rappresentano, per quanti desiderano un mondo nuovo fondato sulla civiltà del rispetto e della reciproca comprensione, un’utile provocazione. Spetta alle generazioni del Duemila fare tesoro delle esperienze passate per costruire un futuro di apertura e di collaborazione, e rispondere alle sfide poste dalla nuova Europa.

Federico Vidic

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