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Un nuovo rimedio contro la crisi

(in caso di controindicazioni, consultare un medico)

C’è chi ingrassa con la disoccupazione, e a farne le spese siamo noi. E’ già abbastanza difficile così: bisogna inventarsene un sacco, per cercare di sopravvivere a questa nostra epoca. L’ottica di pieno impiego, nella teoria liberista, si fonda sul postulato fondamentale che, in ultima istanza, ogni maschio può sempre arruolarsi ed ogni donna prostituirsi. Ultimamente anche la politica va per la maggiore e non è da escludere che in futuro siano molti i senza occupazione che decideranno di tentare una carriera in qualche partito. Perché no? Non ve l’hanno mai detto, ma con un po’ di flessibilità è abbastanza comprensibile.

Bisogna sapere cosa fare e cosa non fare ed ogni buon consiglio è bene accetto, di questi tempi. Da parte mia, credo proprio che possa essere un argomento utile da affrontare il ruolo che tra Gorizia e Trieste (in un’ottica nazionale ammetto di non saperne nulla) ricoprono le agenzie di lavoro interinale.

Una polemica, recentemente portata avanti dal sito Bora.la e dal blog di una giornalista del Piccolo, Elisa Russo, verte proprio sul ruolo delle agenzie interinali (per intenderci: Metis, Menpower, Umana, etc.), ruolo che definirei quantomeno ambiguo.

La mia esperienza personale, a questo proposito, è stata abbastanza esemplare. Per un paio di mesi, a cavallo tra novembre e gennaio, mi sono messo alla ricerca di un lavoro. Qualcosa giusto per tirare avanti, mica niente di difficile o di qualificato. Mi sarei accontentato di tutto, dal netturbino all’operaio, sono di poche aspirazioni io e, come ben si sa, i soldi non hanno odore (altro grande postulato fondamentale del capitalismo).

Sprezzando il mio impegno, tutti mi dicevano che a Gorizia non c’era lavoro – e questo nonostante il fatto, che avrete notato sicuramente, che gli annunci delle agenzie rimangono appesi per mesi interi in vetrina. A me, che intendevo solamente mantenermi, anche un posto come addetto allo scodellamento in una mensa scolastica sarebbe andato benissimo. Ho ventiquattro anni, una buona istruzione, sono mediamente stupido, mediamente di bella presenza (ho dieci dita, due occhi e una bocca), godo di buona salute: le vie del mondo mi dovrebbero essere (quasi) tutte aperte.

E invece no. Strano a dirsi ma, per quanto fossi diventato un habitué di tutte le agenzie di Gorizia, non c’era apparentemente incarico che potessi ricoprire. Anche quando mi offrivo di fare il pelapatate, mi sentivo rispondere che il mio profilo non era quello giusto, che non ero adatto a quel lavoro, che avevano già assunto qualcuno proprio stamattina (che caso!). E questo non soltanto a me. Insomma, mi pareva proprio che non volessero darmelo, il lavoro, nemmeno quando insistevo per avere un periodo di prova. Mi facevano compilare i loro assurdi ed interminabili curricula, i loro formulari, e mi rispedivano a casa. Non mi hanno mai richiamato.

La piccola polemica nata ultimamente mi ha permesso di fare un po’ di luce sulla faccenda, di vederci un po’ meglio e di mettervi in guardia contro questi giocatori delle tre carte. Le agenzie interinali non vi daranno lavoro, per cui è meglio che ve ne stiate alla larga. Quello che a loro interessa è avere quante più persone possibile iscritte nelle loro liste, in modo da ricevere fondi pubblici (regionali, ma soprattutto europei) che vengono commisurati, a quanto ho avuto modo di capire, in base al numero di disoccupati che esse dovrebbero teoricamente “impiegare”. Invece, se ne fregano bellamente. Stanno lì, a mangiarsi i nostri contributi, e non fanno nulla per migliorare la situazione. Tutto quello che fanno è prendere i vostri dati, inserirli nei loro tabulati in modo da intascare ancora più soldi. Per il resto, chi ne sa nulla. Intanto, loro se ne possono stare a posto e fingere di essere utili alla causa. Mi sembra importante condividere questa esperienza perché quante più persone ne saranno a conoscenza tanto meno loro potranno continuare a fare questo gioco. Siete ancora in tempo per starne a debita distanza. E se proprio ci foste cascati, come il sottoscritto, potete sempre andare lì e togliervi la soddisfazione di chiedere che il vostro curriculum sia cancellato. Contandogliene quattro, possibilmente.

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Il mondo deve sapere che in un cucchiaino di Nutella non ci sono solo nocciole.

Dopo anni e anni in cui inesorabilmente uno sguardo, una parola, un accenno innocente cadevano sempre sul medesimo soggetto, dopo mesi e mesi in cui inevitabilmente loschi figuri millantavano la conoscenza di informazioni inconfutabili al riguardo, ho finalmente deciso di fare chiarezza sulle verità del Signor Michele Ferrero.

La storia della più grande azienda italiana per fatturato comincia nel lontano 1942. Sono anni di guerra e privazioni, però ad Alba esiste una risorsa che costa poco e si trova ovunque: la nocciole. Pietro Ferrero inventa l’embrione della Nutella: una pasta di nocciole che viene confezionata nella carta stagnola e venduta per pochi soldi. È l’inizio della dipendenza. L’insaziabilità piemontese crea un giro d’affari che in soli otto anni porta un modesto laboratorio per dolci a diventare azienda e l’azienda ad aprire già nel 1956 un primo stabilimento in Germania. La Ferrero diventa così la prima attività italiana del dopoguerra ad avere sedi operative all’estero.

A questo punto la prima generazione di Ferrero (il fratello di Pietro, Giovanni, si occupava del settore vendite) finisce e l’industria passa nelle mani del famigerato Michele. A voi non è mai capitato di considerarlo un’entità metafisica? Beh salutate il vostro idillio immaginifico perché ho intenzione di pubblicare una sua foto, nessuna idealizzazione può rendergli giustizia. Il suo apporto alla dea delle perdizioni – l’ottava meraviglia o l’ottavo vizio per chi preferisse mantenersi nei limiti della morale – è stato fondamentale: nel 1964 ne cambia formula, densità e nome (come gli sia venuto in mente di chiamarla Nutella lui solo lo sa, comunque non poteva giungere a nulla di più onomatopeico). La Ferrero spicca il volo verso il mondo intero e Michele, nonostante possa ormai ben dire di essersi meritato la conduzione dell’azienda di famiglia (vorrei sapere se qualcuno gli ha mai dato del figlio di papà), si fionda su prodotti nuovi e tutti incredibilmente apprezzati: Mon Chéri, Pocket Coffee, Ferrero Rocher, Raffaello, Tronky, Kinder Bueno, Kinder sorpresa, Kinder Cioccolato, Kinder Délice, Kinder Brioss, Fiesta, Kinder Pinguì, Kinder Fetta al Latte e Kinder Paradiso, Tic Tac, Estathè e Gran Soleil. Considerando l’offerta di altre multinazionali dolciarie forse questa lista di prodotti potrà sembrare limitata, ma fate l’esperimento di chiedervi se effettivamente ce ne sia uno solo che non avete assaggiato nemmeno una volta o uno solo che non vi sia piaciuto quando l’avete addentato. Se la risposta è la stessa che darebbe la maggioranza dei consumatori mondiali, avrete in mano la chiave per capire come sia possibile che un’azienda tuttora posseduta al 100% dalla medesima famiglia (siamo alla terza generazione) possa avere uno dei fatturati più elevati della Terra.

Attualmente il gruppo Ferrero si colloca al 4º posto per fatturato fra le industrie dolciarie del mondo, dopo Nestlé, Kraft Foods e Mars. Il fatturato consolidato del gruppo nell’esercizio 2007/2008 è stato di circa 6,2 miliardi di euro, in crescita del 8,2% rispetto all’anno precedente. Nel mondo sono occupati oltre 21.600 dipendenti, con 38 compagnie operative per la vendita e 14 stabilimenti per la produzione. Sette di questi stabilimenti sono distribuiti in Europa e i rimanenti sette rispettivamente in Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Porto Rico, Canada e Stati Uniti. Nella lista dei “World’s Billionaires 2009” redatta da Forbes, Michele Ferrero & family compaiono al 40° posto – tanto per dare un’idea, Silvio Berlusconi & family stanno al 70°. Infine un’indagine del Reputation Insitute (un istituto privato di consulenza e ricerca, specializzato in corporate reputation management), condotta lo scorso maggio 2009 intervistando più di 60.000 persone in 32 Paesi diversi, ha portato alla scoperta che il marchio Ferrero è considerato il più affidabile a livello globale – la medaglia d’argento va niente di meno che al colosso Ikea. Il motto dell’azienda non poteva che essere: “le buone idee conquistano il mondo”.

P.S. i miei ringraziamenti vanno a Giovanni, che mi ha fortemente spronata a non scrivere qualcos’altro sulle donne.

Da tempo volevo rispondere al “viaggio in Italia” fatto dal mio amico Francesco in Lombardia. Se lui ha scritto, sarcasticamente, del varesotto, zona che conosco discretamente per averci passato diversi mesi nelle mie estati fino ai dodici anni e di cui ho una diversa considerazione, io preferirei parlarvi della citta’ che e’ sinonimo di Lombardia.

Sono nato ventitre anni fa a Milano, ho vissuto i primi vent’anni in diverse zone (prima Washington-Foppa, adesso Navigli). Viverne lontano mi ha dato la possibilita’ di vederne con maggiore nitidezza i difetti, ma anche i pregi (direbbe W.V.). Quello che passa attraverso le parole di chi l’ha vissuta poco e’ una visione limitata e poco accurata di cio’ che Milano e’ veramente. Milano e’ una citta’ orso: tra fine autunno e inizio inverno va in letargo; chi la descrive come una citta’ grigia, nebbiosa e soporifera deve averla vista in questa stagione. A onor del vero, questa e’ l’impressione che da’ non solo ai forestieri, ma anche agli stessi milanesi, che perdono la voglia di uscire a passeggiare o a bere qualcosa. A Marzo, perturbazioni permettendo, la primavera arriva presto, prima della fine ufficiale dell’inverno. Le ultime giornate di freddo marzolino, accompagnate da cielo terso e sole abbagliante, farebbero pensare a Puškin: “moroz i solntse, den’ chudesnyj” (“gelo e sole, giornata stupenda”). In queste mattinate, lungo via Washington, quando la tramontana spazza la cappa di smog che avvolge perpetuamente la citta’, e’ possibile vedere le alpi ancora innevate. In questi momenti torna il sereno anche nell’animo di molti meneghini, sempre di fretta e dietro i loro affari.

Cio’ che pero’ piu’ amo e’ la vera e propria primavera di Milano, qualcosa che, ancora dopo tre anni di “esilio” in Friuli, continua a mancarmi fortemente. Tra fine marzo e inizio aprile, le temperature si alzano e la bella stagione combatte col freddo per un paio di settimane, lasciando i poveri cittadini o molto sudati o molto infreddoliti quando tornano a casa la sera, a causa del dilemma vestiario. “Cappotto e maglione o solo maglione?” questo il pensiero di qualche milione di persone ogni mattina in questo periodo. La scelta e’ difficile e il risultato della puntata e’ assolutamente aleatorio, quasi quanto quello di una giocata sul pari o dispari alla roulette. Finite le schermaglie climatiche tra inverno e primavera, ha finalmente inizio lo spettacolo floristico. Alberi spogli che per mesi hanno silenziosamente accompagnato il traffico a capo chino, umili come prigionieri di guerra che assistono alla marcia trionfale del nemico, urlano, scoppiettando boccioli e foglioline, la loro gioia per aver superato un altro inverno e per la ritrovata liberta’: e’ la rivincita del verde sul grigio, del movimento sull’immobilita’, della vita sul silenzio, di Chaikovskij su Brahms, della natura sul cemento e l’asfalto. Milano assiste al “green pride”. L’orgoglio verde si manifesta in ogni angolo della citta’ e contagia tutto. Il naviglio sembra meno sporco, la citta’ meno inquinata e la vita piu’ piacevole. Tra un gelato in via Marghera, una grigliata al Bosco in citta’, una partita di calcio al parco di Trenno, una pedalata lungo il Naviglio Pavese, una mezz’ora di riposo sulle panchine di Piazza Fontana dopo la passeggiata in centro e le serate alle colonne di San Lorenzo, questo mese e mezzo passa cosi’ velocemente da far fatica a stargli dietro. Lo smog, il rumore del traffico, la frenesia della gente, la tremenda e fastidiosissima parlata di milano-sud… tutto diventa tollerabile in queste settimane. In altre parole, se siete rimasti delusi da Milano, il mio consiglio e’ di tornarci in questi giorni di aprile-maggio, quando la temperatura consente passeggiate e le giornate sono sempre piu’ lunghe. Un aperitivo sul Naviglio grande o una bella mostra a Palazzo Reale potranno riconciliarvi con quella che nonostante i suoi difetti, non posso far altro che considerare la mia citta’.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

Un quadro politico – economico 

Negli ultimi quattro mesi l’Ecuador è stato segnato da una forte campagna elettorale che ha portato alle elezioni generali del 26 aprile scorso dalle quali il Presidente in forza Rafael Correa è risultato vincitore già al primo turno, con una maggioranza del 52 % circa. Il risultato era aspettato e rappresenta la conferma da parte dell’Ecuador di voler aspirare a un progresso nazionale e a un nuovo peso internazionale.

La vittoria di Correa è il simbolo di una nuova speranza per la popolazione ecuadoriana che ha visto effettuato negli ultimi dieci anni un cambiamento drastico della società ed ha vissuto in un clima di instabilità politica, segnato dalla fuga del presidente Lucio Gutierrez (2003-2005) e dalla Presidenza di transazione di Palacios, dal quale gabinetto è spiccata la figura dell’allora ministro dell’economia, Rafael Correa.

Il personalismo con cui Correa ha portato avanti la sua politica è molto forte ma rappresenta bene la volontà del paese di un cambiamento, che al momento nessun altro dei sette aspiranti al Palazzo di Carondelet poteva impersonare. Il presidente deve infatti racchiudere in sé tutti gli elementi costitutivi di un piccolo Paese, ricco però di differenze abissali e di tradizioni contrastanti. Deve ovvero racchiudere l’anima delle tre grandi aree geografiche del paese: la Costa, la Sierra (la parte andina) e l’Amazzonia, quindi i movimenti indigeni e le loro tradizioni.

Il Paese ha dovuto far fronte negli ultimi dieci anni a problemi sempre più crescenti, dovuti anche ad una nuova esposizione in ambito internazionale. Oltre alla perdita di una politica monetaria propria, attraverso l’abbandono della moneta nazionale in favore del dollaro americano, il Paese ha dovuto far fronte a problemi sempre più frequenti di narcotraffico provenienti dalla Colombia, tutt’oggi esistenti; a una spinta emigratoria molto forte verso le tre principali destinazioni: Stati Uniti, Spagna ed Italia; a uno sfruttamento ineguale delle ricchezze del Paese, quali petrolio, oro ed argento, ma soprattutto acqua (essendo l’Ecuador il Paese con più alto numero di falde acquifere); ad una crescente violenza, soprattutto urbana, aumentata fin al punto da rendere Quito una delle capitali più a rischio dell’America Latina; a livelli di analfabetismo ancora molto alti, dovuti soprattutto a un sistema educativo che fino a poco tempo fa non prevedeva la gratuità delle scuole elementari; all’assenza, infine, di un’educazione basica sui temi di sessualità, fecondazione e contraccezione, che implicano ancora un forte tasso di natalità, ma anche problemi di incesti, disabilità, malattie veneree e altro.

Non tutto è oro ciò che luccica, innegabile, ma non bisogna neanche dimenticare che alcuni passi fondamentali sono stati fatti. Negli ultimi dieci anni si è progressivamente andata estinguendo la proprietà latifondiaria in favore di piccoli contadini che nel sistema delle grandi proprietà erano ridotti a schiavismo. Inoltre, la conversione di massa all’evangelismo operata da missionari statunitensi, soprattutto nella parte andina del Paese, ha risolto indirettamente non pochi problemi di alcoolismo e di tabagismo. Infine, l’affacciarsi sui mercati internazionali da parte dei prodotti ecuadoriani e la stabilità derivante dal dollaro hanno dato una marcia in più all’economia nazionale, basata su prodotti primari quali banane, gamberi, fiori e caffè (senza dimenticare il petrolio!).

La speranza che Correa ha dato al Paese dal 2007 fino ad oggi si è concretizzata nella nuova Costituzione, approvata per referendum nel settembre dello scorso anno, che istituzionalizza alcuni valori e concetti veramente progressisti ed innovativi. Dalla sua approvazione, il Parlamento è stato sciolto ed è stato creato un “Congresillo”, organo legislativo di transizione, che ha in questi mesi approvato leggi di carattere fondamentale per la società e per l’economia nazionale. Forte del plusvalore generato nel 2008 dai prezzi del petrolio, Correa si è lanciato però in una politica sociale abbastanza ambiziosa per i livelli preesistenti di spesa pubblica nazionale, aumentando tale spesa del 67 % rispetto all’anno precedente. Il cancro del sistema risiede tuttavia nel non aver istituito una forma di redistribuzione delle ricchezze tra i cittadini, meccanismo tuttora inesistente e che rende ancora più evidente la divisione tra ricchi e poveri, ma appoggiandosi sui prezzi volatili del petrolio nella speranza di un perdurare del buon momento. Purtroppo, lo shock economico ha trascinato anche l’Ecuador verso il basso, non potendo competere più di tanto sui mercati internazionali con i deboli prodotti primari (deboli per la loro sostituibilità). Questo elemento, l’abbassamento delle esportazioni, la riduzione delle rimesse estere, l’annullamento di prestiti internazionali, eccezion fatta per il Governo cinese che si comincia ad affacciare nel “feudo USA”, hanno messo in crisi negli ultimi mesi il “sistema Correa”, senza però per questo impedirgli la rielezione.

Ad ogni modo rimangono i problemi economico e diplomatico, quest’ultimo in relazione alla Colombia. Ma il voto è stato in definitiva una dimostrazione di fiducia nell’operato di un governo personalistico, irascibile, alla volta pro e contro Stati Uniti, alla volta amico dell’Iran, alla volta portatore dei valori del Socialismo del XXI secolo. Un Paese sulla scia di altri del suo continente, quali Venezuela e Bolivia. Ma che soffre tuttora di molti tarli: nella propria struttura istituzionale e nella propria società.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net         

ex-stagista SID presso l’Ambasciata d’Italia a Quito

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