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La meta in questione è Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi. Udine, la città della Gladio. Neglie docet.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane. Lui lavora e deve lavorare, quando ha finito può finalmente andare in osteria e ordinare un “tai”. Ben che vada, tornerà a casa e urlerà alla moglie “Femine! Dulà isal di mangjà?!”. Dico “Ben che vada” perché non è detto che riuscirà a pronunciare queste parole senza mangiarsele. Sapete com’è, il vino è nemico dell’uomo e chi scappa davanti al nemico è un codardo. Questo un friulano lo sa bene.

Immediato il parallelo Udine-Gorizia. Ora, sappiamo che il FVG è un bacino particolarmente piovoso: il cosiddetto “pisc*atoio d’Italia”, se non mi fossi spiegato a dovere. Ma anche un udinese dovrà riconoscere che Gorizia è più grigia e piovosa di Udine. Già lo noti quando parti da Udine alle 8 del mattino con tanto di occhiali da sole ed a metà tragitto ti chiedi se il sole a Udine ci fosse davvero. Praticamente arrivi verso Cormons (quello che per i non-friulani è Còrmons) e ti sembra di tornare nei film degli anni ’50. Tutto in bianco e nero.

Arrivi e chi incontri? I Goriziani! Che, poi, li capisco: passare 5 mesi all’anno (sì dai, da ottobre a marzo) in queste condizioni climatiche non è facile. Poco fortunati però: se vanno a Udine sono Bisiachi o Slavi (non Sloveni, Slavi!), se vanno a Trieste sono “furlani”. E tutto il resto d’Italia non sa se risiedono in Italia o in Slovenia.

Poi ci sono i Pordenonesi che per un friulano vero, quello che abita a Udine o nella campagna circostante, è un veneto. Parlano un dialetto diverso, qualcosa di poco udinese e soprattutto non lo chiamano “tai” ma “ombra”. E a Udine l’ombra è quella che proiettano gli oggetti esposti al sole. Quando c’è.

Soprattutto il loro è un dialetto, non una lingua come il Friulano. Provaci, tu, a dire a un Friulano che la sua lingua non è una lingua. Ma in fin dei conti c’ha pure ragione, il Friulano è una lingua così come il Ligure, il Lombardo o il Sardo, come da tutela delle minoranze espressamente citata dalla nostra Costituzione.

Ma l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

I Triestini!!! Come dimenticarsi della guerra archetipica tra Udine e Trieste!? I motivi storici li conosciamo, i libri ce li illustrano a dovere. Ma anche i bambini oramai vengono cresciuti a pane, salame&odio_per_i_Triestini, dalle cui bocche spesso esce un certo melodioso grido “Un solo grido, un solo allarme, Trieste in fiamme, Trieste in fiamme”. Cosa dicano dall’altra parte non voglio saperlo.

Tanto per intenderci, se un bambino Friulano, e quindi di Udine&dintorni, fosse chiamato durante la lezione di geografia di seconda elementare a collocare Trieste sulla piantina geografica, lui chiederebbe spazio su quella slovena. Sia chiaro.

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per questa casta però non vi sono particolari differenze rispetto a quelle delle altre città. Ma per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno.

Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente.

Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

Altri nemici dell’udinese sono poi il friulano della bassa e quello carnico.

Per attribuire le appropriate definizioni di ciascuno è importante eleggere il soggetto di riferimento. Un po’ come la Veritas di Hobbes secondo Schmitt.

Se partiamo da quello della bassa la situazione è semplice. Il mare è Grado, non Lignano. A Lignano ci sono le discoteche, ci si va solo per la festa di Maturità, finito il liceo. Per chi ci va, al liceo, spesso i genitori della zona preferiscono per i loro figli un bell’istituto professionale: perdersi sui libri fa male e ti rovina gli occhi. Per il resto c’è Grado, servita dalle corriere della campagna a sud di Udine. A nord c’è Udine, la gente nobile, oltre ci sono la montagna, i montanari e l’ignoto. Sono quelli che puoi effettivamente definire “contadini”.

Il carnico invece è una specie a sé stante. Non puoi condividere esperienze con lui se non abiti almeno a 30 km a nord di Udine. Il carnico, finchè non gliel’ hanno fatto capire a colpi di no, voleva staccarsi dal FVG e creare una regione a sé, con capitale Tolmezzo. Si alza alle 8, spacca un po’ di legna, la mette nel camino e passa 12 ore in osteria con gli amici (quattro, gli amici sono quattro, non di più) a bere damigiane di rosso che, per dissimulare, versa ripetutamente in bicchierini piccoli, così può berne tanti, perché “tanto sono piccoli”. Il vero carnico, quello vero che abita nei paesini, ti saluta sempre. Solitamente vede 5 o 6 anime nel corso della giornata: se tu lo incontri nei suoi vialetti, ti osserverà per circa 3 o 4 minuti ma ti saluterà, quasi con entusiasmo. A Udine sono “Citadins”, da Udine in giù sono “Terons!”

Grande diatriba udinese-carnico: l’udinese è solito definire “carnici” quelli di Tarvisio. ALT! Tarvisio è in Val Canale, non in Carnia. Non offenderlo! (soprattutto, non offendere i Tarvisiani!! Quelli bevono ancora di più!).

Ma il friulano non finisce qui! Da ottobre a marzo, è sempre tempo di “Brovade muset”! Il piatto dovrebbe essere consumato a capodanno, la tradizione lo impone e il friulano la rispetta. Anzi. La “brovada” è una rapa bianca grattugiata dopo averla macerata nella vinaccia per 40 giorni, da mangiare anche cruda. Ma guai a te se confondi il comune cotechino con l’autoctono musetto: il musetto si chiama così perché vengono adoperate parti del muso del maiale. Musetto non è cotechino e se vieni in Friuli devi saperlo.

Il friulano, non l’udinese, che si rispetti vive in camicia di flanella e pantalone di velluto. Lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. Quello col vocione più forte va alla pesca di beneficenza (3 biglietti 6 euro, ma è conveniente!!) e romperà i…timpani per tutta la sera. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

A settembre il gran finale: dai paesi si parte in massa e si va in città, si può finalmente assaggiare un po’ d’aria della metropoli, UDINE. Signore e signori, vi accorrono da ogni dove: è tempo di FRIULI DOC! Mai festa migliore: incitati e autorizzati e bere per 3 giorni, fino a dimenticarsi l’alfabeto.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

Siamo alla dodicesima giornata del campionato di calcio italiano di Serie A. L’Inter e’ sola in testa al comando con 29 punti, seguono Juve e Milan rispettivamente a 5 e 7 punti di distacco. Fiorentina e Samp occupano la quarta e quinta posizione a pari punti (21), con i Viola in vantaggio per differenza reti. Cos’ha detto di nuovo questo campionato? Innanzitutto la dipartita delle due grandi stelle del campionato, Ibrahimovic e Kaka’, e’ stata indolore. Cio’ che stupisce e’ la capacita’ del Milan di riaffermarsi a livelli abbastanza alti (anche se non bisogna dimenticare le scoppole prese dalla banda Mourinho) nonostante l’assenza dell’asso brasiliano e a cui si aggiunge un mercato che di positivo ha portato solamente il non ancora perfetto Thiago Silva. In verita’ cio’ stupisce solamente chi non segue il campionato da qualche anno, perche’ di recente nelle competizioni nazionali Kaka’ ha raramente mostrato i numeri che facevano impazzire mezza Europa. Vien da pensare che la cosiddetta “mentalita’ europea” del Diavolo e del brasiliano derivasse semplicemente dal modo diverso di affrontare gli avversari in Europa e in Italia, dove nella prima il calciatore, grazie al gioco eminentemente offensivo praticato, gode di maggiori spazi e dove quindi Kaka’ poteva dilagare grazie alla sue progressioni, mentre le squadre italiane, specie le “piccole”, tendono a chiudersi nella loro meta’ campo impedendo le accelerazioni palla al piede. Perdita indolore in campionato per il Milan dunque. Per l’Inter sembrerebbe difficile poter dire altrettanto, dato che Ibra l’anno scorso e’ stato capocannoniere e uomo assist piu’ che mai. Tuttavia la societa’ ha fatto un mercato molto accorto e di prospettiva, capace di non far rimpiangere affatto l’assenza dello svedese, con un unico appunto che si potrebbe fare a Moratti e Branca, cioe’ quello relativo all’integrita’ fisica di alcuni nuovi elementi (Milito e Motta, ma anche Sneijder), ma era sinceramente difficile trovare di meglio sul mercato per i prezzi a cui sono stati acquistati. La Juventus per ora e’ la sorpresa in negativo, anche se per valutazioni piu’ oggettive sarebbe meglio aspettare di vederla con tutti gli infortunati di lunga data in campo. La squadra bianconera viene da un mercato dove sono stati spesi circa cinquanta milioni di euro per comprare due ottimi giocatori, Diego e Melo, a cui si aggiunge il ritorno di Cannavaro. Tuttavia a Torino sono mancate le adeguate considerazioni sulla continuita’ e l’adattabilita’ del primo e sulla maturita’ tattica del secondo. Diego, dopo un inizio spumeggiante in cui ha fatto vedere cio’ di cui e’ capace, complici anche alcuni fastidiosi infortuni muscolari, sembra essersi un po’ perso; la colpa sembra ascrivibile in parte al necessario periodo di ambientamento al nostro calcio privo di spazi, in parte a Ferrara che col suo compatto 442 non lo metteva nelle condizioni di rendere al meglio (col 4231 le cose sembrano andare meglio), in parte della sua fisiologica discontinuita’: chi lo segue dai tempi del Werder giura che essa fa parte del suo DNA.

Altra conferma di quest’anno arriva dalla Sampdoria che per ora ha confermato quanto di buono visto l’anno scorso dall’arrivo di Pazzini in poi, anche se ultimamente sembra vivere una battuta d’arresto. Anche la Fiorentina si sta confermando ad alti livelli, grazie innanzitutto alla rinuncia al 433 e un impiego del 442 che le permette di avere la migliore difesa in campionato e grazie anche a uno Jovetic spettacolare, soprattutto nella primissima parte della stagione. Il montenegrino ha fatto splendidamente le veci di Mutu fintanto che questo e’ rimasto ai box per vari problemi (fisici ed economici).

Le stupende sorprese di quest’anno sono per ora Parma e Bari, due neopromosse costruite con giudizio e soprattutto intorno a giovani affamati: Paloschi, Lanzafame e Biabiany compongono il trio di ragazzi terribili del Parma, mentre in Puglia si godono la difesa composta dai giovani centrali Ranocchia e Bonucci, che dopo quella Viola, e’ la migliore del campionato. In negativo hanno finora sorpreso le romane, (Roma a 15 punti e Lazio a 11),  a causa della mancanza, per la prima, di un vero progetto tecnico (Spalletti si e’ dimesso dopo due giornate) e per la seconda di… non si sa cosa, dato che e’ una squadra ottima sulla carta da tutti i punti di vista. Il Napoli sembra avere il vento in poppa dopo l’arrivo di Mazzarri, chissa’ se riuscira’ a recuperare il terreno perduto nelle prime giornate?

Dando uno sguardo ai numeri e ai risultati cio’ che emerge abbastanza chiaramente e’ che i nerazzurri sembrano al momento distanti per tutti: al Milan manca l’intensita’ necessaria ad affrontare squadre molto chiuse e dotate di buona corsa, alla Juve manca un po’ di personalita’ in campo e soprattutto la capacita’ tecnica di nascondere la palla all’avversario quando viene il momento di abbassare i ritmi e addormentare la partita poiche’ soddisfatti del risultato. L’Inter di quest’anno sembra in effetti riuscire a conciliare questi due aspetti sempre piu’ importanti nel calcio moderno e per questo, anche quest’anno in Italia, sara’ la squadra da battere.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

Per capire l’immigrazione a Gorizia anche da un punto di vista quantitativo, abbiamo chiesto alla Prefettura i dati riguardanti le richieste dello “Status di rifugiato” avanzate ed esaminate dalla Commissione Territoriale negli ultimi 15 mesi.

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Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Sorge su una collina nell’anfiteatro morenico del Tagliamento, nel cuore del Friuli, la cittadina medievale di San Daniele. Un luogo meraviglioso dal punto di vista artistico, culturale e gastronomico; il tutto impreziosito dallo sfondo delle Prealpi e Alpi carniche che avvolge la località. Dalla spianata del colle è infatti possibile godere della particolare posizione geografica di San Daniele, a metà strada tra il mare e le montagne, per ammirare, oltre al paesaggio montuoso, anche la spianata della pianura friulana, costellata di piccoli appezzamenti agricoli, prati e boschetti.

A occidente del colle scorre il fiume Tagliamento, col suo letto ghiaioso attraversato da esigui rivoli d’acqua che nettamente contrasta con il verde del panorama. Al Tagliamento, così come ad un altro fiume, il Corno, è intimamente legata la storia di San Daniele, anche se l’elemento che più caratterizza la storia della città medievale è la posizione geografica. Fin dall’antichità San Daniele è stato punto di passaggio per moltissime popolazioni: Liguri, Etruschi, Celti, Romani, Bizantini, Longobardi, Franchi e Avari, solo per citarne alcuni. Ciascuno di essi ha lasciato traccia, più o meno profonda, sulla città e sul territorio. Il motivo di tali passaggi è stato principalmente di tipo commerciale; la posizione di San Daniele, che come si è detto è situato tra mare e montagne, ne faceva il luogo adatto per l’incontro e lo scambio dei prodotti provenienti dalla costa e di quelli provenienti dai monti. Si spiega così la frequenza delle fiere che si tenevano regolarmente a San Daniele sia in epoca medievale che in Età moderna, e di cui si continua la tradizione grazie a manifestazioni che riempiono periodicamente di stands e visitatori le viuzze del centro storico della cittadina. Tra questa si ricorda “Aria di festa”, che si svolge ogni estate da ventidue anni.

San Daniele presenta molte opere artistiche che meritano una visita, come il Duomo, il palazzo del municipio, le chiese di San Daniele e Sant’Antonio Abate, senza dimenticare la Biblioteca Guarneriana, tra le più vecchie d’Italia e tuttora una delle più prestigiose.

L’elemento che ha fatto la fortuna di San Daniele è dunque la sua posizione geografica, determinante per creare quel particolare microclima che, assieme alla fedeltà alle tradizionali tecniche di lavorazione, è alla base del successo del celebre prosciutto di San Daniele. L’attività produttiva più famosa, ben inserita nel tessuto produttivo che pure è tipicamente artigianale (si ricordano anche le produzioni di prodotti artigianali tipici e gioielleria) e anch’esso strettamente legato al territorio.

Una mentalità “artigianale” la mantiene tuttora la produzione del prosciutto, nonostante i prosciuttifici abbiano ormai intrapreso la via industriale, in virtù del suo stretto legame con il territorio d’origine. Il prosciutto venne lavorato per la prima volta dai Celti, che abitarono San Daniele sin dal 400 a.C. circa. Essi erano infatti soliti conservare le cosce di suino utilizzando erbe, aceto e affumicandole. La miscelatura dell’aria fredda dal Nord con quella calda dall’Adriatico, costituendo una sorta di “climatizzazione naturale”, è l’elemento che da sempre rappresenta il miglior ingrediente del prosciutto di San Daniele.

Il fascino del paesaggio collinare, la suggestione dell’architettura medievale e, non ultimo, la possibilità di assaggiare il celebre prosciutto nel luogo migliore possibile rendono San Daniele una meta certamente attraente per un piacevole week end.

Andrea Bonetti, Massimo Pieretti, Rodolfo Toè

Trieste era bellissima, abbagliante sotto un caldo sole di inizio ottobre. Il gruppo di amici con cui ero venuta in città si muoveva rapido verso l’ingresso del grande centro espositivo, mentre io mi soffermavo ad ammirarne l’imponenza dall’esterno, cercando allo stesso tempo di sbirciare dentro le alte finestre. Ma non riuscivo a scorgere altro che cumuli di scatoloni di cartone. Incuriosita, mi diressi anch’io a passo più celere verso la piccola, ma estremamente luminosa, saletta d’entrata. Avevo una conoscenza scolastica di Andy Warhol, dunque ero davvero impaziente di vedere una mostra che, almeno nelle intenzioni dei curatori, avrebbe dovuto svelare l’intimità e la creatività dell’ideatore della pop art e che, nelle mie intenzioni, mi avrebbe fatto decidere se appassionarmi ulteriormente alla carriera warholiana.

Nei primi passi all’interno del salone espositivo sono rimasta affascinata dalla maestosità dell’edificio, più che da qualsiasi altra cosa: quella che a inizio secolo era la Pescheria centrale, mi aveva lasciata letteralmente a bocca aperta. Lo spazio era immenso e il sole filtrava ovunque, grazie a quei finestroni da cui avevo sbirciato quando ero fuori. La mia attenzione, dopo aver ammirato lungamente la struttura, si spostò sul pannello introduttivo, dal quale si poteva leggere una sorta di spiegazione sul concept della mostra. Vi era scritto che il filo conduttore della mostra era la volontà di trasmettere alla gente come ciò che Warhol immagazzinava in boxes di cartone fosse strettamente connesso alla sua attività artistica e come ogni oggetto, dal più umile possibile, potesse divenire una forma d’arte, in linea con i dettami della pop art. Le scatole erano poi considerate alla stregua di time capsules, cioè testimonianze del presente da lasciare in eredità alle generazioni future che le avessero trovate. Tutto questo ovviamente rendeva la mostra, ai miei occhi, un interessante viaggio nel tempo, tanto più geniale dal momento che avrei potuto produrre anch’io una mia eredità in boxes. Le istruzioni di Warhol erano chiare e facili: “Quello che devi fare è tenere una scatola per un mese, ficcarci dentro di tutto e alla fine del mese chiuderla per bene”. Lui l’aveva fatto per oltre 600 volte, riempiendo meticolosamente tali cartoni perennemente poggiati su un lato della sua scrivania e facendoli sigillare e datare dal suo assistente. E ora queste sue “creazioni” erano esposte in pubblico, in una rassegna di respiro internazionale.

Un inizio così intrigante non poteva che spingermi rapidamente verso il cuore della mostra: quegli enormi cumuli di scatole che avevo già notato dall’esterno, ma che ora assumevano un loro senso. Erano delle riproduzioni, in scala molto più ampia, delle boxes warholiane, attraverso le quali avrei potuto fare un itinerario, non soltanto metaforico, ma anche fisico, nella vita dell’artista. Entrando nel primo box però mi sono ritrovata catapultata tra oggetti personali, foto e altri feticci che non riuscivo a collocare, probabilmente causa la mia poca conoscenza dell’artista, in una chiara serie di opere, non essendoci mai, salvo rari casi, l’esplicito collegamento tra fonti e creazioni artistiche. Ad approfondire il mio smarrimento, vi era la mancanza di cartellini identificativi per gli oggetti e le (poche) opere e la sbrigativa spiegazione del senso delle stanze in grandi pannelli. Ogni box in cui entravo era un’ulteriore riprova di questo: il mio era un viaggio nell’intimità e nella complessità del pensiero di Warhol, ma non mi erano stati dati i mezzi per compierlo se non in modo estremamente superficiale. Le “stanze” dell’esposizione si susseguivano, in ognuna era percepibile un senso, ma quale questo fosse restava sempre un mistero. Passavo da fotografie e stampe conosciute (solo per citarne alcune, “Cow”, “Liza Minnelli”, “Mao”) a immagini di volti di persone comuni, da copertine della rivista di Warhol (“Interview”) ai suoi film, da copertine di dischi da lui disegnate (come quello famosissimo di “The Velvet Underground & Nico”) a locandine delle sue produzioni, da filmati brevi che ritraevano attori o amici dell’artista a una vera e propria riproduzione in piccolo della “Silver factory” newyorkese. E sono questi ultimi due i box che più mi hanno colpito, nel bene e nel male: l’esperimento warholiano a mio parere tra i più riusciti fu quello del riprendere, con una sorta di videocamera con pellicola da tre minuti circa, i volti delle persone che andavano a trovarlo nella factory, creando in questo modo dei ritratti viventi, delle foto in movimento. Allo stesso tempo, il box che meno mi ha coinvolto è stato quello della factory d’argento, uno tra i più stravaganti laboratori di Warhol; la sala che la riproduceva aveva le pareti ricoperte di carta d’alluminio, ad eccezione di una, nella quale troneggiava un’immagine dell’artista steso sul suo divano al centro della factory: il senso di oppressione e di asfissia che ho percepito non veniva per nulla placato dalle poche immagini affisse sul domopak.

A conclusione della visita, posso affermare, ovviamente senza alcuna pretesa critica, ma piuttosto da un ruolo di osservatrice, che una tale mostra può essere considerata un successo da diversi punti di vista, ma un fallimento da altri. Trieste si è trovata ad ospitare una tra le più innovative, geniali e, dal punto di vista temporale, complete serie di opere dell’artista, dando finalmente spazio a una visione intima e multisfaccettata di un uomo, prima che di un pittore, fotografo, grafico, regista. Ma la cattiva organizzazione degli spazi, che, lasciati liberi da barriere che li avrebbero parcellizzati, sembrano troppo ampi e producono una sensazione di vuoto e di scarsa consistenza della mostra e, allo stesso tempo, il senso di insoddisfazione che l’esposizione lascia nei visitatori fanno perdere alla mostra tutta la sua peculiarità e, essendo appunto la prima e l’ultima sensazione che si provano, permangono più forti nelle persone, giustificando un’eventuale –e probabile- giudizio negativo del tutto.

Michela Francescutto

Cari amici fashion, finalmente ci ritroviamo dopo la lunga pausa estiva, in cui spero abbiate approfittato dei preziosi consigli fornitivi dal vostro umile ambasciatore del mondo della moda preferito . E affinché non vi sentiate persi nel decidere cosa acquistare per il vostro nuovo guardaroba invernale, mi sono dovuto addirittura recare a qualche sfilata e a qualche after-party di queste ultime… E il risultato è che, per questa stagione autunno-inverno la moda è abbastanza anarchica, varia e aperta alle differenti interpretazioni, nonostante rimangano alcuni dettami. I tagli proposti dagli stilisti, soprattutto per quanto riguarda la moda femminile, sono molto vari per quanto riguarda le gonne: si passa da quelle con orli regolari e geometrici, a quelle più sregolate e dalle lunghezze variabili; insomma, corto, lungo, largo, stretto…tutto va bene! Un must saranno i leggins (specialmente neri per il loro effetto smagrente) da abbinare con vestiti in jersey dalle fantasie più disparate o semplicemente con gonne piuttosto corte. Il colore predominante per uomini e donne indistintamente sarà l’imperituro ed elegante nero che, tra le tante qualità, ha anche quella di essere un’ottima base per qualsiasi abbinamento (a parte con il blu-scuro e attenzione con i marroni). Le passerelle presentano anche molto marrone e delle reminescenze estive delle tinte sabbia, ma colori come il viola, da abbinare –appunto- col nero, danno un tocco caratterizzante al vostro outfit 2006/2007. Molta attenzione è stata posta sui tessuti pregiati e ricompaiono come protagonisti il velluto, presente anche negli accessori (incantevoli quelli proposti da Louis Vuitton), e il cachemire presentato in caldi, ampi e avvolgenti maglioni portati quasi come capi-spalla. A proposito di accessori, le borse devono essere grandi e capienti! Alcune riviste hanno parlato inoltre di “esplosione metallica” perché dappertutto si vedono accessori, ma anche capi, color argento od oro…evidentemente un alto must per questo –almeno apparentemente- lussuoso inverno. Per l’uomo tuttavia si può arrivare ad osare con un tocco di bronzo sugli accessori, che sui maschietti risulta più gradevole e decisamente meno “truzzo anni ottanta”. Per lui e per lei tornano le giacche e i cappotti stile impero o divise militari (ma assolutamente non mimetiche!!!), con bottoni dorati, cinture, medaglie (?!?) e chi più ne ha, più ne metta! Assolutamente imprescindibili saranno i guanti, dai colori sgargianti, con particolari preziosi…insomma, da farsi notare!!!

Bene, ora avete tutti gli strumenti (sfortunatamente non abbiamo i fondi per fornirvi anche i mezzi!) per lanciarvi nello shopping più sfrenato, che ricordo essere una delle attività maggiormente antidepressive e creative, soprattutto per questa democratica stagione che lascia molto spazio (mi raccomando, non troppo!) all’estro e al gusto personale! BUON SHOPPING!

Mattia Mazza

Guardo la mia copia di Mellon Collie. È completamente consumata. I due dischi che compongono l’album sono rovinati e saltano, se provi ad inserirli nel lettore. Il libretto è sgualcito, ne mancano alcune pagine. E non so quante volte ho dovuto sostituire la custodia, che si era rotta. La mia copia di Mellon Collie è stata la compagna della mia adolescenza e adesso la serbo con la massima cura, come una reliquia. Per anni, è stata la mia unica musica, in qualsiasi momento della giornata. Per anni, ha rappresentato il metro con cui valutavo ogni altro disco. Per anni, è stata la parte migliore di me.

Mellon Collie and the Infinite Sadness è un’opera che in effetti nasce con questa ambizione: divenire universale. Il modo stesso in cui è strutturata ne dichiara l’intento. La scelta di dividere le canzoni in due dischi (rispettivamente “Dawn to Dusk” – dall’alba all’imbrunire – e “Twilight to Starlight” – dal crepuscolo alla luce stellare) è una precisa e cosciente scelta stilistica, non mera sovrabbondanza di tracce. Il giorno e la notte, come gioia e tristezza, gioventù e vecchiaia.

Parallelamente, questo lavoro spazia in tutti i generi della musica moderna. Le sue canzoni sono una summa maestosa di tutto ciò che è stato fatto dagli anni sessanta ad oggi: dal rock alla psichedelia, dagli arrangiamenti orchestrali all’heavy metal, dal grunge al progressive, in un caleidoscopio di sentimenti.

Il pianoforte introduce “Dawn to Dusk”, che prosegue con “Tonight, Tonight”. Le atmosfere eteree e sognanti di questi due brani però lasciano subito il posto a quattro pezzi molto più duri, che vanno a formare un vero e proprio climax fino alla rabbiosa “Bullet with butterfly wings”. Le canzoni continuano ad oscillare tra quiete acustica e distorsioni, fino alle atmosfere psichedeliche di “Cupid de locke”, che conducono a quattro capolavori: la ballata di “Galapogos”; la cavalcata elettrica di “Muzzle”; “Porcelina of the vast oceans”, l’apice di questo disco, che ne racchiude in nove minuti tutta la poesia e le tinte; e infine”Take me down”, troppo spesso sottovalutata.

La seconda parte, “Twilight to Starlight”, si tinge di sfumature più cupe. Ad un primo ascolto, questo disco sembra più debole rispetto al primo, complice la (relativa) scarsezza di singoli di successo (a parte “Thirty-three” e “1979”). Ma, passaggio dopo passaggio, la bellezza della sua disperazione aumenta. Si arricchisce di episodi che all’inizio erano passati in sordina: “In the arms of sleep”, “Thru the eyes of ruby”, “Stumbleine”, “x.y.u.”, “By starlight”. La musica lentamente volge alla conclusione, affidata al pianoforte in coda a “Farewell and goodnight”, che sembra ricondurre l’ascoltatore sulle note di inizio.

Mellon Collie è un lavoro monumentale. Più di due ore di musica, frutto dell’apoteosi di un genio (quello del leader Billy Corgan) al culmine della sua creatività. La copertina, i disegni, e – soprattutto – i video dei singoli estratti (a mio parere il vertice ineguagliato in questo campo) comunicano immediatamente l’ambizione ed il reale significato, romantico e tragico, di questo album. Una reale antologia di generi, che – pur essendo spesso agli antipodi – riescono a coesistere, a sposarsi in un’unica, gigantesca creatura, che appare sempre come un insieme coeso ed armonico. Un continuo gioco di specchi, dove ogni accordo si stende in uno sfondo di vuoto esistenziale, di malinconia e infinita tristezza.

Rodolfo Toè

Quando mio padre mi propose di partire con lui per Santiago de Compostela fui subito entusiasta, anche se pensavo che sarebbe rimasto un sogno nel cassetto dato che non facevamo un viaggio insieme dalla lontana estate 2003. Invece non è stato così, e il 24 aprile siamo partiti per Madrid in aereo da Venezia pronti per l’avventura. Beh, dopo aver dormito per l’ultima notte in un letto con lenzuola, la mattina del 25 aprile abbiamo iniziato il nostro percorso a 160 KM da Santiago. Giustamente, per cominciare, abbiamo pensato bene di fare una tappa di “soli” 27 km, arrivando alla meta con le gambe e la schiena a pezzi, il collo bruciato dal sole e con tanta voglia di lavarci e fare una bella dormita. Il mattino seguente siamo partiti di buon mattino anche se le gambe facevano fatica ad avanzare, abbiamo camminato immersi in un paesaggio veramente

meraviglioso, quasi magico: il Cammino infatti si snoda parallelamente alla strada asfaltata e attraversa dei borghi di 2-3 case, spesso fattorie, che sembravano uscite da altre epoche; inoltre molti tratti hanno una forte pendenza e la fatica ti impedisce di parlare, ma allo stesso tempo aumenta la tua capacità di pensare, di concentrarti su te stesso, sui tuoi sentimenti e sui tuoi rapporti con gli altri, in una maniera che, almeno personalmente, non avevo mai provato prima. Credo che questo sia stato uno degli insegnamenti di questo percorso: la possibilità di fermarsi, i non dover far altro che camminare e pensare, riflettere sulle cose importanti, ma che normalmente sono sovrastate da scadenze superflue. L’altro grande regalo che mi ha fatto il Cammino è stata la possibilità di passare ben 12 giorni con mio padre, sempre insieme,

poterci raccontare molte cose, e per conoscersi meglio: abbiamo parlato molto anche di argomenti più intimi, dei nostri sentimenti, scoprendo un suo lato meraviglioso ma a me fino a quel momento sconosciuto. A partire dal quarto giorno i dolori si sono calmati sensibilmente e quindi il percorso si è fatto, per così dire più, semplice. In questo modo ci siamo goduti di più ciò che ci circondava e che si poteva attraversare solo a piedi, abbiamo compreso il valore del tempo e

della possibilità di muoversi senza difficoltà. Siamo riusciti a conoscere diverse persone, perchè bene o male, i chilometri che si percorrono in un giorno sono 25 e i luoghi dove fermarsi a dormire sono talmente pochi che hai difficoltà a non incontrarti: è così che abbiamo conosciuto alcune persone con cui la sera ci si ritrovava in albergue, distrutti ma felici,e ci si raccontavano gli aneddoti della giornata, sul coloro che erano oramai diventate le macchiette del cammino.

L’ultima sera ci siamo fermati, dopo aver camminato quasi ininterrottamente per 10 ore, nel mega complesso che hanno costruito alle porte di Santiago: eravamo proprio distrutti ma abbiamo passato la serata più piacevole dell’intero cammino, cenando con tre delle persone con cui avevamo legato durante il viaggio,parlando, senza far caso alla differenza di età e ai problemi di comprensione dovuti al fatto di parlare lingue differenti. Il mattino seguente, siamo partiti tutti alla volta della cattedrale di Santiago: per fortuna era il Primo maggio e la città dormiva ancora

quando siamo l’abbiamo attraversata. Quando siamo arrivati davanti alla chiesa tutti ci siamo commossi. Non so se fosse dovuto all’aspetto religioso della nostra impresa, o alla soddisfazione di avercela fatta da soli con le nostre gambe e le nostre spalle, ma le lacrime di gioia venivano dal cuore e non ero in grado di fermarle. Poi siamo andati farci consegnare la Compostela, il certificato che avevamo raggiunto Santiago e, dopo al esserci riposati, siamo andati alla messa di mezzogiorno, durante la quale ho provato dei sentimenti totalmente contrastanti: l’emozione della messa,dedicata a noi, a coloro che quel giorno erano arrivati da mezzo mondo per rendere onore al Santo, e la rabbia per tutti quei turisti che durante la funzione, non curanti della presenza di persone che avevano camminato anche per 750 km per vivere questo momento, facevano foto a tutto spiano, parlando con un tono di voce totalmente improprio per il luogo dove si trovavano.

Per concludere il mio tentativo di descrivere questa esperienza, il mio consiglio, credenti o meno, è di provarlo perché lascia un segno dentro che rimarrà per tutta la vita, che nessuno potrà togliervi e che chi non ha fatto la medesima esperienza non potrà mai capire a pieno.

Leonetta Pajer

Intervista alle sette studentesse che hanno deciso di sperimentare il rugby inglese

Da marzo 2006 Noemi De Lorenzo, Roberta (Cortina) De Martin, Francesca (Fra) Fuoli, Arianna (Turin) Olivero, Francesca (Rosy) Rosada, Chiara Taverna (tutte del I S.I.D.) e Anna Rizzoli (III anno di Relazioni Pubbliche), si incontrano settimanalmente in via dei Faiti. Hanno deciso di tentare una sfida davvero interessante, sotto la guida dei loro “coaches”, Edoardo Buonerba (II S.I.D.) e Marco Chimenton (III S.I.D.): imparare a giocare a rugby. “Sconfinare” le ha intervistate per scoprire le peculiarità di questa squadra tutta femminile!

Il rugby è tradizionalmente uno sport maschile: perché avete deciso di praticarlo?

Chiara: “Per rompere questi stereotipi maschili che limitano l’accesso femminile a molti sport interessanti”.

Rosy: “E perché è uno sport inusuale, perlomeno tra le ragazze”.

Infatti…Voi, però, praticate rugby all’inglese. Quali sono le differenze rispetto a quello americano?

Rosy: ” Per prima cosa la palla, più grande di quella americana, può essere passata solo indietro. Poi è ammesso il placcaggio (bloccaggio dell’avversario) solo del giocatore che tiene la palla”.

Turin: “E non abbiamo le divise imbottite perché è meno violento”.

Anche se è meno violento, però, prevede degli allenamenti intensi. Com’è stato all’inizio?

Tutte: “Durissima!”

Rosy: “La prima volta che abbiamo fatto il giro del campo di corsa a momenti ci lasciavo un polmone!”

Però…E come vi sembra questo sport ora che lo conoscete direttamente?

Chiara: “E’ uno sport da signore!”

Anna: “C’è una filosofia dietro, che implica il rispetto non solo delle regole di gioco, ma anche dell’avversario”.

Rosy: “Cosa che manca in altri sport più in voga…”

Concordo pienamente. Quindi lo consigliereste anche ad altre ragazze.

Anna: “Certo! Non esiste una taglia corporea per praticarlo. Va bene per qualsiasi fisico”.

Chiara: “Anzi, speriamo che qualcuno si aggiunga, perché dobbiamo raggiungere i 15 elementi!”

Magari qualche lettrice raccoglierà l’invito! E sugli allenatori…?

Tutte: “Sono super-professional, simpatici, pazienti…”

L’anno prossimo, però, andranno all’estero. Come farete?

Fra: “Giocheremo a tennis!”

Turin: “Andremo a Lisbona (meta di Edoardo)!”

Cortina: “Beh, Rosy terrà un corso di can-can…”

Chiara: “No, dai. C’è un vice, Diego (Pinna, I S.I.D.). Ci seguirà lui.”

E a quando la prossima partita?

Cortina: “La prima vorrai dire! Ancora non lo sappiamo”.

Beh, ragazze, speriamo sia presto, perché vi vogliamo vedere in campo. In bocca al lupo a tutte voi!

 

Isabella Ius

elan_isa@hotmail.it

Cronaca di una giornata da sostenitori della squadra azzurra

In un sabato romano, il grigio del cielo è compensato da colonne di tifosi multicolore che errano per la città ingombrando viale Flaminio e i mezzi di trasporto della capitale. Molti di questi, in attesa del fischio d’inizio, si riscaldano con considerevoli quantità di birra. Per molti scozzesi è la prima volta nel nostro paese e il “leone” Italia li aspetta nel Colosseo del rugby: lo stadio Flaminio. Non c’è bisogno di polizia, non c’è bisogno di “spartiacque”, si parla la lingua dello sport, ci si capisce benissimo senza intermediari. C’è un grande rispetto da entrambi i lati, nessuna pretesa di superiorità: solo la concentrazione prima di una partita importante e la voglia di vivere un’esperienza memorabile. Da una parte i tifosi scozzesi incitano la squadra italiana con una pronuncia stentata, dall’altra gli italiani applaudono calorosamente i giocatori britannici.
Si è disputata così sabato 18 marzo allo Stadio Flaminio di Roma l’ultima giornata del torneo delle 6 nazioni 2006. Quest’anno l’Italia del rugby aveva tutte le possibilità di far bene e battere la Scozia, dopo l’ottimo gioco dimostrato con le tre grandi del torneo, Francia, Inghilterra e Irlanda e dopo il promettente pareggio del sabato precedente contro il Galles a Cardiff (18-18). La Scozia, dopo un’esaltante partenza in questa edizione con la vittoria sulla Francia, ha perso slancio e anche la possibilità di fare il “grande slam” (i.e. la vittoria di tutte le partite). A conferma dell’entusiasmo scozzese, i biglietti per assistere alla partita erano già terminati con un mese di anticipo; considerati poi i risultati effettivi ottenuti dalla loro nazionale, molti degli allegri tifosi in kilt hanno deciso di restare a casa e guardarsi la partita in tv. Nonostante questa ritirata all’ultimo momento, molti sostenitori scozzesi hanno comunque voluto esserci per incitare con i loro cori e le loro cornamuse i giocatori in maglia blu, e lo stadio figurava comunque straripante. Tutto nella massima tranquillità e allegria, con le tifoserie, al solito, pacificamente mischiate tra loro per tifare ognuno la propria nazionale, ma soprattutto per divertirsi e festeggiare questa grande giornata di rugby.
L’esecuzione degli inni è avvenuta in segno di profondo rispetto: un silenzio rotto solo alla fine da grandi applausi per l‘inno scozzese, “Flowers of Scotland”, interpretato da una banda composta interamente da cornamuse, e un unico grande coro per l’inno di Mameli che sicuramente è servito a scaldare gli animi dei giocatori e a far entusiasmare gli spettatori. In alto i cuori! l’arbitro irlandese ha fischiato l’inizio.
Con un po’ di ritardo, arriva anche un gruppo di scozzesi, impegnati più a bere piuttosto che a vedere la partita, vestiti solo di lenzuola bianche a modo di senatori romani. Intorno a noi, molte società di rugby venute da tutta Italia: Taranto, Messina, Ascoli, Latina, Venezia, e spettatori di origini emiliana e toscana. L’ennesima dimostrazione che lo sport, ed il rugby in particolare, unisce.
L’Italia ha iniziato scoppiettando, andando in meta già al 6’ minuto con Mirko Bergamasco, ennesima conferma di questo torneo, con un’azione partita da un raggruppamento a terra e un ingegnoso calcio in avanti di Ramiro Pez che ha lanciato in meta il biondo numero 12. L’autore della meta, trasformata poi dallo stesso Pez, ha festeggiato sotto la nostra postazione, a pochi metri dal campo. Stadio in delirio, un unico sventolio di tricolori, urla di giubilo per un grandissimo e inaspettato 7-0 a pochi minuti dall’inizio. Ma la “nave Scozia” non è affondata così facilmente e grazie al superiore gioco di piede gli scozzesi sono riusciti a controllare il timone e a recuperare la rotta, mandando in meta il capitano Chris Paterson. Ristabilita la parità dopo la trasformazione della meta, l’Italia si è lasciata imbrigliare dal gioco scozzese ed ha cominciato a giocare di piede, lasciando in secondo piano il gioco di mano di cui aveva fatto buon uso finora nel torneo. La partita ha quindi cambiato volto rendendosi a tratti addirittura noiosa. Questo torpore è stato scosso da un drop italiano (calcio in mezzo ai pali) purtroppo non realizzato e da un drop scozzese invece messo a segno che ha chiuso il primo tempo sul risultato di 10-7 per la Scozia. Nel secondo tempo, sotto un cielo sempre più carico di pioggia, l’Italia non ha reagito come doveva ed è riuscita soltanto a riportare il risultato in parità con una punizione del solito Pez. Per il resto la situazione è rimasta invariata: un’Italia visibilmente sempre più stanca, che vedeva andare in fumo tutti gli sforzi e per sfortuna e per errori basilari. La Scozia dal canto suo non ha cercato veramente la meta continuando a respingere a perfezione gli attacchi italiani, rimandando la palla lontano di quaranta metri con dei calci millimetrici. A quattro minuti dalla fine poi, la beffa: l’arbitro ha frantumato i gloriosi sogni azzurri concedendo una punizione alla Scozia da posizione non difficile; con la riuscita di questa da parte di Paterson, sicuramente il migliore in campo, la Scozia si è portata a tre punti, aggiudicandosi così la seconda vittoria in questo torneo e scatenando la gioia dei suoi numerosi supporters i quali non hanno certo indugiato a cantare, ballare e soprattutto lanciarsi in memorabili bevute per festeggiare il successo della loro nazionale. All’Italia i nostri complimenti, nonostante la sconfitta; la bevuta, ancora una volta, sarà per dimenticare. Il primo punto all’estero guadagnato a Cardiff contro i temibili gallesi è assolutamente da tenere in considerazione e fa ben sperare per il prossimo torneo delle 6 nazioni e soprattutto per i mondiali dell’anno prossimo che si svolgeranno in Francia.
Come al solito, il finale più bello: dopo 80 minuti di placcaggi e colpi duri, le due squadre si complimentano a vicenda e si abbracciano, nella consapevolezza di far parte di un mondo dove non esiste violenza, ma solo sana competizione.

Edoardo Buonerba
Andrea Romani

Flickr Photos

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