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Un nuovo rimedio contro la crisi

(in caso di controindicazioni, consultare un medico)

C’è chi ingrassa con la disoccupazione, e a farne le spese siamo noi. E’ già abbastanza difficile così: bisogna inventarsene un sacco, per cercare di sopravvivere a questa nostra epoca. L’ottica di pieno impiego, nella teoria liberista, si fonda sul postulato fondamentale che, in ultima istanza, ogni maschio può sempre arruolarsi ed ogni donna prostituirsi. Ultimamente anche la politica va per la maggiore e non è da escludere che in futuro siano molti i senza occupazione che decideranno di tentare una carriera in qualche partito. Perché no? Non ve l’hanno mai detto, ma con un po’ di flessibilità è abbastanza comprensibile.

Bisogna sapere cosa fare e cosa non fare ed ogni buon consiglio è bene accetto, di questi tempi. Da parte mia, credo proprio che possa essere un argomento utile da affrontare il ruolo che tra Gorizia e Trieste (in un’ottica nazionale ammetto di non saperne nulla) ricoprono le agenzie di lavoro interinale.

Una polemica, recentemente portata avanti dal sito Bora.la e dal blog di una giornalista del Piccolo, Elisa Russo, verte proprio sul ruolo delle agenzie interinali (per intenderci: Metis, Menpower, Umana, etc.), ruolo che definirei quantomeno ambiguo.

La mia esperienza personale, a questo proposito, è stata abbastanza esemplare. Per un paio di mesi, a cavallo tra novembre e gennaio, mi sono messo alla ricerca di un lavoro. Qualcosa giusto per tirare avanti, mica niente di difficile o di qualificato. Mi sarei accontentato di tutto, dal netturbino all’operaio, sono di poche aspirazioni io e, come ben si sa, i soldi non hanno odore (altro grande postulato fondamentale del capitalismo).

Sprezzando il mio impegno, tutti mi dicevano che a Gorizia non c’era lavoro – e questo nonostante il fatto, che avrete notato sicuramente, che gli annunci delle agenzie rimangono appesi per mesi interi in vetrina. A me, che intendevo solamente mantenermi, anche un posto come addetto allo scodellamento in una mensa scolastica sarebbe andato benissimo. Ho ventiquattro anni, una buona istruzione, sono mediamente stupido, mediamente di bella presenza (ho dieci dita, due occhi e una bocca), godo di buona salute: le vie del mondo mi dovrebbero essere (quasi) tutte aperte.

E invece no. Strano a dirsi ma, per quanto fossi diventato un habitué di tutte le agenzie di Gorizia, non c’era apparentemente incarico che potessi ricoprire. Anche quando mi offrivo di fare il pelapatate, mi sentivo rispondere che il mio profilo non era quello giusto, che non ero adatto a quel lavoro, che avevano già assunto qualcuno proprio stamattina (che caso!). E questo non soltanto a me. Insomma, mi pareva proprio che non volessero darmelo, il lavoro, nemmeno quando insistevo per avere un periodo di prova. Mi facevano compilare i loro assurdi ed interminabili curricula, i loro formulari, e mi rispedivano a casa. Non mi hanno mai richiamato.

La piccola polemica nata ultimamente mi ha permesso di fare un po’ di luce sulla faccenda, di vederci un po’ meglio e di mettervi in guardia contro questi giocatori delle tre carte. Le agenzie interinali non vi daranno lavoro, per cui è meglio che ve ne stiate alla larga. Quello che a loro interessa è avere quante più persone possibile iscritte nelle loro liste, in modo da ricevere fondi pubblici (regionali, ma soprattutto europei) che vengono commisurati, a quanto ho avuto modo di capire, in base al numero di disoccupati che esse dovrebbero teoricamente “impiegare”. Invece, se ne fregano bellamente. Stanno lì, a mangiarsi i nostri contributi, e non fanno nulla per migliorare la situazione. Tutto quello che fanno è prendere i vostri dati, inserirli nei loro tabulati in modo da intascare ancora più soldi. Per il resto, chi ne sa nulla. Intanto, loro se ne possono stare a posto e fingere di essere utili alla causa. Mi sembra importante condividere questa esperienza perché quante più persone ne saranno a conoscenza tanto meno loro potranno continuare a fare questo gioco. Siete ancora in tempo per starne a debita distanza. E se proprio ci foste cascati, come il sottoscritto, potete sempre andare lì e togliervi la soddisfazione di chiedere che il vostro curriculum sia cancellato. Contandogliene quattro, possibilmente.

Ferrara ormai ci è abituata. Ma io non ero preparato, quasi per nulla. Alla folla, le file, le corse tra i corridoio del teatro in cerca di un posto, anche in piccionaia, giusto quel tanto che basta per sbirciare il palco.

C’è la festa di Internazionale, ecco. E come ogni anno, la città si riempie di persone, mica solo giovani, mica solo professoroni in tweed e sigaro d’ordinanza. C’è di tutto, dal cileno che ti offre del vino mentre sei in fila, alla napoletana che ti chiede ‘ma come, tutta ‘sta gente??’. Tutte le età, tutti i ceti, tutte le direzioni. Perché la festa di Internazionale, e qui non ne vorrei aver frainteso lo spirito ma penso sia realmente così, è soprattutto movimento. Spostarsi lungo i confini, come fa idealmente tutte le settimane, passando pagina dopo pagina dall’Europa al Sudamerica, dal Giappone alla Sierra Leone. E anche qui a Ferrara, nel suo piccolo, ci sono confini. Quelli del Teatro Comunale, invaso da ragazzi che forse non ne hanno mai visto uno, e da abbigliamenti che contrastano con quelle ‘sacre stanze’.

E così, ti sposti anche tu, fisicamente e idealmente. Una mattina sei in Iran, l’altra in Europa, passando per l’Italia della politica e quella della mafia –anche se alle volte, e quante!, tendono a coincidere. Assisti a dibattiti colti e terra terra, riconosci volti e impari a conoscerne di nuovi, trovi spunti di riflessione, conferme, motivi di contrasto.

Trovi Ginsbourg, Foot e Marc Lazar, ad esempio. E ti senti fortunato a far parte di un dibattito che assomiglia di più ad una cena informale che ad un incontro ufficiale, mentre i tre si scambiano frecciatine e risate ironiche, si battono punto per punto per i propri principi per il gusto di sentire cosa dirà poi l’altro. L’essenza del dibattito, e dunque Internazionale diventa: movimento, ma anche parole. Parole utili, parole che si inseguono e si perfezionano, cercano di trovare una giusta quadratura alla questione, si scontrano e si ritrovano.

O trovi Saviano, che da troppi è considerato un vip, e da troppo pochi uno delle nostre ultime voci libere, perché così è più facile. E ascoltandolo dire che non si pente di aver parlato della mafia, che parlare delle nostre vergogne è l’esatto opposto di gettare vergogna, che il silenzio è vergognoso e davvero antipatriottico…Ascoltandolo, ecco che pensi che Internazionale a Ferrara significa movimento, parole e coraggio. Non un coraggio di atti. Di pensiero. Il coraggio della chiarezza, anche se non dici niente di che. Il coraggio di esprimere il proprio pensiero davanti ad una platea attenta, severa e preparata, che è la cosa più difficile, in fondo.

E, dunque, a Ferrara trovi tante cose a cui pensare. Gente, atmosfera. Pensieri che si agitano dell’aria.

Ma forse esagero. Sì, forse esagero, e questo non è un reportage fatto bene. Anzi, non è per nulla un reportage, ma un diario di emozioni e pensieri sparpagliati, brandelli di ciò che mi è passato per la testa durante la tre giorni di Festa. Sensazioni, più che altro. Ma forse è questo l’importante. Forse è questo che conta, vero? La sensazione. Le informazioni, alla fin fine, non sono tante. Tutte cose che si sanno, o si possono sapere. Ma la sensazione.

La sensazione di poter pensare, ancora. La sensazione che ci sia ancora qualcosa a cui pensare. Su cui pensare. Per cui pensare.

E la sensazione che ci sia ancora qualcuno che pensa. Non solo tra il pubblico, ma sul palco, persino. Una cosa rara.

Per quanto riguarda i temi, quasi dimenticavo. Sì, c’erano anche cose utili, tra ciò che volevo dire. Le scelte sono state buone, devo dire, anche se è arrivato il momento delle critiche. Mancava qualcosa, in effetti. Qualche tema un po’ tralasciato. La Russia, ad esempio. O il Sudamerica. D’altronde, qualcosa sfugge sempre. Il collegamento audio video per l’intervento era a dir poco pessimo. Le file assurdamente lunghe, i posti al primo che capitava. Certo che, però, questo dava anche sale alla manifestazione. Il brivido del ‘chissà se lo vedo’, l’eccitazione del ‘questa volta il posto sarà mio’.

E Ferrara è uno scenario pressoché perfetto. Il Castello, le stradine, il Duomo, il Teatro. L’aria stessa che si respira, la gente che vi abita. Rassegnata, a volte, e a ragione, a vedersi invasa da migliaia di migranti dell’informazione, desiderosa di conoscere ciò che succede al di là della nostra siepe. Perché i telegiornali nazionali, se sono a corto di notizie, parlano dei gatti sugli alberi. Gli altri fanno inchieste, perché sanno che le notizie non finiscono mai. Sapete, succede questo, da qualche parte, lontano da noi. E, per una volta all’anno, succede anche a Ferrara. All’anno prossimo, Internazionale!

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

http://www.bora.la: è on-line il nuovo quotidiano euroregionale

Questo articolo è una marchetta. Lo dico subito, così ci togliamo il pensiero: andate a leggere http://www.bora.la. E però, se avrete la pazienza di arrivare fino in fondo, forse concorderete che questa marchetta un minimo di senso ce l’ha, perlomeno qui e ora.

Bora.la era un blog, che il genialmente paranoico Enrico Maria Milic e la sempre adorabile Annalisa Turel- tuttora direttrice di Sconfinare- hanno pensato bene di trasformare in quotidiano. Non prima, però, di aver unito le forze con Gorizia Oggi.

L’obiettivo, ambizioso quanto si vuole, è quello di creare il primo giornale on-line dedicato a queste terre. Ecco, quali terre? Non è una differenza da poco, visto che se qua da noi qualcuno dice doberdan anziché buongiorno, immediatamente si attribuisce alla scelta un valore politico. Allora Gorizia sì e Nova Gorica no? Invece ci sono sia Gorizia che Nova Gorica. E poi Lubiana (Lublijana! taljani fassisti!), Udine, Koper (iiihhh! Capodistria!), Monfalcone, Rijeka, Klagenfurt, Trieste e tutto quello che ci sta in mezzo. E, quando ci gira, facciamo pure un salto in Macedonia o in Baviera. Saremo mica comunisti? Saremo mica titini? E le foibe, eh, cosa ne pensiamo delle foibe? Perché si sa che, qui, i Quaranta Giorni sono il metro di tutto. S’ciavi contro taljani, fassisti e comunisti, pasta vs cevapcici. I campioni del mondo siamo noi, poporopopo.

Ecco, cordialmente, vaffanculo. Potremmo dire che la nostra linea editoriale si riassume in questa meravigliosa parola: vaf-fan-cu-lo. Le quattro sillabe della felicità. Il nostro direttore si chiama Enrico, come l’eroico Toti. E però di cognome fa Milic, che non rimanda proprio al dolce stil novo. Cos’è, italiano o sloveno? Chissenefrega. Sono astrusità, elucubrazioni, insicurezze esistenziali.

L’idea di fondo del sito è quella di concepire tutte queste terre come un insieme in relazione, giusto per non essere retorici. Il confine è solo una linea tracciata su una cartina, e grazie a dio adesso li stanno tirando giù. Restano, eccome se restano, delle frontiere mentali ben incancrenite. E’ essenzialmente contro di loro che si rivolge il nostro lavoro.

Poi, detto questo, devo pure aggiungere che il secondo assioma, tanto importante quanto il primo, è la massima libertà: sia per gli autori degli articoli che pubblichiamo, sia per i lettori che scelgono di commentarli. Non c’è nessuna forma di censura, se non per i messaggi apertamente violenti. Ecco, è capitato che qualcuno proponesse di bombardare Lubiana per convincere il governo sloveno della bontà del rigassificatore. Il Gandhi in questione non è stato pubblicato, ma rappresenta un’eccezione.

Cosmopolitismo e massima libertà, insomma. E anche, con un po’ di presunzione, la voglia di approfondire temi su cui, spesso, i media locali passano un po’ troppo in fretta. Ci piacerebbe svolgere delle inchieste, andare in giro, fare domande, rompere le balle. E poi pigliare per i fondelli chi si prende troppo sul serio. Parlare delle attività culturali. Dare spazio agli scrittori, ai musicisti, agli attori, a chiunque senta di avere qualcosa da dire. Creare un contenitore dinamico e caotico.

Ci piacerebbe, non è detto che ci riusciremo. Siamo all’inizio, bisogna avere un po’tutti pazienza. I problemi non mancano, a cominciare dalla cassa che piange come un bimbo di due mesi, o dall’organico necessariamente limitato. Noi ci proviamo. Que sera sera e speriamo che, alla fine, ne sarà valsa la pena.

Come nota a margine, e per dare un po’ di senso a tutta la marchetta, lasciatemi ricordare il legame strettissimo che esiste fra Bora.la (il “la” sta per Laos, giuro che non è uno scherzo) e Sconfinare. Le due realtà editoriali sono nate praticamente in contemporanea, su impulso di persone che nemmeno si conoscevano, pur condividendo molti degli obiettivi di partenza. Era naturale che la collaborazione si intensificasse. Di Annalisa s’è detto. Davide Lessi, uno dei tre fancazzisti che hanno concepito questo giornale, oggi è una delle anime della redazione triestina di Bora.la. Rodolfo Toè, satrapo della musica e recordman per numero di articoli pubblicati su Sconfinare, non fa mai mancare il suo pezzo on-line settimanale. E poi contribuiscono a vario titolo Emmanuel Dalle Mulle, Michela Francescutto, Davide Goruppi, Luca Gambardella, Francesco La Pia. Tutti sconfinati della prima redazione ora sparsi per l’Europa. Piccoli rompiballe crescono.

Un’ultima cosa: non cerchiamo solo lettori, ma anche autori, fotografi, disegnatori e idee: chiunque fosse interessato, batta un colpo a redazione.trieste@bora.la o redazione.gorizia@bora.la. Grazie. Mandi mandi.

Andrea Luchetta

Ti dicono che loro credono nell’Europa. Che per loro è il futuro, l’unica via percorribile. Che è importante studiare all’estero, creare una mentalità comune. E allora, tu ti fai convincere: andiamo in Erasmus, ci accoglieranno a braccia aperte! Poi, apri gli occhi: burocrazia interminabile, documenti che non ci sono, o che cambiano durante il periodo delle iscrizioni, moduli fantasma, problemi con il sito internet. Per non parlare degli esami: non sappiamo quali saranno disponibili anche l’anno prossimo, non sappiamo che codice avranno, nonappiamononsappiamononsappiamo. “In ogni caso, non credo di poterle riconoscere l’esame. Sa, cosa mi dice che lei ha imparato veramente la materia? Insomma, mi capisca”. Professori, a parte qualche rara, felice eccezione, che non si fanno trovare, che non ti rispondono alle mail, che “sono in viaggio per ricerca, torneranno il 14” (quando tu il Learning Agreement lo devi assolutamente portare entro il 15). “Mi scusi, ma cerchi di capirmi: sa, gli impegni accademici …”. Per carità, tu puoi anche capire. Ma queste cose ti fanno passare la voglia di andarci, in Erasmus. Ma cosa resta di Bologna? Delle direttive europee? Degli ideali tanto sbandierati, dell’”Unione di popoli e culture diversi”? Solo belle parole, parrebbe. Basta vedere Loro. Loro ci credono nell’Europa. Per Loro è importante, Loro sono tutti europeisti. Però, aspettate un attimo: non vorrete chiederci di cedere sovranità? Non vorrete mica chiederci di essere concordi in politica estera? Va bene l’identità condivisa, ma parliamone. E poi, cercate di capire, c’è la crisi, dobbiamo prima di tutto guardare a noi stessi, alla salvaguardia della nostra economia. E, in mezzo a tutto ciò, la ciliegina sulla torta: le elezioni europee! Che grande esempio di democrazia, che bello dare a tutti i popoli europei dei loro rappresentanti, che discutano alla pari di problemi di tutti! Poi guardi bene, e trovi tra i candidati scelti da Loro per questo importantissimo e onorevolissimo compito principalmente Elefanti e Veline. Per carità, tu puoi anche sforzarti di capire. Però ti arrabbi lo stesso. Perché tu, a differenza di Loro, ci credi veramente nell’Europa.

Giovanni Collot
giovanni.collot@sconfinare.net

Vado ad introdurre l’argomento. I giapponesi in queste cose sono sempre più avanti. Così hanno deciso di sfogare i loro pruriti sessuali con un’idea che non ha nulla di divertente. Ne avrete già sentito parlare, però mi ritaglio un attimino per analizzare il fenomeno “Rapelay”. Per la cronaca, si tratta di un simulatore di stupri interattivo. E’ un videogioco in cui il protagonista può fingersi maniaco, aggredire una famiglia di donne e violentarle. A quanto pare, sarebbe (chiaramente) realistico in molti dettagli e lo scopo sarebbe, dopo aver abusato a piacimento delle tre graziose fanciulle, farle abortire.

Fermo rimanendo che mi unisco al coro che denuncia quest’aberrazione, l’indignazione che scatta in me (o in noi) non mi è mica tanto chiara. Voglio dire. Tutti noi sappiamo che i videogiochi sono violenti. Violentissimi alcuni. Però, quando si tratta di fare a pezzi con la motosega degli esseri umani o di investire dei pedoni inermi (il mai troppo compianto Carmageddon) non si levano siffatte ondate di “vibrante protesta”. Ed è su questo punto che scattano i miei interrogativi.

Perché ci dà più fastidio un gioco sullo stupro quando altri giochi da un punto di vista puramente oggettivo sono anche peggiori? (visto che, abbastanza cinicamente, preferiremmo essere violentati piuttosto che fatti a pezzi con una motosega). Che senso ha stupirsi quando esiste di peggio? Più o meno è questa l’argomentazione che è stata tentata in difesa di “Rapelay”.

Io, nel mio piccolo, ho tre spiegazioni. E mi sembrano pure abbastanza valide, anche se chiaramente parziali.

In primo luogo, lo stupro è per antonomasia un archetipo di crudeltà gratuita che la società ha sempre dovuto esecrare. E’ una delle forme iconografiche più evidenti dell’inversione dei valori fondamentali: basti pensare allo spazio che hanno, nell’immaginario collettivo, gli stupri di guerra per averne un chiaro esempio (a questo proposito, vi consiglio un libro stupendo di tale Hillman, “Un terribile amore per la guerra”). Lo stupro è un tutt’uno con altre immagini, come l’uccisione di civili (soprattutto di vecchi e bambini), o l’omicidio di preti e di suore. Lo stupro è quindi un atto terrifico in sé, che si colora di altre paranoie sociali secondo le varianti culturali: lo stupro di gruppo, il negro che stupra la bianca, lo stupro di una cristiana, di una bambina, eccetera.

Fin qui la spiegazione culturale. Se mi addentro nelle motivazioni personali, posso dire che mi dà fastidio un gioco come “Rapelay”, paragonato ad altri suoi simili, per un motivo molto semplice: mi orripila pensare che qualcuno possa tirarsi seghe mentre violenta qualcuno in 3D. Perché così viene meno quella distinzione tra reale e virtuale che viene invece mantenuta in altri videogiochi, pure molto più violenti. L’eccitamento del giocatore allupato annulla la distanza tra lui ed il suo virtuale alter ego, quindi con le sue vittime. Di conseguenza, dal punto di vista psicologico, “Rapelay” è più violento (e di molto) rispetto ad altri videogiochi perché vi è immedesimazione, attraverso un richiamo agli istinti sessuali del giocatore.

Ed ora, visto che parliamo di istinti sessuali, vengo alla mia spiegazione principale, che però è anche la più controversa e la più grave. Vorrei venisse interpretata per quello che è, ovvero un’osservazione oggettiva e razionale priva di giudizi di valore. Volete sapere perché mi indigna “Rapelay”? Perché in ogni maschio c’è una parte morbosa, più o meno sviluppata, che in realtà desidera giocarci.

Avete presente quando Kundera parla delle vertigini? La vertigine non è paura di cadere nel vuoto. Ne è il desiderio. Chi di noi, una volta in cima allo strapiombo, non ha mai sentito quel sottile impulso al tuffo? Innocuo, per fortuna. La mente veloce ti richiama, ed acciuffandoti per i capelli ti grida la realtà: se tenti il volo morirai. Non è facile però estirpare un desiderio. La pulsione non scompare ed accade così che si tramuti tout court nel suo simulatore: il bungee-jumping. E la gente, regolarmente, fa la coda per provare questa emozione che nella vita normale non potrebbe ottenere.

Torniamo al videogioco. Se una casa di distribuzione lo ha messo in commercio, vuol dire che qualcuno lo comprerà. Almeno potenzialmente. E secondo me è questo che spaventa. Ovvero, finora abbiamo sempre trattato lo stupro come una variabile deviante di un sistema buono. Quello che sconcerta davvero di fronte a “Rapelay” è capire che forse non lo è, e che si tratta al contrario di una grandezza endogena. La veemenza con cui la nostra società accusa questo videogioco mi ricorda la ferocia di chi difende le cause degli omosessuali e degli extracomunitari proprio perché ha bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri di non essere omofobo e razzista. Un gioco come “Rapelay” sfrutta il fatto che nel rapporto sessuale c’è sempre un certo quid di violenza. Anche se minimo, anche se infinitesimale. Soprattutto da parte maschile. E se sentiamo il bisogno di attaccare così duramente “Rapelay” è prima di tutto per dimostrare a noi stessi una cosa: questa violenza morbosa, questa violenza anormale, esiste anche in qualche profondo recesso della nostra anima. Ma per fortuna non siamo disposti a lasciarle spazio così facilmente.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Ti parrà strano, però questo disco non l’ho ascoltato per nulla. Ultimamente non piove poi così spesso e voglio aspettare, tante volte un’idea è più importante del lavoro in cui s’esprime. Le cose sgretolano, si rovinano, passano. Con un po’ di pazienza invece l’idea può restare. Ti parrà strano Dean, scrivere di un disco che non ho mai ascoltato. Però io già me ne sono innamorato, perché sono molto naif e senza troppe pretese lo capisco. Capisco come ci si deve sentire se il tuo migliore amico si schianta da qualche parte a metà strada tra gli anni sessanta e l’eternità, proprio un attimo prima della festa che finisce; non era il momento Dean, ma chi avrebbe detto che avremmo dovuto appendere le tavole da surf al chiodo e vendere i nostri dischi dei Beach Boys, tagliarci i capelli e finircene in Vietnam senza mai avere avuto un mercoledì da leoni? E allora Jan, che fino a quel momento ha tenuto le redini del gruppo ben salde finisce fuori strada, ok, è paralizzato su un letto d’ospedale ed è in coma, ok, e non suonerà mai più. Mai più feste, pianti, risate, ragazze e chitarre, litigi e sogni, è l’estate, un altro bicchiere di vino e poi basta, la corsa ha superato il corridore; è stato tutto così improvviso Dean, ora che altro ti resta?, e tu pensi alla pioggia perché altrimenti non riusciresti a rispondere. Ti rinchiudi nel tuo studio casalingo e registri un disco di cover, e tutte parlano della pioggia, soltanto della pioggia.

Ti dirò, Dean, io il tuo disco non l’ho mica ascoltato ancora. Ce l’ho qui, davanti a me, ancora bello chiuso e impacchettato, perché ora non piove e seguo il tuo consiglio, preferisco aspettare e tenerlo da parte. Un giorno che pioverà potrei averne bisogno. E sai perché ne parlo adesso? Soltanto per la pioggia, Dean, perché appena ho letto il titolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un qualche pomeriggio da bambino alla fine di agosto, chissà quando molto tempo fa, le prime gocce piovono dal cielo e lavano via dalla pelle la polvere ed il sole, e tu sai che l’estate volge al termine e ha un buon profumo mentre svanisce. L’ho perfino ordinato il tuo disco, Dean, l’ho fatto venire apposta qui perché in giro non lo si trova, e l’ho fatto solo per quel motivo. Perché per un attimo m’è parso di vederti, non come sei veramente o com’eri a vent’anni mentre lo registravi, no; ti vedo a cinque o sei anni con una bella chioma bionda ordinata che tua madre ogni mattina con cura ti pettina, ti vedo in un giorno d’estate ma non giochi mai, non sei in riva alla spiaggia o per strada, ma disteso sul tuo letto ed osservi le finestre rigarsi di pioggia. Perché l’estate non dura per sempre e soprattutto non torna, ci saranno altri anni, però è un peccato, Dean, è un vero peccato.

Il tuo disco non l’ho ancora ascoltato e non posso dir altro, è lì ad un lato della scrivania ed aspetta che arrivi il suo giorno di pioggia. Non c’è fretta, capita prima o poi ed allora sai che in qualche modo devi rimetterti in spalla la vita e pensarci da solo; lo fanno tutti e puoi solo sperare di dimenticare in fretta l’estate e vuoi saperla una cosa? – Dean,

spero di non trovarci nessun arcobaleno.

Rodolfo Toè

Questo articolo è un atto d’amore per l’Europa, dunque è ingenuo. E’ un atto d’accusa alla nostra politica, dunque è banale. Parla delle elezioni europee, dunque è originale. Davvero. Superate le polemiche circa le frequentazioni del nostro premier, che certo non mi sorprendono, e quelle circa le ‘veline’ che prima c’erano e dopo no, qualche giornale finalmente deciderà –magari, si spera, prima del sei e sette giugno- di parlarci compiutamente delle europee e dei candidati, o addirittura –ma questo è un sogno- del referendum, graziosamente spostato al ventuno giugno per la gioia di tutti gli universitari fuori sede d’Italia.

Europee, dunque.

Facciamo parlare i dati e i fatti. Primo fatto: al 2009, gli eurodeputati italiani sono i più pagati d’Europa, pur essendo presenti in media a Bruxelles per meno del cinquanta –sic!- per cento del tempo. Uno degli esempi più gustosi è Bova, PD, presente in parlamento una sola volta, il giorno in cui, due mesi dopo l’elezione, veniva finalmente dichiarato decaduto per incompatibilità (era incompatibile fin dall’elezione però). Mica solo Bova, però. I nostri eurodeputati sono anche i più veloci nel farsi sostituire. Si sono visti anche i sostituti dei sostituti.

Cosa vuol dire tutto questo? Che per noi, semplicemente, l’Europa non conta. E’ un ottimo parcheggio, in attesa di un posto migliore. Soprattutto a partire da quest’anno, dopo la riforma europea degli stipendi degli europarlamentari, che sono stati fissati allo stesso livello per tutti i Paesi. Risultato? Che molti nostri consiglieri regionali guadagneranno di più dei nostri europarlamentari, e quindi tutti aspireranno alla carica in Regione, piuttosto che a Bruxelles.

Bene, si potrebbe commentare. In fondo, il messaggio che l’attuale governo fa passare è che l’Europa non sia altro che un ostacolo alle giuste italiche. Un’Europa pesantemente burocratica. Un’Europa per nulla unita sulle questioni importanti. Un’Europa insignificante, ma che riesce comunque ad essere fastidiosa.

Ma è anche l’Europa dell’Euro, che nonostante quel che dice la vox populi, ci ha salvati dalla Lira, che non avrebbe retto nemmeno alle crisi degli anni scorsi, figuriamoci a questa.

E’ l’Europa che con una riforma seria della questione dell’unanimità potrebbe risolvere i suoi problemi politici, e questo se i governi europei solo volessero.

E’ l’Europa dei cavilli burocratici, su questo non c’è alcun dubbio, e assurda come qualunque burocrazia. Ma è l’Europa che riesce a far convivere 27 paesi, 23 lingue, quasi 500 milioni di abitanti e le loro leggi, nel più ardito tentativo di unione di popoli della storia. E come tutte le burocrazie enormi –ma qualcuno ricorda quella sovietica?- ha risvolti da follia. Ma questo non ci autorizza ad ignorarne le norme, come l’Italia fa ormai per prassi.

Perché il nostro, lo ripeto spesso, è un Paese strano, che dice una cosa e poi ne fa un’altra. Il nostro governo odia Bruxelles, e ne è fortemente ricambiato. Rimane Paese membro, ma i suoi eurodeputati fanno tutto tranne che andare alle sedute del parlamento. Ignora con gran faccia tosta le leggi che si approvano lì, facendo poi credere al popolo che noi, alla fin fine, si fa quel che si vuole. Ah, sì? Guardiamo un po’.

Annualmente, quante leggi italiane sono in realtà state approvate dal parlamento europeo? Sparate pure una qualunque percentuale, non indovinerete mai. L’ottanta per cento.

L’ottanta per cento delle leggi italiane sono state prodotte a Bruxelles. E, il più delle volte, i nostri eurodeputati non ci sono. L’ottanta per cento delle nostre leggi, se i dettami di Aristotele sono esatti, sono dunque scritte dagli altri Paesi. E non è una cosa indifferente, sapete. Tre esempi per dimostrarlo.

Primo. E non per tirare in ballo la mia terra, ma un fatto che danneggia l’Italia intera. In queste settimane è stata approvata una legge per la quale il Vino Rosato può essere prodotto anche con uve di diversi tipi –bianche e rosse. Il Rosato del Salento viene prodotto con un solo tipo di uva: tutt’altra qualità, ma adesso il nome è lo stesso. La nostra sparuta delegazione –cioè chi dei nostri si trovava a passare da lì- ha votato a favore.

Secondo. E’ stata approvata una bella leggina che rende possibile produrre pasta con grano tenero, anziché duro. Qui, in tutta sincerità, non ho idea di dove fossero i nostri.

Terzo. Le reti da pesca. Secondo una legge voluta dai Paesi scandinavi, i buchi delle reti dovrebbero essere di un certo diametro. Bene: diametro ottimo per i pesci dei mari nordici, enormi, ma non per quelli del Mediterraneo. Se i siciliani seguissero la norma europea, non pescherebbero nulla.

Ora, voi potrete pure dire che queste sono sottigliezze. Ma per l’ottanta per cento le nostre leggi sono scritte da altri. A questo punto, o usciamo dall’Unione Europea, o cominciamo a mandare gente che all’europarlamento poi ci vada.

Ho esaminato le liste dei candidati per le europee. Liste quasi del tutto impresentabili. Quelle del Pdl, vergognose, dal Nino Strano che mangiava la mortadella al gran ritorno di Mastella –e non aggiungo altro, per pietà verso i lettori. Quelle del Pd, dove presentabili, impresentabili e ottime scelte sono ben mischiati in modo tale da perdere quanti più voti possibile; quelle dell’Idv, macchiate dalla candidatura di gente che poi a Bruxelles non ci andrà, a cominciare da Di Pietro; quelle dell’Udc, in assoluto le più atroci, e davvero non saprei da dove cominciare a criticare: da Magdi Allam o da Emanuele Filiberto? Ma forse andrei sul sicuro citandovi De Mita, per la serie ‘giovani leve all’Europarlamento’. E infine le liste di Sinistra e Libertà, per le quali però alla fine non si possono fare grandi discorsi perché non saprei dire quanti deputati potrebbe riuscire a portare in parlamento (ma spicca tra di loro Margherita Hack, questo va sottolineato).

E’ una carrellata assolutamente arbitraria, lo riconosco. Ma riconoscetemi almeno, al di là delle idee politiche di ognuno, che decidere di mandare in Europa dei rappresentanti come De Mita, o Mastella, o chi per loro, non è sintomo di grande considerazione per l’Europa. Non lo è davvero, a maggior ragione dopo tutte le considerazioni di cui sopra.

Un’Europa da cui, volenti o nolenti, non possiamo più prescindere. E che noi continuiamo a considerare alternativamente un parcheggio di lusso, un cimitero di elefanti, o un nuovo Bagaglino dove scaricare i nostri nani, le nostre ballerine e, perché no, qualche pregiudicato.

Francesco Scatigna

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