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Ci sono libri che raccontano una storia, e stop. E ci sono libri che contengono un intero mondo. Ci sono libri che, dal loro privilegiato punto di vista, analizzano e interpretano l’epoca in cui si trovano ad essere scritti. Ora, a guardare bene, si notano due caratteristiche che i migliori tra questi libri hanno in comune. Prima di tutto, essi sono romanzi, in genere. Non saggi, si noti bene, ma romanzi. Credo che ciò sia dovuto al fatto che un buon romanzo, limitandosi a narrare, può rappresentare anche il non detto, l’irrazionale, che è sempre presente in qualche misura in tutti gli eventi umani. Invece, un saggio tende per sua natura a razionalizzare gli eventi. Ecco quindi che un saggio perde quella parte di realtà che non può ridurre a schemi razionali ma che è fondamentale per capire il senso generale di un’epoca. Quindi, risulta incompleto.

Il secondo aspetto è che i romanzi che raccontano un’epoca il più delle volte sono scritti quando essa volge già al tramonto. Credo sia un po’ la stessa cosa che succede con le persone anziane: quando sei vecchio, se ti volti indietro riesci a vedere tutta la tua vita chiara, dritta dietro di te; ne capisci finalmente il senso complessivo, che ti era ignoto mentre percorrevi il tragitto.

Un esempio di questo è senza dubbio “La marcia di Radetzky”, romanzo di Joseph Roth del 1932. L’epoca in questione è la fine dell’Impero Austro-Ungarico, che Roth ha vissuto in prima persona: nato in Galizia, alla frontiera orientale dell’Impero, nel 1894, combattente nella prima guerra mondiale e poi esule prima in Germania e poi in Francia, morto alcolizzato e disilluso nel suo appartamento di Parigi poco prima dell’occupazione nazista, Roth ha sempre portato su di sé le stimmate del crollo di un mondo. E la sua vita, come spesso accade, si rispecchia in qualche modo nella sua opera: La marcia di Radetzky racconta la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni, da quando Joseph, piccolo sergente di origine contadina, riceve il titolo nobiliare per aver salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe durante la battaglia di Solferino. Da questo momento, la vita della famiglia Trotta si lega a doppio filo a quella dell’Imperatore e, di conseguenza, a quella di tutto l’Impero: ogni evento della loro vita sarà simbolo di un cambiamento più grande nella vita del loro Paese. La microstoria è Macrostoria. Roth si concentra in particolare su Franz Trotta, figlio del sergente, commissario distrettuale e fedele servitore dello Stato, e su suo figlio, Carl Joseph, sottotenente suo malgrado nell’esercito austriaco. La differenza e il contrasto tra i due ci mostra il forte cambiamento di valori, il passaggio tra 800 e 900: come Franz Trotta è un fervido credente nell’Impero e nei riti e valori dell’aristocrazia austriaca, il figlio è turbato, disilluso; vorrebbe credere ma non ci riesce. Come il padre vive ancora nel mondo solido dell’800, gonfio di certezze e rituali che si ripetono sempre uguali a sé stessi da secoli, così il figlio è già un cittadino a pieno titolo del ‘900: cupo, insicuro, sente attorno a sé il mondo sbriciolarsi e diventare liquido. Anche il suo fare parte dell’esercito diventa, per Carl Joseph, solo una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare alcun senso; cerca sempre nuove vie di fuga, nel gioco, nell’alcool, nell’amore, ma alla fine i suoi spettri rimangono, la mancanza di un senso si accresce sempre di più. E’ quindi un personaggio modernissimo, molto più moderno del tempo in cui si trova a vivere: l’Impero Austroungarico, sembra dirci Roth, non si è estinto a causa della Guerra mondiale. Essa ha solo velocizzato un processo che era già ben avviato e inarrestabile, perché nelle menti della gente più che nei rivolgimenti storici. I vecchi miti dell’aristocrazia asburgica ci appaiono già in decadenza, sono già dei fantasmi che camminano. A loro si sostituiscono nuove idee, come il nazionalismo, il nichilismo, la democrazia; ma in generale si afferma un nuovo uomo, incompatibile con quello vecchio: lo stesso imperatore ammette ripetutamente, nel corso del romanzo, di sapere che l’Impero non gli sopravvivrà . E non solo l’Impero: tutto un mondo, tutta l’Europa, sta lasciando il passo a qualcos’altro che spinge per entrare. La famiglia Trotta, e tutto l’Impero, sono sconfitti dalla storia stessa; se Carl Joseph sente su di sé il peso di questo fatto, ma non lo sa ancora riconoscere, il padre rimane cieco fino all’ultimo, per poi cadere più rovinosamente quando la guerra distruggerà la sua famiglia, il suo Impero e il suo mondo. Nel libro non c’è speranza; il sentimento unico è quello della perdita, della rassegnazione. Roth vede il suo mondo andare in frantumi, lucidamente, e non sa resistere in nessun modo, se non attraverso l’autodistruzione. Come Carl Joseph, Roth è uno sconfitto, un reduce; un uomo fuori posto nel mondo in cui si trova a vivere. Ma la sua situazione personale, com’è proprio di tutti i grandi artisti, non si limita all’Impero Asburgico: diventa simbolo di ogni uomo moderno. Che ha perso l’innocenza e la certezza di un senso, non avendo in cambio altro che sé stesso.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Nel pubblico impiego, uomini e donne in pensione a 65 anni

Dopo esser stata condannata con sentenza della Corte di Giustizia Europea, l’Italia deve trovare una soluzione alla disparità d’età pensionabile tra uomo e donna nel pubblico impiego.

Attraverso l’informativa al Consiglio dei Ministri del 18 dicembre scorso, il Ministero della Pubblica Amministrazione, per voce del suo Ministro Brunetta, lancia un segnale di allarme: in caso di inattivismo legislativo a seguito della sentenza, i lavoratori di sesso maschile potrebbero “adire il giudice nazionale per ottenere la concessione della pensione di vecchiaia a 60 anni”, attraverso una parificazione al ribasso.

Visti i danni, in primis economici, di una tale deriva, già ad inizio gennaio il Ministro del Welfare Sacconi si esprimeva in favore di un’equiparazione dell’età pensionabile, da mettere in atto con “flessibilità e gradualità”.

Rimanendo fedele a tale idea, il Governo ha inviato la settimana scorsa una bozza di riforma alla Commissione Europea, la quale prevede un aumento graduale dell’età pensionabile delle donne a partire dal 2010, fino alla totale parificazione nel 2018. Il testo, denominato “elevazione dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche”, sostituirà quanto previsto dalla vigente legge n. 335 del 1995, fatti comunque salvi gli specifici ordinamenti (tra cui quello diplomatico).

La misura di legge vuole avere diverse finalità. Innanzi tutto, vuole e deve rispondere ad una sentenza UE alla quale l’Italia difficilmente si sarebbe potuta svincolare. In secondo luogo, una finalità puramente finanziaria: tale misura permetterebbe infatti risparmi per le casse pubbliche pari a 2,3 miliardi di euro in 8 anni. Infine, un’attuazione ancora più approfondita delle pari opportunità nel nostro Paese, argomento che in molti settori risulta “trascurato”.

Leggendola in maniera oggettiva, vien da pensare che una tale misura debba essere accolta a braccia aperte. Eppure, gran parte della società si è ribellata in questi giorni, fino a parlare, addirittura, di “accanimento contro le donne”, da parte del principale sindacato italiano, la CGIL, al quale si è accodata anche la UGL. Eppure, ci si sorprende che i sindacati, proprio loro, si “accaniscano” su una misura di parificazione. Credo che molti concordino, nel leggere le note informative che hanno divulgato tali sindacati, che ancora persistono molti ostacoli alla parità, tra cui gli ostacoli alla carriera, la disparità salariale, il mobbing e, non per ultima, la fondamentale questione della maternità, che bisognerebbe tutelare maggiormente. Ciò nonostante, mi sembra difficile buttare tutti questi temi in un unico calderone o legarli uno all’altro come fossero complementari.

La differenza di età non si giustifica più all’interno di uno stato sociale che sì, deve tutelare la donna al lavoro, ma non può riconoscere il fatto di avvantaggiarla in età di pensionamento considerando la maternità, tra le altre cose, un ostacolo o uno svantaggio. L’errore è insito e, certo, base di opportunismo. Dal lato dei sindacati, la politica della “spada tratta” in favore dei propri iscritti dovrebbe essere ammorbidita. Ne va della loro credibilità in fase negoziale. Da parte degli altri partiti, quali la Lega, che ha approfittato una volta di più, a poco tempo dalle elezioni europee, per dare contro all’Unione Europea, mi sembra un becero motivo per fare demagogia.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

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