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Se una domenica andate a Venezia, lasciatevi alle spalle la folla di Piazza San Marco, e dirigetevi a sinistra, oltre Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, che collega il Palazzo alla Prigione dei Piombi. Passate, una volta tanto, oltre questi centri del potere della Serenissima Repubblica; non considerateli, come la maggior parte dei turisti, la meta del vostro cammino, ma l’inizio di esso. Percorrete Riva degli Schiavoni, dove arrivavano le navi dalla Dalmazia (la Schiavonia appunto, perché nell’antichità da lì venivano gli Schiavi) verso il secondo vertice dell’Impero del Leone, quello produttivo-bellico, l’Arsenale.

Ma questa volta il nostro non è un viaggio nel cuore del potere; sulla Riva ad un certo punto troverete una bella Chiesa, Santa Maria della Pietà. Essa è l’estremità meridionale di un complesso di edifici che nel passato è stato una delle istituzioni più importanti della città: l’Ospitale della Pietà. Il Palazzo Ducale mostra al mondo la grandezza della Serenissima; i Piombi ne simboleggiano la severità; l’Arsenale la potenza bellica delle navi che per secoli dominarono il Mediterraneo; il Canal Grande l’opulenza sfarzosa; per finire con il Ponte di Rialto, il quale dimostra come Venezia sia stata una delle città più cosmopolite e ricche che il mondo abbia mai visto.

Di fronte a tutto ciò, l’Ospitale si presenta molto più umile e dimesso; ma se i Palazzi citati sopra ci ricordano i privilegiati e i potenti, le mura dell’Ospitale ci raccontano le storie dei più sfortunati. Anzi, per essere più precisi, delle più sfortunate. Perché la Pietà era un orfanotrofio femminile, in cui le neonate rifiutate dai genitori, o perché frutto di errore, o più spesso per necessità, come spesso accadeva fino a non troppo tempo fa. Ma l’Ospitale della Pietà di Venezia aveva una particolarità che lo faceva brillare di fronte agli altri enti assistenziali dell’epoca: in esso le ragazze erano educate alla musica, e formavano il  “Choro de la Pietà”, famoso in tutta Europa. La Chiesa era il loro palcoscenico; le ragazze suonavano nascoste dietro delle balaustre ad alcuni metri da terra, in modo da nascondere il loro volto agli uditori: ma in questa spersonalizzazione, in questa umiliazione massima delle loro personalità, diventavano puro suono, pura arte. Erano uno strumento finissimo, leggendario, pronto a realizzare le visioni dei maestri del coro, e di uno in particolare, che qui lavorò agli inizi del ‘700: Don Antonio Vivaldi.

E’ in tale contesto che si svolge la storia di Cecilia, orfana sedicenne della Pietà nei primi anni del ‘700, che sa suonare meravigliosamente il violino. Essa è raccontata dal libro di Tiziano Scarpa sotto forma di una lunga sequenza di lettere e pensieri che la ragazza scrive ad una madre immaginaria per vincere l’angoscia che la colpisce ogni notte. Non c’è una vera e propria trama; il libro è un’insieme di immagini slegate tra loro, di temi che si rincorrono e si ripresentano, in continui tentativi di Cecilia di capire sé stessa, di vincere la solitudine, il sentimento di non essere nessuno, di essere senza passato e senza futuro. I giorni si susseguono sempre uguali nell’Ospitale isolato dal mondo, in cui le ragazze sono educate a cancellare la loro personalità per farsi “strumento del divino”, voce attraverso cui far passare la musica. La Venezia gioiosa ma decadente del ‘700, in cui dietro le maschere e i profumi si intravedono già i segnali marcescenti della fine,  è negata a Cecilia e alle sue compagne, alle quali la vita è stata negata fin dalla nascita: sono state salvate, ma il loro compito è quello di fare meno rumore possibile con le loro persone. Nessun rumore, solo musica. Cecilia scrive proprio per dare un senso alla sua vita, per fare rumore, per trovare una luce che la identifichi come individuo; gli stessi motivi che la spingono a stonare apposta durante le esecuzioni, per dire: sono qui.

La luce tanto cercata si presenta quando il vecchio maestro del coro va in pensione e se ne presenta uno nuovo: Don Antonio, Vivaldi appunto. Il nuovo maestro porta una nuova forza nella vita delle ragazze, e dei sentimenti che non hanno mai conosciuto; le spinge ad imitare i rumori della natura, ad esprimere loro stesse attraverso la musica; Cecilia riconosce sé stessa nel maestro, e Vivaldi riconosce sé stesso in lei. La ragazza, finalmente, riesce a capire quale grande potere riesce a sprigionare con la musica, e acquisisce la sua maturità, che la porterà a fare a meno della madre. Quello di Scarpa, quindi, è in un certo senso un romanzo di formazione, ma dimesso e disperato, raccontato da chi ha avuto troppo poco dalla vita per lasciarci un segno, ma nonostante ciò cerca di opporsi a questo destino. Ma è soprattutto un romanzo sulla potenza della musica, e sulla possibilità di ottenere una musica pura, slegata dall’interprete, proprio perché l’interprete si annulla in essa: “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sogno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nere, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide”.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa

Einaudi, 2008

Pagine: 144

Giovanni Collot

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Appena arrivate a Berlino

  • compratevi un abbonamento per i trasporti pubblici – non costa poco ma di sicuro è più conveniente che comprare i singoli biglietti da 2.10 €.
  • comprate in un qualsiasi giornalaio Zitty Berlin oppure Tip – queste due riviste contengono tutti gli appuntamenti (musica, feste, cinema e altro) giorno per giorno per due settimane. Sono in tedesco.

Notizie utili per i trasporti
La metro chiude alle 00.30 e apre alle 5.30 eccetto i venerdì e sabato in cui corre tutta la notte. Se la Ubahn è chiusa i bus garantiscono le medesime tratte per tutta la notte. I taxi non costano molto.

Se rimanete pochi giorni, ecco qualche posto da non evitare!

  • Yaam, F’hain, Stralauerplatz 35, Sbahn Ostbhf. Reggae, Hip Hop, musica dal mondo. Due sale, smoke room, mercatino africano, kneipen giamaicane, spiaggia direttamente sullo sprea. Usain Bolt ha scelto di festeggiare qua il suo compleanno dopo i mondiali di atletica.Quanto costa? Dai 5 ai 10 €.
  • Berghain, Am Wriezener Bahnhof, F’hain, Ubahn Weberwiese, Sbahn Ostbhf. Miglior techno club al mondo secondo DJ Mag. Due sale, alcuni bar da raggiungere tramite scalette di ferro, dark rooms. Consiglio di andare presto, farsi fare il timbro e poi tornare – così si evitano code anche di 4 ore. La selezione all’ entrata non segue patterns. Club molto intenso. Quanto costa? 10 €.
  • Madame Claude, X-berg, Lūbbener str 19, Ubahn Schlesiches Tor. Dall’ Indie all’ elettronica. Ambiente molto confortevole. I concerti si tengono in cantina, al piano di sopra comodi divani e un calcetto. Quanto costa? Da 1 a 6 €, decidete voi.
  • Icon, Prenzlauerberg, Cantianstr 15, Ubahn Eberswalderstr. Specializzato in DnB, Downtempo, Dancehall, Hip Hop e Funk. Sonorità innovative.
  • Badeschiff, Treptow, Eichenstr 4, Ubahn Schlesiches Tor, Sbahn Treptower Park. Dall’ elettronica al nu jazz. Spiaggia e piscina galleggiante sullo Sprea. Molto rilassante.

Cosa fare prima di uscire?
Andate in Kastanien Allee, Prenzlauerberg, la mia strada preferita di Berlino, bevetevi una birra da passeggio presa al “tabacchino”. E’ comunque pieno di bei locali che, probabilmente, quando ci andrete voi non saranno più gli stessi che avevo visto io.
Se passerete la serata a X-Berg, cominciate in Oranienstrasse – andate al Luzia, al numero 34, e cercate posto nella saletta: se non c’è posto salite sulla scala di legno e controllate che sia libero di sopra.

Comprate al supermercato un kit per grigliata e andate in uno dei parchi (consiglio Gorlitzer, Treptower, Mauer): i berlinesi vanno matti per le grigliate.
Andate al Doctor Pong, Prenzlauerberg, Eberswalderstr 21. Un tavolo da ping pong, 50 persone che giocano all’ americana. Musica molto molto buona.

Importante è conoscere qualcuno del posto: molti dei locali più belli sono nascosti nelle corti dei palazzi o nelle cantine – solo conoscendoli ci si può arrivare!

Dove dormire?
Io consiglio East Seven Hostel, Prenzlauerberg, Schwedterstr 7. Ambiente confortevole, tra i migliori ostelli al mondo secondo Hostelworld.com, giardino con griglia, personale super.

Alessandro Battiston
alessandro.battiston@sconfinare.net

Dal 6 al 12 maggio si è svolto a Gorizia il primo Festival Jazz “Ermi Bombi”, erede della tradizione del Gorizia Festival organizzato negli anni scorsi. Dedicato al jazzista goriziano Erminio Bomb, musicista molto noto nella zona e molto apprezzato anche a livello internazionale, il festival organizzato dal Comune di Gorizia è stato aperto da una serie di eventi musicali collaterali che hanno visto esibirsi ensemble jazz della zona. L’inaugurazione, avvenuta il 7 aprile presso il Teatro Verdi, ha avuto come protagonista un ospite d’eccezione, Lelio Luttazzi, musicista triestino di grandissima fama, accompagnato dal cantante e trombettista Guido Pistocchi, e seguito da Glauco Venier, jazzista udinese, accompagnato dal sassofonista Klaus Gesing.

Nelle serate successive si sono susseguite altre personalità di spicco del mondo jazz contemporaneo, come le Puppini Sisters, gruppo italo-londinese che ha ripreso lo stile swing del celebre gruppo degli anni ’40 Andrew’s Sisters, e il fisarmonicista di fama mondiale Richard Galliano, conosciuto per aver portato avanti sia la “musette”,la tradizione della fisarmonica francese, sia quella del tango di Astor Piazzolla.

Domenica è stata la volta del chitarrista enfant prodige Bireli Lagrene, che ha presentato il suo Gipsy Trio, la sua ultima fatica. Nato in Francia, proveniente da una famiglia di musicisti zingari, Lagrene ha iniziato a suonare da bambino all’età di 4 anni, le sue straordinarie doti musicali sono state scoperte poco dopo, tanto che già all’età di 13 anni venne definito come il successore di Django Reinhart, pietra miliare della musica gipsy. Dopo essersi avvicinato per qualche anno alla musica fusion, da metà degli anni Novanta Lagrene è tornato ad accostarsi al jazz più tradizionale e dal 2001 ha intrapreso un progetto di riscoperta e ripresa della musica gispy.

Durante concerto di domenica sera Lagrene è stato accompagnato dal chitarrista Hono Winterstein e, eccezionalmente, dal contrabbassista Jean Philippe Viret che ha sostituito l’infortunato Diego Imbert.

Il repertorio presentato durante il concerto ha toccato molti dei grandi musicisti del secolo scorso, da Cole Porter a Django Reinhardt da Charlie Parker a Sonny Rollins, rivisitati in chiave ovviamente gipsy, quindi con l’assenza delle percussioni, cosa che ha reso talvolta un po’ monotono il ritmo dei diversi brani. Diversi stili sono stati toccati, con brani dalle sonorità più latino-americane e altri dall’influsso rockeggiante, tutti accomunati dagli incredibili assoli che hanno reso famoso questo musicista. Nonostante la sua indiscussa   preminenza  musicale e scenica, Lagrene ha lasciato spazio anche ai compagni che hanno così potuto destreggiarsi in diversi assoli.

Grazie anche ad un pubblico come quello goriziano, sempre molto effervescente e con voglia di interagire con gli artisti, Legrene ha sfoderato una notevole ironia, trasposta nei virtuosismi dei suoi assoli.

Unica nota dolente del concerto è paradossalmente legata agli assoli del famoso chitarrista: l’eccesso di virtuosismi infatti si è spesso tradotto in un fraseggio poco comprensibile, a causa di un movimento rapidissimo delle dita sui tasti cha smorzava le note rendendole poco udibili.

L’eccessivo virtuosismo inoltre, ripetuto in ogni brano,risultava talvolta eccessivo e ridondante, rendendo alcuni brani un po’ troppo simili tra loro mentre in altri si è sentita venir meno l’unità musicale del gruppo, per esaltare invece la sola chitarra solista.

Ciononostante il pubblico goriziano ha apprezzato molto la performance, indubbiamente di altissimo livello, tanto che lo stesso Lagrene, alla fine del suo secondo bis è rimasto colpito dall’entusiasmo mostrato dal pubblico.

La manifestazione si è conclusa il 12 maggio in bellezza, con il concerto del gruppo vocale Take6, gruppo di fama mondiale, vincitore di ben 10 Grammy Awards.

Questo prim festival Jazz “Ermi Bombi” ha portato a Gorizia molti nomi internazionali di alto profilo, rendendo la città per qualche giorno centro musicale e culturale. Aspettando già il Festival del prossimo anno, si spera che più eventi di questo livello vengano organizzati nel corso dell’anno,in modo da rendere più interessante, attrattiva e conosciuta Gorizia anche ai turisti, agli appassionati di musica, facendo cos’ entrare Gorizia nel novero delle città dove la musica di qualità è benvenuta ed apprezzata.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

La corda vibra. Il tamburo esalta. La cassa urla. Stasera il palcoscenico del Teatro Verdi ingoia in sé l’intero mondo. Le luci danzano a ritmo di diversità, fra anime fibrillanti e lingue inesplorate. Con avidità, cerco di captare ogni singola sfumatura di quei mondi a me così sconosciuti. Le mani, veloci, scorrono lungo tutte le tastiere. Le note, al limite del palpitante, trasudano rabbia e rancore per una società che troppo bene ha imparato a denigrarle. Leggi il seguito di questo post »

Per presentarvi Ramin Bahrami vi direi che è un pianista iraniano. Ma lui dice che non gli piace il pianoforte e che non è iraniano. Preferisce piuttosto definirsi un musicista cosmopolita. Suo padre era per metà iraniano e per metà tedesco, la madre turco-russa. Ramin Bahrami fa parte di quella generazione di Iraniani raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, quella che nasce sotto la monarchia dello Scià Reza Pahlavi, che vive la rivoluzione islamica di Khomeini, che cresce durante la guerra contro Saddam, e che si trova poi di fronte alla difficile scelta di lasciare il proprio paese per poter vedere realizzati i propri sogni. Ho incontrato Bahrami nei camerini del Teatro Verdi di Gorizia, dove ha suonato il 23 ottobre con l’Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia diretta da Andres Mustonen. Il programma prevedeva il pezzo Oriente Occidente del compositore contemporaneo estone Arvo Pärt, la Sinfonia n. 2 di L. van Beethoven, e il Concerto n. 20 in re min. KV 466 per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart, con al pianoforte R. Bahrami.

Bahrami nasce a Teheran nel 1976 e all’età di 11 anni lascia l’Iran per l’Italia accompagnato dalla madre, dopo che il padre Paviz, ingegnere sotto lo Scià, viene arrestato con l’accusa di essere un oppositore del regime. Paviz morirà in carcere nel 1991 e il referto ufficiale dirà per infarto, causa di morte diffusa tra i detenuti politici. Bahrami nel frattempo può studiare al Conservatorio G.Verdi di Milano con Piero Rattalino grazie ad una borsa di studio donatagli dalla Italimpianti. Dopo tre anni la borsa di studio viene però interrotta e seguono anni di difficoltà economiche per lui e la madre. Bahrami riesce comunque a diplomarsi nel 1997 e a proseguire i suoi studi, e comincia ad imporsi all’attenzione delle maggiori istituzioni musicali italiane e tedesche grazie alle sue interpretazioni di Bach, compositore per il quale nutre una profonda venerazione. Nel 1998 ottiene la cittadinanza onoraria in seguito al debutto al Teatro Bellini di Catania, e nel 2004 corona infine il suo sogno di gioventù registrando per la casa editrice musicale Decca le Variazioni Goldberg di Bach. Ora sta lavorando ad un progetto con la Gewandhausorchester di Lipsia, patria di. Bach, per eseguire nella stagione 2008/09 tutta l’opera di Bach per pianoforte e orchestra sotto la guida del Maestro Riccardo Chailly.

Quando lo incontro, Bahrami è contento di rispondere alle mie domande. Sono curiosa di sapere come sia nata la sua passione per la musica. Inizia a raccontarmi che già a Teheran amava ascoltare il grande violinista ebreo Jascha Heifetz e che, guidato da un vinile di Beethoven, dirigeva un’orchestra immaginaria dall’alto del tavolino del salotto. Dopo la rivoluzione, la musica divenne per lui un rifugio dal dolore della realtà esterna. Negli anni della guerra contro Saddam, egli avvertiva i bombardamenti prima ancora che ne venisse dato l’allarme e, a volte, invece di correre ai rifugi sotterranei, preferiva rimanere in casa ad ascoltare musica classica o a suonare il piano mentre fuori cadevano le bombe. Ricorda in particolare di quando Teheran era bianca sotto la neve e, mentre suonava, aveva visto dalla finestra una casa colpita da una bomba incendiarsi. La musica riusciva così a lenire il dolore e la paura dei momenti più duri. Sempre a Teheran iniziò l’amore di Bahrami per la musica di Bach. Lo scoprì a casa di una amica iraniana dove sentì un disco interpretato da Glenn Gould, celebre interprete bachiano canadese. Lo stesso padre Paviz, in una delle sue ultime lettere dal carcere, lo aveva incoraggiato allo studio di Bach, perché la sua musica lo avrebbe potuto aiutare molto. E Bahrami rivolge un invito ai giovani ad ascoltare più musica classica, e soprattutto Bach, per l’universalità della sua musica, valida in ogni tempo.

Gli chiedo se fece fatica ad adattarsi in Italia. Mi dice che no, che fin da subito ha potuto immergersi nella realtà italiana studiando in scuole italiane e circondato da bambini italiani. Proprio per questa sua esperienza è contrario al progetto del governo di creare nelle scuole apposite classi per stranieri, e crede invece che sia molto importante favorire la “polifonia” culturale, che in linguaggio musicale non significa altro che l’incontro armonico di voci diverse. Ramin Bahrami non ha più rivisto il suo paese da quando lo ha lasciato. Vorrebbe ritornare in un Iran democratico pur avendo nostalgia dei tempi della monarchia e dello Scià, a sua detta spesso ingiustamente frainteso in Occidente. Prima di salutarlo voglio ancora sapere se, per la sua storia e il suo vissuto, si considera un musicista politico. Mi risponde che si sente sì un musicista politico, ma solo in quanto portatore di un messaggio universale di pace. Peccato che giovedì 23, al Teatro Verdi di Gorizia, solo in pochi sono venuti ad ascoltare il suo messaggio.

Margherita Gianessi

Margherita.gianessi@sconfinare.net

 

Si è conclusa il 31 ottobre la quinta edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, con grande partecipazione di pubblico e ovviamente della stampa. Ho provato ad accedere alla struttura dell’Auditorium del Parco della Musica, il luogo con il maggior numero di sale e di proiezioni, quello con i tappeti rossi e la gente urlante ad acclamare attori e attrici ma anche con i prezzi più alti (alcuni film costavano anche 20 euro secondo il programma) Ma non mi è andata bene: la prima volta dopo una fila di un’ora i posti erano già esauriti, la seconda era una proiezione riservata ai soli giornalisti (ho provato a passare come giornalista di Sconfinare, ma come si può immaginare non mi hanno fatto entrare). Un po’ sconsolata dalle esperienze, stavo quasi abbandonando l’idea di godermi qualche buon film, ma poi ho scoperto la Casa del Cinema: un edificio nel parco di Villa Borghese inaugurato a tale uso nel 2005 e che sotto la direzione di Felice Laudario propone rassegne cinematografiche con ingresso gratuito. Nell’ambito del Festival, alla Casa del Cinema sono stati proiettati i film della categoria La Fabbrica dei Progetti, comprendenti cioè le opere prime di alcuni registi. Tra quelli che ho potuto vedere, da segnalare è “Astropia”, film islandese di Gunnar Bjorn Gudmundsson, in cui una giovane donna dell’alta società si ritrova improvvisamente povera e per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare in un negozio di fumetti e giochi di ruolo, mondo del quale è completamente ignara. Col tempo imparerà a conoscerlo e nel frattempo a maturare, imparando a guardare oltre le apparenze e nonostante un ex fidanzato intrigante. Vincitore della categoria è risultato “Bird Can’t Fly”, di produzione sudafricana e irlandese, premiato probabilmente per l’intensità dei personaggi e la bravura della protagonista (Barbara Hershey), anche se a tratti è un po’ pesante. Nel film, una donna di nome Melody, dopo la morte improvvisa della figlia, fa ritorno in Sudafrica peri suoi funerali e lì ritrova il suo passato ma anche un nipote di cui non sapeva l’esistenza. Altra iniziativa interessante, sempre alla Casa del Cinema durante il festival è stata la giornata dedicata alla Mosfilm, una casa di produzione sovietica e che ancora oggi, seppur con minore successo, è attiva. Sono stai proiettati 4 film: “L’Impero Scomparso” (2007, l’unico che non ho visto), “Quando Volano le Cicogne” (1957, vincitore del Festival di Cannes, molto bravi gli interpreti), “Cinque Serate”(1978, storia d’amore dopo 18 anni di lontananza) e “The Inner Circle” o “Il Proiezionista” (1991, del regista Andrej Konchalovskij, quest’ultimo molto bello in quanto racconta la storia di un uomo devotissimo a Stalin e alla causa comunista, ma che proprio in nome di essa perde il suo grande amore, e nonostante ciò non rinnega le sue convinzioni. Non ho partecipato quindi al Festival ufficiale, è vero, ma sono soddisfatta di quello che ho visto: ne valeva assolutamente la pena!

Lisa Cuccato

Lisa.cuccato@sconfinare.net

Entra correndo Giovanni Allevi; corre vicino al pianoforte sul palcoscenico.

Anche noi spettatori siamo entrati un po’ correndo al Teatro “Giuseppe Verdi” di Gorizia, lunedì 31 marzo, per ascoltare Giovanni Allevi e la sua musica.

Siamo entrati tutti un po’ di fretta, ma forse, per una volta, non era perche si voleva fare qualcosa velocemente, ma perché si voleva “scappare” dalla frenesia di quel mondo che desideravamo, per una sera, chiuderci alle spalle.

Si percepisce emozione nella sala in attesa. Emozione che sfocia poi in caldi applausi.

E così entra correndo Giovanni Allevi, in felpa, jeans e All Stars. Anche lui è emozionato, forse più di noi. Sembra imbarazzato per tutti gli applausi. Si comprende che vuole iniziare a suonare; solamente quando si siede al pianoforte è a suo agio.

Con poche parole introduce i suoi brani, invitandoci a viaggiare nei momenti più importanti della sua vita e della sua carriera.

Così inizia a suonare, così iniziamo a lasciarci trasportare dalle sue note nei luoghi dei suoi brani:

e allora siamo tutti in una discoteca dove è stato catapultato Bach che immaginavamo frastornato nel tentativo di far sentire la sua musica; poi siamo nel centro di una grande città dove anche Heidegger si sente parte di “un’umanità dispersa”.

Subito dopo, con tanta serenità nel cuore, ci troviamo nel monolocale che la nostra “guida” Allevi ha affittato a Milano, nel momento in cui insieme a un raggio di sole che entra dalla finestra, si riscopre l’entusiasmo, e non solo la fatica, di inseguire i propri sogni.

Piano piano scopriamo che il musicista che abbiamo di fronte sa fermarsi ad osservare il mondo e a guardarlo con occhi pieni di stupore, con gli occhi di chi ama la vita, di chi, come Hegel vede “la realtà diventare specchio dell’infinito”; così voliamo con lui ad Harlem, mentre il cassiere di un supermercato lo incoraggia prima del suo primo concerto a New York.

Riscopriamo in una bellissima composizione il momento in cui Allevi prende coscienza del fatto che “la sua forza sta nella sua fragilità” ed anche noi ci scopriamo un po’ più forti insieme a lui.

Con un sorriso lo seguiamo nel suo esperimento di tornare nel 1500 per unire melodie moderne a quelle rinascimentali.

Con questo sorriso ci salutiamo reciprocamente grati per le emozioni trasmesse.

Giovanni Allevi è riuscito a portarci con sé viaggiando sulle sue note.

Da cosa lo capiamo? Bhé, tutti ci alziamo con calma per uscire e fuori, sui marciapiedi qualcuno si guarda attorno stupito domandandosi: dov’è la mia carrozza?

Landoni Marta

Regista: Fatih Akin

Cast: Alexander Backe

Nazione: Germania/Turchia

Durata: 90′

Voto: 9

Questo film-documentario del regista turco-tedesco Fatih Akin propone un viaggio ad Istanbul attraverso la sua musica e le diverse sonorità che la compongono. Nel suo lavoro è accompagnato da Alexander Hacke, bassista del gruppo tedesco d’avanguardia Einsturzende Neubauten, affascinato dalla vitalità artistica turca già in occasione della composizione delle musiche per il film “La sposa turca”. Istanbul viene spesso denominata come “ponte tra occidente ed oriente”, sia per la sua posizione geografica a cavallo tra Europa ed Asia, che per le vicende storiche di cui è stata protagonista nel corso dei secoli. E proprio per questi motivi racchiude in sé una molteplicità di culture (e di identità) che spesso riescono ad amalgamarsi tra loro, ma che a volte non riescono a trovare una vera (e propria) integrazione nella società. Ciò vale naturalmente anche in ambito artistico, dove , accanto alla musica tradizionale e (a quella) di derivazione “occidentale”, le diverse influenze creano sound innovativi grazie alla (facile) contaminazione tra stili. Si passa dal liuto saz di Orhan Gencebay al clarinetto dello zingaro Selim Sesler; dalla voce della cantante curda Aynur, ostacolata fino a poco tempo fa proprio per la sua appartenenza etnica, a quella di Müzeyyen Senar, (cantante quasi novantenne) legata alla musica classica orientale; da Erwin Koray, precursore del rock turco moderno (e ispiratore di gruppi quali Baba Zula e Replikas), all’hip hop di protesta di Ceza (e ai musicisti di strada) . Il tutto è accompagnato da scorci di Istanbul e interviste alle persone, in cui emerge ancora una volta la commistione di culture e mentalità in una città e in una nazione che tuttora non trova una collocazione ben definita. Una parte vorrebbe infatti legarsi all’Unione europea, mentre l’altra vorrebbe mantenere intatte le proprie tradizioni senza intromissioni occidentali. Il dibattito resta ancora aperto, anche per la difficile convivenza tra gli eccessi dell’islamismo e la volontà di modernità (che difficilmente troverà una soluzione in tempi brevi). Credo che il film possa aiutare a capire meglio il popolo turco e a conoscere i diversi punti di vista in una nazione in continua evoluzione politica e sociale; naturalmente ciò non è esaustivo (in sé) ma va accompagnato all’apertura verso questa cultura abbandonando (almeno per un po’) i pregiudizi e la diffidenza che hanno accompagnato la storia umana nell’ultimo periodo.

Lisa Cuccato

 

 

SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

A luglio nella generale atmosfera stressante a causa degli esami gli studenti si concedono tregue mentali pensando alle prossime vacanze estive. Per quanto mi riguarda decido di fare un’esperienza che, partecipando attivamente, mi dia la possibilità di conoscere realtà sociali distanti dalla mia. Da alcuni mesi sento parlare del servizio civile internazionale da amici che raccontano entusiasti del loro lavoro nei campi. Scopro sul sito www.sci-italia.it che è possibile fare volontariato in diverse zone del mondo in svariati ambiti: organizzazione di festival locali, supporto a disabili, recupero di quartieri socialmente disagiati, pulizia di aree invase dai rifiuti.

Scelgo un campo di aiuto sociale in un quartiere di Palermo, in quella affascinante Sicilia dove popoli e culture si sono mescolati dai tempi antichi e lo stato stenta ad imporsi. Non mi sembra sprecato restare in patria per un’esperienza internazionale, tanto più che l’isola è da me poco conosciuta e molti sono i pregiudizi settentrionali che disturbano la mia italianità e mi spingono, per essere smentiti, a recarmi sul posto.

Il clima sans frontière si rivela vincente sin dall’incontro con i volontari: i miei compagni sono una ragazza slovena, una austriaca, una serba, due ragazzi spagnoli,uno nepalese e un palermitano. Il continuo e vivace scambio d’idee e opinioni, il confronto di culture e abitudini rendono piacevole la convivenza nella nostra microcomunità, che alloggia in una casa-famiglia nel centro della città.

Lavoriamo come supporto al centro polivalente di aggregazione giovanile TAU che è attivo stabilmente nella zona di via Cipressi (quinta circoscrizione, quartiere Zisa) e per il periodo estivo nell’adiacente piazza dei Danisinni. Esso è finanziato dal comune di Palermo e si avvale di un paio di educatori fissi e di alcuni giovani del servizio civile nazionale. L’obiettivo è il recupero della zona coinvolgendo in svariate attività i bambini cui si aggiunge spesso il complesso familiare (essenzialmente madri poiché i padri sono al lavoro o in prigione). Alle quattro ore pomeridiane che passiamo al centro in cui si organizzano giochi (tornei di calcetto, rugby basket, carte) o laboratori (pittura, musica) si aggiungono due serate settimanali con eventi di aggregazione (riproposta di beato tra le donne, miss o mr Danisinni o proiezioni di film).

Inizialmente veniamo accolti con gran diffidenza: la presenza di estranei alla comunità disturba e la nostra volontà di conoscere lingue e luoghi stranieri stupisce. La novità diventa però un pretesto per mettere in discussione le convinzioni e l’entusiasmo di scoprire un mondo diverso inganna il sospetto e fa nascere gruppi spontanei d’insegnamento di lingue e del dialetto palermitano. Lo scambio linguistico è il primo passo verso la nostra accettazione nella comunità: presto veniamo trattati come parenti, con straordinarie manifestazioni d’affetto, rispetto e stima.

Questo profondo legame reciproco è accompagnato in me dall’amarezza di vedere le condizioni disagiate in cui vivono alcune di queste persone, che non hanno nemmeno l’acqua corrente in casa, pur trovandosi accanto ad uno dei palazzi più belli e importanti di Palermo: la sede della regione Sicilia. L’ignoranza che accompagna la povertà permette di ingannare l’età anagrafica: le bambine si presentano come donne e le madri già vecchie a trent’anni si credono bimbe. La generosità e bontà di queste persone mi permettono di smentire i pregiudizi che ho ascoltato al nord: la mafia e l’illegalità sono presenti ma sono conseguenze dell’indifferenza del sistema in genere, oltre che delle condizioni di vita precarie; la cultura dev’essere usata come arma per sconfiggere l’ignoranza e salvare intelligenze brillanti e cuori nobili.

Ricordo l’intensa esperienza che ho vissuto come una di quelle che cambiano davvero l’estate, se “il servizio civile nazionale” è una di quelle che ti “cambiano la vita”. La consapevolezza che ho acquisito avendo vissuto pienamente con e per la comunità, mi suggerisce di consigliare a tutti di fare un campo del genere, scegliendo quello più adatto ai propri interessi.

Giulia Cragnolini

Guardo la mia copia di Mellon Collie. È completamente consumata. I due dischi che compongono l’album sono rovinati e saltano, se provi ad inserirli nel lettore. Il libretto è sgualcito, ne mancano alcune pagine. E non so quante volte ho dovuto sostituire la custodia, che si era rotta. La mia copia di Mellon Collie è stata la compagna della mia adolescenza e adesso la serbo con la massima cura, come una reliquia. Per anni, è stata la mia unica musica, in qualsiasi momento della giornata. Per anni, ha rappresentato il metro con cui valutavo ogni altro disco. Per anni, è stata la parte migliore di me.

Mellon Collie and the Infinite Sadness è un’opera che in effetti nasce con questa ambizione: divenire universale. Il modo stesso in cui è strutturata ne dichiara l’intento. La scelta di dividere le canzoni in due dischi (rispettivamente “Dawn to Dusk” – dall’alba all’imbrunire – e “Twilight to Starlight” – dal crepuscolo alla luce stellare) è una precisa e cosciente scelta stilistica, non mera sovrabbondanza di tracce. Il giorno e la notte, come gioia e tristezza, gioventù e vecchiaia.

Parallelamente, questo lavoro spazia in tutti i generi della musica moderna. Le sue canzoni sono una summa maestosa di tutto ciò che è stato fatto dagli anni sessanta ad oggi: dal rock alla psichedelia, dagli arrangiamenti orchestrali all’heavy metal, dal grunge al progressive, in un caleidoscopio di sentimenti.

Il pianoforte introduce “Dawn to Dusk”, che prosegue con “Tonight, Tonight”. Le atmosfere eteree e sognanti di questi due brani però lasciano subito il posto a quattro pezzi molto più duri, che vanno a formare un vero e proprio climax fino alla rabbiosa “Bullet with butterfly wings”. Le canzoni continuano ad oscillare tra quiete acustica e distorsioni, fino alle atmosfere psichedeliche di “Cupid de locke”, che conducono a quattro capolavori: la ballata di “Galapogos”; la cavalcata elettrica di “Muzzle”; “Porcelina of the vast oceans”, l’apice di questo disco, che ne racchiude in nove minuti tutta la poesia e le tinte; e infine”Take me down”, troppo spesso sottovalutata.

La seconda parte, “Twilight to Starlight”, si tinge di sfumature più cupe. Ad un primo ascolto, questo disco sembra più debole rispetto al primo, complice la (relativa) scarsezza di singoli di successo (a parte “Thirty-three” e “1979”). Ma, passaggio dopo passaggio, la bellezza della sua disperazione aumenta. Si arricchisce di episodi che all’inizio erano passati in sordina: “In the arms of sleep”, “Thru the eyes of ruby”, “Stumbleine”, “x.y.u.”, “By starlight”. La musica lentamente volge alla conclusione, affidata al pianoforte in coda a “Farewell and goodnight”, che sembra ricondurre l’ascoltatore sulle note di inizio.

Mellon Collie è un lavoro monumentale. Più di due ore di musica, frutto dell’apoteosi di un genio (quello del leader Billy Corgan) al culmine della sua creatività. La copertina, i disegni, e – soprattutto – i video dei singoli estratti (a mio parere il vertice ineguagliato in questo campo) comunicano immediatamente l’ambizione ed il reale significato, romantico e tragico, di questo album. Una reale antologia di generi, che – pur essendo spesso agli antipodi – riescono a coesistere, a sposarsi in un’unica, gigantesca creatura, che appare sempre come un insieme coeso ed armonico. Un continuo gioco di specchi, dove ogni accordo si stende in uno sfondo di vuoto esistenziale, di malinconia e infinita tristezza.

Rodolfo Toè

Piccolo tour nell’affascinante musica del Paese del sol levante

Un uomo solo, in piedi, guarda dall’ampia finestra la città di Tokyo che imbrunisce con il cielo. La pioggia riga il vetro, e confonde così le sue lacrime. Pensa chissà a cosa…

È stata questa l’immagine che per tanto tempo mi si è presentata alla mente ogni volta che ho ascoltato il pezzo che compare sotto il titolo di “Merry Chistmas Mr. Lawrence” nell’album “1996” di Ryuichi Sakamoto. Forse perché in quei suoni, così acuti e di difficile esecuzione (soprattutto per un duo di violino e pianoforte), mi appariva una melodia che sembrava mettere a nudo l’animo e invitare alla riflessione.

Non sapevo che, in realtà, questa musica era parte della colonna sonora di un film omonimo del 1983 ambientato in un campo di concentramento nipponico durante la seconda guerra mondiale. Non immaginavo neppure lontanamente che quelle note, a cui da sempre ho associato il Giappone, nascevano dalle ultime parole del film, che si ponevano non solo fra due uomini, ma anche fra due differenti culture.

Sakamoto, musicista giapponese nato a Nakano nel 1952, ha avuto il suo momento d’oro negli anni ’80, soprattutto grazie a “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ma la sua musica è ben più varia e scorrendo i suoi album si possono trovare gli stili più disparati: dal techno-rock dei primi anni, in cui era tastierista della Yellow Magic Orchestra, al pop elettronico; dal jazz orchestrale e le suites minimaliste dell’album “Illustrated Musical Enciclopedia” (1984), in cui si fa chiaro il suo obiettivo di fondere musica occidentale e sensibilità orientale, fino all’esplorazione dell’elettronica contemporanea degli ultimi anni.

Mi piace però ricordarlo soprattutto per le sue bellissime colonne sonore: oltre alla già citata “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ci sono anche i film di Bertolucci, come “Il Piccolo Buddha” o “L’ultimo Imperatore” che, tra l’altro, gli valse l’Oscar. E infine le collaborazioni con importanti artisti come David Sylvian, Iggy Pop, David Bowie e David Byrne, solo per citare quelli a noi più noti.

Non so se si possa definire multiculturale o sperimentalista; quello che so di per certo è che la musica di Sakamoto riesce a tracciare, nella mente di chi la ascolta, delle immagini che cambiano e si susseguono come i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Se non amate rinchiudervi in un unico stile ma vi piace spaziare, forse troverete nelle sue composizioni ciò che fa per voi.

Isabella Ius

“In testa ho una specie di mappa culturale, che mi permette di trovare analogie tra mondi diversi”

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità, ma fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un ragazzo americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto della moderna cultura degli psicofarmaci, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo sul lavoro. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un due impiegati durante un invasione di zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms, Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro.

Luca Nicolai

 

 

 

 

 

 

Al Lido di Venezia vince a sorpresa la Cina

È giunta quest’anno alla sessantatreesima edizione la Mostra del Cinema di Venezia, che si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia. Per la prima volta dal dopoguerra, l’edizione 2006, che si è svolta dal 30 agosto al 9 settembre, ha portato in concorso tutti film in prima mondiale, tra cui in particolare “The Queen” e “Il diavolo veste Prada” (fuori concorso) hanno portato una ventata d’aria fresca in una manifestazione a volte un po’ troppo uguale a se stessa. Madrina della rassegna è stata l’attrice italiana Isabella Ferrari, mentre la giuria è stata presieduta da Catherine Deneuve e composta da José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-Wook e Michele Placido.

Molte le star di calibro mondiale presenti: sul tappeto rosso, inaugurato da una Scarlett Johansson in ritardo di 40 minuti (da vera diva), hanno sfilato, tra gli altri, Sandra Bullock, Helen Mirren, Adrien Brody, Jeremy Irons, Ben Affleck, Anne Hathaway, Meryl Streep, Rachel Weisz e Lindsay Lohan

Di seguito, una veloce carrellata dei premi assegnati in questa edizione.

A sorpresa, e non senza disappunto di molti, il
Leone d’Oro della 63ma Mostra del Cinema di Venezia è andato al cinese Jia Zhang-Ke, regista del film “Still Life”.

Leone d’Argento per la migliore regia
a Alain Resnais per “Coeurs”.
Leone d’Argento Rivelazione a
Emanuele Crialese
perNuovomondo”.
Premio speciale della Giuria a “Daratt“, di Mahamat-Saleh Haroun.
Leone d’Oro alla carriera per il regista statunitense David Lynch.
Leone speciale d’insieme alla carriera per
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Ben Affleck per “Hollywoodland”.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a
Helen Mirren per il film “The Queen”.
Premio Osella per migliore contributo tecnico alla fotografia a “Children of Mendi
Alfonso Cuaron.
Premio Osella per la miglior sceneggiatura a “The Queen” di Stephen Frears.
Premio Marcello Mastroianni per la miglior attrice emergente a Isild Le Besco in “L’intouchable” di Benoît Jacquot.
Il Premio Orizzonti DOC è stato conferito al lungo documentario di Spike Lee, “When the Levees Broke”, mentre il Premio Orizzonti è andato al film cinese “Mabei shang de fating” di Liu Jie.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi de Laurentiis” a Peter Brosens e Jessica Woodworth per il loro “Khadak”.

Per la categoria Cortometraggi, Menzione Speciale al film “Adults Only” di Yeo Joon Han;
Prix UIP per il miglior cortometraggio europeo a “The Making of Parts” di Daniel Elliott.
Leone Corto Cortissimo per il miglior cortometraggio a “Comment on freine dans une descente?” di Alix Delaporte.

Federico Permutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E A ROMA CI SI PREPARA PER LA FESTA

 

E’ ancora presto per poter dare un giudizio complessivo su una manifestazione tanto attesa come la prima edizione della
Festa internazionale del Cinema di Roma, voluta fortemente dal sindaco Walter Veltroni e dal presidente della Fondazione Musica per Roma, Goffredo Bettini. La manifestazione, in programma dal 13 al 21 ottobre, si propone come un evento veramente pensato per il pubblico: già a cominciare dalla denominazione (“festa” e non “festival”) si intuisce l’originalità dell’evento. Come ogni festa che si rispetti, la manifestazione toccherà il cuore della città, snodandosi in un percorso che va dall’Auditorium Parco della Musica fino alla Casa del Cinema, passando ovviamente per piazza del Popolo e via Veneto, fino a sfiorare luoghi meno centrali come la Casa del Jazz e la Casa delle Letterature.

Ma vediamo l’ossatura della programmazione: articolata in cinque sezioni principali, la Festa internazionale del cinema vedrà in programmazione 95 film da tutto il mondo, di cui 16, inediti, in concorso: tra questi, vale la pena menzionare “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Altro elemento innovativo è la composizione della giuria: non ci saranno infatti addetti ai lavori, ma il miglior film (al quale andrà un premio di 200mila euro), il miglior attore e la migliore attrice saranno giudicati da una giuria popolare, selezionata  da “Cin Cin Cinema” già nella primavera scorsa.

Chi spera di avere un “red carpet” all’altezza del Lido veneziano non dovrebbe restare deluso: è già stata confermata la presenza di star come Monica Bellucci, Sean Connery, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, e soprattutto Nicole Kidman, che aprirà la prima edizione di questa rassegna del cinema con il suo ultimo film “Fur”, storia immaginaria della vita di Diane Arbus, la più importante fotografa del XX secolo.

Una prima edizione, dunque, che si profila molto più corposa di un numero zero, e, nonostante Veltroni si sia affrettato a ringraziare il presidente della Biennale Croff per aver compreso che “Roma non intende far concorrenza alla Mostra di Venezia”, sarà interessante tirare le somme di questo primo confronto tra le due rassegne cinematografiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

 

THE QUEEN

 

Voto: 9

Nazione: Regno Unito

Cast: Helen Mirren

Michael Sheen

James Cromwell

Alex Jennings

Durata: 97′

 

La notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 1997, tutto il mondo fu profondamente colpito dalla morte della principessa Diana. Della tragedia furono incolpati i media, l’autista di Diana, e tante altre persone, non ultima la Famiglia Reale britannica. In questa pellicola ci viene offerto uno sguardo all’interno di Buckingham Palace e nella vita della regina Elisabetta II.

 

Il regista Stephen Frears è riuscito a ricreare la settimana seguente la morte di Diana in modo intelligente e acuto: è particolarmente efficace la presentazione della figura della “Principessa di cuori”, con immagini e filmati d’archivio che ci ricordano il suo impatto sul popolo britannico (e non).

 

Il film, però, è dominato dalla magnifica interpretazione di Helen Mirren (giustamente premiata come miglior attrice a Venezia), che riesce a mostrare come sotto l’apparenza austera della Regina ci sia una persona con sentimenti umani. Elisabetta II, dopo la morte di Diana, scelse di non manifestare pubblicamente il proprio dolore, attirandosi così l’odio della nazione: il film, però, ci racconta che la scelta della sovrana non dipese dalla sua indifferenza nei confronti di Diana, ma piuttosto dal fatto che lei stessa era convinta di dover fare così in quanto Regina.

 

Molto bravo anche Michael Sheen nel ruolo di un ambizioso e sorridente Tony Blair alle prime armi: fanno in effetti da filo conduttore del film il suo ruolo di mediatore tra la nazione inglese e la Regina, e i suoi tentativi di convincere la sovrana stessa a limitare i danni da lei causati all’immagine della Famiglia Reale.

Condito di battute e interpretazioni davvero degne di nota, “The Queen” è un film spiritoso e molto intelligente, sicuramente una delle migliori produzioni inglesi degli ultimi tempi.

 

 

IL DIAVOLO VESTE PRADA

 

Voto: 8

Nazione: USA

Cast: Meryl Streep

Anne Hathaway

Emily Blunt

Stanley Tucci

Durata: 109′

 

 

Tratta dal bestseller di Lauren Weisberger, da lei scritto dopo aver lavorato come assistente del direttore di “Vogue America” Anna Wintour, questa commedia pungente (diretta da David Franklin, già regista di molti episodi di “Sex and the City”) offre uno spassoso affresco del mondo dell’alta moda e del jetset internazionale che gravita attorno a New York.

A farla da padrona è la divina Meryl Streep (già in odore di un ennesimo Oscar), nei panni impeccabili e molto fashion della dispotica Miranda Priestly, direttrice della rivista “Runway”, vera autorità della moda a livello mondiale. L’interpretazione della Streep è davvero uno spettacolo: se da una parte è capace di cacciare via chiunque con un glaciale “That’s all” accompagnato da un gesto disgustato della mano, dall’altra riesce comunque a dare un certo spessore, e quasi un po’ di umanità alla diabolica Miranda.

Al suo fianco c’è la giovane Anne Hathaway (già vista in Brokeback Mountain), nel ruolo di Andy Sachs, la nuova “seconda assistente” della direttrice, al rimpiazzo dell’ennesima segretaria licenziata in malo modo. Fresca di laurea in giornalismo e piena di buoni ideali, Andy si trova così in quel posto che milioni di ragazze “ucciderebbero pur di avere”, mentre lei lo vuole usare solo come passaggio verso altre redazioni: è infatti fieramente ignara di come si scriva “Dolce e Gabbana” e indossa golfini infeltriti e gonne della nonna, suscitando l’ilarità delle (anoressiche) colleghe e il disgusto di Miranda.

 

Ma non avrà vita facile: dovrà infatti districarsi tra una serie di umiliazioni e di missioni impossibili (come recuperare il manoscritto dell’ultimo libro di Harry Potter per le figlie del capo), e alla fine cederà anche al suo look dimesso per indossare i capi da fashion victim scelti per lei da Nigel (uno Stanley Tucci in gran forma), braccio destro di Miranda. Si guadagnerà così persino la fiducia della “capa”, ma la sua vita personale ne risentirà, e per rimediare a ciò l’unica soluzione sarà ritornare la vecchia Andy di una volta.

 



 

Inaugurata la nuova Festa del Cinema

Un mese dopo la Mostra di Venezia, a Roma è stata varata con successo dal 13 al 21 ottobre la nuova Festa Internazionale del Cinema, una manifestazione fortemente voluta dal sindaco della Capitale, Walter Veltroni, e che si è proposta come un evento diverso, pensato per il pubblico: l’originalità si intuisce già dalle denominazione, “festa” e non “festival”. Sede centrale della kermesse è stato l’Auditorium Parco della Musica, ma sono state interessate molte parti della città, dalla Casa del Cinema alla Casa del Jazz e alla Casa delle Letterature, passando per Piazza del Popolo e via Veneto,. Hanno sfilato sul tappeto rosso molte star mondiali come Nicole Kidman, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, Monica Bellucci e soprattutto Sean Connery, insignito del Premio Campidoglio.

Sono stati presentati, in cinque sezioni principali, 95 film da tutto il mondo, di cui 16 inediti in concorso: tra questi, ricordiamo “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Forte elemento innovativo è stata la giuria, presieduta da Ettore Scola ma composta per il resto da cinefili sorteggiati nella primavera scorsa tra i frequentatori più assidui dei cinema romani.

Grazie a ciò, le assegnazioni dei premi non sono state per nulla scontate: a vincere il premio per il miglior film è stata infatti la pellicola russa “Playing the Victim”, di Kirill Serebrennikov, una black comedy sospesa tra vita e morte. Un risultato che ricorda la Mostra del Cinema di Venezia: anche in laguna, infatti, ha vinto un film visto e commentato da pochi giornalisti e critici.

L’Italia non è rimasta a bocca asciutta: il premio per la miglior interpretazione maschile è andato a Giorgio Colangeli, protagonista di “L’aria salata” di Alessandro Angelici. La miglior attrice invece è Ariane Ascaride, interprete principale di “Le voyage en Arménie” di Robert Guédiguian. A completare l’albo d’oro, il premio speciale della giuria è andato all’opera forse più amata da pubblico e critici: “This is England” di Shane Meadows, storia di un ragazzino che si unisce a un gruppo di skinhead nell’Inghilterra anni Ottanta.

Questa prima edizione si è conclusa con successo, strizzando l’occhio alla Mostra veneziana, i cui organizzatori pare stiano già pensando a come coinvolgere maggiormente il pubblico della laguna sullo stile della Festa di Roma.

Federico Permutti

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità.. Fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un cantautore americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything si dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto d’uomo moderno imbottito di farmaci e sempre di corsa, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo generale. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un impiegato e il suo collega trasformato in zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms,
Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro. Ne vale ogni centesimo.

 

 

 

 

 

 

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