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Mosca, Giorno della Vittoria. Una veterana riceve fiorni dal suo nipotino.

Madre di una religione, di una cultura, di un modo di pensare e di  agire diverso da quello di tutti gli altri, a mezza via tra il razionalismo tedesco e il fatalismo asiatico, tra le raffinatezze dei francesi e la barbarie degli unni. Il russo si sente diverso da tutti e nella maggior parte dei casi e’ fiero di esserlo, nel bene e nel male. Il 9/05 e’ la “Festa della Vittoria” della Grande Guerra Patriottica. Grandi manifestazioni di piazza, sfilate di carri armati, missili e aerei fanno gonfiare il petto dei russi, che per l’occasione indossano un nastrino nero-arancio, simbolo della loro vittoria sullo straniero oppressore. Ho osservato tutto cio’  con scetticismo e, lo confesso, con un po’ di puzza sotto il naso. Pensavo a quanto fosse eccessivo e trabordante un tale sciovinismo, quanto fosse imbottito di retorica, a come regimi diversi e distanti si servano degli stessi simboli allo stesso modo e per gli stessi fini. Ho capito che per noi italiani è difficilmente comprensibile un patriottismo di questo tipo, un patriottismo che autocelebra la propria diversità e superiorità: storicamente siamo a lungo stati alla mercè di eserciti stranieri, influenzati da culture, lingue, tradizioni diverse, per cui nessuno di noi ha mai avuto bisogno di celebrare la patria, di sentirsi più forte e superiore agli altri: non lo siamo e non ci interessa esserlo (e le guerre condotte dal fascismo lo dimostrano, lo stesso Mussolini disse che per mandarli a combattere, gli italiani bisogna prenderli a “calci nel culo”), convinti che nessuno in fondo sia superiore a nessun altro. Ma per arrivare a questo punto abbiamo dovuto vivere insieme per decine di secoli, tra invasioni, vittorie, sconfitte, saccheggi e via dicendo, arrivando alla conclusione che ciò che conta sotto tutti i punti di vista è la pace. Viceversa in Russia, da Vladivostok a San Pietroburgo, esiste un solo paese: forte, grande, unito, che non ha bisogno di nient’altro e di nessun altro. Quello che in sostanza divide i russi è l’età: chi non ha vissuto i tempi sovietici vive diversamente la grande festa da chi invece ha perso qualche parente stretto sul fronte (sono morti 26 milioni di russi…) e per questo la festa ha svolgimenti diversi a seconda che si svolga al Parco della Vittoria (dove I veterani sfilano come se fossero calciatori in Italia), al Gorkij Park, dove si svolge la festa “per i giovani” o alla Piazza Rossa, dove I giovani salutano I veterani, ricevendone idealmente il testimone, affinchè il vessilo bianco-blu-rosso sventoli ancora alto sui cieli d’Asia e d’Europa.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

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Il nuovo Matrix esordisce con Erika e Omar, ed è subito audience

In tempi di crisi e di osannato ottimismo una merce che non svende è lo stupore, quanto più lo ricercano, sempre meno lo ottengono, in questa contrapposizione tra noi,  abituati spettatori, e loro, ingegnosi autori tv, o meglio tra noi, gli sbadigli, e loro, gli sbraiti. In effetti quando provo ancora piacere ad accenderla, lei, la tv, non posso dire di nutrire davvero delle aspettative di meraviglia e sorpresa, anche dai programmi che mi piace seguire in fondo, so già cosa mi aspetta, e forse li guardo proprio per quello. Ma accendendo il tubo catodico, soprattutto nelle prime serate, mi rendo conto che io di programmazione tv non ne capisco effettivamente un canale e chi invece su questa cosa ci guadagna il pane per vivere non la pensa come me e ha capito che lo stupore è il padre dell’audience.  Così di fronte a queste illuminanti deduzioni mi ritrovai sperduta in una seconda serata di inizio marzo con la Mussolini a Porta a Porta al grido di “A noi ci hanno rovinato le russe e il viagra” – era una puntata dedicata ai matrimoni misti- e su canale5 una fra le prime puntate di Matrix con la nuova conduzione di Alessio Vinci, che ha avuto la meglio sul mio senso dello stupore. Non so se lo schifo a cui ho assistito sarebbe stato egualmente nauseabondo con il vecchio padrone di casa, certo non è stata una puntata preparata in una settimana dal nuovo arrivato, quindi probabilmente sì, sarebbe stato simile anche con Mentana; ma per l’ex giornalista della CNN appena battezzato a Mediaset non è certo stato un passo in più verso il Pulitzer lasciare il giornalismo da inviato in putsch, guerre e bombardamenti e approdare in quello che sarebbe “l’approfondimento giornalistico” in antitesi a Vespa, soprattutto se il primo approccio è lo zoom sui volti di due ragazzi che nel 2001 erano per l’Italia della morbosa cronaca nera le due facce pixelate più osservate dai giornali, chiamate per nome dai tg Erika ed Omar.

Oggi nel 2009 quell’episodio forse lo si confonde nella memoria tra un Cogne e un Garlasco, e ci serviva un Matrix a togliere i pixel a distanza di otto anni, e a riportare sul banco degli imputati un processo in realtà finito,  galvanizzando per l’ennesima volta il giudizio della giuria popolare, per quell’ unico e ultimo appello in cassazione nella serata di canale5 mai messo in versione online a differenza delle altre puntate oggi visibili interamente sul sito. Forse il primo sintomo di pudore.

Comunque replicare qui ora le confessioni dei due “imputati” mandate in onda è inutile quanto malsano, e per non cadere in contraddizione con quanto detto sopra posso solo spiegare quanto e come in puntata sia stata alzata come non mai l’asticella del “trasmissibile in diretta nazionale” a scapito del “meritabile di un rispettoso silenzio”. Quindi attingendo da atti di un processo concluso e quindi pubblicabili, come letteralmente spiega Vinci in introduzione, sono stati messi in onda i colloqui con gli psicologi dei due allora 16enni condannati, con microfono e primo piano a telecamera fissa. Immagini private quanto pericolosamente deformabili, che mostrano dei ragazzi tranquilli  che raccontano al proprio psicologo particolari della famiglia di lei, della vita di coppia, del loro presente in carcere e a differenza di quanto siamo stati fino ad oggi abituati a vedere nella cronaca nera in tv, mancavano le solite manifestazioni di basso giornalismo (quali i pianti, i pentimenti manifesti, i singhiozzi etc.) in quei due volti, e questa assenza ha reso ancora più insolente e indelicata la scelta di renderli pubblici.  Infatti ovviamente il televoto del pubblico non ha aspettato a farsi sentire: mentre c’è questa ragazza, di 24 anni oggi, che si confessa a volte sorridente e lucida e racconta  quasi serenamente della propria madre al presente, c’è uno spettatore che punta il dito e non può fare a meno di pensare che quella è la stessa ragazza che l’ha uccisa. E questo porta ad un meccanismo agghiacciante di banali condanne gridate su internet nei commenti di diversi blog.

Ma purtroppo in studio a Matrix le due giornaliste e lo psicologo chiamati a  interpretare i filmati non si potevano dire di più spiccata sensibilità, soprattutto quando si sono sentite conclusioni e condanne sulle solite “responsabilità delle famiglie vuote e prive di affetto” , senza la minima percezione di star accusando una famiglia praticamente inesistente di una madre morta, di una figlia per questo in carcere, di un bambino di 11anni anch’egli ucciso e un padre vittima di questo dramma e di questa spudorata attenzione mediatica, che mi auguro solamente non stesse guardando la televisione.

Fin troppo rischioso e facile a questo punto cadere nella critica trita e ritrita al cattivo giornalismo e alla tv spazzatura, aggiungo solamente che di cronache nere ogni giorno mi nutro forzatamente, a volte con imprevista curiosità, dispiacendomene, non ne sono immune, anzi, ma persino con tale assuefazione sono riuscita a rimanere sconvolta, pardon stupita, da qualcosa che ancora è stata “di più” del resto, e quella sera gli stupiti sono stati molti, uno share del 18,04%, quindi si può dire un successo per chi sullo stupore ci aveva puntato.

Il resto di ciò che è successo in quella puntata di Matrix si può ancora trovare sul corriere online, davvero, nella sezione Spettacoli.

Gabriella De Domenico

Objavljamo pismo, ki nam ga je bralec poslal v zvezi s člankom: “Fojbe: med resnico in polemiko”, ki je izšel v majski številki. Morebitne pripombe bomo objavili v prihodnji številki. Pišite na e-pošto: sconfinare@gmail.com

Dragi prijatelji in prijateljice časopisa “Sconfinare”, najprej naj se predstavim; ime mi je Alessandro Perrone, sem deželni svetnik izvoljen, iz vrst stranke italijanskih komunistov in to stranko tudi predstavljam na deželni ravni. Prav v tem kontekstu sem spoznal vaš študentski časopis (1. majsko številko) in, čeprav pozno, vam čestitam za izredno delo ter inovativno podobo revije. Želim vam, da bi nadaljevali tako zavzeto naprej, po vaši poti.

Kot ste verjetno že uganili, je moj prispevek namenjen odličnemu članku o fojbah, ki sta ga objavila Athena Tomasini ter Antonio Ferrara, ker sta kljub objektivnemu pogledu na pekočo vsebino, zašla v napako ter objavila spisek imen, ki je izšel v lokalnem tisku ob koncu zime v okviru razprave o fojbah z raznimi netočnostmi.

Prav uredniki so na prvi strani namignili na dejstvo, da je nemogoče izračunati točno število deportirancev in vzrok njihove kasnejše smrti (iz samih spiskov lahko opazimo, da je več deportirancev umrlo pozneje, za posledicami raznih okužb, predvsem tifusa). Objavljen spisek žrtev fojb šteje 1100 imen; dejstvo, ki pa ni bilo doslej znano javnemu mnenju je, da se je 110 “žrtev” vrnilo iz zaporništva. Težko je namreč razložiti vrnitev ‘italijanskih mučencev’, likvidiranih zaradi njihovega italijanstva, iz zaporništva domov k slovanskim komunistom.

Poleg tega je kar 149 ljudi umrlo pred prvim majem 1945, torej med vojno in v teh krajih pod nemško okupacijo, ki je nadomestila italijansko Salojsko republiko z imenom ‘operacijska cona jadranske obale’ oziroma ‘Adriatisches Kustenland’. Vojne je bilo konec šele 1. maja 1945.

Drugih 500 imen ne zadeva goriških deportirancev, temveč vojake (iz vseh koncev Italije) iz raznih italijanskih kolaboracionističnih skupin, ki so živeli v Gorici (bersaljeri Mussolinijevega bataljona so npr. bili zaprti na območju Tolmina, obalni bataljon pa na območju Cal di Canale); prisotna so tudi imena 33 domobrancev, slovenskih paravojaških skupin, ki so sodelovali z nemškim okupatorjem.

Na seznamu je tudi 38 imen aretirancev z območja Tržiča, in na koncu še civilni deportiranci iz Gorice, katerih je približno 200, med katerimi je bilo mnogo skvadristov, fašističnih funkcionarjev, nekaj žensk, pripadnic vojske in drugih nacističnih kolaboracionistov, ki so bili podvrženi vojnim zakonom zaradi svojih funkcij in aretirani.

Drugače pa je, kar zadeva karabinjerje: njihov red je bil ukinjen na nemški ukaz 25. julija 1944.

Karabinjerji so spadali torej v druge kolaboracionistične skupine: v glavnem je bila to Milica za zaščito teritorija, torej enakovredna Nacionalni republikanski straži v Salojski republiki.

Ostali karabinjerji so bili vključeni v policijsko organizacijo (ki je bila podvržena nemškemu okupatorju), čeprav so obdržali določeno samostojnost, predvsem v manjših centrih. Medtem, ko so bili vsi karabinjerji, ki so se uprli priključitvi v okupatorjeve vrste, ker so hoteli obdržati obljubo zvestobe dano Kraljevini Italiji, deportirani v nemške lagerje, kjer jih je mnogo izgubilo življenje.

Vse te dopolnitve seveda ne spremenijo dramatičnosti dogodkov in tragedij, ki jih je pretrpelo ljudstvo tega območja, predvsem pa ne spremeni občutkov tistih, ki še ne vedo kakšen konec je doletel njihove drage. Po mojem mnenju (in ne samo) je dejstvo, da je za vso to gorje odgovoren fašizem, najprej, zaradi poskusa nacionalizacije Slovencev in Hrvatov, nato za poskus uničenja le-teh z vojaškimi napadi ter zavezništvom z nacisti. Vse to pa je privedlo do krvoločne verižne reakcije, ki se ji nobena stran ni izognila.

Kar zadeva spiske imen pa je treba podčrtati, da so dvomljivega izvora in niso zato verodostojni. Ni namreč znano, kako in zakaj so se znašli v rokah gospe Morassi (hčerke enega od deportirancev), ki jih je sama izročila Prefekturi. Tu pa so bile pridržane približno tri mesece in postale javne na predvečer volitev.

Tržiš, 12. julija 2006

Prevod: Eva Stepančič

Pubblichiamo una lettera inviataci da un lettore in seguito all’uscita dell’articolo “Foibe: tra verità e polemica” sul numero del maggio scorso. Eventuali repliche verranno pubblicate nel prossimo numero. Scrivete a sconfinare@gmail.com

Care amiche ed amici di “Sconfinare”, innanzi tutto mi presento; sono Alessandro Perrone, consigliere provinciale eletto nelle liste del PdCI, partito del quale sono anche responsabile provinciale, in quella sede ho avuto modo di conoscere il vostro giornale universitario (il numero 1 del maggio scorso), pur in ritardo voglio complimentarmi con voi per l’eccellente lavoro e l’innovativo “taglio” della rivista, vi auguro di poter continuare con la bravura e l’entusiasmo di questo numero.

Come avrete letto dall’oggetto, intendo portare il mio contributo riguardo all’ottimo articolo “Foibe: tra verità e polemica” di Athena Tomasini e Antonio Ferrara, poiché anche loro, malgrado l’impostazione corretta e distaccata sull’argomento, sono caduti sull’errore di proporre la lista di nomi pubblicata dalla stampa locale alla fine dello scorso inverno sotto la cornice del tema delle foibe in quando così non è, ciò fatto salvo naturalmente il rispetto per ogni vita umana e nei confronti dei morti sotto ogni bandiera.

Gli stessi redattori in prima pagina accennano al fatto che è impossibile calcolare il numero esatto dei deportati e come questi morirono in seguito (infatti, come si evince anche dalla lista molti deportati nei luoghi di prigionia morirono in seguito per malattie soprattutto dovute al contagio da tifo).
Nell’elenco pubblicato dalla stampa locale su circa 1100 persone 110 sono i nominativi di persone rientrate dalla prigionia, fatto che nessuno ha segnalato all’opinione pubblica, poiché è difficile spiegare come mai dei “martiri dell’italianità” eliminati, appunto, in quanto italiani, possano poi ritornare a casa dalla prigionia nelle mani dei slavo-comunisti.

Inoltre ben 149 persone morte prima del 1/5/45, quindi in periodo bellico, in queste zone, dove vigeva l’amministrazione tedesca, sostituitasi a quella italiana con il bene placido dei repubblichini di Salò, sotto il nome di : Zona d’operazione “Litorale Adriatico” o meglio “Adriatisches Küstenland”, la guerra fini solo il 1° maggio del 1945.

Altri 500 sono nominativi non di “deportati” goriziani, ma di militari (provenienti da tutta Italia) appartenenti a formazioni italiane collaborazioniste che erano di stanza nell’ex provincia di Gorizia (i bersaglieri del battaglione “Mussolini”, ad esempio sono stati fatti prigionieri nella zona di Tolmino, mentre il battaglione costiero nella zona di Cal di Canale), compaiono anche 33 “domobranzi”, che non erano una formazione italiana, ma di sloveni inquadrati come “freiwillige” (cioè volontari) nell’esercito del Reich .

Troviamo anche 38 nominativi d’arrestati nella zona di Monfalcone, ed alla fine, dei “deportati civili” da Gorizia ci rimane un elenco di circa 200 nomi, dei quali, se leggiamo le qualifiche indicate, scopriamo che molti erano squadristi, funzionari del Fascio e gerarchi, alcune donne erano
ausiliarie della contraerea (quindi militari da ogni punto di vista), altri ancora collaborazionisti con la polizia nazista e via di seguito tutti soggetti alle leggi di guerra e per questo imprigionati ed in quanto nemici passibili di morte.

Un discorso a parte va fatto per i carabinieri indicati nell’elenco: ricordiamo che l’Arma dei Carabinieri fu sciolta, nell’Adriatisches Küstenland, per ordine dei comandi germanici, con decorrenza 25 luglio 1944.

I carabinieri furono quindi inquadrati in altre formazioni collaborazioniste: generalmente nella Milizia Difesa Territoriale, cioè il corrispettivo della Guardia Nazionale Repubblicana della Repubblica di Salò.

Altri carabinieri furono inquadrati negli organismi di polizia (sempre soggetta al comando germanico), tuttavia mantenendo una relativa autonomia soprattutto nei piccoli centri, però i carabinieri che si rifiutarono di essere inquadrati nelle formazioni militari soggette al Reich, perché ritenevano ancora valido il proprio giuramento di fedeltà al Regno d’Italia, furono deportati nei lager germanici dove molti persero la vita.

Ovviamente queste precisazioni non cambiano il senso del dramma patito dalle popolazioni di queste terre, soprattutto dalle famiglie dei deportati che non hanno mai saputo quale fine abbiano fatto i loro congiunti; tuttavia una cosa è certa, almeno a mio (ma non solo) parere, la responsabilità di tutto questo è attribuibile al fascismo e della monarchia, per l’aver da prima tentato la nazionalizzazione di sloveni e croati, poi puntato al loro annientamento attraverso l’aggressione militare in alleanza con i nazisti, queste precondizioni hanno prodotto un concatenamento di fatti, di volta in volta più terribili e sanguinosi, ai quali nessuna parte s’è sottratta.

In fine riguardo le liste dei deportai, come fatto di due redattori c’è il dubbio sul come siano state pubblicate e il perchè siano state consegnate alla signora Morassi in quanto figlia di un deportato, che a sua volta le ha consegnate alla Prefettura, la quale le ha trattenute per circa tre masi e fatte pubblicare alla vigilia delle elezioni.

Monfalcone, 12 luglio 2006

Alessandro Perrone

Organizzazione che vince non si cambia: è andata così in scena la seconda edizione de “La Storia in testa”, con la stessa voglia dell’anno passato di dare adito a dibattiti e incontri, quest’anno sul tema degli Imperi. La storia vista quindi non come l’ennesima lista di fatti e date, ma l’occasione di capire ciò che la storia rappresenta e che ci potrebbe insegnare, se solo fossimo più accorti nel saperla analizzare. Un insieme di ideologie, il supporto di culture, la descrizione linguistica, il rapporto tra civiltà: questa è la base dell’“Impero”, parola chiave dell’evento. Più volte si è ripetuto nella storia, la quale rappresenta un ciclo perché, per la sua eterogeneità, si basa sull’imitazione e spinge anche i più piccoli stati a sgomitare tra i ranghi per forgiarsi di tal nome. Inutile cercare scusanti: la competitività è una caratteristica umana, non ci si può tagliare fuori, al contrario si finirebbe per atrofizzarsi nelle proprie convinzioni, quando queste sono mutevoli. La competitività è anche un modo di mettersi alla prova, un modo di criticare ed autocriticarsi. In questo l’Impero è la capacità dell’uomo di creare un mondo intorno alla sua ideologia e alla sua cultura, anche negli aspetti più cinici che queste possono avere, finché il suo corpo è sano. Appena viene meno l’organizzazione, vi è il declino. Dallo studio del passato si guarda avanti al futuro: cambiano i nomi ma la sostanza è la stessa. Dice il prof. Kennedy, direttore del Dipartimento di Studi Strategici della Yale University: «se gli Stati Uniti si comportano come un Impero e i loro intellettuali li considerano tale, allora probabilmente lo sono», presagendo che in questa bilancia di forze, quella economica e politico-militare della Cina avrà la meglio prossimamente (nulla di nuovo!). In più di una occasione viene menzionato il sogno italiano di Impero che Mussolini aveva percepito e realizzato anche attraverso l‘occupazione yugoslava, nonostante tale argomento sia ancora una ferita aperta a Gorizia. Nell’ideologia fascista confluivano le necessità soprattutto di consolidare la Nazione Italia e ottenere prestigio e peso specifico nelle trattative europee ed internazionali. L’idea dell’Adriatico quale “lago italiano” nasce da questi presupposti. La caduta del fascismo e la guerra civile hanno significato poi l’esatto opposto: disgregazione nazionale. Da allora abbiamo smesso di sognare un ordine “imperiale”, che al giorno d’oggi  vorrebbe dire riprendersi quel primato internazionale che per molto tempo ci è appartenuto e che ultimamente è invece sbeffeggiato da tutti: il primato culturale. Una conferenza tenuta dal prof. Dorfles sabato scorso sui mezzi di comunicazione ne è stata l’avvertimento: senza la lettura, lo studio e l’approfondimento, senza una comunicazione epurata dal suo materialismo e con l’utilizzo invece della tecnologia per raggiungere un fine, e non come uso fine a se stesso, allora potremmo ripartire da una base critica e forse dare concretezza al nostro sogno, al nostro Impero.

Edoardo Buonerba

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