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È pomeriggio quando lasciamo Milano alla volta del Piemonte. Un intenso week-end eno-gastronomico tra il Monferrato, le Langhe e la Valsesia, per assaggiare quel che quest’angolo d’Italia ha da offrirci. Lasciate alle spalle Pavia e Voghera, ci troviamo immediatamente in una distesa che i colori autunnali ed il grigio delle nuvole rendono di un fascino romantico. I campi si susseguono ordinati, punteggiati qua e là di campanili di mattonato rosso. Superata Alessandria il paesaggio si fa più movimentato, l’autostrada segue il corso del Tanaro che inizia ad insinuarsi tra le colline, dove riso e grano lasciano spazio ai vigneti: è il Monferrato. Camminando per le vie di Asti si è avvolti da un’atmosfera risorgimentale dal sapore sabaudo: via Quintino Sella, via Massimo D’Azeglio…la grande piazza triangolare è intitolata a Vittorio Alfieri, come pure il Teatro Comunale ed il corso principale della città. (nato proprio ad Asti, il drammaturgo è praticamente una gloria cittadina). Eleganti palazzi tra i quali si ergono le chiese e le torri a mattoncini, lasciano il posto a vie d’improvviso più degradate.

Proseguiamo verso sud, in direzione di Alba e delle Langhe. I castelli e le tenute dell’antica nobiltà di susseguono in cima alle alture ricoperte di vigneti e noccioleti. Qua e là minuscole frazioni, vecchie case agricole ora trasformate in agriturismi. Alcune sono spruzzate di neve, mentre all’orizzonte il bianco dell’arco alpino ci circonda e si fa più scuro con il tramonto, confondendosi con il cielo. La cena è un omaggio al gusto: i vini, i formaggi, il tartufo, le nocciole. L’agriturismo, ricavato da una dimora agricola del Settecento, è un capolavoro di eleganza e di charme. L’indomani saldando il conto mi attardo a cercare una monetina da 2 euro nelle tasche (102 euro una notte in doppia), “Non si preoccupi!”, la proprietaria mi sorride e dribbla abilmente il taccuino delle fatture porgendomi una bottiglia di Barbera d’Asti della casa. In fondo tutto il mondo è paese…

Torniamo in strada in direzione Nord, alla volta di Vercelli e della Valsesia. C’è ancora il tempo per una sosta a Alessandria e Casale Monferrato. Siamo nel mezzo di quello che fu il triangolo industriale, a ricordarcelo ci sono veri e propri reperti di archeologia industriale. Vecchi capannoni industriali di mattoni ora inglobati nel centro cittadino di Casale, mentre i tricolori con la scritta “Eternit: Giustizia” appesi alle finestre ricordano la triste vergogna della fabbrica che qui produceva amianto. Il Piccolo di Alessandria (quotidiano locale!) si interroga invece sulla dismissione-riconversione dell’immenso scalo ferroviario della città, ormai in abbandono. Vestigia di un passato lontano?

Giungiamo infine sulle rive del fiume Sesia. Superati i distretti industriali della lana e della rubinetteria (questi sì! Ancora ben attivi!), ci addentriamo nell’alta Valsesia. Piccoli paesi come di gnomi si aggrappano sulle pendici delle montagne, che si fanno più ripide laddove il fiume ha formato una gola nel corso dei secoli. Alcuni sono veri e propri villaggi, raggiungibili solo a piedi attraverso un ponte pedonale che oltrepassa il fiume e li congiunge alla strada statale. Proseguendo lungo il fiume si giunge fino alle pendici del Monte Rosa, con Alagna ed gli impianti sciistici. Sono queste le valli padane armate dalla Lega Nord? Più a valle c’è Varallo, con il Sacro Monte, un complesso di quarantacinque cappelle ed una basilica eretto alla fine del Quattrocento e dichiarato nel 2003 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. All’ingresso della cittadina un cartello ci avverte che per ordinanza del Sindaco (non serve dirlo, il Sindaco e Deputato leghista Gianluca Buonanno) “Su tutte le aree pubbliche vietato l’uso di burqa, burqini e niqab, vietata l’attività a “vu’ cumprà” e mendicanti”.

Da Varallo una strada una strada provinciale lungo il corso del Mastallone conduce a Rimella, a 1182 metri d’altitudine. Il paese, che conta attualmente 134 abitanti, fu fondato nel XIII da popolazioni walser (di ceppo tedesco) che, approfittando dell’aumento delle temperature terrestre verificatosi tra l’800 ed il 1300 d.C., erano scesi dalla Svizzera valicando l’arco alpino. Nei secoli successivi l’abbassamento delle temperature, insieme all’assenza di qualunque tipo di collegamento carrozzabile, costrinsero Rimella ad un pressoché totale isolamento. Gli abitanti di sopravvissero nei secoli in completa autarchia, mantenendo livelli di sviluppo culturale e sociale altissimi (nell’Ottocento l’analfabetismo era più basso della media del Piemonte e nel paese vi erano numerosi medici e notabili, un museo ed una biblioteca). Un forte senso comunitario si è cementificato intorno alla condivisione della fede cristiana e della lingua walser: il Tittschu. Ancora parlata dalla gente del luogo, essa è tra le più antiche lingue germaniche conservate al mondo, e proprio per questo ha attirato l’interesse di storici e linguisti. Dal lavoro di questi studiosi e dalla riscoperta della propria cultura sembra che il Comune di Rimella sia voluto ripartire negli ultimi anni, con la creazione di un Centro Studi Walser e la pubblicazione di numerose opere per fare chiarezza sulla propria storia, a tratti ancora oscura.

Il microcosmo perfetto di Rimella non sopravvive infatti al secondo dopoguerra e all’emigrazione di massa. Allo sguardo superficiale di pochi giorni spesi a zonzo tra Valsesia, Langhe e Monferrato, sembra quasi che Rimella come Asti, Alessandria come Casale Monferrato, stiano faticosamente rimarginando le ferite di duri anni di cambiamento. Ed il Piemonte?

Attilio Di Battista

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È ancora possibile un regime totalitario nel cuore dell’Europa democratica nel XXI secolo?

La risposta, neppure troppo sorprendente, sembra proprio essere si. E forse non era necessario Dennis Gansel e il suo film “L’Onda” (Die Welle) a ricordarci quali sono i presupposti e le modalità per l’avvento di una degenerazione autoritaria, anche se molto sembra essersi perso nel passato: con a capo un leader carismatico, addomesticati al potere e alla disciplina del branco, rinchiusi nella corazza della camicia bianca, un gruppo di giovani allievi tedeschi sperimenta, tra i banchi di scuola, la nascita del regime, il fascino della dittatura.

Si inizia con la teoria: disoccupazione, ingiustizia sociale, inflazione, insoddisfazione politica e nazionalismo, queste sono le basi, questi i presupposti, il terreno fertile per l’ascesa al dominio incontrastato, più o meno cosciente. Non basta, agli scettici studenti la teoria puzza di vecchio, di sentito e letto nei polverosi libri di scuola, c’è bisogno di andare oltre, di osare ancora, di superare il sottile confine tra sperimentazione e immedesimazione. Inizia il gioco delle parti, tutto prende forma. Poche regole, una divisa e alcuni gesti comuni identificano i membri dell’Onda. La razza, la religione, il successo entro e fuori le mura scolastiche non contano, l’Onda abbatte le barriere, supera le amicizie collaudate, rende tutti uguali. L’altro, il diverso è chi vive fuori dal movimento. Per i giovani studenti, tutto ora ha un senso, tutto ha uno scopo, fino alle tragiche conseguenze.

Film forse troppo “didascalico” nel suo svolgersi, ma spettacolare e coinvolgente nei suoi 100 minuti di pellicola. Il Der Spiegel lo ha definito uno dei piu importanti degli ultimi anni per la sua lucida descrizione del potere fascinatore del totalitarismo. Un pugno nello stomaco. Se crediamo che gli autoritarismi siano solo un ricordo del passato, sia per la nostra giovane Europa che per il Mondo intero, prepariamoci ad essere i nuovi perdenti.

L’Europa, la nostra cultura europea, ha in questo molto da insegnare ai nostri cugini d’oltreoceano, in questo, emblematico, è come le esperienze di Hiroshima e Nagasaki, il razzismo e la violenza non abbiano lasciato un senso di colpa nella coscienza del popolo americano paragonabile alle responsabilità che pesano e continuano a pesare sul popolo tedesco ed europeo per dei crimini come i genocidi e le lotte civili dell’ultima guerra mondiale.

La domanda per tutti più ovvia: nella nostra Italia e soprattutto nella nostra università italiana e, perché no, nella nostra confinata Gorizia, può prendere avvio un’escalation di questo tipo? A voi l’ardua sentenza! certo è che l’Italia non è certo il Paese più libero, ma qui si smentisce lo stesso concetto di democrazia e di libertà come condizione necessaria perché una ricaduta totalitaria non avvenga; Noi crediamo che la democrazia sia solo il punto di partenza, non la meta. Fino a quando ci sarà una presunta libertà, una ipotetica democrazia, ma mancheranno, giustizia sociale, distribuzione adeguata delle risorse e accesso per tutti ai servizi più indispensabili, finché ci sarà corruzione, limitate possibilità per ottenere un’adeguata istruzione e preparazione scolastica, finché mancherà il diritto per tutti al lavoro e ad un lavoro umano..mancherà non solo la Democrazia, ma anche verrà meno il concetto moderno di Stato! Come si può creare l’Europa Unita, come si può “esportare” la Libertà nel Mondo se Noi stessi abbiamo solo un’idea teorica di cosa sia veramente?  La nostra Italia, l’Italia che si arrabatta, che cerca di tirare avanti, questa Italia, questa volta, è destinata a soccombere.

E noi studenti? A noi il compito più arduo, capire e far capire che solo con la cultura, con una coscienza ed un’autocoscienza possiamo definirci veramente liberi. Un piccolo pezzo di questa libertà l’anno già conquistata prima di noi nei secoli passati, ora a noi la sfida più difficile.

Francesco Plazzotta
francesco.plazzotta@sconfinare.net

Il 20 dicembre ricevo un regalo di Natale un po’ in anticipo. Squilla il telefono e una simpatica signorina mi comunica che sono atteso per uno stage dal 1 febbraio al 29 aprile a Kuala Lumpur, in Malaysia. Avevo quasi dimenticato di aver fatto domanda per quello stage, era passato più di un mese, ma ogni tanto mi stupisco di come la burocrazia riesca a compiere il suo percorso.
Non vi racconterò delle 22 ore di viaggio (so che ci vuole di più per arrivare in Puglia…) sarebbe come raccontare frammentati ricordi tra un colpo di sonno e un altro: inutile. Piuttosto vorrei descrivervi la vita a 3 gradi Nord dall’equatore. Ovviamente il clima è quello che noti appena abbandonata l’atmosfera protettiva dell’aria condizionata dell’aeroporto: 35 gradi e almeno l’80% d’umidità tutti insieme all’apertura della porta scorrevole (un po’ come i pinguini della vecchia pubblicità della Halls, al contrario). Per intenderci sono partito un attimo prima che arrivasse in Europa quell’incredibile settimana di freddo, chiusi aeroporti (partito appena in tempo da Londra), strade e autostrade.
Mi rendo conto solo ora che sono passate circa 6 settimane. Ho appena passato la metà del mio periodo qui, e mi rendo conto di come il tempo sia volato. Intendiamoci: non illudetevi, come ho fatto per un attimo io, che troverete tutto facile e pronto. Le difficoltà sono state tante e non nascondo il fatto di aver più volte ripensato alla mia decisione di essere partito. Fortunatamente il mondo è diventato più piccolo con internet e skype e posso dire di aver ricevuto un incredibile sostegno da chi avevo lasciato in Italia. (Grazie)
L’ente ospitante è l’Istituto italiano per il Commercio Estero (ICE): una sezione staccata dell’ambasciata italiana per la promozione del commercio con l’Italia. Un ufficio piccolo (uno staff di 7 persone) ma al 18esimo piano di un palazzo in pieno centro a due passi e con panorama sulle Petronas Tower. Confesso di non essere ancora andato a visitare l’ambasciata quindi non posso ancora descrivervi la villa con giardino immersa nel verde. Sarà per il prossimo articolo, promesso!
Posso dire che Kuala Lumpur riassuma completamente la Malaysia in una ‘piccola’ città (1,5 milioni di abitanti) rispetto alle altre capitali del mondo. Qui troverete tutti i contrasti e il multiculturalismo di questo stato. La religione ufficiale è l’Islam; considerate dunque di vedere un minareto in ogni angolo della città. Perlomeno per i primi giorni considerate anche di venire svegliati dal canto dei muezzin. Lo stile dei nuovi palazzi o di qualche casa tradizionale ha ovunque dei richiami simbolici islamici (anche l’architettura delle stesse Petronas Tower, orgoglio Malaysiano nel mondo, non fa eccezione). Ma se la società musulmana rappresenta una importante percentuale (53% in calo) di tutta la Malaysia, non può rappresentare da sola questo paese. Le minoranze cinesi e indiane ad esempio contribuiscono in ogni aspetto culturale: la cucina, le usanze, le religioni e le festività, la lingua e lo stile di vita.
La cucina è stata nominata per prima e non è un caso. Ho cercato, da quando sono qui, di evitare il più possibile tutto quanto non fosse malesiano: posso dire finora di aver provato 12 tipi di cucine diverse, ma non essere ancora andato in un ristorante italiano o in un fast food. Confluiscono qui tutte le tendenze culturali di tutto il sudest asiatico: cuochi dall’India, Bangladesh, Birmania, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Filippine saranno lieti di infuocare il vostro palato con tutti i tipi di spezie esistenti sulla terra. Preparatevi inoltre a gustare gli infiniti piatti mediorientali, dal Libano all’Iran. Ognuno trova qui in Malaysia il suo posto.
Ad oscurare tutto questo arcobaleno di culture e religioni resiste ancora un governo non completamente democratico, una censura che permea ogni aspetto della società, una corruzione largamente praticata e alcuni elementi di razzismo nei confronti delle minoranze (peraltro più ricche e più laboriose rispetto ai Malaysiani ‘doc’). Mi soffermo sulla censura perché immediatamente visibile. Ho detto una censura presente in ogni aspetto della società ed avete modo di notarlo sopratutto nei luoghi pubblici: ad esempio le coppie (sposate e non, di qualunque età) non possono compiere “dimostrazioni affettive” (per intenderci baciarsi o tenersi per mano) nei luoghi pubblici. Finché si parla di ragazzi che si imboscano nei parchi può starci, ma la vera questione è che si fanno multe (e si rischia la reclusione) se un uomo e una donna passeggiano tenendosi per mano o se si salutano con un bacio. Improvvisamente tutto perde un po’ di colore in questo arcobaleno culturale. Secondo queste disposizioni ogni cosa deve rispettare questa regola, dunque non troverete un bacio in un film, le scene vengono proprio tagliate e tutto ciò che possa rappresentare una carezza oltre l’avambraccio non verrà mai trasmesso in tv (durante una parolaccia salta semplicemente l’audio).
Il risultato di queste norme? La polizia religiosa (sì, avete letto bene) effettua di tanto in tanto raid negli alberghi in occasione di ‘festività’ potenzialmente pericolose (S. Valentino… una festività terrorista!) per beccare le coppie di giovani Malaysiani in flagrante. Chi vuole invece vedersi e gustare completamente un film non farà altro che recarsi nelle affollate vie di Chinatown e comprare per pochi centesimi di euro gli ultimi film ancora al cinema. E che messaggio credete che passi nella mente della gioventù malesiana se si censura ogni dimostrazione di affetto, mentre le scene di omicidio, guerra e violenza vengono trasmesse integralmente?

Diego Pinna
Diego.Pinna@sconfinare.net

“La domenica delle salme non si udirono fucilate: il gas esilarante presidiava le strade. La domenica delle salme si sentiva cantare: quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”. Così cantava Fabrizio De Andrè, all’indomani della caduta del muro di Berlino, ne La Domenica delle Salme, la sua canzone civile più famosa. Nei giorni scorsi, i giorni dell’attacco israeliano a Gaza, questa canzone mi è tornata improvvisamente in mente. Il fatto è che guardi alcuni telegiornali italiani nei momenti di apice della crisi nella Striscia, e scopri che tutti hanno ben altre priorità nelle notizie. Si parla del gelo (?), della neve a Milano, dei saldi maistaticosìsaldi, del Grande Fratello 9 che finalmente ricomincia, e chi più ne ha più ne metta. Ma di ciò che succede in Medio Oriente, per fare un esempio, neanche un cenno. E quando un cenno c’è, non ti aiuta a capire, ma si tratta solo di una dichiarazione di tifo per una delle due parti in lotta, come se si trattasse di una partita di calcio. Allora, mi sono reso conto di quanto De Andrè avesse ragione: la nostra è una società del disimpegno, del divertimento ad ogni costo. Siamo anestetizzati da un continuo brusio di fondo; ci sentiamo informati su tutto, e in realtà non siamo informati su niente. In questa situazione, è importante che ognuno di noi faccia il possibile per mantenere vivo un dibattito costruttivo. E’ un’operazione difficile, che costa tempo e fatica, senza dubbio. Nessuno nega che sia molto più facile lasciarsi trascinare dal flusso, prendendo ciò che ci viene offerto in abbondanza, senza farsi troppe domande. Ma è un atteggiamento che, per noi di Sconfinare, sarebbe poco dignitoso. Ecco perché cerchiamo di fare “opposizione costruttiva”: nel nostro piccolo, cerchiamo di sollevarci dal cicaleccio continuo che ci circonda, per parlare con voce chiara. Non è detto che ce la faremo, ma intanto ci proviamo, e cerchiamo di migliorarci numero dopo numero. In questo nostro ambizioso tentativo, voi lettori siete imprescindibili; se riusciremo a fare qualcosa di buono, sarà soprattutto grazie a voi che ci seguite con attenzione e interesse. Buona lettura!

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Il sole stava iniziando placidamente a tingere di rosso la semplice superficie della scrivania.

Sopra vi si trovavano un computer, una lampada, un portapenne ed un paio di foto, bordate da cornici di metallo.

In una, c’era una famigliola sorridente, circondata dal magnifico panorama del Gran Canyon: Papà, Mamma e 2 fratellini; nell’altra, una bellissima ragazza dai capelli scuri, la pelle chiara, ed il volto concentrato ad osservare qualcosa di non visibile nell’inquadratura. Paolo ricordava bene quello che Bianca stava osservando e si ricordava pure la meraviglia che si nascondeva dietro quegli occhiali da sole che le aveva regalato per il suo compleanno: si trovavano a Sidney, in viaggio di nozze. La foto l’aveva scattata lui stesso. Era la sua preferita, tra le migliaia che aveva scattato nei suoi viaggi. Lei era così perfetta in quella espressione, carpita in un istante.

La teneva in ufficio perché lo sosteneva nei momenti di stanchezza. Lo consolava e gli ridava forza pensare alla fortuna di aver sposato una donna così bella, sia esteriormente che interiormente. Sorrise, e riprese a lavorare. Doveva fare in fretta: il fioraio chiudeva alle sei quel giorno, e lui non poteva certo permettersi di tornare a casa senza fiori il giorno del loro primo anniversario di matrimonio! Finì di lavorare quando il sole ormai era già tramontato, ed era rimasta solo la pallida luce del crepuscolo a schiarire il blu cupo del cielo. Sceso in strada, si affrettò per andare dal fioraio: aveva ordinato un grande mazzo di rose rosse.

Prese la macchina e cercò di sbrigarsi ad andare a casa, malgrado il traffico – così, pensò, sarebbe forse riuscito anche a farle trovare la cena pronta e la tavola apparecchiata. Parcheggiò la macchina in garage al solito posto. Ottimo, Bianca non era ancora rientrata. La sorpresa sarebbe riuscita alla perfezione! Aprì la porta di casa, prese un vaso pieno d’acqua e mise in bella vista sul tavolino dell’ingresso il suo prezioso dono per lei. Poi, accese la radio e si mise a preparare la cena.

Guardò fuori dalla finestra e vide che una candida luna piena irradiava di luce argentea tutto il cielo.

Aveva un’eccitazione addosso che sembrava muoversi sotto pelle, come un brivido emozionante. Tutto gli diceva che quella sarebbe stata una notte speciale!

La musica alla radio fu interrotta dalla voce dello speaker che annunciava il radiogiornale delle sette e mezza:

<< Il portavoce della Sintec – Donald Johnson – società per azioni leader del settore chimico, ha dichiarato il fallimento a seguito della recente crisi che sta coinvolgendo il paese dal Settembre scorso. Sono stimati più di 6’000 disoccupati tra operai e manager d’impresa. Passiamo ora ad altre notizie…>>

Paolo si tagliò mentre puliva il pesce: la sua mano aveva tentennato.

All’improvviso, quella magnifica sensazione che correva sotto pelle si congelò, rompendosi in una nube di ghiacciato smarrimento. C’era anche lui in mezzo a quei 6’000 operai e manager d’impresa:

era rovinato!

No, non poteva… non poteva essere… non a lui!

Perché? Perché a lui, che aveva abbandonato amici e famiglia per andare a lavorare in quel paese lontanissimo e che si era sacrificato in tutti i modi più umilianti per diventare qualcuno ed arrivare ad ottenere quella posizione di prestigio all’interno dell’azienda?

L’unica risposta che poté darsi fu una bestemmia soffiata tra i denti.

La rabbia lo assalì d’un tratto. Andò in soggiorno e, con un colpo secco, calciò il comodino, facendo cadere la lampada che c’era appoggiata sopra. Questo però non lo sfogò minimamente. Fiondatosi sul divano, prese uno dei cuscini e lo scagliò senza riflettere. Subito dopo agguantò l’altro e lo stracciò, strappando via con gusto sadico il suo interno – quasi come se fossero interiora umane. Lasciò cadere la sua preda e, sconvolto, si avvicinò alla porta finestra.

Doveva assolutamente prendere una boccata d’aria.

Tutto aveva perso di lucentezza – perfino la luce della Luna aveva perso il suo colore argentato, sostituito da un onnipresente grigio pallido.

Che mondo infame: fino a qualche attimo prima sentiva di poter toccare il cielo con la punta delle dita ed ora, si ritrovava completamente immenso nel fango!

Aprì la porta per andare in terrazzo.

Respiro dopo respiro, la rabbia era lentamente scemata via. Una nuova domanda si affacciò: cosa ne sarebbe stato di lui?

A questa domanda seppe rispondersi: il giorno dopo sarebbero stati tutti chiamati dal capo per ricevere la propria condanna inviata via fax da Seattle.

Lacrime di disperazione si fecero strada nei suoi occhi: non voleva… non voleva ricominciare tutto dall’inizio, no!

Scrivere il curriculum e poi, girare tutta la città più e più volte, senza la benché minima speranza di trovare un posto buono almeno la metà di quello che aveva perso. Si sarebbero dovuti trasferire ma… con che soldi?

Giusto un mese fa avevano deciso di comperare quella casa così bella e costosa, spendendo tutti i loro risparmi e aprendo un mutuo con la certezza che, grazie alla promozione di qualche mese prima, lui sarebbe riuscito facilmente a pagare ed invece… altro che trasferirsi: con i miseri ricavi di Bianca si sarebbero potuti sì e no permettere una squallida stanza in un motel!

Di lì a poco un problema ben più grave attirò la sua attenzione: come avrebbe fatto a dirlo a Bianca?

Tommaso Ripani

L’economia, si sa, è una scienza triste. Una scienza in cui le previsioni hanno il potere di determinare i fatti; ciò vale, con conseguenze anche maggiori, anche nei casi in cui proprio le previsioni sono impossibili da formulare, ed il mercato brancola nel buio dell’incertezza. Proprio di questo sembra essere malata oggi l’economia mondiale: di incertezza. Ciò a cui oggi assistiamo è il sovrapporsi di un’instabilità economica e di una finanziaria, che si intrecciano in uno scenario geopolitico instabile, rendendo la situazione sempre più difficile da decifrare.

A partire dagli anni ‘80 abbiamo assistito ad una progressiva finanziarizzazione dell’economia, facilitata dalla deregulation, che ha trovato nuova linfa nei successivi accordi internazionali di libero scambio. Le grandi imprese occidentali hanno accumulato guadagni da capogiro delocalizzando la produzione e commerciando su scala mondiale, ma questi profitti non sono stati reinvestiti nel circuito produttivo dell’economia reale (ricerca, produttività…) ma nei mercati finanziari di tutto il Mondo, i cui indici sono cresciuti anche quando l’economia procedeva piuttosto lenta, con i gruppi bancari che hanno raggiunto i profitti più alti della storia.
Quando nel 2001 la Cina è entrata a far parte del WTO questo processo ha subito un’ulteriore accelerazione. I risparmi forzati di 1.300.000.000 cinesi si sono riversati sui mercati internazionali, finanziando il debito (soprattutto) degli Stati Uniti a tutti i livelli: dal debito al consumo a quello pubblico (ci sono anche economisti secondo cui gli americani sono stati costretti a diventare un popolo di scialacquatori per riassorbire la liquidità e i prodotti in arrivo dall’Asia, a favore dell’economia mondiale). Il governo di Pechino, infatti, oltre ad accumulare riserve in dollari per 1400 miliardi grazie ad una bilancia commerciale favorevole, ha investito il risparmio cinese in Buoni del Tesoro americani, finanziando così il debito dell’amministrazione Bush (e la guerra al terrorismo).

Questa liquidità riversatasi nei mercati finanziari doveva comunque moltiplicarsi, problema risolto con la “finanza creativa”: hedge funds, mutui subprime, derivati…obbligazioni rimpacchettate più volte per spargere il rischio ed aumentare i guadagni…

Negli ultimi 5-6 anni si può dire che la bolla speculativa finanziaria aveva trovato nel mercato immobiliare americano la propria contro-parte nell’economia reale. Mi spiego: in seguito alla recessione americana del 2001, Alan Greenspan aveva avviato una politica di bassi tassi d’interesse per riavviare l’economia americana; così ha però creato una bolla immobiliare in cui i prezzi delle case crescevano costantemente e al di là d’ogni ragionevolezza. Grazie al basso costo del denaro, alla quantità di liquidità sul mercato e al valore sempre crescente delle case, le banche hanno concesso anche mutui ad alto rischio a persone con poche garanzie: i mutui subprime. Un americano poteva dunque chiedere un prestito a tassi bassi (ma variabili) ponendo a garanzia un immobile con un valore di mercato gonfiato dalla bolla.

I nodi sono venuti al pettine quando la Fed ha iniziato a rialzare i tassi: da un lato il mercato immobiliare si è raffreddato e i prezzi scesi, dall’altro il tasso d’interesse di tutti i mutui a tasso variabile (sub prime compresi) si è alzato. Chi aveva un mutuo si è dunque trovato a pagare di più, con un immobile di garanzia che valeva sempre meno. Questo ha avviato un circolo vizioso conclusosi nel momento in cui migliaia di cittadini americani non sono riusciti a ripagare il proprio debito e, poiché le sue garanzie avevano perso valore, la banca non è riuscita a riavere i soldi indietro, con perdite a catena e non ancora quantificabili in tutto il mercato finanziario, tanto più perché i mutui sub prime erano stati impacchettati più volte non solo negli hedge funds (i fondi ad alto rischio), ma anche in fondi apparentemente sicuri.

Il rischio che si temeva (e che per il momento pare scampato) era quello di un contagio nell’economia reale: il cosiddetto credit crunch (la contrazione del mercato del credito ad investitori e consumatori) o addirittura l’insolvenza di decine di banche. Questo sembra non essere accaduto però non solo grazie ai profitti con cui le banche sono arrivate alla crisi e alle iniezioni di liquidità delle banche centrali, ma anche grazie all’intervento dei Fondi Sovrani d’investimento dei paesi emergenti, che anche a causa del dollaro debole sono stati ben lieti di investirli in colossi come Citibank i soldi accumulati con le esportazioni.
Con il dollaro debole veniamo all’economia reale. Ancora gli economisti s’interrogano su quanto ci sia di fisiologico e quanto di strategico nella debolezza della valuta americana. Fino e 3 anni fa lo yuan cinese era agganciato al dollaro e ciò gli impediva di rafforzarsi come avrebbe dovuto, continuando a favorire le esportazioni verso gli USA. Dopo forti pressioni Washington ha ottenuto un sistema di oscillazione che permette alla valuta cinese di apprezzarsi lentamente; un dollaro così debole accelera questo processo e insieme alla contrazione dei consumi ha effettivamente riportato il deficit commerciale americano con la Cina ai livelli del 2006 (il deficit complessivo è invece sceso ai livelli del 2003).

Contemporaneamente però i prezzi delle materie prime sono ai livelli più alti di sempre. Il greggio costantemente al di sopra dei 100 dollari (andante verso i 200?) ed i generi alimentari quotati  50-100% in più di un anno fa sono uno shock non indifferente per l’economia, che anzi ha resistito sin troppo bene (con il PIL USA a +0,6% nel primo trimestre). Gli aumenti sono in gran parte dovuti alla domanda crescente in arrivo dai paesi emergenti, alle scorte in diminuzione ed al dollaro debole (in cui sono vendute tutte le materie prime), ma anche a speculazioni in atto sul mercato dei futures.

Il mercato energetico delinea poi sempre maggiore incertezza anche da un punto di vista geopolitico, con la Russia che punta ad una politica di potenza grazie agli idrocarburi, la Cina aggressiva in Africa ed i Paesi dell’OPEC che nei prossimi anni arriveranno a commercializzare una quantità di petrolio maggiore di quella delle ex-7 sorelle occidentali, i cui giacimenti nel mare del Nord, Alaska e Golfo del Messico si stanno esaurendo.

Nel mercato finanziario nulla fa ancora pensare che il peggio sia passato: le perdite per le banche dai mutui subprime sono previste tra i 1000 ed i 1300 miliardi di dollari, ma a tutt’oggi ne sono emersi solo poco più di 300.

Sul fronte dell’economia il famoso decoupling (sganciamento delle economie del resto del mondo da quella americana) non c’è ancora stato e un rallentamento dell’economia USA si rifletterebbe in primo luogo sui paesi emergenti, che negli ultimi anni sono stati il motore della crescita mondiale. La BCE intanto è sempre più in difficoltà nello gestire un’inflazione galoppante senza reprimere una crescita in calo, tanto più se all’interno dell’Unione permangono disparità tra una Germania che non accenna a rallentare, una Spagna in caduta libera (da oltre il 3 al 1,5-2%) ed un’Italia praticamente ferma. Il sistema produttivo europeo è stato comunque costretto negli ultimi anni ad aumentare la sua competitività a causa dell’euro forte, mentre quello americano si è adagiato sull’aiuto di una moneta debole.
Proprio sul fronte monetario, infine, ci si chiede se questo sia l’inizio di un Bretton Woods III (ufficiale come il I o ufficioso come il II?) che possa garantire una maggiore stabilità delle valute o se sia solo un passaggio strategico. O forse entrambi. Del resto, come sempre accade di fronte ai grandi sconvolgimenti, tutta la dottrina economica e la stessa globalizzazione (che comunque ha permesso di spostare grosse fette di potere politico-economico) sono state frettolosamente messe sul banco degli imputati, e si rischia di non distinguere un fenomeno dalla sua degenerazione.

E poi ancora l’Iraq, l’Iran, l’Islam, l’UE, la Russia, i fondi sovrani d’investimento attraverso cui i paesi del Golfo e la Cina stanno acquistando “pezzi di economia occidentale”…gli interi assetti geopolitici del mondo si stanno riassestando. È un’incertezza endemica quella che affligge questo nostro villaggio globale…perché meravigliarsi di una crisi economica?

di Attilio Di Battista

La Signora si è messa in tiro. Nella preparazione dell’evento, forse perchè i portoghesi stessi conoscono i loro ritmi, ci si è presi un pò in anticipo. Il Natale, questo evento, si è presentato nella mente della gente, forse anche un pò nei portafogli di chi la città la vive, con un pò di anticipo. Il 25 di ottobre, per l’esattezza, si cominciavano a montare queste palle colorate un pò dappertutto, con l’incertezza degli occhi scrutatori se si stesse organizzando una parata omosessuale o magari la più vicina festa dei Santi. Santi un pò contemporanei. Invece, come le formiche in periodo estivo, i lisboneti si preparavano al Natale, alle onde di turisti, mascherando la città dietro milioni di luci, lucette, lampadine. Angeli, croci e stelle. In ogni piazza e nelle vie. Un mese dopo, a uno preciso dal compleanno più famoso del mondo, si sono accese le candeline. Dietro, la volontà di illuminare, di far risplendere di colori forti la città, perchè per due mesi bisognerà coprire di un manto di velluto la malinconia, il malessere. Perchè in fondo non è un pò l’immagine di ognuno quella che viene fuori dal tutto? difficile argomento da far capire a certe persone. Ma è il fermento che invece tiene alto il valore di quei dieci milioni spiccioli di portoghesi. Ma non c’è tempo di sospirare, non c’è tempo…che tutto risplenda! fino al giorno, ma che in fin dei conti non si può chiamare più giorno, ma stagione. Allora cos’è un Natale spalmato per due mesi? un cadavere sotto ad uno scialle di cachemire. L’occasione di ritrovo non è più dietro una tavola imbandita, ma nei reparti di un grande supermercato o dietro un massacro alimentare. Mi sembra che quest’onda continui a fare vittime, mi chiedo se nonostante il tanto parlare non finisca anch’io inevitabilmente, per farne parte. Lisbona si è spaccata in due in un mese, sottraendosi in tutto ciò che ha potuto salvaguardare finora. L’estetica vince sull’etica. Vado alla ricerca allora di ambienti piccoli. Non mi hanno mai deluso. E una volta di più, i miei occhi non faranno più caso a tanto barlume. La Signora è pronta.

Edoardo Buonerba

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