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La Valmarecchia giunta in sordina a segnare la storia del nostro paese

Quest’estate, 7 comuni d’Italia(Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello) sono riusciti ad ottenere quello che tanti avevano bramato ma che nessuno aveva mai ottenuto: la secessione. Il 29 luglio scorso, infatti, il senato ha approvato in seduta deliberante il Ddl che ha sancito il passaggio dell’Alta Valmarecchia in Emilia Romagna. Val …che? VALMARECCHIA: è una vallata dell’Italia centro settentrionale, che scende dall’Alpe della Luna, in Toscana, divisa nella parte centrale dalle Marche,ed arriva fino al mare Adriatico presso Rimini. O almeno così è stato fino a poco tempo fa. Tutto incominciò quando il “comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna” riuscì a riproporre ai sette comuni sotto le Marche il referendum – che ha avuto luogo il 17 e 18 dicembre 2006 – circa il passaggio di tutta la vallata dalla Provincia di Pesaro ed Urbino alla Romagna. L’83,91% dei votanti si espresse favorevole all’annessione. E si può facilmente capire il perché, vista la distanza geografica dal capoluogo, Pesaro. Posso io stesso testimoniare che, utilizzando le strade provinciali, il tempo di percorrenza per il tragitto Pesaro – Pennabilli è di circa 2 ore!Fortunatamente la mia era una gita di piacere ma chiunque altro avrebbe seri problemi se per necessità lavorative o di servizi dovesse recarsi frequentemente a Pesaro. E Rimini è lì a soli 30 minuti di distanza … il piatto della bilancia non poteva che pendere a favore dei favorevoli. Da ciò nascono altre opportunità – come la possibilità di poter usufruire di servizi sanitari superiori più prossimi – ma anche di natura economico. La provincia di Rimini, di recente creazione(1992), ha avuto fin ad oggi un territorio molto ridotto, occupato per la maggior parte dall’hinterland costiero. L’aggiunta dei sette comuni, nuovo ed agognato entroterra, non può che invogliarla a spostarvi i suoi investimenti, soprattutto a livello turistico, contrariamente alla provincia marchigiana che deve spalmare i suo fondi su un entroterra ben più vasto.

Ovviamente, i pareri delle giunte delle 2 regioni non potevano che essere completamente opposte: tanto l’Emilia-Romagna si è dimostrata entusiasta e sicura ad accettare l’annessione, quanto le Marche sono state titubanti e poco convinte nel rifiutare la secessione. Anche le motivazioni di tale rifiuto sono state alquanto misere e poco sostenute. La difesa dell’unità del territorio storico del Montefeltro non ha sortito alcun effetto – neutralizzato dalle contro risposte di coloro che sostengono che non solo la vallata del Marecchia, ma tutto il Montefeltro fosse da sempre storicamente Romagnolo – mentre la difesa del delicato equilibrio economico è stato quasi del tutto ignorata. Infatti, agli abitanti dei Sette l’idea di diventare l’unica fonte di turismo culturale del riminese fa troppo gola. Ma è proprio questo equilibrio che rischia di essere rotto: la mancanza di un turismo culturale locale che potesse coprire i giorni di mare “sprecati” per colpa del cattivo tempo, spingeva le agenzie turistiche del riminese ad organizzare eventi e gite nella provincia marchigiana. Ora con la molto probabile attrazione di questo genere di “tappabuchi” verso la sola Valmarecchia( ricca di magnifici paesaggi, paesini storici e rocche medievali) si rischia di assestare un grave colpo al turismo prevalentemente culturale di Pesaro ed Urbino.

Il 6 maggio di quest’anno la camera ha approvato il disegno di legge con la successiva approvazione del senato. Così, il 3 agosto 2009 i sette comuni dell’Alta Valmarecchia hanno segnato una parte importante nella storia della”Questione dei confini regionali”, fenomeno che coinvolge da tempo ormai tutta la Penisola.

Le prime avvisaglie si ebbero negli anni ’60, con il rientro di Trieste all’Italia e la formazione della Regione “Friuli-Venezia Giulia”. Nel progetto di creazione di una provincia del Friuli occidentale, infatti, il comune di Pordenone coinvolse i comuni del mandamento di Portogruaro – parte storica del Friuli – ma, sebbene la provincia di Pordenone nacque, per il Portogruarese non si ottenne alcun risultato . Ciò fu dovuto fondamentalmente a causa delle scelte del parlamento, desideroso al più presto di istituire la nuova regione ed accantonare, inoltre, un iter legislativo come quello del passaggio di regione,ancora non ben disciplinato.

La questione restò così assopita fino agli anni ’90, quando nella zona iniziarono a formarsi i primi comitati popolari che chiedevano l’annessione al Friuli-Venezia Giulia. Da quel momento, la questione prese piede e si diffuse in tutta Italia, andando ad interessare altre aree, come quella Dolomitica (con il caso di Cortina d’Ampezzo e i Comuni ladini confinanti). Ma l’art. 132, comma II della Costituzione – che dal 1970 disciplinava la materia – rendeva praticamente impossibile il cambiamento: prescriveva, infatti, che il Comune, o i Comuni interessati, producessero una delibera con la quale richiedere l’indizione del referendum, corredata da un numero di delibere comunali e/o provinciali interessate di entrambe le regioni e rappresentanti un terzo della popolazione regionale. Solo in seguito, si sarebbe tenuto il referendum in entrambe le regioni.

Nel 2001 si ebbe , per opera del governo Amato, la riforma del titolo V della Costituzione, comprendente anche l’Art 132. D’ora in avanti è necessaria per l’indizione del referendum la sola “approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati”. Si ha avuto così negli ultimi anni il fiorire di un gran numero di Referendum, alcuni approvati ed in attesa dell’adempimento dell’iter istituzionale, come Carema e Noasca( dal Piemonte alla Valle d’Aosta), altri invece respinti, come Leonessa (nel Lazio). Il comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna può ritenersi dunque ben soddisfatta del suo primato.

Ma le avversità non sono ancora finite: la giunta regionale delle Marche non ha alcune intenzione di mollare, ed ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge parlamentare. Sono in ballo l’onore e l’identità delle Marche . L’onore è quello dell’amministrazione provinciale di Pesaro ed Urbino che non accetta la mutilazione del suo territorio – ma che, ad essere sincero, non si è mai impegnata attivamente a mantenere. Infatti, abituata ormai da circa 60 anni ad avere la vittoria in tasca alle elezioni locali, la sinistra si è adagiata sugli allori, ed ha completamente ignorato problemi e necessità che andassero oltre i soliti inciuci politici. Ma ora che quello che sembrava impossibile è diventato realtà, l’ansia da “effetto domino” di perdere altri comuni a favore della Romagna – come quelli della Val Conca,altra vallata a metà tra Marche e Romagna– li sprona ad una disperata contro misura. Si lotta anche per la difesa dell’identità culturale della provincia, che per ragioni storiche, non può che comprendere anche la Valmarecchia, visto che lì hanno origine prodotti gastronomici tipici e lì sono accaduti fatti ed eventi che hanno segnato la storia della provincia.

Purtroppo, però, i problemi che si pongono di fronte ai nostri intrepidi comuni non provengono solo dalle Marche. Infatti, sebbene così ansiosa di annettersi i nuovi comuni, sembrerebbe che l’Emilia Romagna non sia in grado di finanziare l’oneroso processo di trasferimento amministrativo – che secondo il progetto iniziale doveva essere a costo zero per entrambe le regioni. Inoltre, sembrerebbe che non tutti i romagnoli siano così entusiasti come le proprie istituzioni, poiché quella manciata di comuni già nell’entroterra di Rimini vedrebbero ridotti i pochi fondi che la provincia vi investe, visto che, la maggior parte, finisce nelle tasche dei comuni dell’ultraproduttiva riviera. Si spera ancora che i fondi necessari giungano da Roma ma, siamo in tempi di crisi …

Si prevedono tempi duri per i neo-romagnoli: un riordinamento amministrativo non può avvenire dall’oggi al domani, ma richiede molto tempo. Ci sono piani catastali da consegnare, cambiamenti di ordine ed albo professionale da effettuare , processi giudiziari da trasferire e tante altre cose ancora; per non parlare dei progetti di investimento che la regione Marche ha dovuto troncare di colpo e che, invece, l’Emilia Romagna probabilmente non ha nemmeno iniziato a considerare. Chissà quando sapremo se tutto ciò sarà servito a qualcosa, se i 7 comuni della Valmarecchia saranno passati dalla padella alla brace o se, infine, la Corte Costituzionale gli imporrà retro fronte?

Tommaso Ripani

tommaso.ripani@sconfinare.net

Freedom House è un ente privato che ogni anno compie un’accurata indagine sulla diffusione della libertà di stampa nel mondo, analizzando 1) il contesto legale in cui operano i giornalisti 2) le interferenze economiche che essi incontrano nella diffusione delle informazioni 3) le pressioni politiche cui i media sono sottoposti. A tale indagine è associata una classifica dei paesi con la stampa più libera. L’Italia si trova alla settantatreesima posizione, preceduti da Benin e Israele, in ex aequo con le isole Tonga e subito prima di Hong Kong. Ci precedono in graduatoria paesi dove la tutela dei diritti civili ancora non si è del tutto affermata, come la Corea del sud. Peggio di noi trai nostri partner europei, solo la Bulgaria (76) e la Romania (92). Insomma, secondo FH siamo nella lista dei paesi con stampa parzialmente libera. Nell’analisi sul 2007 eravamo nella lista dei paesi con stampa totalmente libera. FH motiva la nostra discesa nella graduatoria riferita al 2008 con le leggi restrittive imposte ai giornalisti (la famosa “legge bavaglio”?) e con l’imbarazzante numero di querele di politici da cui essi si devono difendere. Vengono citate anche organizzazioni di estrema destra e le varie mafie (spicca sicuramente il caso Saviano) come lesive della libertà di stampa con le loro minacce e intimidazioni, ma, sempre secondo FH, un pericolo sarebbe dato anche dal “ritorno del magnate dei media Silvio Berlusconi alla carica di premier” che “ha risvegliato paure in merito alla concentrazione degli sbocchi informativi pubblici e privati sotto un solo leader”.

Come si porrebbe il nostro premier nei confronti di quest’analisi? Potrebbe dire come al solito che FH è stata imbeccata dalla sinistra sull’argomento, e molti italiani gli crederebbero. Fatto sta che FH non riceve finanziamenti dai governi e non ha pertanto nessun guadagno a “parlare male” dell’Italia, così come nessun guadagno deriva ai giornali europei dal criticare l’Italia. Non risulta, infatti, che la copertura che i nostri media stanno dando al caso Mitterand faccia lievitare gli ascolti o aumentare sensibilmente le vendite. Appare tuttavia increscioso che un pedofilo reo-confesso diriga uno dei ministeri più prestigiosi di Francia. Così come appare increscioso che a capo del governo si trovi un pluriindagato, più volte prescritto (che, diciamolo a scanso di equivoci, significa solamente che il reato di cui si è accusati è “scaduto”, non che chi è accusato sia innocente). Infatti per il presidente del consiglio il modo migliore di porsi sulla questione sarà di dimenticare che questa graduatoria sia mai esistita e di farlo dimenticare anche agli italiani, per esempio bandendo il tema dai telegiornali.

La delegittimazione dell’informazione italiana ed estera serve al premier a evitare di confrontarsi con essa su questioni scottanti. Questa strategia di delegittimazione è seguita meticolosamente: lo stesso Economist sostenitore di Reagan e Thatcher è stato ribattezzato “ecommunist”. L’Economist si pone il problema in termini di assoluto realismo e sostiene che il premier non sia la persona giusta per guidare l’Italia per molti e noti motivi, ma Berlusconi invece di rispondere a tono a un autorevole settimanale letto da tutte le élites mondiali sui dubbi più che legittimi che esso solleva, fa finta di niente, gli dà del comunista e la questione finisce lì. Nessuno del suo elettorato ha chiesto spiegazioni, nessuno dei suoi alleati politici ha accennato una reazione, nessuno dei suoi quotidiani liberi ha posto la questione, anzi hanno seguito Berlusconi sostenendo che l’Economist fosse una rivista trascurabile, bollandola appunto come comunista. Infatti essere comunista in Italia non significa “essere d’accordo con Marx”, ma solamente “dover essere ignorati”. Chi viene bollato come comunista non ha la dignità di porre domande, o quantomeno, di meritarne le risposte.

La libertà di stampa in Italia esiste solo su alcune questioni, mentre su altre viene calato una coltre di fumo. Così nei telegiornali la questione Alitalia passa per essere uno dei grandi successi di questo governo, quando invece, a causa del blocco imposto da Berlusconi al governo Prodi sulla cessione ad Air France, ci siamo trovati a doverne pagare i debiti e migliaia di persone hanno perso il lavoro (la prima offerta bloccata da Berlusconi prevedeva 2150 licenziamenti, quella accettata dal suo governo ne ha causati circa 7000; nella prima offerta i debiti di Alitalia sarebbero stati ripagati da Air France, con l’offerta fatta dopo, i debiti se li è accollati lo stato, cioè noi). Altro esempio: L’emergenza rifiuti, grande successo del governo Berlusconi. A Napoli. Nel casertano invece le strade sono ancora piene di immondizia. I telegiornali del servizio pubblico però si guardano bene dall’approfondire tali tematiche, come farebbe qualunque servizio pubblico. Ora i lettori di centrodestra riterranno queste considerazioni frutto della propaganda di un comunista e le ignoreranno. Questo è uno dei problemi.

In Italia infatti non c’è dialogo tra i due “schieramenti” di elettori, si tende a delegittimare l’altro perché “comunista” o “fascista”. E questo è anche colpa dell’atteggiamento delegittimante tenuto da Berlusconi nei confronti di chiunque non sia lui stesso; lo stesso Fini e le sue dichiarazioni sono stati più volte smentite da Berlusconi perché in disaccordo con le sue. I governi negli ultimi anni finiscono quindi per trasformarsi in una dittatura della maggioranza, causando una prima seria distorsione al sistema democratico italiano. Quante volte sentiamo Berlusconi pronunciare dati sul consenso? Questo, in un’ottica populista, è facilmente traducibile nella frase: “ho un mandato che il tot% degli italiani continuano a rinnovarmi ogni giorno, per cui faccio come vogliono loro”. Infatti altrettanto spesso ultimamente, sentiamo dire i suoi alleati: “Berlusconi è l’unico che capisce il popolo”. Il che significa in sostanza che la volontà del popolo è la volontà di Berlusconi e viceversa. Ammesso e non concesso che i dati sul consenso siano veritieri (nessuno si è ancora peritato di smentirli anche se palesemente falsi, visto che cambiano di giorno in giorno), il problema che si pone è serio; il restante 25% degli italiani cosa deve fare? La democrazia fa governare la maggioranza, ma dà all’opposizione il ruolo di contrappeso. Se l’opposizione viene totalmente ignorata e delegittimata (grazie anche al famoso premio di maggioranza che esiste solo in Italia e che in sistema maggioritario trova poche giustificazioni), la democrazia perde molto del suo significato.

Quello della libertà di stampa rimane un problema di fondo che molto ha a che fare con questa distorsione. È stata proprio la stampa a privarsi del ruolo che essa dovrebbe esercitare in una democrazia, ovvero quello di arbitro imparziale: dovrebbe infatti portare le notizie nella società civile affinché quest’ultima possa scegliere al meglio a chi affidare la propria delega al governo. Se a sinistra si delegittimano molti quotidiani di destra perché “sono tutti del padrone”, a destra si delegittimano i quotidiani di parte opposta perché “comunisti”, “complottatori” e via dicendo. Alla fine l’informazione diventa duplice: ci sono l’informazione di destra e l’informazione di sinistra, i quotidiani di destra sono letti da elettori di destra e viceversa, creando due visioni diametralmente opposte della situazione in Italia, che però è una sola. Ne risulta una contrapposizione sorda, tutti urlano le proprie ragioni convinti di quello che dicono senza che l’altro ascolti perché altrettanto fortemente convinto.

Altro problema è quello dell’intoccabilità dei suoi leaders. Ancora una volta la libertà di stampa ha un ruolo cruciale. Berlusconi nella sua carriera politica si è dimesso una volta, nel 1994, in seguito alla consegna di un avviso di garanzia inviatogli dalla questura di Milano per il reato di concorso in corruzione. Berlusconi allora, responsabilmente, si dimise: come poteva rimanere in carica un presidente del consiglio sospettato di aver commissionato la corruzione di giudici? Nel 1994 la situazione però era ben diversa: si usciva da tangentopoli e i politici sospettati di corruzione erano il bersaglio di moltissimi quotidiani (quello di Feltri in primis), oltre che dell’insofferenza della maggioranza degli italiani. Inoltre Berlusconi ancora non aveva giocato le sue carte in termini di censura e propaganda: nel 2001, quando Travaglio da Luttazzi, Santoro e Biagi sollevarono nuove critiche non dissimili da quelle del ’94 sul passato di Berlusconi, furono accusati di fare informazione di parte. Nel ’94 però sollevare le magagne del premier come fecero quasi tutti i quotidiani non era fare informazione di parte, mentre dal 2001 lo è diventato. Oppure semplicemente l’opinione pubblica era più sveglia e combattiva nel 1994. La differenza comunque si è notata: Luttazzi, Santoro e Biagi sono stati allontanati dalla RAI (Santoro ci è rientrato dopo aver vinto una causa contro la RAI per licenziamento senza motivo). Fatto sta che nessuno dal 94 ha più chiesto le dimissioni del premier.

Altro grave problema che sicuramente ha influito sulla nostra posizione nella graduatoria di FH è la cosiddetta legge bavaglio. Oltre a porre un limite molto debilitante alle indagini per intercettazioni, tale legge rende impossibile per la stampa informare l’opinione pubblica di ciò che le intercettazioni mettono in luce, a causa delle multe salatissime imposte agli editori che contravvngono a questa norma. La motivazione è che è moralmente sbagliato portare fatti anche privatissimi sulle prime pagine dei quotidiani, il che sarebbe giusto, se non fosse che questo vale solo per i cosiddetti “potenti”. Luca Stasi è sputtanato quotidianamente su tutti i telegiornali, ma per il fatto di non farlo grazie a delle intercettazioni, ciò è considerato lecito.

Edoardo Da Ros
Edoardo.daros@sconfinare.net

È ancora possibile un regime totalitario nel cuore dell’Europa democratica nel XXI secolo?

La risposta, neppure troppo sorprendente, sembra proprio essere si. E forse non era necessario Dennis Gansel e il suo film “L’Onda” (Die Welle) a ricordarci quali sono i presupposti e le modalità per l’avvento di una degenerazione autoritaria, anche se molto sembra essersi perso nel passato: con a capo un leader carismatico, addomesticati al potere e alla disciplina del branco, rinchiusi nella corazza della camicia bianca, un gruppo di giovani allievi tedeschi sperimenta, tra i banchi di scuola, la nascita del regime, il fascino della dittatura.

Si inizia con la teoria: disoccupazione, ingiustizia sociale, inflazione, insoddisfazione politica e nazionalismo, queste sono le basi, questi i presupposti, il terreno fertile per l’ascesa al dominio incontrastato, più o meno cosciente. Non basta, agli scettici studenti la teoria puzza di vecchio, di sentito e letto nei polverosi libri di scuola, c’è bisogno di andare oltre, di osare ancora, di superare il sottile confine tra sperimentazione e immedesimazione. Inizia il gioco delle parti, tutto prende forma. Poche regole, una divisa e alcuni gesti comuni identificano i membri dell’Onda. La razza, la religione, il successo entro e fuori le mura scolastiche non contano, l’Onda abbatte le barriere, supera le amicizie collaudate, rende tutti uguali. L’altro, il diverso è chi vive fuori dal movimento. Per i giovani studenti, tutto ora ha un senso, tutto ha uno scopo, fino alle tragiche conseguenze.

Film forse troppo “didascalico” nel suo svolgersi, ma spettacolare e coinvolgente nei suoi 100 minuti di pellicola. Il Der Spiegel lo ha definito uno dei piu importanti degli ultimi anni per la sua lucida descrizione del potere fascinatore del totalitarismo. Un pugno nello stomaco. Se crediamo che gli autoritarismi siano solo un ricordo del passato, sia per la nostra giovane Europa che per il Mondo intero, prepariamoci ad essere i nuovi perdenti.

L’Europa, la nostra cultura europea, ha in questo molto da insegnare ai nostri cugini d’oltreoceano, in questo, emblematico, è come le esperienze di Hiroshima e Nagasaki, il razzismo e la violenza non abbiano lasciato un senso di colpa nella coscienza del popolo americano paragonabile alle responsabilità che pesano e continuano a pesare sul popolo tedesco ed europeo per dei crimini come i genocidi e le lotte civili dell’ultima guerra mondiale.

La domanda per tutti più ovvia: nella nostra Italia e soprattutto nella nostra università italiana e, perché no, nella nostra confinata Gorizia, può prendere avvio un’escalation di questo tipo? A voi l’ardua sentenza! certo è che l’Italia non è certo il Paese più libero, ma qui si smentisce lo stesso concetto di democrazia e di libertà come condizione necessaria perché una ricaduta totalitaria non avvenga; Noi crediamo che la democrazia sia solo il punto di partenza, non la meta. Fino a quando ci sarà una presunta libertà, una ipotetica democrazia, ma mancheranno, giustizia sociale, distribuzione adeguata delle risorse e accesso per tutti ai servizi più indispensabili, finché ci sarà corruzione, limitate possibilità per ottenere un’adeguata istruzione e preparazione scolastica, finché mancherà il diritto per tutti al lavoro e ad un lavoro umano..mancherà non solo la Democrazia, ma anche verrà meno il concetto moderno di Stato! Come si può creare l’Europa Unita, come si può “esportare” la Libertà nel Mondo se Noi stessi abbiamo solo un’idea teorica di cosa sia veramente?  La nostra Italia, l’Italia che si arrabatta, che cerca di tirare avanti, questa Italia, questa volta, è destinata a soccombere.

E noi studenti? A noi il compito più arduo, capire e far capire che solo con la cultura, con una coscienza ed un’autocoscienza possiamo definirci veramente liberi. Un piccolo pezzo di questa libertà l’anno già conquistata prima di noi nei secoli passati, ora a noi la sfida più difficile.

Francesco Plazzotta
francesco.plazzotta@sconfinare.net

Toscana, il Chianti e dintorni 

Se vi dovesse capitare di trovarvi a Monteriggioni o a Castellina in aprile, verreste accolti da collinette dolci che segnano la linea dell’orizzonte, ornate da vigne o prati di margherite bianche e gialle, attraversate da strade sinuose con pochissime macchine. Questo è il Chianti, quella zona compresa tra le province di Siena e Firenze, caratterizzata da spazi collinari coltivati a vigne con i casolari antichi e circondati da un insieme di paesini medievali, con la cinta delle mura attorno alla piazza del paese dove sta la chiesa e la sua facciata con l’ampio rosone. Così si presentano tutti questi paesini, come ricorda Dante nel XXXI canto dell’Inferno a proposito di Monteriggioni, che in su la cerchia tonda di torri si corona.

La Toscana vista da qui fa pensare ad un perfetto compromesso tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente, i paesaggi così dolci si devono al modello della mezzadria, con le terre direttamente gestite dai contadini, modelli diversi hanno provocato disastri sociali e paesaggistici: oggi sono ancora evidenti al meridione le conseguenze del latifondismo, fondato sulla deresponsabilizzazione e sugli sprechi.

Certo, assaggiare un pezzetto di pane toscano la prima volta e scoprirlo sciocco è una sorpresa, ma quando arrivano lardo di colonnata, coppa, spalla, pecorino, salame di cinghiale, tutto si spiega, altro sale sarebbe fuor d’opera. E d’altronde, se siete nel Chianti, non vi preoccuperete troppo del pane, anche nella più truce salumeria il rosso di casa è più che accettabile.

Il Chianti si estende dunque tra le due città di Siena e Firenze, d’obbligo visitarle entrambe.

La prima, per chi vive a Gorizia da universitario, può servire da metro di paragone, come può inserirsi una comunità universitaria in una città, o meglio in un paesone, piuttosto provinciale. Anche lì gli studenti lamentano, ma godono di spazi propri, e passeggiando per piazza del campo senti le lingue del mondo. Vi si potrebbe mandare in viaggio studio il Sindaco Romoli assieme al Presidente del comitato antischiamazzi, scoprirebbero con sommo sbigottimento che la storia e le tradizioni della città non sono messe in pericolo dagli studenti, i quali hanno fatto di Siena tra le città italiane più legate ai rapporti internazionali.

Firenze: la culla del Rinascimento ed anche di Piero Pelù, ti siamo grati per entrambi. Passeggiando per le sue vie, passando tra il Battistero color nero fuliggine e il Duomo appena tirato a lucido, troverete turisti di tutto il mondo, ciascuno che sembra star lì spavaldo a voler riaffermare che i luoghi comuni hanno sempre un fondamento di verità oppure semplicemente che all’estero ognuno ha bisogno di riaffermare le proprie origini. Sicché, una volta che vi sarete fatti spazio tra i giapponesi con le webcam e le comitive polacche con le magliette con Wojtyla, arriverete a piazza Santa Croce. Abbandonate la sciocca idea di prendere un caffè o una pizza, e dritti e decisi puntate alla Basilica. Uno spettacolino mi distrae, ci sono tre ragazzi rom che suonano musica tzigana, attorno a loro una gruppo di turisti francesi, in pochi minuti un centinaio di persone vengono coinvolte nella danza, i francesi battono il tempo e il ragazzo rom alla chitarra ride felice. Come dice l’antico proverbio, non tutti i rom vengono per nuocere.

Entrare a Santa Croce dovrebbe essere un must per sviluppare un po’ di patriottismo, io volevo soltanto vedere Foscolo e le sue basette – cosa che consiglio a tutti – ma effettivamente l’Itale glorie serbate nella Basilica stimolano l’orgoglio nazionale. Passo in rassegna, come un generale con il suo esercito, riconosco Meucci, Fermi, Michelangelo e Machiavelli. C’è anche la tomba di Galilei, la quale aveva creato qualche problema all’oscurantismo cattolico dell’epoca.

Subito fuori, il chiostro del Bernini mi permette di riposarmi al sole fiorentino, chiedo una bevanda ad un chiosco e il cameriere bengalese, credo, si volta al connazionale dietro di lui: “Nedo, una hoca per il dottore”, sorrido soddisfatto, l’integrazione funziona e il mio narcisismo ne esce rinvigorito.

La Toscana rappresenta il meglio dei secoli di Storia italiana, in tutte le sue declinazioni, e rimane un posto di sperimentazione, un laboratorio sempre al lavoro, che fa da avanguardia e anticipa le nuove e positive tendenze.

Federico Nastasi

Centinaia di richiedenti asilo passano per la città e diventano gli “invisibili della Caritas”. Reportage

A Gorizia è facile per uno studente sentirsi un po’ fuori luogo, le giornate sono appesantite da un ambiente un po’ spento e burbero. Le ferite di un confine opprimente sono riuscite a chiudere in sé stessa una città che la geografia e la storia hanno voluto ponte fra realtà diverse.

Per scoprire un angolo di mondo accogliente, sorridente e multiculturale, basta però fare un salto alla Caritas diocesana. Entrando non te l’aspetti, sei accolto da un ingresso in penombra e da odori che il naso non vorrebbe respirare. Presto però voci, volti indaffarati e accoglienti compaiono a ogni porta, e svanisce dal visitatore spaesato ogni senso di imbarazzo.

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Il nuovo Matrix esordisce con Erika e Omar, ed è subito audience

In tempi di crisi e di osannato ottimismo una merce che non svende è lo stupore, quanto più lo ricercano, sempre meno lo ottengono, in questa contrapposizione tra noi,  abituati spettatori, e loro, ingegnosi autori tv, o meglio tra noi, gli sbadigli, e loro, gli sbraiti. In effetti quando provo ancora piacere ad accenderla, lei, la tv, non posso dire di nutrire davvero delle aspettative di meraviglia e sorpresa, anche dai programmi che mi piace seguire in fondo, so già cosa mi aspetta, e forse li guardo proprio per quello. Ma accendendo il tubo catodico, soprattutto nelle prime serate, mi rendo conto che io di programmazione tv non ne capisco effettivamente un canale e chi invece su questa cosa ci guadagna il pane per vivere non la pensa come me e ha capito che lo stupore è il padre dell’audience.  Così di fronte a queste illuminanti deduzioni mi ritrovai sperduta in una seconda serata di inizio marzo con la Mussolini a Porta a Porta al grido di “A noi ci hanno rovinato le russe e il viagra” – era una puntata dedicata ai matrimoni misti- e su canale5 una fra le prime puntate di Matrix con la nuova conduzione di Alessio Vinci, che ha avuto la meglio sul mio senso dello stupore. Non so se lo schifo a cui ho assistito sarebbe stato egualmente nauseabondo con il vecchio padrone di casa, certo non è stata una puntata preparata in una settimana dal nuovo arrivato, quindi probabilmente sì, sarebbe stato simile anche con Mentana; ma per l’ex giornalista della CNN appena battezzato a Mediaset non è certo stato un passo in più verso il Pulitzer lasciare il giornalismo da inviato in putsch, guerre e bombardamenti e approdare in quello che sarebbe “l’approfondimento giornalistico” in antitesi a Vespa, soprattutto se il primo approccio è lo zoom sui volti di due ragazzi che nel 2001 erano per l’Italia della morbosa cronaca nera le due facce pixelate più osservate dai giornali, chiamate per nome dai tg Erika ed Omar.

Oggi nel 2009 quell’episodio forse lo si confonde nella memoria tra un Cogne e un Garlasco, e ci serviva un Matrix a togliere i pixel a distanza di otto anni, e a riportare sul banco degli imputati un processo in realtà finito,  galvanizzando per l’ennesima volta il giudizio della giuria popolare, per quell’ unico e ultimo appello in cassazione nella serata di canale5 mai messo in versione online a differenza delle altre puntate oggi visibili interamente sul sito. Forse il primo sintomo di pudore.

Comunque replicare qui ora le confessioni dei due “imputati” mandate in onda è inutile quanto malsano, e per non cadere in contraddizione con quanto detto sopra posso solo spiegare quanto e come in puntata sia stata alzata come non mai l’asticella del “trasmissibile in diretta nazionale” a scapito del “meritabile di un rispettoso silenzio”. Quindi attingendo da atti di un processo concluso e quindi pubblicabili, come letteralmente spiega Vinci in introduzione, sono stati messi in onda i colloqui con gli psicologi dei due allora 16enni condannati, con microfono e primo piano a telecamera fissa. Immagini private quanto pericolosamente deformabili, che mostrano dei ragazzi tranquilli  che raccontano al proprio psicologo particolari della famiglia di lei, della vita di coppia, del loro presente in carcere e a differenza di quanto siamo stati fino ad oggi abituati a vedere nella cronaca nera in tv, mancavano le solite manifestazioni di basso giornalismo (quali i pianti, i pentimenti manifesti, i singhiozzi etc.) in quei due volti, e questa assenza ha reso ancora più insolente e indelicata la scelta di renderli pubblici.  Infatti ovviamente il televoto del pubblico non ha aspettato a farsi sentire: mentre c’è questa ragazza, di 24 anni oggi, che si confessa a volte sorridente e lucida e racconta  quasi serenamente della propria madre al presente, c’è uno spettatore che punta il dito e non può fare a meno di pensare che quella è la stessa ragazza che l’ha uccisa. E questo porta ad un meccanismo agghiacciante di banali condanne gridate su internet nei commenti di diversi blog.

Ma purtroppo in studio a Matrix le due giornaliste e lo psicologo chiamati a  interpretare i filmati non si potevano dire di più spiccata sensibilità, soprattutto quando si sono sentite conclusioni e condanne sulle solite “responsabilità delle famiglie vuote e prive di affetto” , senza la minima percezione di star accusando una famiglia praticamente inesistente di una madre morta, di una figlia per questo in carcere, di un bambino di 11anni anch’egli ucciso e un padre vittima di questo dramma e di questa spudorata attenzione mediatica, che mi auguro solamente non stesse guardando la televisione.

Fin troppo rischioso e facile a questo punto cadere nella critica trita e ritrita al cattivo giornalismo e alla tv spazzatura, aggiungo solamente che di cronache nere ogni giorno mi nutro forzatamente, a volte con imprevista curiosità, dispiacendomene, non ne sono immune, anzi, ma persino con tale assuefazione sono riuscita a rimanere sconvolta, pardon stupita, da qualcosa che ancora è stata “di più” del resto, e quella sera gli stupiti sono stati molti, uno share del 18,04%, quindi si può dire un successo per chi sullo stupore ci aveva puntato.

Il resto di ciò che è successo in quella puntata di Matrix si può ancora trovare sul corriere online, davvero, nella sezione Spettacoli.

Gabriella De Domenico

Il viaggio continua. Capodanno nella Matera dei sassi e dei saldi

Arrivo che è già buio a Matera, dal turbinio di strade che gira attorno al blocco intagliato dei sassi. La macchina scorre veloce tra le rotonde e le isole spartitraffico, serpeggia fra i palazzoni residenziali, sale e scende, la periferia vista dal finestrino è a metà tra l’autodromo e le montagne russe. Sono ospite della famiglia Bruno. Tutto intorno i balconi sono accesi di luci abbondanti e disordinate, hanno passato Natale e stanno aspettando il 2009.

Scendendo verso il centro ci s’incaglia nei sassi. Non li avevo mai visti né immaginati, li conoscevo solo come sfondo di film che raccontano altre storie. Sono le case sovrapposte scavate nel tufo dove i materani hanno vissuto fino agli anni Cinquanta prima dello sfollamento forzato. Stanzette contorte che ospitavano famiglie intere con asino o maiale, arroccate su una parete del burrone creato nei secoli dal torrente Gravina. Poi ruspe e palazzinari hanno costruito una seconda città tutto intorno, cementificata ma ariosa, in simbiosi con la prima. I sassi regalano poesia al traffico che scorre vivace in periferia.

Al Keiv bevo il primo amaro lucano. È un posto sciccoso, ricavato in un sasso, tra giochi di luci e specchi colorati. Un inizio da turista. Un po’ più su, verso la piazza che raccorda la Matera dei nonni a quella dei nipoti, sta Il Camera. È la pancia notturna che si ingoia i materani, un dedalo di cunicoli affollato di formichine opulente che trasportano il loro bicchiere di birra alla ricerca di un tavolino libero. I giovani sono tornati dall’esodo che svuota il Meridione per farsi il Natale in famiglia. «Auguri!» e bacini sulle guance si mescolano ai «Bentornato, quando torni su?».

«Non c’è lavoro. Che dobbiamo fare? Tutti a passeggio!». Sembra rassegnazione simpatica, ma a parlare è gente che fra qualche giorno si farà 13 ore d’auto per tornare a lavorare a Milano e che prima di “scendere” si è fatta un colloquio di lavoro a Torino. O che comunque sta per ricominciare a godersi la vita di studente, ma a 500-800-1000 chilometri da casa, a Roma, Bologna o Gorizia.

Capodanno ruota attorno al pranzo. La giornata è ormai irrimediabilmente scivolata in avanti di cinque sei ore; dopo la Notte dell’anno passata a ballare, la colazione presa in un bar fuorimano e qualche ora di sonno profondo, non riusciamo a sederci a tavola prima delle 14. Siamo a mangiare dalla zia.

Le portate principali arrivano accompagnate da risa e marcia trionfale (Aida), lo zio chiacchierone copre il ticchettare delle forchette con i suoi racconti, una televisione accesa e silenziosa movimenta la scena. Siamo in tanti, fratelli, zii e amici di famiglia che alla fine del pranzo sento quasi come miei cugini lontani. Pasta al forno, agnello arrostito, pizza rustica, pettole (quell’acqua-farina-sale fritti che a Ferrara chiamano pinzìn e che ogni regione mangia convinta che siano specialità locale), dolce alla ricotta. La maratona si chiude alle 18 col caffè. È il tempo delle carte: scopa e piattino, ho vinto anche qualche “spiccio”. È il casinò più bello.

Le notti si spingono fino a mattina alla ludoteca vicino alla villa. La gestisce un vecchio grasso e taciturno, si vede che fa il possibile per tenerla al passo coi tempi, sembra non faccia fatica ad aspettare l’alba per vedere vuoto il suo locale. Io mi drogo di biliardo e, nel soppalco ormai diventato una galleria del fumo, imparo a giocare a burraco.

Siamo all’ultimo giorno. Non so come ma l’inizio dei saldi ci fa arrivare al centro commerciale. Al “senso unico” sembra si sia trasferito un suq arabo: la folla si spintona tra gli scaffali, maglioni giacche e camice sono quasi all’aria, la musica è assordante. Tornati in città mi accorgo che è piena di quegli orribili babbi natale appesi/impiccati ai balconi. Delirio per gli sconti e buongusto natalizio fanno dell’Italia2009 un paese unito.

Ho passato bei giorni in questo Sud che parla sempre al passato remoto. «Matera affonda le sue radici nella notte dei tempi», le piace raccontarsi; vi ospiterà volentieri, fateci un giro. Conosco un buon indirizzo.

Francesco Marchesano

francesco.marchesano@sconfinare.net

Questo mese vi parlo di due film. Il giardino di limoni di Eran Riklis – regista anche de La sposa siriana- racconta di una donna palestinese qualsiasi, Salma, una vedova, che vive nella sua casa in Cisgiordania da sempre, devota al giardino di limoni che ha coltivato assieme al padre e al marito. Sfortunatamente vive proprio sul confine con Israele. Il giorno in cui il ministro degli Esteri israeliano prende casa proprio davanti al suo limoneto, comincia l’ Odissea della donna. Le viene notificata l’ intenzione del governo israeliano di sradicare i suoi alberi di limoni, perché questi rappresentano un pericolo per il ministro e sua moglie, visto che potrebbero nascondere terroristi. Ma il volere del ministro si scontra con la determinazione di Salma: la questione viene portata in tribunale. Il giovane avvocato della donna, richiamando l’ attenzione dei media internazionali, riesce ad impedire l’ abbattimento degli alberi.

Film leggermente controverso. Se andrete a vederlo (forse al Kinemax uscirà tra un po’ tra le serate dei film d’ autore) capirete quello che sto per dire. Non è un caso che il film sia stato finanziato dalla Israeli Film Commission; i principali personaggi, ovvero Salma e il ministro Avon, che inizialmente incarnano gli archetipi del buono e del cattivo, tendono in modo poco percettibile a cambiare ruolo nell’ arco della proiezione. La palestinese, da povera donna vittima di un’ ingiustizia, finisce per diventare la “solita araba incontentabile”, mentre il ministro, da animale insensibile, si umanizza e quasi si prova compassione per quel personaggio che verso la fine cerca di redimere la propria colpa di doversi comportare da israeliano. Dopo aver tanto lottato da una parte per sradicare gli alberi, dall’ altra per difenderli, sul confine viene calato un muro che impedisce la vista dei rispettivi territori: il ministro, guardando il muro, si commuove e sembra scusarsi per le brutalità commesse a quella donna che oltre il muro lo guarda in cagnesco. Un’ inversione di ruoli che proprio non condivido. Come dice Zulawski, un film è bello in base alle emozioni che ci trasmette. È quindi personale, come personali sono le meditazioni che vi facciamo dopo averlo visto.

Di ritorno dal Trieste Film Festival, vi consiglio Delta dell’ ungherese Kornél Mundruczo. Passato quest’ anno al festival del cinema di Cannes, è transitato al Trieste Film Festival in anteprima italiana. Un giovane fa ritorno al paese sul delta del Danubio dove aveva vissuto da bambino. Un luogo isolato e selvaggio dove gli viene presentata la sorella di cui ignorava l’ esistenza. Il ragazzo si stabilisce nella capanna che un tempo era stata di suo padre e decide di costruire una palafitta in mezzo all’ acqua dove poter vivere lontano da tutti. Sua sorella, una ragazza fragile e timida, lo segue e lo aiuta nella costruzione della loro casa. Tra i due si instaura un rapporto fatto di estrema naturalezza e complicità, qualcosa di più che un rapporto tra fratello e sorella. Nella bellezza dei paesaggi del Parco del Delta del Danubio, i due ragazzi sono così belli nella loro esistenza, soprattutto in confronto alla bestialità della gente del paese, ubriaconi e molesti, che non vedono di buon occhio la relazione tra i due. Quando, un giorno, il giovane pesca una grossa quantità di pesce, i due decidono di dare una festa ed invitano gli abitanti del paese. La festa diventa il motivo scatenante di tutta la rabbia repressa degli invitati; diventa una spedizione punitiva nella quale la ragazza viene violentata (e forse assassinata) e il ragazzo accoltellato a morte. Dice il regista: “Piuttosto che parlare di una deviazione sessuale, quello che mi interessava era arrivare a capire il genere di libertà che permette a una persona di trascendere la regola. Al cuore della storia non c’ è l’ incesto, bensì il coraggio che ci vuole per accettare un’ attrazione naturale, anche se questa rompe con le convenzioni. La cosa veramente intollerabile è che esistano persone che credono di potersi arrogare il diritto di condannare chi esce dalla norma”. Un film stupendo, quasi epico. I due giovani sanno bene che non vale la pena lottare per il bene all’ interno della società; è probabilmente per questo che si ritagliano il loro angolo personale lontano da tutti, in un luogo così sperduto e irraggiungibile. Ma c’è chi, per invidia e arroganza, a costo di remare controcorrente, è sempre pronto a fagocitare ogni fremito di libertà pur di ottenere il primato. Su cosa?

(Visto che mi firmo e metto la mail: se avete visto, avete intenzione di vedere o non vedrete mai questi film ma volete commentare fatelo pure. Sarà cosa molto gradita)

Alessandro Battiston

schlagstein@gmail.com

La laicità a colpi di provocazione

Negli ultimi tempi, l’ennesima provocazione in campo religioso ha avuto luogo: gli autobus di Genova verranno infatti pubblicizzati dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), con lo slogan “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Naturalmente l’opinione pubblica si è infervorata, Bertone si è grattato i natali, la Chiesa mantiene un tacito profilo conscia della giustezza della politica del silenzio, quale migliore delle risposte, alla provocazione.

Nonostante io personalmente sia aconfessionale, ma non ateo, bensì laico e laicista nella mia visione dello stato, mi sorprendo come le lotte debbano essere combattute attraverso le estremizzazioni. Pur riconoscendo alle persone atee il diritto di non riconoscere l’esistenza di Dio, ciò non toglie che queste ultime non debbano prevaricare la fede di chi invece crede.

Nel pensiero laico la libertà sta nella scelta libera in libero stato, ossia senza che una determinata forza, maggioritaria o minoritaria che sia, possa in alcun modo influenzare la crescita del pensiero della persona. Per questo devono essere accolte le rivolte alle frequenti interferenze nel mondo pubblico di determinate forze di pensiero. Tali interferenze non sono solo un’opinione, diventano coercizione lì dove si precetta in base a valori morali personali e li si generalizza. Eppure le critiche non possono diventare a loro volta un fattore di discriminazione o di oppressione. Vorrebbe dire fare lo stesso cattivo gioco del nemico, uccidendo il pensiero laico che invece si rifocilla del confronto e non dello scontro.

Inoltre, non è discriminando che si ottiene la cultura di base su cui educare ad una nuoca laicità. Per effettuare un parallelismo, non sono le quote rosa di per loro a risolvere il problema del machismo. Sono forse uno strumento poco democratico per ricreare una cultura di base, imperniata sul rispetto della donna. Allora, ritornando al nostro discorso principale, il messaggio che “Dio non esiste” è una presa di posizione che invade lo spazio pubblico senza effettivamente creare il germe dello spirito critico. Tale gesto sarebbe forse più adatto se fatto sul sito internet dell’Unione suddetta. Tale gesto invece piacerà a pochi, radicalizzerà i molti. E il processo di effettiva laicizzazione dello Stato italiano (“secolarizzazione” per alcuni) rischia di fare tre passi indietro dopo averne fatti due.

Questo evento però ha fatto scaturire in me un altro tipo di riflessione: la crisi economica di cui tanto si parla per certi versi non avrà conseguenze negative in tutti i settori della società. La crisi, in primis quella psicologica, farà sì, almeno secondo il mio punto di vista, che la generazione attuale si renda conto di quanta precarietà e senso dell’effimero vi sia nei beni materiali. Si rifocillerà allora nell’abbondanza della ricchezza morale, nel confronto di idee e di opinioni, nell’attuazione di scelte non per forza capitalisticamente cicliche, ma sostenibilmente sviluppabili. Ambientalismo, localismo, cultura generalizzata, nuove forme di arte, letteratura e musica, ritorno ad un’ortodossia dei credi. Lo definirei nel complesso uno “sviluppo radicato”, che per molti versi è già in atto.

In fondo è successo molte volte nella storia e la necessità ha sempre aguzzato l’ingegno. Credo in quel che sarà.
Edoardo Buonerba

Il nuovo libro intervista di Corrado Augias, questa volta in collaborazione con Remo Cacitti, docente di letteratura cristiana antica e storia del cristianesimo antico presso l’università degli studi di Milano segue il percorso già tracciato da “Inchiesta Su Gesù”(Mondadori, 2006) e cerca di ricostruire secondo quelle che sono ad oggi le fonti storiografiche sul cammino evolutivo e di formazione del cristianesimo. E’ una delle poche letture italiane destinate al grande pubblico che affrontano la religione dal punto di vista storico e non da quello della fede, tracciando un quadro accurato sui primi quattro secoli di vita del cristianesimo, nei quali questa fede è ancora un cantiere aperto, dove si possono rintracciare innumerevoli tesi e pensieri, da quelli che poi sono entrati a far parte della dottrina ufficiale della chiesa fino a quelli che in seguito sono stati dichiarati eresie, e che molte volte nella fase aurorale del cattolicesimo, prima che venisse definitivamente stabilito un “canone”, erano invece ortodossia. Si scoprono molte altre cose sorprendenti sui primordi del cristianesimo, come il fatto che molta parte nella formazione di questo culto più che Gesù l’hanno avuta San Paolo, da molti studiosi considerato il vero padre fondatore della chiesa, Costantino e il concilio di Nicea del 325 per esempio. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, la distanza fra la ricostruzione storica dei fatti e quella fideistica dei vangeli e degli altri testi sacri è sì evidente, ma non così enorme; le differenze più macroscopiche rispetto alla storia si trovano invece nell’interpretazione ufficiale che dei testi viene data. In conclusione, come quasi tutte le religioni anche il cristianesimo ha subito evoluzioni e cambiamenti nel corso dei secoli,contaminandosi e prendendo spunti da altre fedi, cercando di adattarsi allo spirito di varie epoche storiche fino ad arrivare ai giorni nostri.

Matteo Sulfaro

Un’esperienza di condivisione aperta a tutti

Taizé è una comunità cristiana ecumenica fondata nel 1944 da un prete svizzero, Frère Roger. Immagino che a questo punto, per il 75% dei lettori, l’interesse verso quanto sto per raccontare sia già drasticamente diminuito: se tuttavia ve la sentite di continuare, spero di potervi dimostrare che ancora una volta le apparenza ingannano.

Lo spirito che ha sempre animato il fondatore della comunità di Taizé, ucciso da una squilibrata il 16 Agosto 2005, è stato quello della condivisione e della comunione, innanzitutto fra le varie confessioni cristiane: proprio l’ecumenismo è la caratteristica principale di questa comunità, ciò che la rende diversa da tutte le altre comunità cristiane. Nel minuscolo paesino di Taizé, dove ha sede la comunità, per tutto l’anno migliaia di giovani da tutto il mondo si ritrovano per meditare e pregare: infatti l’altra caratteristica peculiare di questa comunità è il forte legame con i giovani, interlocutori privilegiati della logica ecumenica, che dà molto più peso agli elementi di unione che non a quelli di divisione. È ovvio quindi che una visione simile sia più vicina a noi giovani, specie europei.

Proprio ai giovani europei si rivolge l’Incontro europeo dei giovani di Taizé, che si svolge ogni anno, dal 28 Dicembre al 1 Gennaio, in una grande città europea. Quest’anno si è svolto nella capitale d’Europa, Bruxelles, che ha accolto tutti i 40000 partecipanti con temperature oscillanti tra -8° e 0° e un tasso di umidità del 90% (!!!), ma anche con generosità ed efficienza. Prima di continuare, è meglio ribadire un dato fondamentale: partecipare agli Incontri Europei comporta la rinuncia al Capodanno con i soliti amici. So che a molti questo potrebbe sembrare una perdita intollerabile, un sacrificio di enormi proporzioni, ma personalmente, dopo 7 incontri consecutivi, posso dire tranquillamente di non essermene mai pentito.

Il costo totale è sempre inferiore ai 200€ (viaggio, vitto e alloggio per 5 giorni) e solitamente il viaggio si fa in corriera ed è quindi estremamente lungo e scomodo. Una volta arrivati, si viene smistati nelle varie parrocchie che hanno dato la loro disponibilità a trovare gli alloggi per i “pellegrini di fiducia”: la maggior parte delle volte si è ospitati dalle famiglie, oppure nelle palestre e nelle scuole (quando la città si presta a una visita turistica a bassissimo costo e quindi attira orde di persone non del tutto in linea con lo spirito dell’incontro). L’accoglienza nelle famiglie forse limita la possibilità di fare festa senza limiti, ma è la maniera migliore di conoscere la vita e i popoli degli altri paesi e può rivelarsi un’esperienza bellissima, e comunque sempre sorprendente.

La giornata-tipo dell’incontro prevede la colazione in famiglia o nella scuola/palestra, la preghiera del mattino nella parrocchia e gli incontri in piccoli gruppi con gli altri giovani della propria parrocchia. In questi incontri è richiesto di meditare sulla “Lettera” dell’incontro (scritta dal capo della comunità, Frère Alois) ma ovviamente la discussione è libera: è un’ottima occasione per esercitare il proprio inglese e conoscere ragazzi di altre nazionalità.

Finiti gli incontri, ci si dirige alla Fiera della città, allestita per accogliere le preghiere e i pasti: pranzo e cena, consumati seduti per terra nei padiglioni della Fiera, sono seguiti dalle preghiere sullo stile di Taizé, i momenti centrali del “pellegrinaggio di fiducia”. La preghiera di Taizé è molto particolare e consiste in canti di ogni confessione cristiana, ognuno ripetuto a lungo, una meditazione dei Frères e 10-15 minuti di silenzio: è un momento molto bello, anche per chi, come me, nella vita di tutti i giorni dedica ben poco tempo alla preghiera e alla meditazione. Non capita tutti i giorni di stare a cantare e a fare silenzio (quasi perfetto) assieme ad altri 10000 ragazzi, e sono momenti preziosi per pensare a tutto ciò che durante l’anno si trascura o si nasconde dietro altre preoccupazioni.

L’Incontro di Taizé è un’esperienza che potrebbe non piacere a tutti, ma è sicuramente unica e originale.

Permette di scoprire da un punto di vista assolutamente inusuale la vita di altri popoli, di stringere relazioni che sono spesso di una intensità e autenticità sorprendenti, anche quando non vanno avanti dopo l’incontro.

Aiuta a vivere in maniera diversa per qualche giorno, lasciandosi temporaneamente alle spalle i pesi della vita quotidiana per potersi concentrare meglio su se stessi e sulle persone intorno a sé.

Ricorda l’importanza della condivisione e dell’apertura verso gli altri, perché le barriere culturali cadono fin troppo facilmente quando si condividono ogni giorno le stesse cose e lo stesso spirito.

Ma soprattutto, ogni volta si ritorna a casa esausti e felici, con tutti i ricordi di amicizie, incontri, abbracci e canti ancora freschi, e con un atteggiamento positivo e prepositivo, che aiuta a rendere meno traumatico il ritorno al lavoro e allo studio!

Informazioni pratiche: l’iscrizione passa attraverso i gruppi locali che organizzano gli incontri di preparazione e hanno i contatti con la Comunità; nel caso del Friuli Venezia Giulia il gruppo di riferimento è il “Gruppo ’89” di San Giovanni al Natisone (http://www.gruppo89.org/); siccome hanno anche i contatti degli altri gruppi italiani, potete provare a chiederli a loro.

Altre informazioni sul sito internet della comunità: www.taizé.fr

Federico Faleschini

L’università è pubblica, offerta ad un prezzo stracciato. Tutti possono permettersela con qualche piccolo accorgimento: ridurre le statistiche di lettura (gentilmente fornite dalle case editrici) grazie all’usato o a tonnellate di fotocopie, sessioni di caccia all’offerta nei supermercati, una dieta equilibratamente priva di carne, pesce e vegetali e, infine, l’abile “riciclaggio” di qualche tesina o lavoro già fatto – dove sia possibile, naturalmente.

Ma avete mai provato a fare a meno del computer? Del comodo portatile che svolge il suo degno lavoro di radio, TV, quaderno e telefono, comodamente assiso sulla vostra scrivania?

Innanzitutto, vi toccherebbe affrontare lo sguardo contrariato dei prof al ricevere da una manina incerta due fogli a quadretti – miserelli – scritti a mano. Il prestigio di un font impersonale (anche se leggibile) e di un’impaginazione a cui il vostro intelligente marchingegno ha pensato per voi, non ha pari.

Per non parlare poi delle presentazioni: quei dieci minuti da elettricista tra cavi, prese, proiettori, pulsanti e rotelline sono uno dei momenti d’orgoglio della vita universitaria! Che fareste, impacciati, sempre con le medesime pagine manuscritte tra le mani, cercando di leggervi di straforo qualche parola illuminante, con gli occhi e le orecchie di tutti puntati su di voi (almeno nei primi imbarazzanti minuti) e non sullo schermo colorato, senza la possibilità di scappare a premere il magico bottone-cambia-slide? Davvero un bell’esercizio di self control!

In verità, l’università italiana incoraggia ancora la cultura del papiro, tant’è vero che molti professori non v’è maniera di contattarli se non di persona, essendo la posta elettronica un mero suppellettile. Il materiale dei corsi fornito agli studenti via internet, poi, è quasi un mito a cui non siamo abituati a far fronte. A volte ci perdiamo dietro a tanta innovazione e non riusciamo a tenere il passo. Insomma, per la scuola, questioni di forma a parte, se ne potrebbe far anche a meno.

È però nella vita privata che lo straordinario armenicolo imperversa e regna sovrano. Alla mattina l’oroscopo per i più superstiziosi, l’orario delle lezioni per gli scrupolosi; impostato sulla funzione “scarica di tutto” lo si può poi abbandonare per qualche ora, per approfittare, al ritorno, del ricco bottino nel frattempo conquistato. Musica, film sono una banale ovvietà. Viene poi il momento della lettura dei giornali, della mail e dei siti di rito. Ma il vero pericolo risiede nella libera divagazione per l’universo di YouTube, di Messenger, Facebook e chat varie. I contatti coi vecchi amici vanno ben salvaguardati, no?! E fu sera e fu mattina…secondo giorno!

Driiiin! Sveglia…è tardi…ach! Devo correre in università o non farò mai in tempo a copiare e stampare il lavoro di inglese. Pedala, suda, conquista la postazione, batti a ritmo folle sulla tastiera, vinci sul tempo i concorrenti nella corsa alla stampante e…tuuuu…stampante rotta! Sconsolata riprendo i miei fogli, controllo la posta e consegno le solite pagine sparse alla prof. È bene farsi un’elenco delle cose da fare a computer o potrebbe risultare fastidioso dover tornare apposta in facoltà per una piccola dimenticanza. Non è così facile, purtroppo mantenere i contatti con tutti vivendo in un’altra città e potendo consultare solo sporadicamente il web. Si evitano le comode relazioni basate su qualche parola via chat e ci si costringe a scrivere lunghe mail o addirittura lettere, anche se più raramente. Non vi preoccupate, dopo qualche anno vi capiranno!

Una volta conclusa la routine informatica, grazie ad una connessione dai ritmi preistorici (che di certo scoraggia le piacevoli scampagnate a tempo perso sul web), il pomeriggio è libero. Libero? Terribilmente vuoto! Mi toccherà farmi un giro, magari andare di persona a salutare Tizio o Caio e addentrarmi nel profondo della città, dei suoi dintorni e tra i suoi abitanti, giusto per perder un po’ di tempo fino a sera. Forse ci scappa addirittura un’oretta di sport…vero.

Margherita Vismara

Una forma alternativa di satanismo.

Lui si definisce “cittadino di serie zeta, un diverso che crede alla diversità come l’accesso al genio”. Dall’opinione pubblica è definito satanista, ribelle, folle, assassino anche se la giustizia non è riuscito finora ad incastrarlo. Sto parlando di Marco Dimitri, colui che nel 1982 ha fondato l’associazione culturale “Bambini di Satana” e che ha la sua base principale a Bologna. Non si tratta di una setta… è semplicemente un gruppo che il diavolo stesso ha generato: ciascuno infatti, a detta di Dimitri, è il male quando prende consapevolezza di sé stesso. L’essere umano è al centro di tutto: delle arti, della musica e della scienza, è fondamentalmente l’antagonista illuminista della chiusura medievale. Difatti, all’interno dell’associazione, si cerca sempre di evitare ogni superstizione e rituali “tipici” del Satanismo classico, considerato alla stregua di qualsiasi altra religione. E’ la Chiesa, in particolare quella cattolica, che fa terrorismo psicologico tra le genti, prefigurando un’eventuale possessione in caso di “mancato adempimento” dei precetti direttamente impartiti da Gesù Cristo; potenzialmente ogni uomo conterrebbe in sé Satana, che non è necessariamente male. Il male, come afferma Dimitri in un’intervista, infatti, è commesso dalle istituzioni e lo si riscontra nella negazione dei diritti, nella discriminazione ideologica: è “negare l’accesso alla partecipazione”. Da certe sue affermazioni in effetti “l’angelo ribelle” sembra peccare di “eccesso di democrazia”, sostenendo la libertà di stampa, di pensiero e in particolare di espressione: nessun gruppo dovrebbe esser messo a tacere, tantomeno i “Bambini di Satana”, che, a giudicare dal loro blog, sembrano essere molto… normali. C’è anche della cronaca al suo interno, dalla cui lettura non trapela alcunché: né l’orientamento politico, tantomeno quello “religioso”. Cronaca, punto. Quasi ad affermare a tutti i costi l’assoluta normalità del gruppo. Anche l’iniziazione avviene “legalmente” e “semplicemente”: si tratta di un’iscrizione, che può essere fatta anche online, e che non è vincolante a vita. Si può uscire dal gruppo in qualsiasi momento e senza conseguenze “fatali”… quello che invece accade nelle più diffuse sette sataniche.

Tuttavia, come ho detto poc’anzi, i problemi con la legge ci sono stati: accusati di pedofilia, possesso di hashish, messe nere e via discorrendo… Marco Dimitri è stato persino in carcere, anche se per poco tempo e, a detta sua, ingiustamente. Si è sentito perseguitato dalla società e dalla politica solo perché ha sempre fatto dell’informazione “corretta”. Talvolta si reputa anche un paladino della legge, denunciando mali e fratture italiane, e autoproclamandosi “pazzo di sé stesso” e “vincente” nella sua poesia “Impeto”. Un po’ megalomane, un po’ “superuomo”, Dimitri spesso è ospite nei più importati salotti televisivi e non, e su di lui ci sono fior fior di articoli ed interviste. Il gruppo fondamentalmente ha conosciuto un notevole successo grazie alla sua personalità, carismatica e ammaliante.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

Per gli studenti di Gorizia. Quelli che non hanno potuto esserci all’assemblea di mercoledì 23 ottobre. E quelli che non potranno esserci all’assemblea del 29 a causa delle lauree programmate nella sede staccata goriziana per quel giorno (nonostante che la centrale Trieste abbia decretato la sospensione dell’attività didattica). Ma anche, e soprattutto, per quelli a cui questa protesta non interessa. Con la speranza ma non la presunzione, di fare cosa sgradita.

Stato d’agitazione. Una condizione che ricorda lo stato d’allerta, quasi si trattasse di guerra o, com’è successo recentemente, di minaccia terroristica. Sennonché a dichiarare siddetta condizione d’urgenza, non è il ministero della difesa, ma un’assemblea degli studenti. Una delle tante in questi giorni di protesta anti-Gelmini. “Fate l’amore con il sapere” lo striscione appeso, non senza comiche difficoltà, sulle finestre al terzo piano dell’Università di Trieste. Sotto, senza il popolare yogurt, la mul(l)eria, gli studenti. Saranno novecento, millecinquecento. Chi azzarda 3 mila. Tanti, tantissimi, troppi per me che non sono mai stato bravo a far stime.

Di certo, come non era bastata a contenerci la sala Venezian, prima destinazione, così l’aula magna, seconda ma altrettanto vana sistemazione. “Fuori!”, l’urlo parte da quelli che s’accalcano all’entrata dell’aulone maestoso e oscuro. C’è voglia di partecipare, il grido si fa applauso e poi coro unisono. E fuori sia. Tempo d’organizzare una cassa e un microfono, nonché di percorrere le scale all’interno dell’edificio. Sembra di stare alla simulazione di un’evacuazione, quelle delle scuole dell’obbligo per intenderci. Solo che, a differenza di allora, non tutto scorre fluido e veloce. Niente maestro unico qui.

Percorro i gradini e mi risuonano in testa motivetti gucciniani da feste a base di rossi (i vini, ormai d’annata ci sono solo quelli). A me, che il ’68 non so nemmeno cosa sia, e non me ne importa nemmeno più tanto, vien da sorridere. Penso a Gaber, al bar Casablanca. La locomotiva, intanto, procede lenta fino al cortile, lì come all’uscita di una stretta galleria, riprende a correre. E’ un anfiteatro che si apre al mare, il cortile di piazzale Europa.

“E’ in questo luogo simbolo dell’Unione Europea che, significatamene, ci ritroviamo”. Apre le orazioni il rettore Peroni. Svelto e attento a liberarsi da ogni critica di strumentalizzazione della protesta. Issato al muro centrale, sventola debolmente lo stendardo europeo, affiancato dall’ancora più stanco tricolore. Che il Magnifico mi venga ad informare sullo stato delle cose, invitando la mobilitazione degli studenti a me, uno pocofico, un po’ puzza. L’atmosfera è da grandi parole, senza bisogno di scomodar la retorica. Basta guardar la folla e, per i più romantici, spingersi oltre, fino al golfo. E’ il sentimento che ti frega nella massa, e così ti ritrovi, senza volerlo, ad applaudire la non-negoziabilità della carta costituzionale. Il giurista Peroni dimostra di saper usare i termini del mestiere e chiude con un appello all’apostolato per la costituzione. Amen. Meno accesi di un requiem, gli interventi istituzionali a seguire. Con a ruota la rappresentanza dell’Ateneo di Udine e della SISSA (la scuola internazionale superiore di studi avanzati). La platea rimane attenta, in uno stand-by continuo, pronta ad accendersi, ad alzarsi, ad infiammarsi.

Finchè, finalmente, arriva il momento degli studenti, della sedicente muleria. Si capisce subito che i pompieri non serviranno. Non questa volta, troppa pacatezza nell’aria. Si salutano le parole di tutti con degli applausi più da conferenza che d’assemblea. Poche le interruzioni da standing ovation. E difatti, lo scopo è quello d’informare prima di tutto. E, stando al silenzio, più di assento che di assenso, ce n’è davvero bisogno. La legge 133, chi era costei? E il DL 112? Potrei indovinare che più della metà dei presenti non si è nemmeno preso la briga di leggere gli articoli d’interesse. Così la demogagia di una mobilitazione, fosse anch’essa giusta, può dilagare.

C’è spazio anche per il dissenso del dissenso. E’ uno studente della destra studentesca che denuncia gli sprechi del mondo universitario. Per difendere il suo diritto allo studio, non c’è bisogno dell’intervento dei poliziotti-guardiani chiamati alle armi dal Cavaliere-capitano. Infatti, lo sfortunato navigante si becca la sana dose di fischi ed evapora nella folla, felicemente. L’impavido lo sa, verrà premiato l’indomani con una citazione nel giornale locale, anche questo, nel suo Piccolo, conta.

Scorre da un’altra parte la corrente della protesta. Studentesse e studenti, ricercatori, precari, docenti con e senza cattedra. Le parole sembrano fluire insieme, in un corso morbido come l’Isonzo, romantico come la Soča. E insieme alle parole le cifre. Un miliardo e mezzo di euro, tanto si taglierebbe all’Università da qui al 2013. Togliere fondi all’Università e alla ricerca è come sparare su una croce rossa che di rosso ha già anche il bilancio.

Tanti si rivoltano in nome della pubblica scuola. Tanti tacciono nell’indifferenza passiva e sedentaria che ha ormai prodotto questa democrazia da reality. Tanti, soprattutto tra i non universitari (ma non solo), si chiedono se, tra sprechi e baronati, stringere la cinghia non abbia effetti su un uso più efficiente delle risorse. La verità probabilmente rimane sottaciuta: di progetti di riforma non si fa nemmeno accenno, solamente si spenderà meno e si continuerà a spendere male, e questo non farà menomale. Anzi.

Ma è bello pensare che, come hanno ripetuto fino all’autoconvincimento gli studenti intervenuti, “Non finisce qui”. Ci s’illude di essere meno soli a parlar di “sogni”. Ad unirsi all’appello dei “cittadini civili che oggi insorgono”. E’ romantico e serve. Unendomi al corteo partito spontaneamente per le trade triestine, ho sentito ragazzi uscirne per la paura di essere “segnalati” alle forze dell’ordine. Di più: una ragazza mi ha rivelato che appena ha visto i poliziotti vestire i guanti ha subito pensato ad uno scontro violento e si è dileguata. Mi chiedo che paese sia l’Italia, dove chi manifesta ha paura, chi governa usa questa paura come strumento, e chi, come la muleria, non dovrebbe aver niente da perdere, abbassa il muso e decide di convivere con questa paura. Democrazia o Paurocrazia? Nel dubbio, meglio scender impavidi nelle piazze, invadere le strade, far lezioni in città. E il quarto d’ora accademico? Al bar Casablanca. “Al bar Casablanca seduti all’aperto la birra gelata. Guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata. Con aria un po’ stanca, camicia slacciata in mano un maglione, parliamo, parliamo, di studentato, di rivoluzione.” Ma come? Con tutte le libertà che abbiamo, vogliamo anche la libertà di cambiare?

Un nipote illegittimo del signor G.

(Davide Lessi)

Per avere qualche idea delle cifre proposte mercoledì 23 ottobre e appena accennate nell’articolo, rimando al sito della facoltà di scienze: http://www.smfn.units.it/default.aspx

in particolare al link del powerpoint pubblicato dal professor Rui, preside di facoltà e primo docente a tenere lezione in Piazza Unità a Trieste, per sensibilizzare sui temi della protesta la società civile.

http://www.smfn.units.it/Lists/Announcements/DispForm.aspx?ID=85&Source=http%3A%2F%2Fwww%2Esmfn%2Eunits%2Eit%2Fdefault%2Easpx


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