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Un terremoto minaccia di riversarsi sulla politica italiana. Sono tanti, a sentire loro; sono moderni; e soprattutto, sono arrabbiati. A fine settembre si sono trovati tutti insieme in un prato fuori Cesena, in quella che è stata presentata agli occhi del mondo come una nuova Woodstock. Ma tranquilli, dimenticatevi il glorioso mantra sesso-droga-rock’n’roll; la nuova Woodstock è consistita nel raduno del movimento 5 Stelle, capitanato da Beppe Grillo. Una due giorni di musica, arte e comizi, che ha portato su un prato di Cesena circa centomila persone, centomila “rivoluzionari”, come li ha chiamati Grillo. Questo raduno offre sicuramente degli spunti di riflessione interessanti, e porta a chiedersi: Grillo si pone a fustigatore della politica, e a rivoluzionario; ma cosa dobbiamo aspettarci veramente da lui in questo autunno caldo? E’ un genio politico pronto a portare qualcosa di innovativo, o un furbo impostore?

Per prima cosa, non si può negare che Grillo abbia puntato sul cavallo corretto. Egli, con la sua verve polemica da comico senza peli sulla lingua, ha saputo percepire e raccogliere le voci di antipolitica e di rinnovamento che da anni emergono dalla società italiana. Da un po’ di tempo, però, il movimento è entrato in una nuova fase; non contento di scagliarsi solo a parole contro il sistema politico tutto, proponendo il superamento dei partiti e dei privilegi, ora ha deciso di entrare nell’agone politico, ponendo come obiettivo legittimo e raggiungibile quello di ottenere 10 deputati alle prossime legislative. La contraddizione è evidente: il movimento va contro i partiti, ma vuole giocare sul loro stesso terreno. Non basta un nome, movimento, a non trasformare i grillini in partito; se partecipano alle elezioni, se il loro obiettivo diventa quello di avere deputati in parlamento, è necessario un certo passaggio ad una forma partito, se non altro per recrutare i candidati.  Infatti, non si può dire che il PDL sia un organo strutturato e dotato di profondità di azione sul territorio; ma non si può affermare che queste sue caratteristiche non lo rendano un partito. Anzi, è un partito tanto meno democratico, quanto le decisioni riguardo al suo funzionamento sono prese solamente dal suo leader. Ora, vedo molto difficile che il Movimento 5 stelle non faccia la stessa fine, sottoposto alla scelta finale dei deputati da parte di Grillo. Perchè, se è vero che il comico assicura che la legge elettorale è una porcata e va modificata, come d’altronde buona parte delle persone dotate di intelletto sostengono da molto tempo, è altrettanto vero che per entrare in Parlamento bisogna giocare con le liste bloccate, e quindi Grillo può fare il buono e il cattivo tempo, proprio come uno qualsiasi dei vecchi politici criticati a Cesena.

Grillo però ha un grande merito: quello di sapere usare con maestria i mezzi di comunicazione contemporanei. Internet non ha più segreti per lui, e grazie alla rete riesce ad allargare sempre di più la sua schiera di seguaci insoddisfatti del sistema. Può essere questo visto come un uso dei media che porterà ad una maggiore democrazia? Non credo; vedo assai improbabile uno sviluppo di questo genere, perché comunque tutto il meccanismo fa capo al leader, che domina le idee del gruppo senza possibilità di contraddizione. Anzi, questa politica “diffusa” rende ancora più difficile mettere in discussione il leader, cioè Grillo, perchè la rete crea un pubblico amorfo, da cui pescare le teste più fedeli e lasciare perdere le altre.

Insomma, il movimento 5 stelle critica i meccanismi della politica, ma per veicolare il suo messaggio di critica ne utilizza gli stessi meccanismi, portandoli ad un nuovo livello.  Grillo non è diverso, non è nuovo rispetto a Berlusconi; è semplicemente arrivato dopo, ne ha potuto studiare la bravura e gli sbagli e, ora che ha studiato, ne approfitta per ottenere gloria come novello Messia. Questo è dimostrato da un’ultima considerazione: in un momento in cui la vera opposizione al sistema politico attuale sarebbe spingere ad una riflessione precisa e preparata sulle vere priorità del Paese, Grillo si limita a criticare, ad urlare. Il programma del movimento esiste, e ad onor del vero ha anche proposte interessanti, in particolare sull’ambiente. Ma insieme ad esse sono presenti molte dichiarazioni generiche, populiste, simili,anche se di segno opposto, a quelle a cui ci ha ormai abituato la Lega. Questo non significa che poi, una volta nelle stanze del potere, i grillini non sappiano il fatto loro, e non prendano inziative degne di nota; basta pensare a David Borrelli, candidato governatore del movimento alle ultime regionali in Veneto, e consigliere comunale a Treviso. Ma quello che appare desolante è vedere come in realtà sia proprio a livello di comunicazione nulla cambi; Grillo dice di voler fare la rivoluzione, e di cambiare la politica, ma poi è il primo a rivolgersi alle grida e alla trivialità nel discorso politico. Invece, l’unica vera rivoluzione nella politica italiana di questi anni sarebbe portata da chi veramente smettesse di urlare e ci invitasse ad ascoltare, ad approfondire i problemi, ad affrontarli dopo esserci preparati bene su di essi. Di Woodstock ne abbiamo già tante, e si vede quanto male sono usate; ora è il tempo di tornare all’Opera, e di scoprire quanto bella può essere.

Bertrand Cantat tornerà a cantare. Stamattina mi guardo allo specchio. Nessuno ha ancora potuto dirmi dove si trovi, quest’anima che andiamo cercando da sempre. Perché c’è eh, almeno di questo siamo tutti sicuri. La nostra interezza, la nostra parte più completa. Meglio ancora, ciò che di noi è senza vergogna (l’anima non ha foglie di fico). Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io ne sono felice. Lo stesso Bertrand che ha ammazzato di botte la compagna, lo stesso cui è bruciata la casa e la cui prima moglie si è ammazzata. Bertrand Cantat tornerà a cantare, era tanto che lo aspettavo.

Stamattina mi guardo allo specchio, l’uomo?, e mi dico che ci hanno mentito. Linea della fronte, naso, labbra ed occhi. L’anima, e sarebbe pure buona. Portata naturalmente al bene. L’iperuranio, signori, l’iperuranio anche quando il Demiurgo è visibilmente un incapace, o un assenteista, o peggio! E com’è che non la vedo. L’anima. Mi guardo uomo e so che l’Uomo è una sonora menzogna e non lo troverò mai. Non lo troverete mai. A meno che non vi rivolgiate anche a loro. Bertrand Cantat ritornerà a cantare, Michele Misseri è lì in prima serata. Ed io ne ho bisogno. Un disperato bisogno. Perché stamattina mi guardo allo specchio. Sono tutte menzogne, se volete saperlo, cercatelo voi l’uomo buono: cercatelo al di là di stupratori e assassini e se ci riuscite dategli un’occhiata oltre un cancello che invoca la libertà del lavoro, se ci riuscite cercatelo anche là dove la crudeltà è maggiore, tra quei Santi che ci condannano tutti, gli stessi al confronto dei quali noi siamo feccia e che sono liberi di riversarci il loro perdono come l’ultimo colpo: quello mortale. E’ questo l’uomo? Quanta retorica stamattina se mi guardo allo specchio. Ma voi pensate veramente che l’uomo sia buono? Non ne sono certo ed anzi tutte le prove se mi guardo indietro darebbero da pensare al contrario.

I miei occhi non sono quelli di una persona buona. I vostri non lo so perché non mi hanno mai interessato.

E allora io mi scruto allo specchio, mi misuro, mi mordo, Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io con tutto il mio cuore desidero sapere: sapere com’è ammazzare di botte la persona che ami, voglio parlare con Misseri per capire, per fare un po’ più di luce sul nostro mistero. E’ l’unico enigma che valga la pena di sciogliere (per l’altro, quello degli dèi, tutto sommato vale ancora l’antica risposta: se esistono, di noi non si curano per certo). Anche Misseri ha la sua verità da portare, ed io non chiedo di diventarla, voglio soltanto prestarle ascolto. Sudo se mi guardo allo specchio. Cosa c’è in me che ci fa simili a loro, nostri fratelli, nostri uguali. Michele Misseri è crollato dopo dieci ore di interrogatorio quando qualcuno ha avuto l’idea di metterlo di fronte al suo passato, da bambino facevi il chierichetto, pezzo di merda, animale. Scommetto che a vent’anni anche lui si guardava allo specchio e non avrebbe mai pensato di finire così. Nemmeno io lo penso ma chi può dirlo, chi può dirlo. Forse in me c’è già la bestia, e in voi no? E ne siete sicuri? Sono miei simili, sono miei fratelli, sono umani (e oh se tutti potessero scrivere un disco, come Cantat). Loro sono l’uomo e loro sanno dell’anima più di me che ora ho la superbia di cercarla, perché loro vi si sono infilati, come un coltello, come un pugno o una mano che strozza una vita innocente. In quell’attimo loro l’hanno vista, l’anima. Prima di comprendere ed averne orrore. Mi piacerebbe parlare loro. Capirli. Vorrei, ecco, che mi aiutassero.

Bravi voi che avete sempre avuto in tasca il significato dell’essere umano. Lo bandite da secoli, l’avete chiamato in molti modi, ne avete scritto poesie, ci avete allestito religioni (ma l’impalcatura non regge perché sono tutte menzogne, mutilazioni della realtà. Ed anche questo lo sapete benissimo perché ogni volta restate lì sgomenti di fronte al sangue. E non capite). Eppure eccovi lì fissi a guardarlo, Misseri, eccoci qui trepidanti, perché Cantat è lì di nuovo sotto il riflettore. Ed io voglio sperare che non vi spinga solo la morbosa e pornografica volontà di toccare il crimine che grazie al cielo non ha toccato mia figlia; o peggio voglio sperare che non siate lì ad ergervi come giudici, voi stessi noi stessi che nel nostro cuore non siamo in nulla, e dico proprio in nulla, migliori di nessuno di loro. Voi avete in tasca il significato dell’essere umano, eppure dell’uomo non sapete alcunché. Anche voi siete lì perché da Misseri attendete una risposta, forse La risposta, ma avete paura di ammetterlo. Ed ecco che stamattina vi ritrovate di fronte allo specchio cercando di parlarvi (e di piacervi ancora), salve tu che sei il risultato ultimo e perfetto di millenni di erudizione, salve a te magnifico prodotto dell’evoluzione, anima pura, carogna! Tu sei quello che pregava per lo scudiscio di dio con la destra stringendo nella sinistra le tue carneficine, e sì bisognerebbe essere un Dostoevskji ma io ho non ho scritto nessun libro e ne ho letti pochi, e tutti malissimo, stamattina sei tu che finalmente riconosci che in te non c’è solo bene, quelle sono panzane da vecchie comari e sacerdoti, gente che la vita l’ha sempre temuta, guardati allo specchio e dillo di fronte ai tuoi simili, dillo che non avresti mai costruito un campo di concentramento, diglielo che non avresti mai violentato una bambina, ma ne sei sicuro? Sei sicuro che tra trent’anni non tornerai a casa uccidendo tua moglie e i tuoi figli, ne sei veramente sicuro? La tua anima è così superba? Perché se nei sei sicuro davvero allora alzati in piedi e grida allo scandalo, ma se fremi di un dubbio anche piccolissimo, ed allora hai paura è tutto chiaro, ti basta uno specchio perché in quel momento sei messo di fronte all’unica rivelazione che conti in questo piccolo mondo di periferia, giù la testa anima splendida, cerbero. Ecce homo.

Bertrand Cantat ritorna sui palchi. Lo ammetto: mi è mancato.

tn_200_300_cose-da-turchi[1]di Marta Ottaviani, Mursia 2008

Marta ha 30 anni: vive in un appartamento a Milano in una delle sue zone più belle e ha tanti amici. Ma anche una vita monotona ed un lavoro precario .

Decide allora di cambiare la propria vita e tenta la sorte candidandosi per una borsa di studio del governo turco. La vince e l’avventura ha inizio: potrà studiare per 8 mesi nella bellissima Istanbul; unica straniera in un college di 3200 studenti .

Scoprirà, così, una Turchia oltre tutti gli stereotipi, che fa riflettere e che incanta con il suo fascino, scaturito dalla fusione dell’antico con il moderno, dell’oriente coll’occidente e della religione con la laicità. Una fusione non sempre armonica, a volte contraddittoria ai nostri occhi , ma che nella mentalità di chi la vive non perde mai il suo senso.

Da quest’esperienza unica, Marta ha tratto il suo libro, fusione anch’esso tra 2 generi diversi – romanzo e reportage giornalistico – per aiutare anche noi ad andare al di là dei comodi stereotipi in cui i più si rifugiano. Con un linguaggio semplice e colloquiale integra descrizioni politico-culturali alle sue esperienze vissute e viceversa: come se, intenti a passeggiare sulle sponde del Bosforo o a bere del çay durante una pausa dal lavoro, ci narrasse della Turchia e dei suoi abitanti, della loro vita quotidiana e del loro modo di pensare. Un libro che, senza affaticare, consente dunque di “farsi un’idea”più chiara a 360 gradi di un paese di cui ultimamente si parla spessissimo ma del quale, in realtà, si è ben poco informati.

Marta Ottaviani è nata a Milano nel 1976. Laureata in Lettere Moderne, viene ammessa all’Istituto per la Formazione al Giornalismo «Carlo de Martino».  Nell’ottobre del 2005 parte per la Turchia, dove, in breve tempo, comincia a lavorare per l’agenzia di stampa Apcom, per i quotidiani «Il Foglio», «Il Giornale», l’«Avvenire», per Radio 24 e per il settimanale «Io Donna». Commentatrice di Radio Tre Mondo ed editorialista del quotidiano libanese «An-Nahar», vive attualmente a Istanbul.

Tommaso Ripani
Tommaso.ripani@sconfinare.net

Il racconto breve di Tommaso

Cari lettori, quanto segue non è un articolo, ma il primo episodio di una storia a puntate che – se, con il vostro gradimento, sosterrete – avrei intenzione di pubblicare d’ora in avanti in questa rubrica. Essendo questo una progetto in itinere, attendo con trepidazione vostri commenti, suggerimenti e spunti per proseguire il mio lavoro. Buona lettura!

Episodio 1 – Il risveglio

Paolo non sapeva bene come avesse fatto a trovarsi lì. La sua mente era annebbiata. Non vedeva bene. Sebbene i suoi occhi fossero aperti, era come se ci fosse un muro di nebbia. Tentò di alzarsi, ma non ci riuscì. Dov’era? Perché non riusciva a vedere? Pian piano, la nebbia nei suoi occhi si diradò. Era pieno giorno. Una luce intensa per un attimo gli ferì gli occhi. Proveniva da un’ampia vetrata, inondando la stanza. Era una luce dorata, ma tenue, non sicuramente potente come quella di una calda giornata estiva. Si accorse di essere seduto per terra, con la schiena appoggiata verso il muro.

Cercò di alzarsi, ma solo con fatica vi riuscì, sostenendosi alla parete bianca. Sentiva in sé un dolore soffuso… Accennò un passo, ma delle fitte laceranti lo bloccarono a metà, facendolo ritornare malamente appoggiato. Tutti i muscoli gli facevano un gran male: come se lo avessero bastonato. Per il momento, camminare sarebbe stato troppo faticoso. Iniziò ad osservare intorno a sé. C’era da un lato, sulla sinistra, una lunga vetrata, oltre la quale si vedeva un ampio terrazzo, raggiungibile tramite una porta-finestra sul fondo della stanza. Varie piante lo decoravano con i colori delle loro foglie, anche se molte di queste erano ormai a terra. Dall’altro lato, dietro un angolo, poteva intravvedere un elegante tavolo da pranzo in vetro con delle sedie di metallo e un sofà bianco, una lampada su un tavolino. Che strano…quel luogo gli era familiare… perché? Provava un’inquietante sensazione: anche se non aveva piena visuale su quel lato della stanza, sentiva, però, che qualcosa non era come doveva essere.

Una brezza fredda lo fece rabbrividire: la porta finestra era aperta. Il dolore lo aveva abbandonato un poco… forse sarebbe riuscito a camminare. Lentamente, si avviò verso l’ingresso della terrazza.

Concentrò le sue energie nel muoversi, fino a raggiungere l’altro lato della stanza. Affaticato, si appoggiò al vetro, con il viso rivolto verso il centro della stanza.

Quello era il soggiorno di casa sua!

Ma, cosa era successo? I cuscini del divano erano in completo disordine: uno da un lato, strappato e svuotato del suo contenuto – che si trovava tutt’intorno – mentre l’altro era dall’altro lato della stanza. La lampada, invece, si trovava ancora dove doveva essere, ma era tutta incrinata:che fosse stata raccolta da terra? Si mise una mano alla tempia. Gli stava venendo un terribile mal di testa; un’incessante serie di pulsazioni alla tempia che non gli permettevano di riflettere. Forse, se avesse chiuso la finestra, sarebbe stato meglio. Chiuse la porta finestra. Quando, però, tolse la mano dalla maniglia, scoprì con orribile sorpresa che era macchiata di sangue. La vista del sangue peggiorò immediatamente il suo mal di testa: la stanza iniziò ad oscillare. Si ritrovò di nuovo per terra, colto dal panico: che diavolo era successo in casa sua?!

Chiuse gli occhi per cercare di riprendersi, respirando a fondo mentre provava a fare quiete nella sua mente sconvolta. Continuò così finché il mal di testa non gli diede tregua.

Quando aprì nuovamente gli occhi non avrebbe mai saputo dire quanto tempo fosse passato all’incirca – se non fosse stato per il fatto che la luce era cambiata molto rispetto a quando li aveva chiusi. Doveva essere l’ora del tramonto.

Sentiva in bocca il sapore del sangue. Si portò una mano al volto e ben presto capì che era perché la sua tempia sanguinava. Aveva ricevuto forse un colpo in testa?

Si accorse di una porta leggermente socchiusa, che prima non aveva notato.

Questa volta si rialzò con più facilità e, ansioso per ciò che avrebbe potuto trovarvi al di là, pose la mano tremante sulla maniglia…la scena che vide spazzò via in una sola folata di vento tutta la nebbia che aveva gravato sulla sua mente: Bianca distesa sul letto, morta.

Tommaso Ripani

La Signora si è messa in tiro. Nella preparazione dell’evento, forse perchè i portoghesi stessi conoscono i loro ritmi, ci si è presi un pò in anticipo. Il Natale, questo evento, si è presentato nella mente della gente, forse anche un pò nei portafogli di chi la città la vive, con un pò di anticipo. Il 25 di ottobre, per l’esattezza, si cominciavano a montare queste palle colorate un pò dappertutto, con l’incertezza degli occhi scrutatori se si stesse organizzando una parata omosessuale o magari la più vicina festa dei Santi. Santi un pò contemporanei. Invece, come le formiche in periodo estivo, i lisboneti si preparavano al Natale, alle onde di turisti, mascherando la città dietro milioni di luci, lucette, lampadine. Angeli, croci e stelle. In ogni piazza e nelle vie. Un mese dopo, a uno preciso dal compleanno più famoso del mondo, si sono accese le candeline. Dietro, la volontà di illuminare, di far risplendere di colori forti la città, perchè per due mesi bisognerà coprire di un manto di velluto la malinconia, il malessere. Perchè in fondo non è un pò l’immagine di ognuno quella che viene fuori dal tutto? difficile argomento da far capire a certe persone. Ma è il fermento che invece tiene alto il valore di quei dieci milioni spiccioli di portoghesi. Ma non c’è tempo di sospirare, non c’è tempo…che tutto risplenda! fino al giorno, ma che in fin dei conti non si può chiamare più giorno, ma stagione. Allora cos’è un Natale spalmato per due mesi? un cadavere sotto ad uno scialle di cachemire. L’occasione di ritrovo non è più dietro una tavola imbandita, ma nei reparti di un grande supermercato o dietro un massacro alimentare. Mi sembra che quest’onda continui a fare vittime, mi chiedo se nonostante il tanto parlare non finisca anch’io inevitabilmente, per farne parte. Lisbona si è spaccata in due in un mese, sottraendosi in tutto ciò che ha potuto salvaguardare finora. L’estetica vince sull’etica. Vado alla ricerca allora di ambienti piccoli. Non mi hanno mai deluso. E una volta di più, i miei occhi non faranno più caso a tanto barlume. La Signora è pronta.

Edoardo Buonerba

 

Regista: Michel Ocelot

Film di animazione

Nazione: Francia

Durata: 95′

Voto: 9

Il genere del film di animazione in questi ultimi anni si rivolge sempre più anche al pubblico adulto Ed è questo(, secondo me,) anche il caso di “Azur e Asmar” del francese Michel Ocelot, nonostante la semplicità dei disegni e la vivacità dei colori possano ingannare. La storia, ambientata in epoca medievale, si sviluppa in due scenari diversi. La prima parte si svolge in Francia presso la corte di un nobile, padre di Azur. Questi è un bambino biondo con gli occhi azzurri che viene svezzato dalla nutrice Jenane, originaria del Marocco, e che trascorre la sua infanzia con il figlio di lei, Asmar. I due bambini (crescono insieme e) diventano amici, ma il padre di Azur, che marca in ogni occasione le differenze sociali cercando di porre una barriera tra i due, decide di separarli: il francese viene mandato in città per gli studi, Asmar e sua madre invece vengono scacciati e devono tornare nel proprio Paese. Passano gli anni e Azur cresce nel ricordo della nutrice e delle leggende da lei raccontate: decide quindi di partire per il Marocco alla ricerca della fata dei Jinn ( i corrispettivi degli elfi nella tradizione araba), ma qui si scontra subito con la realtà locale e con i pregiudizi che la caratterizzano. E’ come se i ruoli si capovolgessero: ora infatti è Azur che rappresenta lo straniero (e il diverso) e i suoi occhi azzurri sono giudicati portatori di malocchio, tanto che egli si finge cieco (per non essere allontanato dalle persone). Ritrova la nutrice, (diventata una ricca mercantessa,) e Asmar, che però non ha dimenticato l’umiliazione subita a causa del padre di Azur. I due, dapprima quasi nemici, partono per la stessa avventura e progressivamente riacquistano la loro complicità e riescono a raggiungere la leggendaria fata: il problema è chi la dovrà sposare? Essi vengono infatti giudicati di pari valore. Questa fiaba moderna, attraverso la forza delle immagini e il messaggio in essa contenuto, aiuta a riflettere: non bisogna basarsi sul pregiudizio, ma cercare di conoscere le persone per quello che sono e non per quello che rappresentano.

Lisa Cuccato

Lisa.cuccato@sconfinare.net

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

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