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Suona la sveglia, attorno un silenzio sornione che ovatta le urla della famiglia di sotto, chissà che problemi avranno. Cinque minuti di pura incoscienza, poi la realtà cancella qualsiasi pretesa di sogno. Apro la finestra, sole e aria fresca. Entro in cucina, caffè e biscotti. Accendo la tv, Gasparri e Franceschini. C’è qualcosa che turba la mia apolide percezione di allegria.

Mister G ha l’occhio un po’ vacuo ma sorride, la vita sembra riservargli soltanto certezze. Mister F corruga la fronte come è solito fare per le questioni di principio, dubito possiederà mai la stessa serenità che contraddistingue le anime alla Mister G. Entrambi parlano di Mister B, ma non faccio in tempo a ricavarne qualcosa di concreto che il dibattito si allarga a macchia d’olio: Mister O trasuda sdegnosa bonarietà, Mister P oscilla tra rabbia e rassegnazione, per buona educazione si lascia qualche secondo anche all’invettiva di una nervosissima Miss C. Dieci minuti di frasi rattoppate e un terzo del Tg viene sprecato in battibecchi costruiti ad incastro; tutto ciò che resta è l’inevitabile incertezza su che cosa sia più fastidioso: le estrapolazioni mirate o i contributi premeditatamente confezionati? Forse la pigrizia dei giornalisti che montano servizi simili.

Per fortuna sembra che la sveglia sia suonata anche per qualcun altro. Accontentando una richiesta della Rai, infatti, l’Osservatorio di Pavia ha condotto un’indagine comparata su 14 tra i maggiori canali informativi europei, presentando i risultati ottenuti il 17 novembre 2008 a Roma, durante un dibattito intitolato “Politica e giornalismo nei telegiornali Rai”. Lo studio, che esamina gli anni dal 1967 al 2007 e una rosa di 231 edizioni di telegiornale su 266 esistenti, prende in considerazione due settimane “campione” per ogni decennio dal 1967 al 1987 e per ogni quinquennio dal 1992 al 2007; lo scopo è ricavarne dati statistici su quantità e qualità dell’informazione politica offerta dai canali Rai.

Innanzitutto l’indagine mette in evidenza la spaccatura tutta italiana tra i primi telegiornali degli anni ’60-’70 e quelli nati dalla logica della concorrenza e della soddisfazione dei target negli anni ‘90. Secondo l’Osservatorio, la prima categoria manifesta prevalentemente “una finalità pedagogico-esplicativa come base del resoconto giornalistico, orientata a descrivere le azioni dei soggetti politici tramite notizie scarsamente controversiali, conchiuse e separate tra di loro”, mentre la seconda generazione Rai si trova ad affrontare cambiamenti politici e mediatici che “provocano in primo luogo una radicale dinamizzazione del telegiornale. L’esposizione diventa più semplice, il linguaggio più facile e il ritmo più incalzante. Ma soprattutto la mediazione giornalistica ricorre sempre più alla riproduzione diretta della voce del politico, per lo più impegnato a fare dichiarazioni e ad esternare”. Accade così che se nel 1967 azioni e decisioni degli attori politici (leggi, decreti, regolamenti, riunioni di segreterie, direzioni, ecc.) assorbivano il 94% dello spazio consacrato alla politica lasciando solo il 6% alle esternazioni, con il passare degli anni si è arrivati a dedicare attenzione appena per il 24% alle azioni e per ben il 76% alle esternazioni, con un linguaggio oggi facile per l’89% mentre nel 1967 lo era per appena il 7%.

Una seconda sconcertante verità emerge poi dal confronto con i principali network europei (Bbc per l’Inghilterra,  France 2 per la Francia, Tve per la Spagna e Ard per la Germania): l’indagine evidenzia che nei notiziari italiani la percentuale media di cronaca politica è del 34,8% contro il 16,5% europeo (con l’unica differenza che la nostra è una percentuale fissa mentre i network europei registrano variazioni notevoli di giornata in giornata, arrivando addirittura anche a zero notizie di politica interna). In Italia il 55% di questo tempo è dedicato a dichiarazioni mentre il 41,6% a risposte che i politici danno ai propri colleghi; in Europa di quel suddetto 16,5% solo un 21,2% riporta delle dichiarazioni e solo un 20,7% le repliche. In sostanza, i nostri telegiornali trattano argomenti di politica interna per il doppio del tempo rispetto a quelli esteri riempiendo la quasi totalità dello spazio con il resoconto delle intenzioni anziché delle azioni dei nostri politici. Non ci dobbiamo scandalizzare perciò se la Bbc dedica 296 secondi alle elezioni in Scozia, France2 ne dedica 337 all’adozione della riforma costituzionale, la Ard 237 allo scandalo dell’agenzia statale KFW con audizione del governo in Parlamento, la Tve 257 all’incontro tra Zapatero e Rajoy e il Tg1 di Riotta destina la bellezza di 443 secondi al dito medio di Bossi (ricordate?).

Dunque in Europa non esistono resoconti in esterna davanti a Montecitorio o dirette dalle Camere, dunque in Europa hanno spazio di parola solo i leader di partito o di governo, i portavoce non vanno in video, dunque in Europa le “buone intenzioni” non interessano a nessun giornalista stipendiato. In Italia invece c’è spazio per tutti.

Valeria Carlot

valeria.carlot@sconfinare.net

Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Barack Hussein Obama II (Honolulu, 04/08/1961) è, dunque, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America. O, meglio, lo sarà dal 20 gennaio 2009, quando ci sarà la cerimonia di insediamento e riceverà i pieni poteri. Della sua storia, a tratti addirittura messianizzata e che non pochi imbarazzi ha creato allo stesso candidato durante la campagna elettorale (‘A differenza di quanto si dice in giro’, esclamò tra l’altro, ‘non sono nato in una mangiatoia.’), hanno parlato e parleranno in tanti. Così pure della lunghissima campagna elettorale, dello sconfitto McCain, di Biden e della Palin. E se ne parlerà così a lungo che si rischierà di perdere di vista –e forse già si è perso- il dato politico. Che non è il colore della pelle di Obama, o non solo e non principalmente: un afroamericano (tale, in effetti, solo a metà) alla Casa Bianca è certo un fatto di per sé positivo, un segnale di apertura al mondo, magari anche di un certo coraggio. Un fatto non previsto né prevedibile anche solo pochi anni fa, e sarebbe stato un fulmine a ciel sereno anche se fosse arrivato dall’elefantino repubblicano, piuttosto che dall’asinello democratico. Un presidente nero, va aggiunto, non è necessariamente un ottimo presidente. Dato che dalla sua posizione condizionerà pesantemente le nostre vite negli anni a venire, possiamo sperare in bene, ma certo non possiamo esserne sicuri. Potrebbe rivelarsi un completo incompetente, a dispetto di tutto ciò che abbiamo visto in quresti anni. Quindi, forse sorprendentemente, suggerisco che, a ben vedere, il dato più importante –il dato politico intendo, non certo sociologico o storico o culturale, in quei campi il colore della pelle conta, eccome-, è la novità di questa elezione, e della campagna elettorale che l’ha preceduta. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, la relativa originalità dei due sfidanti principali, Obama e McCain. Uno molto giovane, l’altro molto vecchio, entrambi piuttosto slegati dall’establishment dei loro partiti: Obama per l’età e perché, nonostante amicizie importanti (a cominciare dal ex candidato del 2004, Kerry), ha osato sfidare e battere l’imponente organizzazione Clinton, evitando abilmente di perdere l’appoggio del partito, seducendolo giorno dopo giorno. McCain per il suo carattere spigoloso, per la sua consolidata abitudine a criticare il suo stesso partito e per le sue tendenze quasi liberal, al confronto con gli altri politici della sua area.

In secondo luogo, il programma del presidente in pectore, per il quale è stato addirittura additato come ‘socialista’, uno degli insulti più gravi nel Nordamerica. Rimane pur sempre un programma moderato, se visto con ottica europea; ma negli Stati Uniti il suo è un programma interno indubbiamente avanzato, progressista, che propone un timido abbozzo di riforma dello stato sociale, che si dice fuori dalla logica delle lobby, che avanza proposte sorprendenti sulla politica energetica e sulle alternative al petrolio.

In terzo luogo, il modo in cui Obama ha vinto. Non solo nei luoghi in cui tradizionalmente un democratico vince, come il Maine, l’Oregon, Washington, New York e gli Stati delle coste in generale, o come in Illinois. Non solo in alcuni degli Stati che solitamente avevano votato un repubblicano, come la Virginia o l’Ohio. Ad un’analisi più precisa emerge un particolare piuttosto interessante: Obama non è stato votato solo dagli elettori democratici; ha sottratto tantissimi voti non tanto (o non soltanto) ai repubblicani, ma in gran parte ai partiti che vanno sotto la voce ‘altri’. Ha ricevuto voti, insomma, da coloro che solitamente non si riconoscono nella bipolarismo americano. Ma, e questo è significativo, ha ricevuto la fiducia della maggioranza dei giovani, nuovi elettori.

Basti un esempio, che poi è il più eclatante: il Texas dei Bush ha, com’era prevedibile, votato in maggioranza l’elefantino, ma McCain è passato dal 61%(4.495.797 voti) di Bush 2004 ad un ‘normale’ 55%(4.450.403), mentre Obama ha incrementato il 38%(2.816.501) di Kerry, arrivando al 44%(3.514.788). Un guadagno di ben 698 mila voti e spiccioli, su un totale di circa otto milioni di votanti. Moltissimo, e sorprendente.

Sarà capace di meritarli, il primo presidente afroamericano del paese che per decenni ha discriminato quelli come lui? O questo sogno non si rivelerà piuttosto un incubo, e si scoprirà che in realtà Barack Obama è davvero troppo inesperto per governare gli Stati Uniti d’America?

Il bello della vita è che per avere certe risposte bisogna prima vivere.

Francesco Scatigna

francesco.scatigna@sconfinare.net

 

Oltre al classico antipasto “prosciutto e melone”, particolarmente gradito nei pranzi estivi, il prosciutto di San Daniele, in virtù della sua dolcezza e della sua consistenza, si presta molto bene alla preparazione di prelibate ricette tipiche della cucina friulana. Vogliamo in questo numero proporvi i tagliolini, classico primo a base di San Daniele, e ancora più semplice ricetta a base di prosciutto e taleggio, in modo da scoprire le proprietà culinarie di questo prosciutto. Vi risulterà poi facile capire perché il prosciutto di San Daniele sia una specialità italiana conosciute nel mondo. Buon appetito!

 

 

Tagliolini al prosciutto di San Daniele

Ingredienti per 6 parsone

400g di tagliolini

200g di prosciutto di San Daniele da tritare (preferibilmente Gambetto)

50g di burro

200g di crema di latte fresca

6 fette di prosciutto di San Daniele

Semi di papavero

Preparazione

Passate il prosciutto al tritacarne grosso (in alternativa, richiedetelo già tritato al macellaio). Sciolto il burro in una padella, fatevi rosolare per un attimo il prosciutto tritato, aggiungendo la crema di latte e amalgamando bene. Una volta cotti i tagliolini, scolati bene e fateli saltare nella padella con la salsa. A questo punto disponete le fette di prosciutto su ciascun piatto e avvolgetevi i tagliolini in modo da creare un simpatico fagottino. Guarnite il fagottino con i semi di papavero e servite.

Pennette alla San Daniele

Ingredienti per 4 persone

300g di penne (integrali nella ricetta originale)

150g di prosciutto di San Daniele

100g di taleggio

Olio tartufato (circa 0,5g)

Preparazione

Tagliate il prosciutto a nastro per il lato più corto e tuffatelo nell’olio tartufato (si raccomanda di non esagerare con lìolio, onde salvaguardare il gusto del prosciutto). Tagliate il taleggio a dadini. Una volta ultimata la cottura della penne, predisponetele ben sgocciolate e ben calde e unite i dadi di taleggio. Mescolate bene, poi aggiungete il San Daniele con l’olio tartufato, mescolate nuovamente e servite.

Andrea Bonetti, Massimo Pieretti, Rodolfo Toè

Come l’abbiamo capita

 

In quest’ultimo periodo, la parola “Finanziaria” ha invaso la vita degli italiani; ma non per la sua novità, bensì per i contrasti creatisi in seno alle forze politiche di questo paese. La battaglia si ripete in realtà ogni anno.

Mentre con la legge di bilancio il governo si limita a fotografare la situazione finanziaria del Paese, con la legge finanziaria esso modifica le voci di spesa, aumentando o diminuendo le tasse, regolando insomma la vita finanziaria dei cittadini per l’anno a venire. Alla luce della sua importanza un dibattito acceso è assolutamente comprensibile. Il progetto di legge deve essere presentato alla Camera o al Senato entro il 30 settembre. A questo punto una Commissione parlamentare di bilancio la discuterà, proponendo degli emendamenti, e porterà il risultato in aula dove si procederà alla votazione. (Naturalmente gli emendamenti alla finanziaria possono essere presentati dai gruppi costituiti in Parlamento o da singoli parlamentari). Il testo, una volta approvato, passerà all’altro ramo del Parlamento finché verrà approvato nella medesima forma. La finanziaria entrerà quindi in vigore. Tutto però deve avvenire entro il 31 dicembre, altrimenti si entrerebbe in un regime di “esercizio provvisorio” per cui ogni mese lo Stato potrà spendere al massimo 1/12 di quanto ha speso nello stesso mese l’anno precedente.

Questa ultima “manovra di bilancio”, si legge in una nota di Palazzo Chigi,”si sviluppa secondo tre principi guida strettamente interconnessi: crescita, risanamento, equità”. Il progetto presentato quest’anno è notevolmente corposo: 33,4 miliardi di euro (la precedente era di 24 miliardi). Significa che il governo conta di raccogliere nelle sue casse la cifra menzionata e poi utilizzarla per due scopi principali:

–    favorire lo sviluppo (costo: 18,6 miliardi di euro);

–    mantenere il rapporto deficit/pil sotto il 3% (costo: 14,8 miliardi di euro).

Il primo ruota attorno alla riduzione del cuneo fiscale che è la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro ai dipendenti e quanto effettivamente essi percepiscono, al netto quindi di ciò che viene versato al fisco e agli enti di previdenza. Insomma si vorrebbe ridurre l’incidenza del fisco sul costo del lavoro che oggi è ad un livello del 45,4% dello stipendio lordo, mentre la media dell’UE a 25 è di 42,49%.

Il secondo deriva dai limiti del Trattato di Maastricht, con il quale i firmatari si impegnarono a rispettare un codice di condotta, le cui regole fondamentali sono due: un governo può spendere più di quanto raccoglie creando così deficit, ma non più del 3% di quello che il Paese produce in un anno. Infatti dietro al deficit si nascondono soldi che i cittadini prestano allo Stato, ma che andranno restituiti con tanto di interessi. Il deficit si accumula di anno in anno e forma il debito pubblico, ed ecco la seconda regola: per l’UE il debito non deve superare il 60% di quello che il Paese produce. Si tratta di parametri impossibili? Per l’Italia molto più che per altri Paesi perché essa ha accumulato negli anni un debito pubblico pari al 106% del PIL! L’UE nel ’92 ci permise l’ingresso a patto che c’impegnassimo a ridurlo, mantenendo il deficit intorno allo o%. Se consideriamo che la scorsa finanziaria puntava ad abbassarlo dal 2,9% al 2,7% capiamo quanto l’obiettivo sia distante, ancor più difficile da raggiungere a causa degli interessi che bisogna pagare ogni anno (circa il 12% della spesa pubblica).

I parametri del patto di stabilità non sono un limite irraggiungibile solo per il nostro paese: nostri vicini, come Austria(62,9%) e Francia (66,8%), si trovano in condizioni fuorilegge, ma anche Belgio (93,3%) Germania (67,7%, e che presenta inoltre un deficit del 3,5%) , Portogallo (63,9%) e Grecia (107,5%), si presentano in situazioni simili da almeno 3 anni. Oltre ai diversi pareri , che ovviamente si sono creati all’interno del nostro paese, all’estero vi sono state discordanti reazioni, che però in parte approvano questa ultima legge finanziaria.

L’Economist affermava che tra le cose sicuramente positive di questo governo, c’era anche il decreto volto ad erodere il quasi- monopolio televisivo di Berlusconi; la lotta contro l’evasione fiscale, nel caso si verificasse nei numeri attesi dal governo, farà riprendere fiato alle casse statali, e sarà possibile eseguire una ridistribuzione delle tasse, “tutto il resto è secondario – Mr Prodi said”. Secondo il Financial Times, questa finanziaria ha il duplice scopo di garantire la sopravvivenza politica del governo e ridurre il deficit, ma con tre difetti: “Primo, punta sugli aumenti delle tasse più che sui tagli alla spesa pubblica. Secondo, contiene artifici contabili. Terzo, non prevede riforme strutturali. Il problema dell’Italia non è tanto il deficit in sé, ma il fatto che sia accompagnato da una scarsa crescita economica.” Il Wall Street Journal sostiene che la crisi italiana potrebbe mettere in difficoltà i paesi della zona euro: “L’Italia ha il secondo peggior rating dopo la Grecia. La possibilità che l’Italia sia costretta a uscire dalla zona euro è remota, ma non può essere esclusa”. Vedremo se il dibattito interno e i giudizi esteri porteranno o meno ad una revisione del progetto. Nel frattempo però l’ntesa tra il governo e parti sociali, mostra un clima di collaborazione in Italia, ed una volontà di dialogo, pur accompagnate dalle proteste in piazza dell’opposizione.

Nell’attesa gli studenti possono solo sperare che, qualunque sia il risultato, questa finanziaria sia la prima di una lunga serie che porterà ad una sensibile riduzione del debito e che possa riaccendersi con decisione la crescita italiana. Altrimenti un domani saremo noi, in prima persona, ad affrontare pesantemente queste vecchie responsabilità.

 

 

 

I NODI DELLA DISCORDIA 

Le principali novità e i punti della legge che più hanno sollevato polemiche

  • Le aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) passano da 3 a 5 , portando la pressione fiscale massima dal 41% al 43%;
  • Varia la “no tax area” (reddito minimo al di sotto del quale non c’è tassazione): 7500 euro per i pensionati, 8000 per i lavoratori dipendenti, 4800 per gli autonomi.
  • Le deduzioni diventano detrazioni. Per ogni familiare a carico, prima si scalava una quota del reddito su cui calcolare le tasse, ora si riduce l’ammontare     delle tasse;
  • In ambito scolastico si propone l’assunzione di 150 mila nuovi docenti e 20 mila ATA. L’obbligo d’istruzione e l’età di accesso al lavoro verranno innalzati a 16 anni.
  • Superbollo sui SUV (i fuoristrada di lusso), che ha destato un acceso dibattito;
  • Viene introdotta un’accisa sugli alcolici del 10%. Inoltre è vietata la somministrazione di alcolici ai minorenni nei pubblici esercizi.

 

Diego Pinna e Emmanuel Dalle Mulle

Adesso c’è la mania dei 100 giorni. L’ultima, insopportabile fissazione della politica-spettacolo, quella che ormai è solo comunicazione, velocità, sorpresa. Il corpo elettorale va steso con un paio di ganci da k.o. tecnico, rincretinito a tal punto da guadagnare un consenso sufficiente ad agonizzare per i restanti quattro anni e nove mesi di governo. Del resto, ce lo insegna Zapatero, mantenere uno straccio di promessa in tempi ragionevoli può pagare: sembra impossibile, ma è così; e già li vediamo, i nostri cervelloni, a darsi di gomito, a teorizzare l’impatto dei 100 giorni con la luce in fondo agli occhi, convinti di aver trovato la pietra filosofale della politica. A dire il vero, ci aveva già pensato il Berlusca, promettendo di risolvere il conflitto d’interessi entro i primi 100 giorni; e pazienza se ci ha messo più di dieci volte tanto. Aveva colto l’essenza: il 100 è un numero magico, è 10 volte 10, è Baggio per Platini, cioè molto più di Maradona. Non lo si scorda, impressiona.

E, forse, tentare di indirizzare chiaramente la linea di governo sin dal principio non è un’idea del tutto peregrina. Anzi, sembrerebbe persino furba. Solo che il teatrino della politica italiana non può fare a meno di renderla una commedia. E poi, diciamo la verità, anche noi ci mettiamo del nostro, con le nostre aspettative più vive e recondite. Quando ho votato per Prodi, non sognavo un Dpef equilibrato o una manovra correttiva esemplare. No, segretamente sognavo che la vita cambiasse davvero, che il vento girasse e andasse a chiudere un bel po’ di porte in faccia. Che Agnoletto interrompesse Ferrara e gli tirasse un calcio nelle palle. Che Montezemolo venisse rapato a forza, gli rimanesse solo una cresta viola da punk dei sobborghi di Tokyo, e che fosse costretto a girare su una 500 a manovella del ’67. Che a Vespa si incastrassero le mani mentre le sfrega davanti al plastico della villetta di Cogne. Che la Palombelli smettesse di parlare della Franzoni, o almeno che Rutelli divorziasse. O, meglio, che Rutelli la piantasse di dirsi di centro-sinistra. Che Fede fosse condannato a inseguire in tanga per l’eternità decine e decine di pulzelle senza poterle mai raggiungere. Che mitraglietta Mentana s’inceppasse. Che il chirurgo di Berlusconi gli impiantasse un capello sì e sette no. Che La Russa fosse rinchiuso in sala di registrazione con gli Intillimani. Che gli Intillimani fossero rinchiusi in sala di registrazione con La Russa. Che Buttiglione e Nino D’Angelo dichiarassero il loro amore. Che tutte le Porsche s’ingolfassero sulla via di Cortina sotto una nevicata giustizialista. Che Afef facesse la fila alla posta con thermos e coperte per regolarizzarsi. E che Briatore fosse costretto a passare le vacanze a Rapallo su una barchetta a remi! E tutto questo per un decreto divino passato solo grazie al voto della Montalcini.

Questi sarebbero 100 giorni… Però io sono un po’astioso, per cui posso capire se i prodiani più buoni non condividono proprio tutti i miei desideri e cambiano regolarmente l’olio delle loro Porsche. Ma, se non proprio sogniamo, almeno speriamo. E sono comunque molte, anche se meno viscerali, le cose in cui sperare: a partire da un ritiro dall’Iraq senza troppe manfrine, passando per una discussione seria, con la società civile e non solo coi vescovi, su Pacs, precariato, indipendenza dell’informazione e riforma dell’istruzione. E se non finiremo in 100 giorni, pazienza. Sarà comunque un buon inizio. E invece, finora abbiamo visto solo l’ennesimo miracolo di moltiplicazione delle poltrone, liti su ministeri e presidenze, dichiarazioni arruffone e avventate sullo scibile umano e le prime, fatali, spaccature.

Se avessi cento euro, li scommetterei sul fatto che, il centesimo giorno, di fronte alla centesima polemica, pressato da cento sottosegretari, Prodi scapperà a cento all’ora nel bel mezzo della via. E che, al grido di “meglio tardi che mai!”, finirà per imbarcarsi come pianista su un traghetto per la Sardegna.

Andrea Luchetta

Oca in salmì.

Allevata fin da tempi antichissimi, l’oca, una volta considerata “il maiale dei poveri”, risulta essere un prodotto tipico di molte località del Friuli. In particolare per quanto riguarda l’allevamento si segnala la città di Palmanova, tuttora considerata una “cittàdell’oca”.
Nella tradizione friulana si trovano molti piatti e prodotti a base d’oca, a cominciare dagli affettati come salame, prosciutto e lardo d’oca, perarrivare a piatti più raffinati come il patè di fegato d’oca, gnocchi al sugo d’oca e oca in salmì. Questi ultimi sono tipici di alcune feste popolari come la “Sagra dell’Oca” che si svolge ogni novembre a Morsano al Tagliamento.
Il piatto risulta piacevolmente vellutato al palato, con la carne che si sciogliein bocca e l’ottimo Refosco in abbinamento che sottolinea la delicatezza e la particolarità della carne d’oca. Si raccomanda di accompagnare il piatto con della polenta bianca molto morbida, come da tradizione. Sempre in tema di tradizione, gli amanti dell’oca possono tranquillamente preferire al Refosco (pure considerato il miglior prodotto a una nera della regione) il vino che più frequentemente, nella cucina tipica friulana, accompagna questa prelibata carne: il Pinot nero.

Ingredienti
1 ocamolto grande
1 bottiglia di vino rosso (merlot)
1 grande carota
1 costa di sedano
2 cipolle rosse
3 foglie di alloro
4 bacche di ginepro – timo fresco
3 chiodi di garofano
2 spicchi d’aglio
3 fette di lardo o pancetta
1 limone non trattato
Brododi verdura
Olio extravergine d’oliva
Sale e pepe nero

Preparazione
Pulite l’oca e tagliatela a pezzi, tenendo da parte le frattaglie.
Lavate, mondate e tagliate le verdure. In una casseruola unite il vino, le verdure, le spezie e l’oca.
Fate marinare la carne per almeno 10 ore. Poi scolatela e soffriggetela in due cucchiai d’olio, assieme all’aglio pelato e al lardo tritato.
Tritate insieme le verdure della marinata, le spezie e le frattaglie tenute da parte; quando la carne sarà ben rosolata, aggiungete il trito e la scorza di limone,salate e continuate la cattura a fiamma vivace, versandovi a filo anche il vinomarinato. Quindi abbassate la fiamma, coprite e lasciate cuocere per circa tre ore. Se il sugo si dovesse asciugare troppo, unite un mestolino di brodo.
Intanto preparate una polena bianca molto morbida. In Friuli si usa accompagnare l’oca con polenta bianca molto morbida, simile ad un puré di patate.

Buon appetito!

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