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“Quello che succede ogni giorno, non trovatelo naturale”

(Bertolt Brecht)

Proviamo ad immaginare. C’era una volta una bambina che correva per sentieri di pietra. Voleva arrivare, svelta, alla fontanella della piazzola, e siccome per bere doveva girare la testa, andava sempre a finire che uno sguardo, al cielo, lo regalava. Non era un cielo sconfinato. Aveva limiti precisi, che erano poi le creste di quelle montagne che stavano intorno a tutta la valle. Ti senti al caldo, quando hai un cielo piccolo, ti senti sicuro, non pensi mai di essere troppo solo, non pensi mai che possa cadere giù, che si squarci.  Un po’ come facciamo tutti con casa nostra, con le persone. Poi, succede che un mattino quel cielo divenga troppo grande,mancano un pezzo di montagna, e con lui duemila persone e quel senso di appartenenza a una terra che ti ha tradito, che si è rigirata nel sonno e ha spinto sotto le sue coperte case e stalle, senza risparmiare neanche le chiese e i bar, preghiere e bestemmie che si mescolano nell’arco dell’onda, lasciandoti in cambio un mattino livido e cinque minuti. Quei cinque minuti di tempo che hai per prendere la tua roba e seguire il militare gentile sull’elicottero che ti porta al campo profughi, non fai neanche in tempo a prendere tutto, e il tempo, a dire il vero, non ti basta neanche per guardarti indietro. Non è facile riassumere il Vajont in poche parole. Ma anche se nella realtà il cemento ha tenuto, la diga immaginaria che contiene questa storia fa acqua da tutte le parti.  Ascoltatevi l’orazione civile di Marco Paolini se volete capire gli intrighi e le speculazioni, guardate gli occhi dei vecchi ertocassani se volete capire cosa ha portato via, quell’onda, il 9 ottobre 1963. Per il resto, sfidando la noia, andatevi a leggere il Codice Penale, Libro secondo, Titolo VI, capo III, che all’articolo 449 tratta del “Delitto per disastro colposo”, punendolo da uno a cinque anni di reclusione, con pena raddoppiata in caso di danni a persone. Andando avanti, vien fuori che i requisiti per tale delitto si possono ricercare nell’estensione e nella complessità dei danni, nella non comune gravità dell’evento ma, soprattutto, nella pubblica indignazione che ne deriva. In effetti il termine “pubblica indignazione” regala un’atmosfera nostalgica all’insieme. L’aggettivo “pubblica” ricorda un sentimento di, come dire, coinvolgimento. E magari per una volta, non mero coinvolgimento emotivo, come quello con cui è stata approvata alla Camera la proposta di far diventare il 9ottobre “giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”. Nulla in contrario, beninteso, alle “Giornate del Ricordo”, rimaste unico omaggio nominale per tanti dimenticati da una società con l’Alzheimer, ma se non si capisce il senso del termine “fare memoria”, forse non servono a nulla.  Fare memoria dovrebbe significare anche, e non è una frase banale, imparare dagli errori del passato.  Eppure, solo nell’ottobre dell’anno scorso, da un’altra parte d’Italia tre frazioni di Messina -Giampilieri, Altolia e Molino – e il vicino Comune di Scaletta Zanclea vengono sepolti da fango e detriti. Una trentina i morti, un migliaio i senza casa. I montanari della diga, 47 anni fa, l’aveva capito subito, lo sapevano già: non è la natura ad essere cattiva, ma è l’uomo ad essere irrimediabilmente stupido.  E infido. Infatti, le case in questione erano state costruite abusivamente, con l’autorizzazione di qualche consigliere comunale, o con la grazia di qualche condono edilizio qui e là. I meccanismi di speculazione non sono poi tanto differenti da quelli di una SADE (l’ente privato proprietario della diga del Vajont) che per fare i propri interessi marcia sulla vita di gente comune, sudore comune, sangue comune, in nulla diverso da quello di un montanaro veneto o friulano. Il fango se le è portate via, macinate, rosicate, quelle case abusive. E ricordiamoci dopo che dentro c’era della gente, e chiediamoci se erano abusive anche loro, le persone.  Si può attribuire la colpa alla conformazione geologica del territorio italiano. Ma dovremmo ammettere di avere una coda di paglia. I lemmi per il termine “abusivismo edilizio” che si trovano in Google Italia sono 237.000; 570.000 i nuclei abitativi abusivi stimati costruiti dopo il grande condono edilizio del 1985; il 99,4% dei Comuni in provincia di Salerno si trovano in territorio rischio di frana; da Nord a Sud del nostro bel Paese, sono circa 6milioni gli italiani che abitano nei 29.500 chilometri quadrati di territorio considerati ad “elevato rischio idrogeologico”; 1.260.000 gli edifici a rischio frane e alluvioni, e di questi 6mila sono scuole,e gli ospedali 531 (si veda il ‘Rapporto sullo stato del territorio italiano’ realizzato dal centro studi del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), in collaborazione con il Cresme, presentato a Roma, 13 ottobre 2010) .  La coda di paglia ci è già bruciata da un pezzo. Se fare memoria è buono e giusto, evitare tragedie da ricordare è allora sacrosanto.  “Ho un debito verso gli Ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante ‘casualmente’ accadute. Forse più ‘pulita’ di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. E’ contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.”(Tina Merlin, Sulla pelle viva )

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È ancora possibile un regime totalitario nel cuore dell’Europa democratica nel XXI secolo?

La risposta, neppure troppo sorprendente, sembra proprio essere si. E forse non era necessario Dennis Gansel e il suo film “L’Onda” (Die Welle) a ricordarci quali sono i presupposti e le modalità per l’avvento di una degenerazione autoritaria, anche se molto sembra essersi perso nel passato: con a capo un leader carismatico, addomesticati al potere e alla disciplina del branco, rinchiusi nella corazza della camicia bianca, un gruppo di giovani allievi tedeschi sperimenta, tra i banchi di scuola, la nascita del regime, il fascino della dittatura.

Si inizia con la teoria: disoccupazione, ingiustizia sociale, inflazione, insoddisfazione politica e nazionalismo, queste sono le basi, questi i presupposti, il terreno fertile per l’ascesa al dominio incontrastato, più o meno cosciente. Non basta, agli scettici studenti la teoria puzza di vecchio, di sentito e letto nei polverosi libri di scuola, c’è bisogno di andare oltre, di osare ancora, di superare il sottile confine tra sperimentazione e immedesimazione. Inizia il gioco delle parti, tutto prende forma. Poche regole, una divisa e alcuni gesti comuni identificano i membri dell’Onda. La razza, la religione, il successo entro e fuori le mura scolastiche non contano, l’Onda abbatte le barriere, supera le amicizie collaudate, rende tutti uguali. L’altro, il diverso è chi vive fuori dal movimento. Per i giovani studenti, tutto ora ha un senso, tutto ha uno scopo, fino alle tragiche conseguenze.

Film forse troppo “didascalico” nel suo svolgersi, ma spettacolare e coinvolgente nei suoi 100 minuti di pellicola. Il Der Spiegel lo ha definito uno dei piu importanti degli ultimi anni per la sua lucida descrizione del potere fascinatore del totalitarismo. Un pugno nello stomaco. Se crediamo che gli autoritarismi siano solo un ricordo del passato, sia per la nostra giovane Europa che per il Mondo intero, prepariamoci ad essere i nuovi perdenti.

L’Europa, la nostra cultura europea, ha in questo molto da insegnare ai nostri cugini d’oltreoceano, in questo, emblematico, è come le esperienze di Hiroshima e Nagasaki, il razzismo e la violenza non abbiano lasciato un senso di colpa nella coscienza del popolo americano paragonabile alle responsabilità che pesano e continuano a pesare sul popolo tedesco ed europeo per dei crimini come i genocidi e le lotte civili dell’ultima guerra mondiale.

La domanda per tutti più ovvia: nella nostra Italia e soprattutto nella nostra università italiana e, perché no, nella nostra confinata Gorizia, può prendere avvio un’escalation di questo tipo? A voi l’ardua sentenza! certo è che l’Italia non è certo il Paese più libero, ma qui si smentisce lo stesso concetto di democrazia e di libertà come condizione necessaria perché una ricaduta totalitaria non avvenga; Noi crediamo che la democrazia sia solo il punto di partenza, non la meta. Fino a quando ci sarà una presunta libertà, una ipotetica democrazia, ma mancheranno, giustizia sociale, distribuzione adeguata delle risorse e accesso per tutti ai servizi più indispensabili, finché ci sarà corruzione, limitate possibilità per ottenere un’adeguata istruzione e preparazione scolastica, finché mancherà il diritto per tutti al lavoro e ad un lavoro umano..mancherà non solo la Democrazia, ma anche verrà meno il concetto moderno di Stato! Come si può creare l’Europa Unita, come si può “esportare” la Libertà nel Mondo se Noi stessi abbiamo solo un’idea teorica di cosa sia veramente?  La nostra Italia, l’Italia che si arrabatta, che cerca di tirare avanti, questa Italia, questa volta, è destinata a soccombere.

E noi studenti? A noi il compito più arduo, capire e far capire che solo con la cultura, con una coscienza ed un’autocoscienza possiamo definirci veramente liberi. Un piccolo pezzo di questa libertà l’anno già conquistata prima di noi nei secoli passati, ora a noi la sfida più difficile.

Francesco Plazzotta
francesco.plazzotta@sconfinare.net

Dove nasce la rabbia del profondo Nord

di Paolo Rumiz

 

Il sottotitolo e l’immagine di copertina di questo capolavoro di giornalismo potrebbero far pensare a un manifesto della Lega Nord: non a caso, mentre lo leggevo in classe, ho ricevuto sguardi dal perplesso allo schifato (certo non stupiti, d’altronde sono friulano, quindi parte integrante del terribile Nord-Est leghista!).

In realtà, questo libro del triestino Paolo Rumiz, giornalista de “La Repubblica” e autore di numerosi reportage dall’area balcanica, è un rarissimo esempio di imparzialità e lucidità di analisi all’interno del campo minato che è la “Questione leghista”. Questa imparzialità è ancora più eccezionale considerando che il libro è stato scritto nel ’97, sull’onda del clamore suscitato dalle posizioni più estreme della Lega, al tempo partito dichiaratamente secessionista.

 

L’analisi di Rumiz prende spunto da un viaggio in tutto il Nord Italia, parlando con attivisti e dirigenti dei partiti, ma anche con imprenditori del Nordest e della Lombardia, con sindaci di minuscoli paesini di provincia, dal Friuli al Piemonte, con sociologi e intellettuali di ogni orientamento politico e ideologico. Un quadro completo e originale, che grazie alla maestria di Rumiz si trasforma da raccolta di opinioni a documento importantissimo delle ragioni della nascita e dell’affermazione del fenomeno leghista. Un fenomeno caratteristico dell’Italia, non di quella stereotipata di pizza, mafia e mandolino, ma di quella dell’imprenditoria diffusa e familiare, del localismo (eccessivo e non), della religiosità quieta e riservata, quasi più protestante che cattolica (un esempio su tutti: il caso Englaro e la dissidenza del clero friulano dalla posizione ufficiale del Vaticano)… insomma, del Nord, che sembra quasi fare a pugni con l’immagine “tradizionale” dell’Italia.

Quello che davvero colpisce di questo libro è come Rumiz riesca a unire spunti diversissimi, componendo un quadro vario e allo stesso tempo estremamente coerente: è, insomma, un esempio di grande giornalismo, che si cala nelle piccole e grandi realtà con straordinaria umanità e riesce comunque a mantenere una visione d’insieme di ampio respiro. Per capire il fenomeno della Lega, in particolare, un approccio che tenga conto delle particolarità dei luoghi e della gente è fondamentale, perché, come Rumiz stesso suggerisce più volte, la Lega è spesso il frutto di un localismo esasperato, ma che è diventato tale soprattutto perché la Sinistra italiana l’ha sempre disprezzato o peggio ancora ignorato, facendo finta che non esistesse. Berlusconi, in maniera più furba dal punto di vista politico/elettorale (e discutibile eticamente), ha soffiato sul fuoco e ha fatto da cassa di risonanza al messaggio della Lega.

 

La maggior parte dell’intellighenzia di sinistra continua ad attribuire l’innegabile e crescente successo della Lega solamente ad un’ignoranza di fondo, trascurando,  consapevolmente o meno, tutte le dinamiche sociali, ideologiche e politiche che sottostanno a tale successo. È un atteggiamento controproducente, che non ha fatto altro che rendere ancora più salda la “fede” dei militanti del partito e convinto molti indecisi a votarlo. Rumiz, al contrario, analizza finemente tutte queste dinamiche; in particolare, si sofferma sull’aspetto sociologico e culturale del voto leghista, registrando e mostrando quella che lui chiama appunto una “secessione leggera” (dallo Stato e dalla politica in primis). È qui il punto centrale del fenomeno della Lega: quello di essere un fenomeno popolare, nato dal basso e da un comune sentire, trasversale sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista politico. Gli spunti offerti da Rumiz qui sono intelligenti e numerosissimi: ad esempio, le ragioni del passaggio “in blocco” dalla DC alla Lega in Veneto e Friuli, oppure il voto “secessionista” delle provincie (e degli Alpini) che fecero la Resistenza partigiana più feroce. O ancora, perché proprio sulle sponde del “Dio Po” la Lega sia più debole che in Sicilia.

 

La Lega è stata definita un “estremismo di centro”, ancora riferendosi alla sua natura fondamentalmente culturale e apolitica. Rumiz racconta e sviscera le manifestazioni più eclatanti ed estreme dei primi anni della Lega (le adunate celtiche, tanto per dirne una), da una parte dissacrandole e dall’altra cercando di andare oltre, entrambe cose che la politica italiana di quegli anni non seppe fare, dando un’enorme forza e credibilità a Bossi e alla sua carica eversiva.

Quell’”andare oltre” è anche esaminare le profonde contraddizioni del «Nord, capace di esprimere contemporaneamente straordinari “altruismi” nel volontariato e imprevedibili “egoismi” in politica». Perché è proprio questa la cosa più difficile da comprendere per le persone “esterne” al Nord Italia: com’è possibile, ad esempio, che nelle roccaforti leghiste di Treviso e Verona i sindaci “sceriffi” tolgano le panchine per impedire agli immigrati di dormirci mentre quelle stesse provincie hanno i più alti tassi di integrazione e di imprenditorialità degli extra-comunitari? Oppure ancora, come diavolo fanno i bergamaschi a conciliare le “percentuali bulgare” della Lega (strano gioco di parole!) con una radicata ed efficientissima tradizione di volontariato (senza distinzioni di “latitudine” o etnia)? Queste e molte altre ancora le domande a cui avrete risposta, leggendo questo bellissimo libro.

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.com

 

La Signora si è messa in tiro. Nella preparazione dell’evento, forse perchè i portoghesi stessi conoscono i loro ritmi, ci si è presi un pò in anticipo. Il Natale, questo evento, si è presentato nella mente della gente, forse anche un pò nei portafogli di chi la città la vive, con un pò di anticipo. Il 25 di ottobre, per l’esattezza, si cominciavano a montare queste palle colorate un pò dappertutto, con l’incertezza degli occhi scrutatori se si stesse organizzando una parata omosessuale o magari la più vicina festa dei Santi. Santi un pò contemporanei. Invece, come le formiche in periodo estivo, i lisboneti si preparavano al Natale, alle onde di turisti, mascherando la città dietro milioni di luci, lucette, lampadine. Angeli, croci e stelle. In ogni piazza e nelle vie. Un mese dopo, a uno preciso dal compleanno più famoso del mondo, si sono accese le candeline. Dietro, la volontà di illuminare, di far risplendere di colori forti la città, perchè per due mesi bisognerà coprire di un manto di velluto la malinconia, il malessere. Perchè in fondo non è un pò l’immagine di ognuno quella che viene fuori dal tutto? difficile argomento da far capire a certe persone. Ma è il fermento che invece tiene alto il valore di quei dieci milioni spiccioli di portoghesi. Ma non c’è tempo di sospirare, non c’è tempo…che tutto risplenda! fino al giorno, ma che in fin dei conti non si può chiamare più giorno, ma stagione. Allora cos’è un Natale spalmato per due mesi? un cadavere sotto ad uno scialle di cachemire. L’occasione di ritrovo non è più dietro una tavola imbandita, ma nei reparti di un grande supermercato o dietro un massacro alimentare. Mi sembra che quest’onda continui a fare vittime, mi chiedo se nonostante il tanto parlare non finisca anch’io inevitabilmente, per farne parte. Lisbona si è spaccata in due in un mese, sottraendosi in tutto ciò che ha potuto salvaguardare finora. L’estetica vince sull’etica. Vado alla ricerca allora di ambienti piccoli. Non mi hanno mai deluso. E una volta di più, i miei occhi non faranno più caso a tanto barlume. La Signora è pronta.

Edoardo Buonerba

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