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Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo è ciò che cantava Giorgio Gaber, buonanima.

E’ una sensazione, questa, che accompagna noi italiani fin dall’infanzia. Un ambivalente amore-odio per la propria terra, paragonabile forse solo a quello che pervade i nostri cugini greci. Amore-odio che si trasforma in senso di colpa quando, zaino in spalla, alcuni di noi diventano emigranti.

Mi si chiede di scrivere qualcosa sulla mia esperienza all’estero. Cosa si aspettano che io dica? Mi trovo a Canterbury, in Inghilterra. Sono uno studente della University of Kent, e tutto funziona alla perfezione.

Forse, preferiscono che io dica: gli autobus sono sempre in ritardo; non si riesce a comprare un bicchiere di una grandezza quantomeno normale; la carne costa un’iradiddio, il pesce te lo raccomando; piove più o meno quattro giorni su sette (non che noi a Gorizia siamo stati abituati granchè meglio). Potrei continuare.

Preferirei, personalmente, dire che questo Paese funziona davvero. Ed essendo un Paese popolato da esseri umani, ha anche tanti -ma proprio tanti- difetti. E se mi chiedete se conviene passare un pò di tempo, o anche tutta la vita, per studio o per lavoro, nel Regno Unito, io vi direi: sì, se avete un pò di soldi da parte.

E qui potrei fermarmi a pensare. Al nostro atavico senso di colpa. Vi sto suggerendo di lasciare il vostro Paese, il mio Paese, perdio! Non posso negarlo. E non posso evitare di sentirmi colpevole. Di tradimento, certo.

La parte divertente è che il mio è un doppio tradimento. Io sono un meridionale che ha abbandonato il meridione a sè stesso. E poi, non pago, ha abbandonato del tutto il Paese. Senza cuore.

Potrei rispondere in diversi modi. Prima di tutto, e chi tra voi lettori è del SID lo sa bene, lavorare all’estero è scritto nelle stelle di chi sceglie di studiare relazioni internazionali e simili. Stupido è chi pensa che sicuramente rimarrà in Italia con un titolo del genere. Può succedere, ma è una probabilità piuttosto relativa.

Ma questa è una scusa futile. In questo modo, tolgo la foglia di fico dalle vergogne dei miei compagni di emigrazione, che studiano legge, medicina o quant’altro. Loro sì, potevano rimanere in Italia!

E allora, allora dobbiamo cercare un’altra motivazione. Sarà che odiamo l’Italia, o che, altro lato della medaglia, sarà che siamo irrimediabilmente esterofili. Noi italiani, d’altro canto, siamo famosi per la nostra esterofilia. Un pò come i ricchi russi dell’ottocento, che nei romanzi di Dostoevski infarcivano le loro frasi con del francese, che ci stava tanto bene.

Ma questa è un’accusa davvero ridicola. E, come tutte le cose ridicole, è la credenza più diffusa tra il parentame rimasto in Italia. Noi saremmo andati via per capriccio, perchè crediamo (erroneamente, sia chiaro) di trovare il paese di Bengodi poco oltre Chiasso, o il traforo del Frejùs. Io non so per quanto sarò emigrante. Per un anno, forse più. Forse per sempre, chi lo sa. Ma è una scelta difficile, e accusarmi di essere qui per un capriccio è un’offesa volontaria e che ferisce nel profondo.

Ferisce nel profondo perchè ci sentiamo in colpa, in ogni caso. Ed è spesso per questo che, una volta tornati, vomitiamo tutta la nostra angoscia su chi ci muove tali accuse; e ci scagliamo contro il Sistema italiano. Contro l’Italia che, immenso Leviatiano, ci imprigionava, ci tarpava le ali, ci negava ogni speranza.

Perchè, non è un pò vero? Che aria si respira in Italia? Stantìa, nevvero?

Come potete farci una colpa, dunque, se vogliamo scappare?

Ma la nostra, emigranti, è una colpa davvero. Gli altri sono rimasti a combattere, noi ce ne siamo andati. Che scusa abbiamo per questo? Che scusa ho di fronte a me stesso, per non essere rimasto a casa, al Sud, lavorando per ritrovare la dignità che quella terra un tempo aveva? E lo stesso vale per l’Italia.

Ma non sono rimasto. Me ne sono andato. E voi, cinici, tacete, vi prego. Non ditemi che ho fatto bene, e chissenefrega. Non fate gli uomini di mondo, non ce n’è bisogno. Sono già andato via.

Sono già andato via, come centinaia di migliaia di giovani italiani stanno facendo. E questo è un vero peccato, perchè l’Italia si svuota di braccia, e di teste. E io mi riprometto, come del resto gli altri come me, che un giorno, se raggiungerò una certa posizione, cercherò di riparare alla fuga. E’ una promessa futile, lo so. Non significa nulla.

E se c’è una cosa che mi frega, e che mi frega sul serio, è che sono felice di essere italiano. Ed è per questo che alla domanda ‘Perchè non sei rimasto ad aiutarci?’ rimango muto, e vagamente triste. Non c’è risposta.

Mi spiace, forse volevate sapere di più sull’Inghilterra. Sullo studiare all’estero. Però io vi ho avvertiti. Venite, se volete. Sappiate che il vostro senso di colpa ve lo porterete sempre dietro, e no, nulla, nemmeno la più sacrosanta giustificazione, lo potrà cancellare.

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Il lettore saprà già se Dilma Rousseff, candidata del PT (Partito dei Lavoratori) alle presidenziali brasiliane, sarà la prima donna al timone del gigante sudamericano. Pur restando favorita, Dilma non ce l’ha fatta a conquistare la presidenza al primo turno, nonostante sia stata consacrata propria erede dal “politico più popolare al mondo”, come lo ha definito Barack Obama. Un presidente che esce di scena dopo due mandati consecutivi con ancora l’80 % dei consensi è un record senza pari.

Luiz Ignacio Lula da Silva, ex operaio, ex sindacalista, eletto nel 2003 con qualche titubanza (la paura di posizioni troppo “socialiste” determinarono, in un primo momento, una fuga di capitali) è stato capace, in otto anni di governo, di cambiare l’immagine di un paese dal brillante futuro che non arriva mai in quella di modello per tutto il mondo in via di sviluppo, e non solo.

Innegabile la clamorosa crescita economica avuta in Brasile, con un tasso di crescita medio del PIL del 4,2 % tra il 2003 e il 2009. Un’economia stabile (merito che affonda le radici anche nelle riforme avviate negli anni ’90), la conduzione di politiche economiche responsabili e la solidità del settore bancario hanno permesso al gigante sudamericano di affrontare la crisi finanziaria con relativa calma, senza perdere di vista gli obiettivi di politica sociale e ribadendo con fiducia l’essenziale ruolo dello stato nell’economia. Particolarmente rilevante il PAC (Programa de Aceleração do Crescimento), massiccio progetto di intervento statale nel mercato annunciato da Lula nel 2007 (anno in cui la crescita del PIL ha raggiunto il picco massimo) con l’obiettivo di favorire una crescita economica per mezzo di investimenti infrastrutturali e nel settore energetico.

Lula ha conquistato ben presto anche l’appoggio degli imprenditori: dopo aver realizzato, negli anni novanta, uno dei principali programmi di privatizzazione al mondo (l’allora ministro delle finanze brasiliano affermava che “la miglior politica industriale è non avere politica industriale”), il Brasile di Lula ha attuato, sotto questo frangente, una politica esplicita e pronunciata: il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Economico e Social) ha investito ingenti somme di denaro pubblico nei settori più dinamici, e ha aumentato il credito pubblico al settore privato delle piccole e medie imprese.

I campi in cui Lula ha però ottenuto il successo per cui sarà ricordato sono altri: la politica sociale è stata il vero fiore all’occhiello di questi 8 anni di presidenza. La disuguaglianza dei redditi rappresentava uno dei tristi record brasiliani, e uno dei principali risultati del governo è stato proprio la sua riduzione: l’indice di Gini, misurante l’ineguaglianza della distribuzione nei vari paesi, è passato dal 0,593 del 2001 al 0,56 del 2005 al 0,49 del 2007, con 0 che indica una perfetta uguaglianza e 1 la perfetta disparità (in Italia, per intenderci, è al 0,36). La vera riforma è stata lanciata nel 2003, con l’avvio del programma Bolsa Familia: Vennero integrate ed accorpate le cinque misure di sostegno al reddito già esistenti in un unico trasferimento, sotto la gestione di un unico ministero, e i beneficiari aumentarono dai poco meno di cinque milioni di famiglie nel 2001 alle 12 milioni nel 2009 (più o meno il 26 % della popolazione del Brasile). In presenza di bambini nel nucleo familiare il sussidio è condizionato alla frequenza scolastica e all’effettuazione di visite mediche regolari. Le scelte istituzionali e amministrative che hanno contribuito al successo del programma brasiliano sono state prese a modello anche da Paesi come il nostro, nell’affrontare la frammentarietà e l’ineguaglianza che ancora caratterizza le nostre politiche di sostegno al reddito.

I successi raggiunti in casa hanno sicuramente portato conseguenze benefiche anche sul piano degli affari esteri: il Brasile di Lula si è ritagliato un ruolo di primo piano nell’agenda internazionale, arrivando a chiedere con insistenza un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La visione squisitamente multilaterale, a partire da un buon livello di integrazione con i vicini sudamericani, ha visto il paese stringere solidi rapporti con Cina (principale socio in termini di esportazioni), Paesi Arabi (gli scambi si sono quadruplicati negli ultimi sette anni) e scommettere in un’intensa cooperazione sud-sud. E’ dunque a buon titolo che il Brasile si assume l’impegno di protezione e promozione degli interessi degli stati in via di sviluppo nei consessi internazionali.

Gli indubbi successi ottenuti da Lula non risolvono tutti i problemi che ancora affliggono il Brasile, un sistema d’istruzione carente e una riforma agraria ancora in sospeso in primis. Ma di questi tempi, con stati sull’orlo del fallimento e finanziarie da lacrime e sangue, l’idea che un ex metalmeccanico lasci in eredità un Paese più ricco e più giusto non può lasciare indifferenti.

 

Adoro gli stereotipi. È vero, sono ingiusti, demistificatori e semplificano la realtà. Erano una forma popolare e sono diventati una forma borghese di pensiero ed espressione, sono un luogo comune in cui è facile cadere se non si ha una personale esperienza concreta e se non si possiede un buon bagaglio culturale. È finita l’epoca del saper scrivere e far di conto.

 

 Per sfatare questo mito, o più semplicemente per vedere qualche proiezione cinematografica più leggera e poco impegnata, per “fuggire” in piacevole compagnia da una cena diventata troppo ricca di pietanze e d’invitati, ho deciso di concedermi una proiezione di “Benvenuti al Sud”. Non vi avrei investito più di cinque euro, non come giudizio di valore, ma, di fatto, perché si sa, e lo ripeterò spesso, il patrimonio dello studente universitario fuori sede fa gola solo alla Guinea di Dadis Camara. Piuttosto vi invito ad assaporare l’opera cinematografica in streaming, tranquillamente e, soprattutto, nella comodità di casa vostra. Abbandonando i preamboli, passo alle considerazioni sullo stesso e invito anche voi, lettori di Sconfinare, ad abbandonarvi al mondo dello stereotipato, di cui il film, come lascia intendere già il titolo, è assai ricco. Dopo la visione, anche voi come me, lascerete la sala con un leggero sorriso in volto.

 È magistrale la rappresentazione, prima, della lugubre Valle Padana, luogo d’inizio e di avvio della trama, costantemente avvolta da una fitta e densa nebbia che mi ricorda più un infernale Stige che il nostrano Po: gli unici sprazzi di luce, in questo buio totale, compaiono nelle ore centrali e più calde della giornata. Giudico senza esperienza vissuta, non essendo nato ne vissuto nel territorio compreso tra Cuneo e Rovigo, se non per brevi periodi, ma vi assicuro che l’immagine offerta era più da paese scandinavo che non da suolo italico, nonostante qualcuno continui a considerarlo come altra entità…(vi assicuro: non mi riferisco a Metternich).

 Le prime impressioni sul Sud e l’immagine di questo mondo mitico ed ancestrale agli occhi dei “polentoni”, è ancora più esilarante, neanche si trattasse della Persia o di qualche lontana repubblica d’Africa: sole, caldo (tutte le stagioni), mare e, per ciò che concerne i suoi abitanti, quasi da romanzo verghiano, lassismo, incuria ed una vita sociale da Far West come neppure Sergio Leone ha mai saputo proporre. Il tutto ovviamente condito con un’onnipresente cadenza linguistica più vicina all’arabo e al sanscrito che non ad una parlata indoeuropea.

 È evidente, che con questi presupposti, cadere nello stereotipo è facile, è ciò che desidera il regista, è ciò che ambisce fare il film senza, però, mai riuscirci del tutto. Sono sicuro che neppure i miei cari anziani veneto-friulani conservino più, se non rare eccezioni, un tale punto di vista ed una tale prospettiva. Come, mi pare evidente sia assodato per tutti, la fine della tristemente nota epoca del brigantaggio risale a fine ottocento. Se non altro perché, ormai, viaggiare non è più un lusso e, si sa, l’esperienza personale illumina molto più dei quotidiani, dei servizi e delle riviste.

 “Benvenuti al Sud” è la versione italiana di “Giù al Nord”, la commedia francese di Dany Boon. Questo groviglio di punti cardinali, presenta la vicenda di un direttore di un’agenzia postale costretto a trasferirsi dalla profonda Pianura Padana in Campania, con l’evidente e grottesca avventura che ne consegue. Il lieto fine, si capisce, è scontato.

 La pellicola è piacevole, anche se nello sfatare i molti cliché e per dimostrare come il Mezzogiorno non sia la caricatura dipinta e tinteggiata da molti settentrionali, finisce per apparire piatta e poco spontanea. Il Meridione appare quasi irreale, da cartolina, senza contraddizioni. Le sue ferite che sono innegabili e che, da sempre, sono il canovaccio perfetto per la commedia sociale, soprattutto italiana, sono spazzate via non si capisce bene come e quando, quasi che, per cambiare l’Italia, sia sufficiente portare in vacanza i lombardi in Sicilia e i campani in Veneto.

Sicuramente una lode è per Bisio, bravo ed esilarante nel caricaturare l’homo nordicus, anche se, è evidente, rende molto di più su di un palcoscenico che non al cinema in pellicola. Un film divertente, che fa sorridere, ma niente di più.

Francesco Plazzotta

Per il trailer del film: watch?v=KAxmBFba4l8

La lectio magistralis del Ministro Frattini a Trieste

Trieste. La nostra generazione è davvero indifferente alla politica? Rassegnati o semplicemente disinformati? L’8 marzo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha tenuto una lezione all’Università di Trieste sul tema “Dai Balcani all’Afghanistan quali lezioni per la comunità internazionale?”.

Segno positivo: aula magna piena. Il Rettore Francesco Peroni ha accolto il titolare della Farnesina con un certo compiacimento “perché – ha dichiarato il Magnifico – la
missione dell’Università è creare una coscienza civile”. Obiettivo: esercizio del dialogo.

Inizia la conferenza. “Negli anni ’90 – ha dichiarato il ministro – la guerra nei Balcani segnò il fallimento della comunità internazionale e la necessità di guardare avanti. Dopo la fine del bipolarismo – ha proseguito Frattini – l’unico metodo di azione è il multilateralismo, nell’ottica di una nuova governance globale”.
Filo rosso di tutta la conferenza la questione dei Balcani Occidentali. “Per la stabilizzazione dell’area – ha detto l’Onorevole – l’ingresso nell’UE è prioritario”. Frattini ha lanciato due messaggi politici importanti alla Bosnia Erzegovina, a rischio ghetto e frammentazione dopo gli accordi di Dayton (1995) che hanno spaccato il paese in due entità: “presentarsi in maniera unitaria all’Ue e liberalizzazione del regime dei visti in area Schengen”. Secondo il ministro inoltre, la Croazia entro l’anno potrà firmare i negoziati per diventare membro effettivo nel 2011.

A parte un vago riconoscimento alla vocazione europea del Kosovo, si glissa elegantemente sulla spinosa questione.

Ciò che conta è che l’Europa sia la guida politica nella partita dei Balcani. E il titolare della Farnesina sembra puntare particolarmente su un successo: il vertice dell’Unione Europea sui Balcani – un’iniziativa italiana – che si terrà a giugno a Sarajevo. Al summit si intende invitare anche Russia e Stati Uniti. L’Italia insomma vuole giocare un ruolo di primo piano nella partita. La conferenza a Sarajevo, indetta dai ministri degli esteri UE, sembra l’unica piattaforma legittimata per discutere i destini dei Balcani Occidentali.
Si sa, un Ministro è pieno di impegni, una vita sempre di corsa. Dopo la lectio magistralis c’è spazio solo per poche domande. Ma la percezione è di una vaga disabitudine da parte dei giovani a far sentire la propria voce. Certo, difficile appassionarsi di politica in
Italia. Pigri o sfiduciati? Forse è solo colpa del poco esercizio.

Lorenza Masè

Alla manifestazione del 13 marzo scorso a Roma, tutto il centrosinistra si è ritrovato per protestare contro l’azione del governo sulle liste elettorale per le regionali.

I giornali e i siti internet titolavano “la piazza contro Napolitano”, la “grande manifestazione del popolo viola”. E’ un mestiere di pazienza, quello di Bersani, che ha voluto, convocato e organizzato la manifestazione, ricucendo strappi nel centrosinistra, riuscendo a riempire la piazza, non certo per attaccare il Presidente della Repubblica. Il suo discorso è stato più da uomo di governo che da agitatore.

Il messaggio di quel discorso, tutto quello che ha fatto e sta facendo da quando è stato eletto segretario del Partito Democratico, è di trasmettere l’immagine di un grande partito nazionale competente e responsabile.

Il tema della responsabilità è stato il filo rosso che ha tenuto assieme la politica della sinistra italiana, del PSI e del PCI, durante i quarant’anni della Prima Repubblica.

L’idea che non si potesse “fare come la Russia” è espressa sia da Togliatti che da Nenni, da Berlinguer e da Craxi. Le ragioni di questa politica avevano le loro radici in una lettura dell’Italia come un paese culturalmente conservatore e fortemente cattolico, legato più ai campanili che al tricolore, un paese troppo lungo e sempre a rischio di spezzarsi. Motivo per cui, per cambiare la società, fare le riforme e migliorare le condizioni delle classi operaie, era necessario entrare nelle istituzioni e confrontarsi con la cultura maggioritaria, quella espressa dalla DC e dal Vaticano. Lo scontro frontale non avrebbe portato a nulla, peggio avrebbe fatto incancrenire i problemi del Paese.

Se oggi l’Italia è un paese socialmente più avanzato di allora, che ha rafforzato il suo Welfare State, ha conosciuto un’importante crescita economica, ha ancora un ruolo sul piano internazionale, lo si deve anche a quella visione politica.

Bersani riprende questa prospettiva, sa che l’anomalia Berlusconi non passerà con Berlusconi, l’Italia rimane quella che è, con le profonde trasformazioni che hanno portato il berlusconismo e gli anni novanta.

 Di Pietro vuole presentarsi come la nemesi di Berlusconi, uomo contro uomo. Lo scontro sul tema della giustizia è indispensabile per dare forma al suo messaggio. Berlusconi rappresenta la vittima o il nemico principale, a seconda di come la si legga, del sistema giudiziario italiano, Di Pietro per la sua storia personale sembra essere la chiave per risolvere il problema. I risultati elettorali però non danno ragione a Di Pietro, o meglio non a lui individualmente(il consenso di IDV è cresciuto negli ultimi anni), ma sono insufficienti per una coalizione alternativa a Berlusconi.

Il centrosinistra quando ha vinto le elezioni, lo ha fatto proponendo politica e presentandosi in coalizione, non parlando di sé stesso o del suo leader. Nel 1996 la scommessa era andare in Europa, nel 2006 restarci, risanando i conti dello Stato. Politica dunque.

Ogni volta che si è cercato di fare il contrario, contrapponendo presunti uomini-simbolo, si è perso. Una delle regole del berlusconismo è quella di imporre referendum impropri, sulla persona, su questo terreno il centrosinistra ha ceduto al gioco, con Rutelli nel 2001 e Veltroni nel 2008, nella parte del deuteragonista, competitori di Berlusconi, sempre sconfitti.

La proposta popolare e riformista di Bersani è imperniata su alcuni punti fondamentali: responsabilità della politica, lavoro, Costituzione, istruzione, pensioni. Tra questi, la giustizia non è esclusa, ma è affrontata come problema di sistema e non come problema di Berlusconi.

Come arrivare al governo e cosa fare una volta arrivatici. Di questo stiamo parlando: ed allora è chiaro il perchè Bersani non può fare come Di Pietro. E chiaro anche perché Di Pietro non può fare diversamente. L’IDV è nata attorno alla sua figura, alla sua storia di magistrato, il partito non può fare a meno di lui-basta vedere come si è svolto l’ultimo congresso-la sua organizzazione, riprende il modello di Berlusconi, speculare per la forma interna, ma con valori radicalmente diversi. Il suo partito ha avuto un exploit di consensi nel 2008, ultimo esempio di referendum improprio, adesso si stabilizza o tende a calare, i suoi successi sembrano troppo legati in un rapporto di dipendenza alla figura di Berlusconi.

La società italiana è cambiata parecchio dal ’93 in poi, la politica ha perso potere a favore dei gruppi economici e finanziari, spesso stranieri, l’astensionismo è aumentato e si sono ridotte le forme di partecipazione attiva dei cittadini, frutto avvelenato dell’abolizione delle preferenze. In questo solco è nato è cresciuto il berlusconismo, basato sopratutto sul rapporto diretto tra l’uomo e il popolo, in un’illusione di democrazia del fare.

Il risultato delle elezioni regionali non è una vittoria, ma un miglioramento c’è: il PD ha iniziato a lavorare per una coalizione di centrosinistra, questa è la principale inversione di tendenza, precondizione indispensabile per una possibile vittoria futura.

La battaglia di Bersani è duplice. Di fronte la destra, ma deve guardarsi ai fianchi, dove si trova dei moderni Torquemada che influenzano l’opinione dell’elettorato di sinistra. Il lavoro di giornali come Repubblica, le trasmissioni di Santoro e Travaglio, hanno appiattito il dibattito e annullato la cultura politica molto più dell’attuale gruppo dirigente del PD. L’errore, forse l’unico, della campagna elettorale, è stato proprio quella piazza di Roma. Certo, non era nell’intento di Bersani, ma si è offerta l’occasione per ricreare il dibattito tra chi è con Berlusconi e chi è contro. Di Pietro ha preso gli applausi e il PDL ha avuto facilità a rispondere con un’altra piazza la settimana successiva.

L’urgenza è dunque uscire dalla palude dell’antiberlusconismo, senza bisogno di pontefici stranieri, con una coalizione forte, parlando dei problemi del quotidiano e con un’idea del futuro.

 

Viaggio tra lingua e cultura

Di “au pair”, ragazze alla pari, in Italia si sente poco parlare, al contrario, nella maggior parte degli altri Paesi europei (e non solo) l’esperienza au pair è oggi molto diffusa.

Indubbiamente legato alle mansioni tipicamente femminili che la ragazza deve compiere,il classico stereotipo che l’ au pair debba necessariamente essere una Lei viene dovunque facilmente smentito:il mondo au pair infatti è aperto a tutti i giovani dai 17 ai 30 anni circa,senza distinzioni di sesso. Si tratta, di un esperienza linguistico-culturale svolta in un paese straniero con l’ obiettivo, oltre che di apprendere la lingua, di venire a contatto con culture e stili di vita differenti dai propri. La permanenza ha una durata variabile, a discrezione dell’ au pair, variabile da un minimo di uno, due mesi all’ intero anno, durante il quale la giovane sarà ospitata da una famiglia e avrà il compito di occuparsi dei banbini e di piccole faccende domestiche;dall’ altra parte la famiglia ospitante è tenuta a fornirle vitto a alloggio per tutto il periodo con l’aggiunta di un compenso simbolico settimanale, generalmente non inferiore ai 60 €,secondo quanto previsto dallo  Statuto Au Pair che vi invito a consultare prima di partire. Per reciproca correttezza è opportuno stipulare un contratto alla buona in cui vengano precisate le mansioni, le competenze richieste e l’orario di lavoro, molto spesso flessibile, ma di non oltre 40 ore settimanali. L’au pair deve inoltre avere la possibilità, ma non l’ obbligo di seguire un corso di lingua e i week-end sono abitualmente giorni di congedo.

La ragazza che decide di intraprendere questo percorso può quindi rivolgersi alle agenzie locali specializzare nel settore (è bene ricordare che però per quanto concerne il nostro Paese risultano ancora piuttosto limitate sia per numero che per diffusione sul territorio) , oppure affidarsi alla grande risorsa di Internet,  dove scrivendo “au pair” si apriranno migliaia di siti di collocamento per filles e familles e dove leggendo le condizioni dell’ uno, quelle dell’ altro,scorredo sui costo del servizio e sulla qualità dell’ offerta è piuttosto facile perdersi. Personalmente vi posso assicurare che si trovano più o meno facilmente dei buoni siti, completamente gratuiti, facili da usare e piuttosto efficienti, permettemi di consigliarvene uno che fin ora ha dato risultati soddisfacenti, a cui anch’ io mi sono affidata: http://www.aupairworld.it. Dopo aver creato il proprio profilo con i basilari dati personali  e selezionato i requisiti desiderati per il soggiorno( paese, periodo di permanenza, età dei bambini, lingua ecc.) viene richiesta una breve lettera di presentazione e motivazione, possibilmente nella lingua del paese di destinazione, ma non preoccupatevi si tratta di una formalità poco più impegnativa di una pagina di uno dei sempre più numerosi odierni social network!Inizia allora la ricerca delle famiglie rispondenti ai requisiti selezionati e dunque i primi contatti, scambi di mail o telefonate…ed infine giunge il momento della partenza !

Ora non vi voglio annoiare con i consueti trattari post-viaggio, ma vi posso assicurare che sei settimane in un grazioso villaggio sul lago Lecman a dieci minuti in treno da Ginevra sono volate e il tutto, si può dire completamente gratuito, anzi venendo pure pagati!Se da un lato non sono mancati creatività e autocontrollo per tenere a bada , senza annoiare due “dolci terremoti” e concilare  le loro mille attività (tra maneggi e campi da tennis mi sono anche fatta una cultura sportiva, vediamone anche il lato positivo, no?) , dall’ altro le soddisfazioni non tardano ad arrivare, quando la sera i birbanti ti vogliono sul letto a raccontare una storiella, col tuo buffo accento italiano di cui se prima ridevano, poi non potevano più farene a meno. Tra un bagno alla spiaggia sul lago , un pomeriggio a Ginevra, un auto messa a disposizione dalla famiglia per i piccoli spostamenti e l’efficienza della ferrovie svizzere, ci si ritrovava al lunedì senza neanche essersi accorti di aver passato un altro indimenticabile week-end in posti bellissimi e sempre nuovi.

Insomma , l’unico visto per la partenza come fille o fils au pair richiede tanta voglia di divertirsi, di mettersi in gioco,di imparare, di conoscere nuove realtà di parlare un’altra lingua, voglia di vivere e sentirti parte di un mondo diverso dal tuo, e infine anche un po’ di adattamento e flessibilità che non guastano mai.

Michela De Stefani

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.
Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.
La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).
La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.
Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

  • istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;
  • istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);
  • attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);
  • modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;
  • passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);
  • nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Lisbona mon amour… infine!

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.

Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.

La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).

La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.

Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;

istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);

attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);

modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;

passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);

nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Una riflessione sulla multi etnicità nel nostro Paese

L’attuale discussione strappa-capelli sulla natura più o meno multietnica del nostro Paese mi ha riportato a due episodi recenti. Da un lato, all’ultima indagine portata avanti da Sconfinare sulla Caritas di Gorizia, dove gli scrittori di matrice catto-comunista della Redazione inneggiavano in conclusione dell’articolo a un ritorno alle radici cristiane, in maniera “provocatoria” (questo, almeno, per voce degli stessi). Dall’altra la singolare campagna che l’Italia aveva voluto portare avanti, a nome del Vaticano, durante la stesura della Costituzione Europea, quando pareva vitale sottolineare le radici cristiane dell’Europa, sperando soprattutto in un buonismo da parte di nonno Giscard sotto le pressioni del “suo Amato”.

Con le sue ultime dichiarazioni, per l’ennesima volta la destra fornisce una grande occasione da gol a una sinistra morta, che alla destra serve di meno che da viva. Mi si potrebbe chiedere il perché io colleghi una questione politica, migratoria, ad una questione religiosa? Innanzi tutto, perché lo Stato fornisce i propri dati sull’immigrazione proprio attraverso la suddetta Caritas, proprio attraverso la bontà caritatevole dei cattolici (non degli italiani!). In secondo luogo perché mi spavento, personalmente, dell’unicum a cui si tende sempre a razionalizzare la diversità invece esistente. Definire e quindi riconoscersi in un modello artefatto porta a non capire, a chiudersi, a “dare addosso al barbaro”. Riconoscere le radici cristiane ed appellarsi a queste è un atto più che dovuto, ma dimenticare che l’Italia ha anche radici greche, arabe, pagane, medievali e, come dice giustamente uno degli scrittori sopra menzionati, mediatiche (negli ultimi 30 anni) sarebbe un torto, sarebbe una cecità da parte di una intera classe politica e di un’intera società.

La multi etnicità italiana allora è il solo fatto di definirsi siciliani, laziali o friulani. Annunciare che non esiste multi etnicità in Italia, senza avere neanche la premura di lasciare spiragli di interpretazione aperti per salvare il salvabile, vuol dire rinnegare una differenza già esistente fatta di secoli di cultura. Vuol dire, infine, non fornire appoggio teorico al tanto proclamato e voluto federalismo.

Certo, le problematiche migratorie italiane hanno una risonanza anche europea ed internazionale ma proprio dallo studio delle altre società si potrebbe apprendere di più. Ma sembra che la ripugnanza per i migranti si eguaglia a quella per i consigli. Le nostre politiche perdono allora di valore, si sgonfiano di fronte al metodo con cui sono gestite, che per tradizione alterna tecnicismo a becera demagogia, propositi legittimi a baldanzose esagerazioni.

Gli antichi romani e gli italiani di oggi non si differenziano allora, quando si accaparrano del buono che gli può venire da uno Stato “altro” e schiavizzano in terra propria le persone dello stesso. Mi viene da pensare alla Dacia, che venne saccheggiata dei tesori garantendo splendore a Roma per un altro po’ di tempo. Oggi giorno la presenza imprenditoriale italiana in Romania è elevatissima. Sfruttare il basso costo di manodopera va bene. Accogliere in maniera civile, come civile dovrebbe essere il nostro Paese, persone che sperano in un futuro italiano, no. “Dagli ai barbari!!!”

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

Un quadro politico – economico 

Negli ultimi quattro mesi l’Ecuador è stato segnato da una forte campagna elettorale che ha portato alle elezioni generali del 26 aprile scorso dalle quali il Presidente in forza Rafael Correa è risultato vincitore già al primo turno, con una maggioranza del 52 % circa. Il risultato era aspettato e rappresenta la conferma da parte dell’Ecuador di voler aspirare a un progresso nazionale e a un nuovo peso internazionale.

La vittoria di Correa è il simbolo di una nuova speranza per la popolazione ecuadoriana che ha visto effettuato negli ultimi dieci anni un cambiamento drastico della società ed ha vissuto in un clima di instabilità politica, segnato dalla fuga del presidente Lucio Gutierrez (2003-2005) e dalla Presidenza di transazione di Palacios, dal quale gabinetto è spiccata la figura dell’allora ministro dell’economia, Rafael Correa.

Il personalismo con cui Correa ha portato avanti la sua politica è molto forte ma rappresenta bene la volontà del paese di un cambiamento, che al momento nessun altro dei sette aspiranti al Palazzo di Carondelet poteva impersonare. Il presidente deve infatti racchiudere in sé tutti gli elementi costitutivi di un piccolo Paese, ricco però di differenze abissali e di tradizioni contrastanti. Deve ovvero racchiudere l’anima delle tre grandi aree geografiche del paese: la Costa, la Sierra (la parte andina) e l’Amazzonia, quindi i movimenti indigeni e le loro tradizioni.

Il Paese ha dovuto far fronte negli ultimi dieci anni a problemi sempre più crescenti, dovuti anche ad una nuova esposizione in ambito internazionale. Oltre alla perdita di una politica monetaria propria, attraverso l’abbandono della moneta nazionale in favore del dollaro americano, il Paese ha dovuto far fronte a problemi sempre più frequenti di narcotraffico provenienti dalla Colombia, tutt’oggi esistenti; a una spinta emigratoria molto forte verso le tre principali destinazioni: Stati Uniti, Spagna ed Italia; a uno sfruttamento ineguale delle ricchezze del Paese, quali petrolio, oro ed argento, ma soprattutto acqua (essendo l’Ecuador il Paese con più alto numero di falde acquifere); ad una crescente violenza, soprattutto urbana, aumentata fin al punto da rendere Quito una delle capitali più a rischio dell’America Latina; a livelli di analfabetismo ancora molto alti, dovuti soprattutto a un sistema educativo che fino a poco tempo fa non prevedeva la gratuità delle scuole elementari; all’assenza, infine, di un’educazione basica sui temi di sessualità, fecondazione e contraccezione, che implicano ancora un forte tasso di natalità, ma anche problemi di incesti, disabilità, malattie veneree e altro.

Non tutto è oro ciò che luccica, innegabile, ma non bisogna neanche dimenticare che alcuni passi fondamentali sono stati fatti. Negli ultimi dieci anni si è progressivamente andata estinguendo la proprietà latifondiaria in favore di piccoli contadini che nel sistema delle grandi proprietà erano ridotti a schiavismo. Inoltre, la conversione di massa all’evangelismo operata da missionari statunitensi, soprattutto nella parte andina del Paese, ha risolto indirettamente non pochi problemi di alcoolismo e di tabagismo. Infine, l’affacciarsi sui mercati internazionali da parte dei prodotti ecuadoriani e la stabilità derivante dal dollaro hanno dato una marcia in più all’economia nazionale, basata su prodotti primari quali banane, gamberi, fiori e caffè (senza dimenticare il petrolio!).

La speranza che Correa ha dato al Paese dal 2007 fino ad oggi si è concretizzata nella nuova Costituzione, approvata per referendum nel settembre dello scorso anno, che istituzionalizza alcuni valori e concetti veramente progressisti ed innovativi. Dalla sua approvazione, il Parlamento è stato sciolto ed è stato creato un “Congresillo”, organo legislativo di transizione, che ha in questi mesi approvato leggi di carattere fondamentale per la società e per l’economia nazionale. Forte del plusvalore generato nel 2008 dai prezzi del petrolio, Correa si è lanciato però in una politica sociale abbastanza ambiziosa per i livelli preesistenti di spesa pubblica nazionale, aumentando tale spesa del 67 % rispetto all’anno precedente. Il cancro del sistema risiede tuttavia nel non aver istituito una forma di redistribuzione delle ricchezze tra i cittadini, meccanismo tuttora inesistente e che rende ancora più evidente la divisione tra ricchi e poveri, ma appoggiandosi sui prezzi volatili del petrolio nella speranza di un perdurare del buon momento. Purtroppo, lo shock economico ha trascinato anche l’Ecuador verso il basso, non potendo competere più di tanto sui mercati internazionali con i deboli prodotti primari (deboli per la loro sostituibilità). Questo elemento, l’abbassamento delle esportazioni, la riduzione delle rimesse estere, l’annullamento di prestiti internazionali, eccezion fatta per il Governo cinese che si comincia ad affacciare nel “feudo USA”, hanno messo in crisi negli ultimi mesi il “sistema Correa”, senza però per questo impedirgli la rielezione.

Ad ogni modo rimangono i problemi economico e diplomatico, quest’ultimo in relazione alla Colombia. Ma il voto è stato in definitiva una dimostrazione di fiducia nell’operato di un governo personalistico, irascibile, alla volta pro e contro Stati Uniti, alla volta amico dell’Iran, alla volta portatore dei valori del Socialismo del XXI secolo. Un Paese sulla scia di altri del suo continente, quali Venezuela e Bolivia. Ma che soffre tuttora di molti tarli: nella propria struttura istituzionale e nella propria società.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net         

ex-stagista SID presso l’Ambasciata d’Italia a Quito

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Nel pubblico impiego, uomini e donne in pensione a 65 anni

Dopo esser stata condannata con sentenza della Corte di Giustizia Europea, l’Italia deve trovare una soluzione alla disparità d’età pensionabile tra uomo e donna nel pubblico impiego.

Attraverso l’informativa al Consiglio dei Ministri del 18 dicembre scorso, il Ministero della Pubblica Amministrazione, per voce del suo Ministro Brunetta, lancia un segnale di allarme: in caso di inattivismo legislativo a seguito della sentenza, i lavoratori di sesso maschile potrebbero “adire il giudice nazionale per ottenere la concessione della pensione di vecchiaia a 60 anni”, attraverso una parificazione al ribasso.

Visti i danni, in primis economici, di una tale deriva, già ad inizio gennaio il Ministro del Welfare Sacconi si esprimeva in favore di un’equiparazione dell’età pensionabile, da mettere in atto con “flessibilità e gradualità”.

Rimanendo fedele a tale idea, il Governo ha inviato la settimana scorsa una bozza di riforma alla Commissione Europea, la quale prevede un aumento graduale dell’età pensionabile delle donne a partire dal 2010, fino alla totale parificazione nel 2018. Il testo, denominato “elevazione dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche”, sostituirà quanto previsto dalla vigente legge n. 335 del 1995, fatti comunque salvi gli specifici ordinamenti (tra cui quello diplomatico).

La misura di legge vuole avere diverse finalità. Innanzi tutto, vuole e deve rispondere ad una sentenza UE alla quale l’Italia difficilmente si sarebbe potuta svincolare. In secondo luogo, una finalità puramente finanziaria: tale misura permetterebbe infatti risparmi per le casse pubbliche pari a 2,3 miliardi di euro in 8 anni. Infine, un’attuazione ancora più approfondita delle pari opportunità nel nostro Paese, argomento che in molti settori risulta “trascurato”.

Leggendola in maniera oggettiva, vien da pensare che una tale misura debba essere accolta a braccia aperte. Eppure, gran parte della società si è ribellata in questi giorni, fino a parlare, addirittura, di “accanimento contro le donne”, da parte del principale sindacato italiano, la CGIL, al quale si è accodata anche la UGL. Eppure, ci si sorprende che i sindacati, proprio loro, si “accaniscano” su una misura di parificazione. Credo che molti concordino, nel leggere le note informative che hanno divulgato tali sindacati, che ancora persistono molti ostacoli alla parità, tra cui gli ostacoli alla carriera, la disparità salariale, il mobbing e, non per ultima, la fondamentale questione della maternità, che bisognerebbe tutelare maggiormente. Ciò nonostante, mi sembra difficile buttare tutti questi temi in un unico calderone o legarli uno all’altro come fossero complementari.

La differenza di età non si giustifica più all’interno di uno stato sociale che sì, deve tutelare la donna al lavoro, ma non può riconoscere il fatto di avvantaggiarla in età di pensionamento considerando la maternità, tra le altre cose, un ostacolo o uno svantaggio. L’errore è insito e, certo, base di opportunismo. Dal lato dei sindacati, la politica della “spada tratta” in favore dei propri iscritti dovrebbe essere ammorbidita. Ne va della loro credibilità in fase negoziale. Da parte degli altri partiti, quali la Lega, che ha approfittato una volta di più, a poco tempo dalle elezioni europee, per dare contro all’Unione Europea, mi sembra un becero motivo per fare demagogia.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

FS. Le manifestazioni studentesche che hanno attraversato il paese alla fine dello scorso anno lasciano pensare allo spettro del ’68…Lei, questo spettro, lo vede?

VB:  L’avvenimento che ha messo in moto le proteste di massa degli anni 60’ era una crescita travolgente della popolazione studentesca che ha sconvolto le strutture universitarie elitarie ed arcaiche del passato. La crescita impetuosa delle popolazioni studentesche riguardava tutti i paesi industrializzati, annunciava infatti l’avvento della società postindustriale, ovvero di una società fondata sulla conoscenza specializzata, sulle innovazioni e sui servizi –  le classi che producevano la conoscenza aspiravano ad un ruolo egemonico nella società e le rivolte studentesche ne erano un segno premonitore.

Bisognava democratizzare l’Università, vi è un legame indissolubile tra la democrazia e l’innovazione –  le gerarchie e l’autoritarismo sono infatti i più grandi ostacoli alla produzione della conoscenza, alla scoperta e alla critica.  Democratizzare l’università senza democratizzare tutta la società è comunque impossibile. “Il dato più importante”  – si dice nel celeberrimo proclama degli studenti in rivolta alla  Columbia University – “è che questa università esiste all’interno della società  …. Il nostro attacco all’università è veramente un attacco alla società ed agli effetti che questa ha su di noi”.

La società americana contro cui questi studenti si rivoltano, era negli anni 60’ comunque molto più democratica di quella italiana, ancora sotto il rigido controllo dei valori arcaici – famiglia, risparmio, paternalismo, chiesa cattolica, la donna ridotta ad essere angelo del focolare.  Il moralismo catto-comunista, le resistenze corporative, la difesa dei diritti costituiti erano ancora troppo forti nell’Italia di quegli anni, la cultura dominante era troppo arcaica per cui le contraddizioni sono esplose in modo drammatico. Cominciò la stagione di grandi rivendicazioni libertarie ma anche di terrorismo e di irresponsabilità politica le cui ombre si proiettano ancora oggi sulla società italiana.  Pasolini chiamò quella stagione storica “Italia durante la scomparsa delle lucciole”, ovvero durante il passaggio dall’economia “italiota” al capitalismo postindustriale globale.

I provvedimenti presi per rispondere allora alla crisi dell’università sono stati rovinosi. Non si trattava di regole universalistiche per rendere l’università più aperta e competitiva ma di offerte di privilegi per pacificare le frange più visibili della protesta. Hanno contribuito al deficit di “cultura delle regole” come la chiama Gherardo Colombo, anziché essere un esempio di quell’ordine “orizzontale” antigerarchico che rende la competizione tra gli uomini utile alla società.

Il vero male dell’università italiana è la distribuzione verticale dei privilegi che prevale totalmente sull’ordine orizzontale di cooperazione e di competizione.

FS:

I partiti odierni e i mass-media possono aver approfittato del movimento studentesco?

Non credo ne siano capaci. La dissoluzione della sinistra storica, non solamente in Italia ma in tutto l’Occidente, è il sintomo più visibile di una mutazione profonda a cui dobbiamo imparare a dare un senso. La vecchia sinistra si è dissolta perché non più capace di porre alcuna domanda veramente attuale, ad esempio  la relazione tra il logos e il bios – pensiamo al caso Eluana, la difesa dei beni pubblici radicali come ad esempio il genoma umano e non umano, la “tecnoibridazione” degli esseri viventi, la conoscenza e la comunicazione. Ora l’università è coinvolta in queste questioni più direttamente di ogni altra istituzione, qui cominciano a formarsi nuovi linguaggi in grado di cogliere il senso della crisi di senso radicale, in cui ci ha fatto sprofondare “la tecnoscienza” governata dal mercato globale deregolato. La sinistra è ancora prigioniera del secolo scorso.

I partiti politici come oggi si presentano non possono sfruttare il movimento studentesco ma possono purtroppo corromperlo offrendo ai gruppi privilegiati del sistema il sostegno nella difesa dei loro privilegi.

FS: La precarietà che il sistema universitario italiano registra in molti punti è sintomo di una società anch’essa precaria. Lei cosa ne pensa in merito?

L’università italiana nella sua configurazione storica non è caratterizzata dalla “precarietà” ma da una rigidità assurda, denunciata del resto già nel secondo dopoguerra da Luigi Einaudi, il primo presidente della repubblica, nelle sue riflessioni sul sistema universitario italiano. Combina il peggio del sistema tedesco e di quello francese, diceva…

Il primo passo per riformare veramente il sistema universitario sarebbe quello di renderci tutti precari ma in un senso specifico: far dipendere la nostra posizione nel sistema, ivi incluso il nostro salario, dalle valutazioni che i docenti, gli studenti e tutti gli altri utilizzatori dell’università fanno della sua efficienza in senso generale. Le valutazioni non sono minacce o atti di ostilità; al contrario, le valutazioni sono la forma più efficace di cooperazione alla gestione razionale di un’istituzione.

Purtroppo gli studenti non mi sembrano capaci di fare delle valutazioni razionali una leva efficace della riforma dell’università. Le valutazioni della didattica che si fanno ogni anno mi sembrano  piuttosto strampalate, spesso basate su giudizi casuali, insomma poco efficienti  per poter diventare un punto di partenza per rendere l’università più efficiente.

FS: Quali sono, a suo avviso, i reali problemi dell’università italiana?

Mi ricordo che l’attore americano Burt Lancaster, il celebre Gattopardo nel film di Visconti, scherzava sul fatto che Andreotti è “ministro ora come vent’anni fa, quando facevo il Gattopardo” – in Italia niente cambia.  La lentezza del mutamento istituzionale (compreso il ricambio generazionale) ha in Italia una ragione profonda. Cambiare le istituzioni di una società presuppone  che la gente abbia fiducia nel fatto, che coloro che propongono i cambiamenti lo facciano non per “proprio interesse” ma per ristabilire i valori veri, offuscati dai privilegi degli “insiders delle istituzioni”.

Questa fiducia che si chiama “capitale sociale pubblico”, è una risorsa essenziale nelle società a crescita rapida come la nostra. In Italia vi è una scarsità fatale del capitale sociale pubblico in conseguenza della quale la gente si sente minacciata dai mutamenti e li sabota in tutti i modi.

Per questo sono pessimista sul futuro in Italia delle istituzioni così radicalmente “da cambiare” come le università. Mi ricordo che nel 1966, l’anno in cui sono arrivato per la prima volta all’Università di Genova, si discuteva appassionatamente della necessità di modernizzare radicalmente il sistema universitario.

Bene, sono alla fine della mia carriera, modesta ma leale all’idea di università, e il sistema “resiste ancora”.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

Renato Soru non è un politico. Non nel senso italiano del termine. È un politico sardo, una figura che mancava da tanti anni nello scenario regionale. Inoltre è uno dei pochi personaggi in Italia a vantare un lungo elenco di risultati concreti e positivi, che in uno scenario normale (da paese civile?) gli garantirebbero una sopravvivenza politica assoluta. Invece no. Siamo in Italia, dove i successi reali di quattro anni di governo non valgono una rielezione certa. Quello che vale sono le speculazioni, le chiacchiere e le manovre dietro le quinte.

Non molti conoscono il cammino della Sardegna dei passati 5 anni, ma è necessario avere un quadro chiaro per potersi schierare con l’uno o con l’atro candidato alle prossime elezioni. Nelle elezioni regionali del giugno 2004 Renato Soru vinse con il 50,1% delle preferenze, circa 487mila voti. La sfida che gli si presentò era quella di combattere il degrado e l’arretratezza della Sardegna, valorizzando il suo ampio potenziale di sviluppo e portando la regione da una situazione di “mezzogiorno” a una di “centro”.
L’impresa era tutt’altro che facile. Soru iniziò con un riordino del bilancio, una semplificazione e ottimizzazione della spesa regionale, il recupero e la salvaguardia del patrimonio naturale sardo. La prima legge del 2004 è stata la c.d. Salvacoste, che impone di rispettare una distanza di 2 km dalla costa quando si costruiscono edifici. Le successive iniziative sono state la riduzione del numero delle comunità montane (soprattutto dove l’elemento montano non esisteva proprio) e la costruzione di linee digitali e infrastrutture che hanno portato la popolazione della Sardegna ad essere la prima con copertura adsl al 100%. Il primo passo della nuova era digitale sarda, è stato il sito internet della regione, che fu inoltre garanzia di una maggiore trasparenza nella vita politica sarda.
Altri grandi risultati negli anni successivi sono stati la chiusura della base militare americana de La Maddalena entro il 2008 e la creazione di un unico ente regionale per la gestione del servizio idrico: la nuova società Abbanoa (acqua-nuova, NdR) ha sostituito i cinque enti esistenti. Senza nessun licenziamento, Abbanoa ha sistematicamente ridotto gli sprechi, e, di conseguenza i costi.
Con la legge finanziaria regionale del 2007, lo Stato ha riconosciuto alla Regione Sardegna il diritto graduale di compartecipare al gettito tributario maturato nel territorio regionale a partire dallo stesso anno. Tra il 2007 e il 2009 tale gettito è cresciuto di circa 1,4 miliardi di euro. A partire dall’anno 2010 le maggiori entrate regionali ammonteranno ad oltre 3 miliardi di euro. In cambio la Regione si fa carico degli oneri del Fondo sanitario nazionale e delle funzioni di trasporto pubblico locale, compresa la continuità territoriale, mantenendo un saldo positivo di circa 1,8 miliardi di euro.
Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, mentre i tagli dei finanziamenti colpiscono tutta l’Italia, nell’Isola sono stati aumentati i fondi per l’edilizia scolastica, per un totale di circa 300 milioni di euro. La regione attribuisce inoltre assegni per merito fino a 500 euro mensili, agli studenti diplomati con almeno 80/100  che si iscrivono all’Università (con priorità per le facoltà scientifiche) e agli studenti universitari in regola con i crediti che abbiano almeno la media del 27. Inoltre, la Regione ha finanziato nell’ultimo triennio più di 3000 studenti per alta formazione, tirocini e “percorsi di rientro” in Sardegna, per favorire la crescita accademica e professionale dei neolaureati e garantire un efficace inserimento nel mondo lavorativo sardo. Le fonti di quanto riferito sono documenti, atti regionali e dati Istat per il periodo 2004-2008.
Tornando alla questione delle elezioni, le argomentazioni del candidato per il PDL – un certo Cappellacci ex consigliere del comune di Cagliari – sono tutte “contro”: egli afferma che quanto realizzato nel mandato Soru sia stato una delusione e un fallimento per la Sardegna. Per il programma alternativo vengono spese invece poche, pochissime parole. Anzi, in generale sono veramente poche le parole pronunciate direttamente da Cappellacci. Chi chiacchiera di più è Berlusconi: è lui che in realtà gestisce e ordina la campagna elettorale del PDL. È lui, il primo ministro italiano, che organizza e predispone le assemblee e i comizi. Ed è sempre lui che racconta le barzellette durante i convegni. Ma della Sardegna non si parla mai? Sì, il programma elettorale del “candidato del PDL Cappellacci” è preciso: cancellare tutte le norme che dal 2004 sono state fatte da Soru (Berlusconi ha detto proprio così). E quando mai un avversario politico in una campagna elettorale in Italia ha dato dei meriti al presidente uscente? Che campagna elettorale sarebbe?
In realtà, quali sono le condizioni della Sardegna? Esiste davvero il “peggioramento delle condizioni di vita” sbandierato da Berlusconi, pardon Cappellacci? Ci sentiamo davvero più indietro del 2004? Basta leggere i dati reali e si avrà la dimostrazione del contrario: la Sardegna va in direzione esattamente opposta a quella nazionale, e lo affermano i giudici più credibili i cittadini stessi.
Questa campagna elettorale purtroppo non parte dal lavoro realizzato negli ultimi quattro anni: si cerca consenso promettendo, ma non parlando di fatti concreti. E colui che si candida alla guida della regione non è che un muto e sorridente fantoccio. Nel frattempo Soru gira la Sardegna per ricordare ciò che è stato realizzato dalla sua giunta, ciò che ancora sarà fatto e soprattutto come, con i soldi risparmiati e guadagnati e non con illusioni o sogni impossibili.

Troppo serio il Presidente Soru.

Fidatevi che è meglio Soru.

Diego Pinna diego.pinna@sconfinare.net
Enrico Casu enricasu@libero.it

Era questo lo slogan con cui il Sindaco del Pd aveva ottenuto la rielezione al primo turno e senza l’apporto della Sinistra Arcobaleno lo scorso aprile 2008: e i pescaresi ci avevano davvero creduto.

Nel giugno 2003, quando era stato eletto per la prima volta, alcuni erano restii a dare la massima carica cittadina ad uomo venuto da Lettomanoppello, paese della provincia; ma anche in quel caso, tramite il voto disgiunto, i cittadini avevano votato lui più che la sinistra. Di certo alla vittoria dell’ex-democristiano D’Alfonso aveva contribuito la fama di “più grande appaltatore d’Abruzzo” che si era guadagnato da Presidente della Provincia, e del resto nessuno allora, né tempo dopo, volle vedere il fatto che molti dei suoi ex-più-stretti-collaboratori in Provincia erano indagati per tangenti e concussione (“Pescara Provincia Amica” lo slogan di quegli anni).

In ogni caso D’Alfonso rappresentava al meglio lo spirito rampante pescarese che potrebbe essere riassunto nelle 3 C: Cemento, Commercio, Corruzione (aggiungerei anche Criminalità). Bastava questo per votarlo.

Così D’Alfonso vinse, ed intervistato il giorno dopo l’elezione lanciò subito un piano da 5 milioni di euro per…mettere toppe d’asfalto nelle strade! Poi la città iniziò a riempirsi di targhe con il nuovo slogan: “Pescara Città Vicina”. Una su ogni lavoro pubblico…

Ma lui più di ogni altro seppe sfruttare la voglia di eccezionalità del capoluogo adriatico, da sempre desideroso di elevarsi al di sopra del resto della regione e dimostrare di essere davvero “la Milano del Sud”. Questo spirito aveva spinto in passato alla costruzione di una stazione ferroviaria immensa, accolta con grande entusiasmo come una delle più innovative d’Europa, salvo poi rendersi conto della sua sostanziale inutilità…storia ripetutasi nel 2000 con la costruzione del nuovo Tribunale, il terzo più grande del Centro-Sud, rimasto in buona parte vuoto, ma bello…

E D’Alfonso non ha mancato di inscriversi in questo filone…per Piazza Salotto volle installazioni del giapponese Toyo Hito, mentre Piazza 1° Maggio (ribattezzata Piazza Mediterraneo) fu rivestita di marmo di Carrara secondo il progetto originario di Cascella…ed ancora porfido e mosaici hanno ricoperto il lungomare e le vie del centro. Ma non v’è stato quartiere o rione che non abbia conosciuto la celebre targa “Pescara Città Vicina”: marciapiedi, rotatorie, asfalto, parcheggi, aree verdi…con il Sindaco che inaugurava personalmente ogni opera…

Uno spot continuo per lui che costantemente risultava il più amato d’Italia nelle rilevazioni del Sole24Ore. Intanto anche l’imprenditoria locale portava avanti i progetti messi in cantiere da anni…di Bohigas il nuovo centro residenziale De Cecco, di Fuksas il centro direzionale della Fater e del luganese Botta le 3 torri da 18 piani di Caldora. Altre torri si prevedono sul lungofiume, i cui attici duplex (13° e 14° piano) saranno dotati di piscina privata sul tetto, mentre la Regione (che ha deciso di compiere anch’essa l’antica transumanza trasferendo la sua sede ogni inverno a Pescara) ha in progetto altre 3 torri da 50 metri…poco importa se a poca distanza, in uno dei quartieri off-limits, la comunità rom tiene cavalli sul balcone o li porta a spasso tra le auto attaccati a dei calesse (le famiglie zingare che dagli anni ’70 si sono stabilite a Pescara, controllando il traffico di stupefacenti ed il giro di prostituzione, hanno da sempre una spiccata passione per i cavalli…forse anche dovuta agli affari che gestiscono nell’ippodromo cittadino…).

Mentre il sottosegretario alle infrastrutture del Ministro Di Pietro definiva Pescara “la Los Angeles dell’Adriatico”, la città era ben determinata a newyorkizzarsi…tanto per tener fede al nomignolo di “Piccola Manhattan”. Ed anche il Sindaco ha pensato di assecondare questa tendenza lanciando un nuovo slogan: “Pescara Città dei Ponti”. Risultato? 2 nuovi ponti in cantiere sul fiume Pescara…il Ponte Nuovo ed il Ponte del Mare (ponte sospeso ciclo-pedonale progettato dall’altoatesino Pilcher alla foce del fiume). Sul secondo, orgoglio del Sindaco che lo aveva fatto finanziare dall’imprenditoria locale (con cui del resto aveva buoni rapporti…) per un totale di 10 milioni di euro, si era levato lo scandalo quando il Primo Cittadino aveva tentato di affidarne la costruzione senza gara d’appalto allo stesso Pilcher che “di certo avrebbe saputo portare a termine meglio di chiunque altro il lavoro”. Copione identico per la riqualificazione delle aree dismesse dell’ex stazione ferroviaria, che D’Alfonso voleva affidare all’immobiliare Toto che avrebbe svolto la commissione “gratuitamente” in cambio…del monopolio nella gestione di tutti i parcheggi cittadini per 30 anni…

Ma neanche questo ruppe la luna di miele tra la cittadinanza e l’ormai onnipotente Sindaco…nessuno si chiedeva del resto perché la solerzia dell’amministrazione non fosse altrettanto spiccata nella gestione dei cantieri per i Giochi del Mediterraneo, che Pescara ospiterà quest’estate: nel Comitato organizzatore sono presenti esponenti della vecchia maggioranza di centro-destra con cui l’attuale amministrazione non è riuscita ad “accordarsi”…il villaggio olimpico deve ancora vedere la luce…

Così, quando l’amatissimo D’Alfonso è stato arrestato, la città si è svegliata da un lungo sonno…ma mentre l’orgoglio pescarese rischiava di essere distrutto dal 3° commissariamento dal dopoguerra ad oggi, molti continuavano a difendere il Sindaco…

Il giorno di Natale il Tg trasmetteva, dopo quelle del Papa, le immagini di D’Alfonso affacciato alla finestra che salutava, per tutti ormai quell’uomo era innocente: quasi scarcerato per Volontà Divina in quel Santissimo Giorno. Poco importava se dal Tribunale avevano fatto sapere che tutte le accuse restavano valide e che il Sindaco, scarcerato solo perché dimessosi, sarebbe subito tornato al fresco se avesse ritirato le dimissioni. Luciano sembrava non curarsene ed annunciava poche ore dopo di voler fare un discorso alla cittadinanza in Piazza Salotto il giorno di Capodanno: in un clima da golpe sudamericano fu lo stesso Veltroni a dissuaderlo dal suo proposito. Ma il 5 gennaio il “colpo di genio”: D’Alfonso ritira le dimissioni, presenta un certificato medico e passa la palla al suo Vice. Cosa non doveva sapere il Commissario?

Non importa. I pescaresi possono far finta che nulla sia accaduto, l’orgoglio della città è salvo. A giugno forse le elezioni, il cui risultato sembra tutt’altro che scontato. Del resto, ancora adesso, sono in molti a dire che Luciano D’Alfonso ha fatto grande Pescara.

Attilio di Battista

Il passaggio dall’ingresso alla platea, dopo la lunga attesa sotto la tettoia sgocciolante del teatro Verdi, è stato un viaggio ultrarapido dalla piovosa Pordenone al Sudafrica postcoloniale; un viaggio guidato da parole e gesti di una signora ottantaquattrenne, africana di madre inglese e padre lettone, che ha vissuto e raccontato il suo Paese con l’occhio della scrittrice, attenta agli «aneddoti non inclusi nel libro di storia da imparare a memoria».

Nadine Gordimer esce dalle quinte del Dedica Festival e si avvia a piccoli passi verso il leggio, inizia a sfogliare le prime pagine del suo nuovo libro, Beethoven era per un sedicesimo nero, legge in inglese il primo racconto. È la storia di  un professore di Biologia che, dal Sudafrica di oggi, cerca di ripercorrere la storia della sua famiglia a partire dal suo cognome (bianco) ereditato dal bisnonno partito molti anni prima dall’Inghilterra; quel suo avo – ritratto nella sua gioventù virile in una vecchia fotografia – gli aveva trasmesso una goccia di sangue nero, unendosi, lontano dalla moglie e dalla patria, con una serva della miniera. È forse per questo che il prof, da ragazzo, disegnava e affiggeva per le strade manifesti contro i signori del regime dell’apartheid; per questo, oggi, non è guardato con troppa diffidenza dai suoi connazionali con  la pelle scura: «Una volta c’erano neri, che, poveracci, volevano rivendicare il loro essere bianchi. Adesso c’è un bianco che, poveraccio, vuole rivendicare il suo essere nero. Il segreto è sempre lo stesso.»

In platea il pubblico (tanti sono gli africani) è in delirio quando una figura, alzatasi dalla prima fila in penombra, sale sul palco e si riempie di luce: Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, «non ha resistito» a venire a salutare una vecchia amica. «Un bravo cittadino del mondo è chi riesce ad esserlo a partire dal suo villaggio. Nadine ha servito il suo Paese con le parole, che possono influenzare gli amici o i politici. Da segretario ho tenuto presente quanto mi ha insegnato questa signora, ho cercato di farmi tramite di parole di speranza perché arrivassero anche in Paesi dove si può morire per aver scritto una pagina di giornale». Annan racconta dei suoi incontri con la scrittrice, i due si sono spesso incrociati in giro per il mondo cogliendo l’occasione per scambiare qualche considerazione sulla loro Africa.

La stessa Gordimer racconta delle loro preoccupazioni e speranze per Kenia e Zimbabwe; risponde paziente alle domande un po’cattedratiche di una docente universitaria, spiega come nascono i suoi racconti e parla di Sudafrica. Il suo Paese è uscito nel 1991 da quarantatré anni di apartheid; ha rischiato la guerra civile, ma nel 1994 ha festeggiato, con le prime elezioni a suffragio universale, la vittoria del African National Congress di Nelson Mandela. «La gente è scesa per le strade, si brindava, l’euforia era incontenibile: ma è arrivato il giorno dopo, quello dell’impegno per costruire il futuro. Oggi stiamo vivendo quel “giorno dopo”.»

Due imprevisti rendono tuttora difficile la vita al popolo sudafricano: la piaga dell’AIDS e le forti ondate  di immigrazione; tre milioni di persone sono già fuggite verso Sud da Zimbabwe, Somalia, Kenia, provocando sempre più risentimento nella popolazione.

«Siamo liberi solo da mezza generazione, l’Occidente sappia pazientare, ci dia un’occasione: stiamo facendo molti passi avanti e io sono una “realista ottimista”, come mi ha insegnato Mandela.»

La sala tace e sospira quando Kofi e Nadine, due artigiani della parola, si stringono un forte abbraccio.

Conservo il ricordo di una vecchina piena di energie che non smetterà di combattere con la sua penna, la stessa penna che quella sera ha graffiato paziente decine di autografi per i fans di Pordenone.

Francesco Marchesano

Flickr Photos

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