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C’erano una volta due Italie. Una al Sud, una al Nord. Una governata dal Borbone, una dal Savoia.

Ci hanno insegnato che una era quella ‘giusta’, l’altra quella ‘sbagliata’.

C’erano una volte due Italie, nel 1859.

Una delle due, nel 1856, viene premiata a Parigi come paese più industrializzato d’Italia. Viene messa in atto, nello stesso periodo, la prima campagna italiana di profilassi antitubercolare. Vengono assegnate le prime case popolari. E’ totalmente integrata, al contrario dell’altra metà, con il mercato nordeuropeo. I suoi prodotti sono pregiatissimi. Nessuno emigra. La sua flotta commerciale è la seconda più consistente del mondo, dopo quella britannica. La sua flotta militare, la terza. Conosce, certo, ritardi seri nelle infrastrutture, ma è perché punta tutto sul trasporto via mare. Di tutta l’Italia messa insieme, il valore della sua moneta circolante è di due terzi: più di 443 milioni di lire-oro (circa duecento miliardi di euro) su 664.

L’altra, più sfortunata, divisa in diversi territori, è in parte sull’orlo della bancarotta, in parte descritta dagli stranieri come terra di ‘etnicamente inferiori’, che nonostante l’assistenzialismo rimangono di capacità produttive ridotte.

Ci hanno insegnato. E ci hanno insegnato male. La prima Italia era il Regno delle Due Sicilie. La seconda, l’eterogenea Italia del Nord (e la descrizione è autentica, Vienna che parla della Lombardia).

‘Terroni’, di Pino Aprile, edizioni Piemme, 303 pagine e 17,50 Euro, è un pugno nello stomaco. Per chi è terrone, e per chi non lo è.

Questa è una recensione che diventa riflessione, che si trasforma in sfogo ma non in volontà di secessione. Lo dice lo stesso Aprile: noi meridionali non vogliamo secedere, anzi; quest’Unità ci è costata sangue e lacrime, e ce la teniamo stretta.

E’difficile spiegare cosa viene descritto nel libro: l’epopea garibaldina, così fulgida e senza macchia nei nostri libri di storia, diviene un susseguirsi di stragi senza ragione, superiori per portata a Marzabotto, Fosse Ardeatine e simili; ma gli esecutori sono ancora onorati in monumenti sparsi per l’Italia; interi paesi dati alle fiamme. Scuole distrutte, infrastrutture decimate, aziende prese di peso e portate in un Nord che all’epoca contava poche eccellenze; tesori rubati (persino le posate vengono portate via dai piemontesi). E poi, in seguito all’Unità: tasse superiori al Sud; ricavati di quelle tasse portati di peso al Nord, nella loro quasi totalità; distruzione delle eccellenze industriali (due esempi per tutti: una delle più grandi  ferriere del mondo, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, in Calabria, premiate nello stesso 1861 per i migliori acciai del mondo e nel 1862 come produzione generale  all’Esposizione internazionale di Londra, sono chiuse dal governo; il motivo non si conosce: vengono fatte nascere dal nulla nuove aziende a Lumezzane, Brescia, e a Terni. Secondo esempio: i cantieri navali napoletani sono tra i più grandi al mondo, finchè il governo di Torino non decide di togliere loro tutte le commesse per trasferirle a Genova: chiaro che i cantieri napoletani, strozzati, finiscano per chiudere).

E, più sconcertante di tutto: per anni il Ministero degli Esteri italiano cerca di comprare una landa desolata, tipo la Patagonia, dove deportare i meridionali. Per intanto, vengono allestiti in Piemonte e in Lombardia dei campi di concentramento per i ribelli.

Un’offensiva che lascia a bocca aperta, e che spinge persino al dubbio: ma sarà vero? Com’è possibile non essere a conoscenza di fatti talmente gravi?

Mi sento in dovere di precisare. Il mio articolo e la mia firma (meridionale) sono ospiti di un giornale di Gorizia, dunque del Nord, addirittura Nord-Est. Per quanto io mi senta parte di quel luogo come e più di altri autoctoni, posso capire la diffidenza che queste accuse possono ingenerare nella mente del Settentrionale che, ignaro, le legge. Ciò che tengo a precisare è che, anche se tutti questi fatti sono veri, è l’uomo, non il Settentrionale, il vero colpevole. L’essere umano sa essere perfido e senza scrupoli (‘la pietà sarà considerata tradimento’, dicevano gli ordini di servizio dei soldati piemontesi incaricati di bruciare i paesi della Puglia brigantesca). La Storia ha deciso, per questo giro, che siano i Piemontesi, e il Nord in generale, a far la parte del cattivo.

Non credetemi, se volete. Ma il libro è ben documentato, e io stesso non volevo credervi, nel leggerlo. Pino Aprile riporta la storia documentata di come il Sud sia stato svilito, derubato, angariato e, col passare del tempo e l’oblio connesso, sia stato insultato per le sue mancanze.

Verrebbe da ribattermi, e mi ribatto da solo, stai difendendo il Sud? Stai dicendo che è solo colpa del Nord? Non lo direi mai. Sarebbe un modo per evitare il problema. Direi che è ‘anche’ colpa del Nord. Ora, certo, tocca ai meridionali cercare di ripartire. Ma come?

Il libro lo illustra bene; è difficile ripartire dopo tutto quello che è stato fatto perché il Sud rimanesse minorato. Un mercato che non produce; un enorme bacino elettorale, ad uso e consumo della politica, privato dall’emigrazione (prima dell’Unità inesistente) delle sue migliori teste e forze. Come ripartire, senza infrastrutture? E come si può accusare il Sud, quando tutte (e ripeto, tutte) le tasse pagate da tutti i cittadini italiani sono state investite per le autostrade del Nord? Quando le migliori industrie del Sud, dopo essere state smembrate, sono state messe in condizione di non ripartire o di ripartire con l’’handicap’ di anni di ritardo e della mancanza di collegamenti? Pino Aprile ci mostra, con tanta rabbia ma anche con tanta lucidità, le prove di una scelta ponderata e a lungo termine: quella della minorità del Sud.

E’ colpa dei terroni? Certo, com’è vero che è sempre un po’ colpa dell’ingenuo che si fa mettere sotto dal prepotente. Ma si vuole forse negare la colpa del prepotente?

Tra poco sarà l’anniversario dell’Unità d’Italia. Il Sud, che dell’Italia da sempre sente soltanto parlare, sembra l’unico a volerla festeggiare davvero. Il problema è che non ci si chiede mai il perché. Perché i meridionali faticano a sentirsi comunità? Perché l’Italia non ha mai risolto la divisione Nord-Sud (mentre i tedeschi hanno risolto la loro in un lustro scarso)?

Perché l’Italia non fa mai i conti col suo passato? Centocinquanta anni dopo, ancora silenzio. Ancora nessuna scusa. Mi viene da pensare che per molti il Sud sia Italia solamente d’estate.

P.s.Per esperienza, ve lo dico subito. Discutiamone. Per il Friulano mi è stato dato del fascista, ora non vorrei prendermi del secessionista. Non rivoglio i Borbone, voglio solo che si riparli, finalmente, di questa storia. Della nostra storia dimenticata: eravamo italiani prima del 1860, lo siamo anche dopo. Lo si impara anche con lo scontro.

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Il lettore saprà già se Dilma Rousseff, candidata del PT (Partito dei Lavoratori) alle presidenziali brasiliane, sarà la prima donna al timone del gigante sudamericano. Pur restando favorita, Dilma non ce l’ha fatta a conquistare la presidenza al primo turno, nonostante sia stata consacrata propria erede dal “politico più popolare al mondo”, come lo ha definito Barack Obama. Un presidente che esce di scena dopo due mandati consecutivi con ancora l’80 % dei consensi è un record senza pari.

Luiz Ignacio Lula da Silva, ex operaio, ex sindacalista, eletto nel 2003 con qualche titubanza (la paura di posizioni troppo “socialiste” determinarono, in un primo momento, una fuga di capitali) è stato capace, in otto anni di governo, di cambiare l’immagine di un paese dal brillante futuro che non arriva mai in quella di modello per tutto il mondo in via di sviluppo, e non solo.

Innegabile la clamorosa crescita economica avuta in Brasile, con un tasso di crescita medio del PIL del 4,2 % tra il 2003 e il 2009. Un’economia stabile (merito che affonda le radici anche nelle riforme avviate negli anni ’90), la conduzione di politiche economiche responsabili e la solidità del settore bancario hanno permesso al gigante sudamericano di affrontare la crisi finanziaria con relativa calma, senza perdere di vista gli obiettivi di politica sociale e ribadendo con fiducia l’essenziale ruolo dello stato nell’economia. Particolarmente rilevante il PAC (Programa de Aceleração do Crescimento), massiccio progetto di intervento statale nel mercato annunciato da Lula nel 2007 (anno in cui la crescita del PIL ha raggiunto il picco massimo) con l’obiettivo di favorire una crescita economica per mezzo di investimenti infrastrutturali e nel settore energetico.

Lula ha conquistato ben presto anche l’appoggio degli imprenditori: dopo aver realizzato, negli anni novanta, uno dei principali programmi di privatizzazione al mondo (l’allora ministro delle finanze brasiliano affermava che “la miglior politica industriale è non avere politica industriale”), il Brasile di Lula ha attuato, sotto questo frangente, una politica esplicita e pronunciata: il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Economico e Social) ha investito ingenti somme di denaro pubblico nei settori più dinamici, e ha aumentato il credito pubblico al settore privato delle piccole e medie imprese.

I campi in cui Lula ha però ottenuto il successo per cui sarà ricordato sono altri: la politica sociale è stata il vero fiore all’occhiello di questi 8 anni di presidenza. La disuguaglianza dei redditi rappresentava uno dei tristi record brasiliani, e uno dei principali risultati del governo è stato proprio la sua riduzione: l’indice di Gini, misurante l’ineguaglianza della distribuzione nei vari paesi, è passato dal 0,593 del 2001 al 0,56 del 2005 al 0,49 del 2007, con 0 che indica una perfetta uguaglianza e 1 la perfetta disparità (in Italia, per intenderci, è al 0,36). La vera riforma è stata lanciata nel 2003, con l’avvio del programma Bolsa Familia: Vennero integrate ed accorpate le cinque misure di sostegno al reddito già esistenti in un unico trasferimento, sotto la gestione di un unico ministero, e i beneficiari aumentarono dai poco meno di cinque milioni di famiglie nel 2001 alle 12 milioni nel 2009 (più o meno il 26 % della popolazione del Brasile). In presenza di bambini nel nucleo familiare il sussidio è condizionato alla frequenza scolastica e all’effettuazione di visite mediche regolari. Le scelte istituzionali e amministrative che hanno contribuito al successo del programma brasiliano sono state prese a modello anche da Paesi come il nostro, nell’affrontare la frammentarietà e l’ineguaglianza che ancora caratterizza le nostre politiche di sostegno al reddito.

I successi raggiunti in casa hanno sicuramente portato conseguenze benefiche anche sul piano degli affari esteri: il Brasile di Lula si è ritagliato un ruolo di primo piano nell’agenda internazionale, arrivando a chiedere con insistenza un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La visione squisitamente multilaterale, a partire da un buon livello di integrazione con i vicini sudamericani, ha visto il paese stringere solidi rapporti con Cina (principale socio in termini di esportazioni), Paesi Arabi (gli scambi si sono quadruplicati negli ultimi sette anni) e scommettere in un’intensa cooperazione sud-sud. E’ dunque a buon titolo che il Brasile si assume l’impegno di protezione e promozione degli interessi degli stati in via di sviluppo nei consessi internazionali.

Gli indubbi successi ottenuti da Lula non risolvono tutti i problemi che ancora affliggono il Brasile, un sistema d’istruzione carente e una riforma agraria ancora in sospeso in primis. Ma di questi tempi, con stati sull’orlo del fallimento e finanziarie da lacrime e sangue, l’idea che un ex metalmeccanico lasci in eredità un Paese più ricco e più giusto non può lasciare indifferenti.

Nell’ambito dei lavori interni alla NATO sulla definizione del nuovo Concetto Strategico si è svolto a Roma il 23 Novembre 2009 il Rome Atlantic Forum. La sessione italiana di presentazione e riflessione sui termini elaborati dalla rappresentanza italiana stessa sui quali questo concetto si fonderà ha visto la partecipazione di ambasciatori, ministri, ufficiali, accademici nonché membri del group of experts incaricati direttamente della sua definizione. Anche Gorizia si è resa partecipe con alcuni soci dello YATA che hanno avuto la possibilità di assistere ai lavori tenutisi presso il Ministero degli Affari Esteri.

L’idea di sviluppare un nuovo Concetto Strategico muove dalla necessità di evolvere le basi della Dichiarazione di Washington del 1999, inadatta nei termini a contrapporsi alle nuove sfide della sicurezza collettiva che l’Alleanza è chiamata ad affrontare; prima fra tutte, quella della minaccia asimmetrica. Assieme ad essa si affiancano target come la sicurezza energetica e quella marittima, il contrasto alla tratta dei migranti, del traffico di droga, della pirateria nonché l’ambito della cyberwarfare e della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Una ridefinizione delle sfide, anche in ambiti innovativi come la considerazione dell’importanza di tematiche globali e più proprie della contemporaneità come i cambiamenti climatici.

Dall’avvicendarsi degli interventi di illustri relatori alla tavola quadrata del MAE sono emersi alcuni concetti chiave fondanti l’idea della NATO come garante della sicurezza collettiva; in particolare tre nuclei principali: il rilancio del fondamentale rapporto transatlantico, che storicamente caratterizza l’organizzazione, i rapporti NATO-EU e lo sviluppo dei
partenariati
ed il dialogo con i paesi medio orientali sulle sponde del Mediterraneo. Al giorno d’oggi, l’Alleanza raggruppa 28 paesi membri e può contare sulle relazioni con altri 34 paesi attraverso la Partenrship for Peace, il Dialogo Mediterraneo e la Istanbul Cooperation Initiative; ricordando anche il NATO-Russia Council e le commissioni NATO-Ucraina e NATO-Georgia. Queste relazioni hanno di fatto proiettato l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord in una funzione di assistenza e cooperazione militare per perseguire obbiettivi comuni e garantire stabilità sia direttamente ai paesi membri, sia indirettamente su più ampia scala.

Per quanto riguarda i rapporti NATO-EU si riscontra una stabilità riaffermata dal completamento del rientro della Francia anche all’interno del comando militare integrato. Nonostante ciò permangono i punti interrogativi del rapporto tra competenze NATO e PESD; anche fra gli stati d’Europa che sono membri sia dell’Alleanza atlantica che dell’Ue non c’è infatti accordo: alcuni vorrebbero che le questioni di difesa e sicurezza si discutessero in ambito NATO altri ritengono che l’Ue non possa fare a meno di dotarsi di uno strumento militare autonomo. L’Alleanza andrebbe privilegiata per le operazioni militarmente più impegnative, mentre l’UE si manterrebbe sui così detti Petersberg tasks. In particolar modo si è puntata l’attenzione sulla problematica dell’unità europea e si è riscontrata una incapacità a condurre negoziazioni in modo coordinato e nel chiarire gli interessi comuni a gli europei.

Riguardo alle nuove sfide, si è discusso sul futuro della NATO e sulle sue competenze; c’è chi ci vede la necessità di garantire gli interessi fuori area cercando nuove collaborazioni secondo il binomio sviluppo e sicurezza ed altri che vorrebbero un ritorno alle origini limitandosi a mantenere il proprio carattere difensivo abbandonando il criterio di promozione democratica e le così dette non-article 5 operations. Certo è che le questioni che avvicinano la NATO alle problematiche globali sono molteplici, dall’Iran alla Cina, dal Medioriente all’Afghanistan per non parlare degli approvvigionamenti energetici e la stabilizzazione delle aree di crisi passando per un rinnovato rapporto con la Russia. Riguardo ad essa, l’ambasciatore russo ha insistito in particolar modo su come essa non intenda essere isolata e si dica pronta, dal partenariato, a sviluppare una collaborazione stabile. Il principio di porta aperta rimarrà e sicuramente le collaborazioni congiunte saranno favorite in un’ottica di interlocking institutions.

Ai temi geopolitici susseguirono quelli giuridici ed economici riguardo alla necessità di ridurre il deficit spending degli stati per favorire una collaborazione effettiva limitando l’effetto di quei membri più parchi nella determinazione della spesa per la difesa, definiti ironicamente come free riders. Una soluzione delineata sarebbe quella di orientare gli attori nazionali nel fornire determinate competenze specifiche e specializzate.

Concludendo, il Capo di Stato Maggiore Gen. Camporini ha sottolineato come questo nuovo Concetto Strategico debba essere come un continuum costantemente aggiornato per la sicurezza della nostra civiltà, improntato a risolvere su base di un approccio comprensivo quei problemi organizzativi che
rischiano di tradursi in serie difficoltà sul terreno.

Enrico Minardi
enrico.minardi@hotmail.it

La conferenza sul cambiamento climatico: fallimento o aspettative troppo alte?


Abbandonando una volta tanto il mio realismo, negli ultimi tempi avevo cominciato a pensare che forse il mondo era davvero pronto a fare il grande passo necessario per cambiare rotta riguardo al cambiamento climatico. Non credo mi sbagliassi sulla consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale, come le numerosissime manifestazioni hanno dimostrato; né mi sbagliavo nel ritenere ormai superati i negazionisti del cambiamento climatico, che non hanno avuto alcuna voce in capitolo durante la Conferenza sul cambiamento climatico di Copenhagen. Ho dunque atteso l’inizio della Conferenza in uno stato di esaltazione interiore, tale da portarmi a credere sinceramente a (quasi) tutti gli appelli lanciati dai vari capi di Stato e dirigenti delle organizzazioni internazionali.

Diciamo subito che agli appelli tutti hanno tenuto fede. Chi, come gli Stati più poveri e a rischio, voleva a tutti i costi un accordo legalmente vincolante, è rimasto fermo nel suo proposito. I moderati, come l’UE, non sono andati oltre gli impegni minimi già dichiarati (eventuali impegni maggiori erano infatti legati alla conclusione di un accordo globale). Chi, invece, come USA e Cina, si lanciava accuse reciproche di mancanza di volontà ha continuato a farlo anche durante l’incontro. Il risultato è un accordo di straordinario valore dal punto di vista politico, dato il successo di partecipazione riscosso, ma che delude le speranze di miliardi di persone dal punto di vista dei risultati concreti.

Vediamo dunque in dettaglio cosa emerge dal testo dell’Accordo di Copenhagen:

  1. L’obiettivo principale è limitare il riscaldamento globale a 2°C: per fare ciò è necessario ridurre le emissioni mondiali dalle attuali 47 GT (gigatonnellate, ovvero miliardi di T) di CO2 equivalenti a 44 GT entro il 2020. Ora, 3 sole considerazioni: innanzitutto con il livello di 44 GT non si ha la certezza di contenere il riscaldamento a 2° ma solo una “ragionevole certezza”, vale a dire il 50% di probabilità di successo!!! In secondo luogo, seguendo l’attuale trend di crescita delle emissioni, le previsioni per il 2020 sono di circa 61 GT con riscaldamento previsto di 5°C nel 2050. Infine, e più importante, stando alle quote finora promesse dai vari paesi, nella migliore delle ipotesi si arriverebbe a 46 GT nel 2020, così che la probabilità di contenere il riscaldamento a 2°C diventa ancora più remota. E stiamo parlando della “migliore delle ipotesi”.
  2. Si stabilisce che i paesi sviluppati debbano aiutare i paesi più poveri/a rischio ad attuare l’adattamento ai cambiamenti climatici e all’economia sostenibile, con trasferimenti sia finanziari che tecnologici;
  3. Si individuano due distinti gruppi di paesi: gli “Annex-1 Parties”, in pratica i paesi più industrializzati che hanno sottoscritto impegni vincolanti per il 2012 col protocollo di Kyoto e che entro il 31 Gennaio 2010 devono confermare le loro quote di riduzione delle emissioni (che verranno poi controllate secondo il criterio MRV cioè “measurable, reportable, verifiable” —> intrusione nella sovranità statale rifiutata dagli USA) e “Non Annex-1 Parties” (che agiscono con “azioni mitigatorie” su base volontaria – no MRV – e/o dopo aver ricevuto sostegno economico/tecnologico – in tal caso si attua l’MRV);
  4. Si prevede il ricorso a diverse misure per favorire il cambiamento, soprattutto riforestazione e istituzione del mercato della CO2 (per favorire il coinvolgimento dei paesi poveri con basse emissioni); vengono inoltre definite forme di finanziamento ad hoc;
  5. Riguardo ai fondi, gli “Annex-1 parties” hanno promesso ai paesi poveri e in via di sviluppo $30 miliardi per il periodo 2010-2012, con l’obiettivo di raccogliere $100 miliardi l’anno entro il 2020 (N.B. il pacchetto anti-crisi del governo USA è costato $781 miliardi!); ancora indefinita l’origine di questi finanziamenti, nel dubbio vengono elencate tutte le possibili ipotetiche fonti (private, pubbliche, “alternative”, …);
  6. Si istituisce il “Copenhagen Green Climate Fund”, che gestirà la maggior parte delle risorse destinate a combattere il riscaldamento globale; parallelamente, si istituisce un “High Level Panel” per il reperimento di queste risorse;
  7. Il termine per adempiere ai contenuti dell’accordo è stabilito al 2015 (termine entro il quale si discuterà, sulla base delle prove scientifiche, un eventuale ulteriore abbassamento della soglia massima a 1,5°). Tuttavia, un obiettivo più vicino di molti paesi poveri e gruppi di attivisti è quello di rendere l’accordo legalmente vincolante in occasione della prossima conferenza sul clima, in Messico, tra Novembre e Dicembre di quest’anno.

Il risultato politico indiscutibile è che ormai la lotta al cambiamento climatico è diventata un’assoluta priorità, così come il passaggio a un’economia sostenibile. Quello che è mancato è stata la volontà politica da parte dei paesi più influenti di andare oltre le posizioni di partenza, legando il proprio impegno a quello degli altri paesi.

Deludente il comportamento di Barack Obama, che dietro la sua solita impeccabile retorica ha promesso ben poco (più precisamente, il 17% di emissioni in meno rispetto ai livelli del 2005, quando la quota promessa dai paesi europei è del 20% in meno rispetto ai livelli del 1990); c’è da dire che essendosi insediato da appena un anno, non può forse ancora contare sul consenso interno necessario per osare di più. D’altra parte, Obama ha seriamente compromesso la possibilità di raggiungere il consenso sul testo dell’accordo, quando ha annunciato sulla TV americana ancora prima che all’assemblea, che un ridotto numero di paesi (USA, Cina, India, Brasile, Sud Africa) aveva infine stilato il testo dell’Accordo. Le proteste di molti paesi in seguito a questo colpo di scena hanno fatto sì che l’Accordo abbia uno status giuridico incerto e soprattutto non sia vincolante (per esserlo avrebbe dovuto essere approvato da tutti i paesi presenti).

Il contrasto maggiore è stato quello fra USA e Cina, con quest’ultima che, assieme ai paesi poveri e in via di sviluppo, ha insistito sulla “responsabilità storica” dei paesi occidentali e sul concetto di “emissioni di CO2 per 1% di PIL”: in questo modo il governo cinese vorrebbe salvaguardare la sua crescita economica (che si basa tuttora in misura rilevante sul consumo di carbone), giustificata in ciò dal suo basso livello di emissioni pro capite (meno della metà della media europea e ben 5 volte minore di quello degli USA, ma 3 volte quello dell’India). Francamente, non posso che condividere; forse, per i paesi occidentali (e gli USA in particolare) è semplicemente venuto il momento di farsi da parte e lasciare le redini alla saggezza orientale: in fondo, un prezzo non eccessivo per la sopravvivenza dell’umanità.

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Dal G8 al G20

 

C’era una volta il G8, esclusivo consesso in cui i leader degli otto paesi capitalisti più potenti del “mondo libero” (e capitalista) discutevano sull’andamento dell’economia mondiale, tralasciando molto spesso le considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente e il benessere degli altri paesi (capitalisti, neutrali o socialisti che fossero). Il G8 (“Gruppo degli otto” o “Grandi otto”) è nato nel 1975 per offrire una piattaforma di discussione non ufficiale ai capi degli otto paesi più industrializzati del mondo, che possedevano quote assai significative delle ricchezze economiche e delle capacità tecnologiche e militari mondiali. Una struttura di governo dell’economia mondiale come il G8, a quei tempi (e perlomeno fino al crollo dell’URSS), poteva essere considerata efficiente e sufficiente principalmente per 2 motivi: primo, raggruppava effettivamente i paesi più potenti del mondo e secondo, doveva confrontarsi con un sistema economico su cui gli stati avevano ancora un buon grado di controllo anche a livello internazionale. Non bisogna poi dimenticare che l’esistenza del “blocco comunista” faceva sì che un gran numero di paesi fossero di fatto fortemente limitati nella loro libertà di commercio, il che rendeva il sistema economico mondiale relativamente semplice e facilmente gestibile.

Il G8 in realtà non si è mai evoluto in qualcosa di diverso da forum informale di discussione, ma ha certamente avuto un ruolo rilevante dato il peso delle economie dei suoi paesi membri, peso che a livello internazionale si fa fortemtente sentire, specie in sede di organismi economici mondiali come il “Fondo monetario internazionale”, la “Banca mondiale” e la “Organizzazione mondiale per il commercio” (organizzazioni in cui la preminenza degli USA in particolare è schiacciante, basti pensare che nel ’91 il presidente americano Bush senior rifiutò di concedere il prestito domandato da Gorbaciov al FMI per evitare il collasso dell’URSS, cosa che puntualmente avvenne).

 

Nell’era della globalizzazione e del post-modernismo e di tanti altri mille velocissimi processi, ognuno con la sua brava etichetta, il G8 si è dimostrato uno strumento svuotato di gran parte del suo significato a causa della crescente incapacità degli Stati di controllare i flussi economici mondiali (soprattutto nelle loro conseguenze nefaste) e dell’ascesa politica, economica e anche militare, di quei paesi “quasi sviluppati” come Cina, India, Brasile, Indonesia, Sud Africa e altri ancora. Tutti paesi non occidentali, non tutti democrazie e non tutti capitalisti (perlomeno non secondo i dettami liberali).

Un tentativo di allargare in maniera graduale e relativamente indolore il G8 era venuta nel 2005 da Francia e Inghilterra, che avevano creato il G14 (G8 più Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa). L’importanza di questo gruppo è però assai più limitata perché le 6 “economie emergenti” non possono partecipare ai lavori preliminari degli incontri del G8, riservati ai soli membri del G8, ma solo alle discussioni seguenti e alla redazione delle dichiarazioni comuni. Questa formula, dal sapore vagamente neo-colonialista, è stata subito osteggiata da USA e Russia ed infatti è rimasta priva d’importanza, anche in occasione del recente vertice G8 a L’Aquila.

 

Il G20 nasce alla fine del 1999, dopo che la crisi delle borse asiatiche aveva scosso le cosiddette “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan e altri peasi del Sud-Est asiatico) e ne aveva temporaneamente rallentato la fortissima crescita economica. All’inizio era nato semplicemente come un forum di discussione dei governatori delle banche centrali e dei ministri dell’economia, ma si era rivelato ben presto troppo esteso e differenziato al suo interno per essere di reale utilità (ancora oggi è sempre molto difficile radunare tutti i partecipanti per la foto di gruppo di fine incontro!). D’altronde, l’elevata crescita economica a livello mondiale per tutto il decennio successivo aveva ben presto fatto dimenticare persino il significato del concetto stesso di “crisi economica” e quindi il G20 era rimasta solamente un’esperienza sporadica in cui declamare le bontà del capitalismo finanziario e della crescita infinita (e quindi di per sé non sostenibile).

Come tutti i cambiamenti profondi, anche questo passaggio dal G8 al G20 non è stato rapido e indolore; anzi, è stato fulmineo e doloroso! Le dimenticanze infatti possono essere molto pericolose e così, nel Settembre 2008, il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers e il precipitare della crisi hanno ricordato a tutti gli economisti e i capi politici del mondo che non soltanto il concetto di crisi è inerente al sistema economico capitalista, ma anche che la globalizzazione finanziaria ha creato un sistema talmente complesso e interdipendente da rendere imperativa una soluzione mondiale della crisi. Questa urgenza di una soluzione condivisa al livello più ampio possibile ha fornito una spinta fortissima al G20, che si è rapidamente imposto come gruppo di riferimento per la discussione sulla gestione della crisi e sulla riforma e il controllo dell’economia mondiale (i suoi membri infatti detengono l’85% della ricchezza mondiale).

 

Dallo scoppio della crisi sono stati organizzati ben 3 incontri del G20, pieni di dichiarazioni retoriche e ad effetto, com’è inevitabile in questi casi, ma anche con risultati concreti e decisamente innovativi.

L’incontro del Novembre 2008 a Washington, vissuto ovviamente in uno stato d’animo a dir poco confuso, ha per prima cosa reso chiaro che la piattaforma di dialogo prediletta per affrontare la crisi economica sarebbe stata il G20. In generale i paesi membri si osno dati obiettivi di breve termine, entro il 31 Marzo ’09, in direzione soprattutto dell’aumento della trasparenza delle transazioni finanziarie (anche grazie ai nuovi poteri dati al Financial Stability Forum – FSF – o “Forum per la stabilità finanziaria”) e dell’imposizione di norme più rigide per l’azione dei managers delle banche e degli istituti finanziari. Si è data anche particolare rilevanza all’importanza della solvabilità delle banche, un problema che si è dimostrato particolarmente drammatico nel caso del fallimento di istituti di (troppo) grandi dimensioni.

 

Il 2 Aprile, in una Londra blindata fino all’inverosimile, si è avuto l’incontro più importante e significativo. Si è infatti stabilito il varo di un mastodontico pacchetto di stimolo sia all’interno dei paesi membri ($5 trilioni, cioè miliardi di miliardi) sia verso i paesi più poveri, principalemte sotto forma di maggiori riserve del FMI ($1,1 trilione): cifre così elevate da risultare difficilmente comprensibili… e stanziabili, come dimostrato dal fatto che gran parte dei fondi promessi non sono ancora stati versati (mentre sul piano interno alcuni paesi europei come Francia e Germania si sono dimostrati reticenti ad espandere in maniera eccessiva la spesa pubblica). Dal punto di vista delle istituzioni finanziarie mondiali, il FSF è stato sostituito dal Financial Stability Board, con sede a Basilea, che discuterà di molti aspetti riguardanti la gestione delle banche dai bonus dei managers alle quote di capitale minimo. Molto importante poi la riorganizzazione delle quote di capitale del FMI, che ha permesso di rendere – finalmente – più rappresentativa questa istituzione, aumentando la quota di Cina e India in particolare.

Ha sicuramente avuto successo l’offensiva contro i paradisi fiscali: molti stati hanno cambiato la loro regolamentazione in materia fiscale e/o hanno deciso di collaborare, mentre per quelli che ancora non hanno agito il termine ultimo per evitare sanzioni peggiori è stato fissato a Marzo 2010.

 

Dopo l’incontro di Londra molti commentatori, pur impressionati da un evento che rappresenta qualcosa di assolutamente unico fino ad oggi, hanno cominciato a esprimere dubbi sulla reale possibilità che un gruppo così vasto ed eterogeneo potesse andare al di là delle semplici parole e per questo l’incontro di Pittsburgh, il 24 e 25 Settembre, è stato seguito con grande attenzione. Anche se non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, si vedono i frutti di una collaborazione così vasta. È importante notare come gli ambiti trattati in questo incontro si siano estesi oltre la crisi economica e le necessità più contingenti, per abbracciare il tema di una riforma approfondita delle istituzioni finanziarie internazionali (sono state chiarite le modifiche alle quote del FMI e della “Banca mondiale”, a favore dei paesi in via di sviluppo, attualmente fortemente sottorappresentati) e delle regole bancarie (maggior capitale minimo e riduzione del rischio eccessivo) e per definire assieme una “cornice di riferimento per una crescita forte, sostenibile e bilanciata”, secondo le parole del presidente USA Barack Obama.

Una particolare attenzione è stata data all’esigenza di sganciarsi dai combustibili fossili il più in fretta possibile (con buona pace della Russia e soprattutto del Brasile, che ha recentemente scoperto e nazionalizzato vasti giacimenti di petrolio e gas naturale al di là delle sue coste… non devono comunque preoccuparsi più di tanto, dato che la dipendenza dai combustibili fossili continuerà comunque ancora per decenni!). Sono stati fatti anche passi in avanti molto importanti sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel medio (2020) e lungo (2050) periodo: in particolare, Cina e India hanno ottenuto che i paesi occidentali prendano la responsabilità di tagliare per primi e più massicciamente le loro emissioni di CO2, viste le loro “responsabilità storiche” nella crescita dell’inquinamento ai livelli attuali.

 

Col vertice di Pittsburgh, il G20 si è trasformato in un forum permanente di confronto dei paesi membri sulle principali questioni economiche mondiali. Certo, in linea di principio può darsi che tutta questa imponente organizzazione che si è venuta formando crolli come un castello di carte non appena la crisi allenterà la sua morsa e quindi la necessità di cooperare per uscirne, ma la trasformazione in forum permanente, l’allargamento delle tematiche affrontate e la grande enfasi posta dai membri del G20 sulla conferenza ONU di Copenaghen sul cambiamento climatico, che si terrà a Dicembre, sembrerebbero indicare che ormai il G20 sia un protagonista centrale della vita internazionale, a livello economico e non solo. Un problema grave sarà garantirne l’efficacia anche in situazioni di “ordinaria amministrazione” dove i contrasti potrebbero essere tali da bloccare ogni decisione congiunta (e nell’UE ne sappiamo qualcosa al riguardo); essendo infatti un organismo basato sul consenso, non può avere la stessa efficacia e forza di una organizzazione nata da un trattato e dotata di strumenti coercitivi.

Nonostante i forti scontri tra manifestanti e polizia che si sono avuti durante tutti e tre gli incontri, è difficile che ci siano molti nostalgici del vecchio sistema, e anche se così fosse, il loro istinto di sopravvivenza politica gli suggerirà di evitare di tesserne le lodi davanti alle folle inferocite e impoverite dalla crisi. Quel che è certo è che i manifestanti si sono scagliati più che altro contro i simboli del capitalismo finanziario sfrenato degli ultimi 10 anni: non a caso gli scontri più violenti sono avvenuti a Londra, nel cuore di quella City che è stata centro simbolico e reale della finanza mondiale nell’ultimo decennio.

Quel che è certo è che a perderci più di tutti saremo noi Europei, specialmente finché ogni paese continuerà a tirare l’acqua al suo mulino e non riusciremo a definire una politica estera comune, forte e autorevole. Speriamo che il prezzo da pagare sia quello necessario per avere un futuro, uno qualunque… magari sostenibile!

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Freedom House è un ente privato che ogni anno compie un’accurata indagine sulla diffusione della libertà di stampa nel mondo, analizzando 1) il contesto legale in cui operano i giornalisti 2) le interferenze economiche che essi incontrano nella diffusione delle informazioni 3) le pressioni politiche cui i media sono sottoposti. A tale indagine è associata una classifica dei paesi con la stampa più libera. L’Italia si trova alla settantatreesima posizione, preceduti da Benin e Israele, in ex aequo con le isole Tonga e subito prima di Hong Kong. Ci precedono in graduatoria paesi dove la tutela dei diritti civili ancora non si è del tutto affermata, come la Corea del sud. Peggio di noi trai nostri partner europei, solo la Bulgaria (76) e la Romania (92). Insomma, secondo FH siamo nella lista dei paesi con stampa parzialmente libera. Nell’analisi sul 2007 eravamo nella lista dei paesi con stampa totalmente libera. FH motiva la nostra discesa nella graduatoria riferita al 2008 con le leggi restrittive imposte ai giornalisti (la famosa “legge bavaglio”?) e con l’imbarazzante numero di querele di politici da cui essi si devono difendere. Vengono citate anche organizzazioni di estrema destra e le varie mafie (spicca sicuramente il caso Saviano) come lesive della libertà di stampa con le loro minacce e intimidazioni, ma, sempre secondo FH, un pericolo sarebbe dato anche dal “ritorno del magnate dei media Silvio Berlusconi alla carica di premier” che “ha risvegliato paure in merito alla concentrazione degli sbocchi informativi pubblici e privati sotto un solo leader”.

Come si porrebbe il nostro premier nei confronti di quest’analisi? Potrebbe dire come al solito che FH è stata imbeccata dalla sinistra sull’argomento, e molti italiani gli crederebbero. Fatto sta che FH non riceve finanziamenti dai governi e non ha pertanto nessun guadagno a “parlare male” dell’Italia, così come nessun guadagno deriva ai giornali europei dal criticare l’Italia. Non risulta, infatti, che la copertura che i nostri media stanno dando al caso Mitterand faccia lievitare gli ascolti o aumentare sensibilmente le vendite. Appare tuttavia increscioso che un pedofilo reo-confesso diriga uno dei ministeri più prestigiosi di Francia. Così come appare increscioso che a capo del governo si trovi un pluriindagato, più volte prescritto (che, diciamolo a scanso di equivoci, significa solamente che il reato di cui si è accusati è “scaduto”, non che chi è accusato sia innocente). Infatti per il presidente del consiglio il modo migliore di porsi sulla questione sarà di dimenticare che questa graduatoria sia mai esistita e di farlo dimenticare anche agli italiani, per esempio bandendo il tema dai telegiornali.

La delegittimazione dell’informazione italiana ed estera serve al premier a evitare di confrontarsi con essa su questioni scottanti. Questa strategia di delegittimazione è seguita meticolosamente: lo stesso Economist sostenitore di Reagan e Thatcher è stato ribattezzato “ecommunist”. L’Economist si pone il problema in termini di assoluto realismo e sostiene che il premier non sia la persona giusta per guidare l’Italia per molti e noti motivi, ma Berlusconi invece di rispondere a tono a un autorevole settimanale letto da tutte le élites mondiali sui dubbi più che legittimi che esso solleva, fa finta di niente, gli dà del comunista e la questione finisce lì. Nessuno del suo elettorato ha chiesto spiegazioni, nessuno dei suoi alleati politici ha accennato una reazione, nessuno dei suoi quotidiani liberi ha posto la questione, anzi hanno seguito Berlusconi sostenendo che l’Economist fosse una rivista trascurabile, bollandola appunto come comunista. Infatti essere comunista in Italia non significa “essere d’accordo con Marx”, ma solamente “dover essere ignorati”. Chi viene bollato come comunista non ha la dignità di porre domande, o quantomeno, di meritarne le risposte.

La libertà di stampa in Italia esiste solo su alcune questioni, mentre su altre viene calato una coltre di fumo. Così nei telegiornali la questione Alitalia passa per essere uno dei grandi successi di questo governo, quando invece, a causa del blocco imposto da Berlusconi al governo Prodi sulla cessione ad Air France, ci siamo trovati a doverne pagare i debiti e migliaia di persone hanno perso il lavoro (la prima offerta bloccata da Berlusconi prevedeva 2150 licenziamenti, quella accettata dal suo governo ne ha causati circa 7000; nella prima offerta i debiti di Alitalia sarebbero stati ripagati da Air France, con l’offerta fatta dopo, i debiti se li è accollati lo stato, cioè noi). Altro esempio: L’emergenza rifiuti, grande successo del governo Berlusconi. A Napoli. Nel casertano invece le strade sono ancora piene di immondizia. I telegiornali del servizio pubblico però si guardano bene dall’approfondire tali tematiche, come farebbe qualunque servizio pubblico. Ora i lettori di centrodestra riterranno queste considerazioni frutto della propaganda di un comunista e le ignoreranno. Questo è uno dei problemi.

In Italia infatti non c’è dialogo tra i due “schieramenti” di elettori, si tende a delegittimare l’altro perché “comunista” o “fascista”. E questo è anche colpa dell’atteggiamento delegittimante tenuto da Berlusconi nei confronti di chiunque non sia lui stesso; lo stesso Fini e le sue dichiarazioni sono stati più volte smentite da Berlusconi perché in disaccordo con le sue. I governi negli ultimi anni finiscono quindi per trasformarsi in una dittatura della maggioranza, causando una prima seria distorsione al sistema democratico italiano. Quante volte sentiamo Berlusconi pronunciare dati sul consenso? Questo, in un’ottica populista, è facilmente traducibile nella frase: “ho un mandato che il tot% degli italiani continuano a rinnovarmi ogni giorno, per cui faccio come vogliono loro”. Infatti altrettanto spesso ultimamente, sentiamo dire i suoi alleati: “Berlusconi è l’unico che capisce il popolo”. Il che significa in sostanza che la volontà del popolo è la volontà di Berlusconi e viceversa. Ammesso e non concesso che i dati sul consenso siano veritieri (nessuno si è ancora peritato di smentirli anche se palesemente falsi, visto che cambiano di giorno in giorno), il problema che si pone è serio; il restante 25% degli italiani cosa deve fare? La democrazia fa governare la maggioranza, ma dà all’opposizione il ruolo di contrappeso. Se l’opposizione viene totalmente ignorata e delegittimata (grazie anche al famoso premio di maggioranza che esiste solo in Italia e che in sistema maggioritario trova poche giustificazioni), la democrazia perde molto del suo significato.

Quello della libertà di stampa rimane un problema di fondo che molto ha a che fare con questa distorsione. È stata proprio la stampa a privarsi del ruolo che essa dovrebbe esercitare in una democrazia, ovvero quello di arbitro imparziale: dovrebbe infatti portare le notizie nella società civile affinché quest’ultima possa scegliere al meglio a chi affidare la propria delega al governo. Se a sinistra si delegittimano molti quotidiani di destra perché “sono tutti del padrone”, a destra si delegittimano i quotidiani di parte opposta perché “comunisti”, “complottatori” e via dicendo. Alla fine l’informazione diventa duplice: ci sono l’informazione di destra e l’informazione di sinistra, i quotidiani di destra sono letti da elettori di destra e viceversa, creando due visioni diametralmente opposte della situazione in Italia, che però è una sola. Ne risulta una contrapposizione sorda, tutti urlano le proprie ragioni convinti di quello che dicono senza che l’altro ascolti perché altrettanto fortemente convinto.

Altro problema è quello dell’intoccabilità dei suoi leaders. Ancora una volta la libertà di stampa ha un ruolo cruciale. Berlusconi nella sua carriera politica si è dimesso una volta, nel 1994, in seguito alla consegna di un avviso di garanzia inviatogli dalla questura di Milano per il reato di concorso in corruzione. Berlusconi allora, responsabilmente, si dimise: come poteva rimanere in carica un presidente del consiglio sospettato di aver commissionato la corruzione di giudici? Nel 1994 la situazione però era ben diversa: si usciva da tangentopoli e i politici sospettati di corruzione erano il bersaglio di moltissimi quotidiani (quello di Feltri in primis), oltre che dell’insofferenza della maggioranza degli italiani. Inoltre Berlusconi ancora non aveva giocato le sue carte in termini di censura e propaganda: nel 2001, quando Travaglio da Luttazzi, Santoro e Biagi sollevarono nuove critiche non dissimili da quelle del ’94 sul passato di Berlusconi, furono accusati di fare informazione di parte. Nel ’94 però sollevare le magagne del premier come fecero quasi tutti i quotidiani non era fare informazione di parte, mentre dal 2001 lo è diventato. Oppure semplicemente l’opinione pubblica era più sveglia e combattiva nel 1994. La differenza comunque si è notata: Luttazzi, Santoro e Biagi sono stati allontanati dalla RAI (Santoro ci è rientrato dopo aver vinto una causa contro la RAI per licenziamento senza motivo). Fatto sta che nessuno dal 94 ha più chiesto le dimissioni del premier.

Altro grave problema che sicuramente ha influito sulla nostra posizione nella graduatoria di FH è la cosiddetta legge bavaglio. Oltre a porre un limite molto debilitante alle indagini per intercettazioni, tale legge rende impossibile per la stampa informare l’opinione pubblica di ciò che le intercettazioni mettono in luce, a causa delle multe salatissime imposte agli editori che contravvngono a questa norma. La motivazione è che è moralmente sbagliato portare fatti anche privatissimi sulle prime pagine dei quotidiani, il che sarebbe giusto, se non fosse che questo vale solo per i cosiddetti “potenti”. Luca Stasi è sputtanato quotidianamente su tutti i telegiornali, ma per il fatto di non farlo grazie a delle intercettazioni, ciò è considerato lecito.

Edoardo Da Ros
Edoardo.daros@sconfinare.net

Questo articolo è un atto d’amore per l’Europa, dunque è ingenuo. E’ un atto d’accusa alla nostra politica, dunque è banale. Parla delle elezioni europee, dunque è originale. Davvero. Superate le polemiche circa le frequentazioni del nostro premier, che certo non mi sorprendono, e quelle circa le ‘veline’ che prima c’erano e dopo no, qualche giornale finalmente deciderà –magari, si spera, prima del sei e sette giugno- di parlarci compiutamente delle europee e dei candidati, o addirittura –ma questo è un sogno- del referendum, graziosamente spostato al ventuno giugno per la gioia di tutti gli universitari fuori sede d’Italia.

Europee, dunque.

Facciamo parlare i dati e i fatti. Primo fatto: al 2009, gli eurodeputati italiani sono i più pagati d’Europa, pur essendo presenti in media a Bruxelles per meno del cinquanta –sic!- per cento del tempo. Uno degli esempi più gustosi è Bova, PD, presente in parlamento una sola volta, il giorno in cui, due mesi dopo l’elezione, veniva finalmente dichiarato decaduto per incompatibilità (era incompatibile fin dall’elezione però). Mica solo Bova, però. I nostri eurodeputati sono anche i più veloci nel farsi sostituire. Si sono visti anche i sostituti dei sostituti.

Cosa vuol dire tutto questo? Che per noi, semplicemente, l’Europa non conta. E’ un ottimo parcheggio, in attesa di un posto migliore. Soprattutto a partire da quest’anno, dopo la riforma europea degli stipendi degli europarlamentari, che sono stati fissati allo stesso livello per tutti i Paesi. Risultato? Che molti nostri consiglieri regionali guadagneranno di più dei nostri europarlamentari, e quindi tutti aspireranno alla carica in Regione, piuttosto che a Bruxelles.

Bene, si potrebbe commentare. In fondo, il messaggio che l’attuale governo fa passare è che l’Europa non sia altro che un ostacolo alle giuste italiche. Un’Europa pesantemente burocratica. Un’Europa per nulla unita sulle questioni importanti. Un’Europa insignificante, ma che riesce comunque ad essere fastidiosa.

Ma è anche l’Europa dell’Euro, che nonostante quel che dice la vox populi, ci ha salvati dalla Lira, che non avrebbe retto nemmeno alle crisi degli anni scorsi, figuriamoci a questa.

E’ l’Europa che con una riforma seria della questione dell’unanimità potrebbe risolvere i suoi problemi politici, e questo se i governi europei solo volessero.

E’ l’Europa dei cavilli burocratici, su questo non c’è alcun dubbio, e assurda come qualunque burocrazia. Ma è l’Europa che riesce a far convivere 27 paesi, 23 lingue, quasi 500 milioni di abitanti e le loro leggi, nel più ardito tentativo di unione di popoli della storia. E come tutte le burocrazie enormi –ma qualcuno ricorda quella sovietica?- ha risvolti da follia. Ma questo non ci autorizza ad ignorarne le norme, come l’Italia fa ormai per prassi.

Perché il nostro, lo ripeto spesso, è un Paese strano, che dice una cosa e poi ne fa un’altra. Il nostro governo odia Bruxelles, e ne è fortemente ricambiato. Rimane Paese membro, ma i suoi eurodeputati fanno tutto tranne che andare alle sedute del parlamento. Ignora con gran faccia tosta le leggi che si approvano lì, facendo poi credere al popolo che noi, alla fin fine, si fa quel che si vuole. Ah, sì? Guardiamo un po’.

Annualmente, quante leggi italiane sono in realtà state approvate dal parlamento europeo? Sparate pure una qualunque percentuale, non indovinerete mai. L’ottanta per cento.

L’ottanta per cento delle leggi italiane sono state prodotte a Bruxelles. E, il più delle volte, i nostri eurodeputati non ci sono. L’ottanta per cento delle nostre leggi, se i dettami di Aristotele sono esatti, sono dunque scritte dagli altri Paesi. E non è una cosa indifferente, sapete. Tre esempi per dimostrarlo.

Primo. E non per tirare in ballo la mia terra, ma un fatto che danneggia l’Italia intera. In queste settimane è stata approvata una legge per la quale il Vino Rosato può essere prodotto anche con uve di diversi tipi –bianche e rosse. Il Rosato del Salento viene prodotto con un solo tipo di uva: tutt’altra qualità, ma adesso il nome è lo stesso. La nostra sparuta delegazione –cioè chi dei nostri si trovava a passare da lì- ha votato a favore.

Secondo. E’ stata approvata una bella leggina che rende possibile produrre pasta con grano tenero, anziché duro. Qui, in tutta sincerità, non ho idea di dove fossero i nostri.

Terzo. Le reti da pesca. Secondo una legge voluta dai Paesi scandinavi, i buchi delle reti dovrebbero essere di un certo diametro. Bene: diametro ottimo per i pesci dei mari nordici, enormi, ma non per quelli del Mediterraneo. Se i siciliani seguissero la norma europea, non pescherebbero nulla.

Ora, voi potrete pure dire che queste sono sottigliezze. Ma per l’ottanta per cento le nostre leggi sono scritte da altri. A questo punto, o usciamo dall’Unione Europea, o cominciamo a mandare gente che all’europarlamento poi ci vada.

Ho esaminato le liste dei candidati per le europee. Liste quasi del tutto impresentabili. Quelle del Pdl, vergognose, dal Nino Strano che mangiava la mortadella al gran ritorno di Mastella –e non aggiungo altro, per pietà verso i lettori. Quelle del Pd, dove presentabili, impresentabili e ottime scelte sono ben mischiati in modo tale da perdere quanti più voti possibile; quelle dell’Idv, macchiate dalla candidatura di gente che poi a Bruxelles non ci andrà, a cominciare da Di Pietro; quelle dell’Udc, in assoluto le più atroci, e davvero non saprei da dove cominciare a criticare: da Magdi Allam o da Emanuele Filiberto? Ma forse andrei sul sicuro citandovi De Mita, per la serie ‘giovani leve all’Europarlamento’. E infine le liste di Sinistra e Libertà, per le quali però alla fine non si possono fare grandi discorsi perché non saprei dire quanti deputati potrebbe riuscire a portare in parlamento (ma spicca tra di loro Margherita Hack, questo va sottolineato).

E’ una carrellata assolutamente arbitraria, lo riconosco. Ma riconoscetemi almeno, al di là delle idee politiche di ognuno, che decidere di mandare in Europa dei rappresentanti come De Mita, o Mastella, o chi per loro, non è sintomo di grande considerazione per l’Europa. Non lo è davvero, a maggior ragione dopo tutte le considerazioni di cui sopra.

Un’Europa da cui, volenti o nolenti, non possiamo più prescindere. E che noi continuiamo a considerare alternativamente un parcheggio di lusso, un cimitero di elefanti, o un nuovo Bagaglino dove scaricare i nostri nani, le nostre ballerine e, perché no, qualche pregiudicato.

Francesco Scatigna

Per capire l’immigrazione a Gorizia anche da un punto di vista quantitativo, abbiamo chiesto alla Prefettura i dati riguardanti le richieste dello “Status di rifugiato” avanzate ed esaminate dalla Commissione Territoriale negli ultimi 15 mesi.

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