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Se una domenica andate a Venezia, lasciatevi alle spalle la folla di Piazza San Marco, e dirigetevi a sinistra, oltre Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, che collega il Palazzo alla Prigione dei Piombi. Passate, una volta tanto, oltre questi centri del potere della Serenissima Repubblica; non considerateli, come la maggior parte dei turisti, la meta del vostro cammino, ma l’inizio di esso. Percorrete Riva degli Schiavoni, dove arrivavano le navi dalla Dalmazia (la Schiavonia appunto, perché nell’antichità da lì venivano gli Schiavi) verso il secondo vertice dell’Impero del Leone, quello produttivo-bellico, l’Arsenale.

Ma questa volta il nostro non è un viaggio nel cuore del potere; sulla Riva ad un certo punto troverete una bella Chiesa, Santa Maria della Pietà. Essa è l’estremità meridionale di un complesso di edifici che nel passato è stato una delle istituzioni più importanti della città: l’Ospitale della Pietà. Il Palazzo Ducale mostra al mondo la grandezza della Serenissima; i Piombi ne simboleggiano la severità; l’Arsenale la potenza bellica delle navi che per secoli dominarono il Mediterraneo; il Canal Grande l’opulenza sfarzosa; per finire con il Ponte di Rialto, il quale dimostra come Venezia sia stata una delle città più cosmopolite e ricche che il mondo abbia mai visto.

Di fronte a tutto ciò, l’Ospitale si presenta molto più umile e dimesso; ma se i Palazzi citati sopra ci ricordano i privilegiati e i potenti, le mura dell’Ospitale ci raccontano le storie dei più sfortunati. Anzi, per essere più precisi, delle più sfortunate. Perché la Pietà era un orfanotrofio femminile, in cui le neonate rifiutate dai genitori, o perché frutto di errore, o più spesso per necessità, come spesso accadeva fino a non troppo tempo fa. Ma l’Ospitale della Pietà di Venezia aveva una particolarità che lo faceva brillare di fronte agli altri enti assistenziali dell’epoca: in esso le ragazze erano educate alla musica, e formavano il  “Choro de la Pietà”, famoso in tutta Europa. La Chiesa era il loro palcoscenico; le ragazze suonavano nascoste dietro delle balaustre ad alcuni metri da terra, in modo da nascondere il loro volto agli uditori: ma in questa spersonalizzazione, in questa umiliazione massima delle loro personalità, diventavano puro suono, pura arte. Erano uno strumento finissimo, leggendario, pronto a realizzare le visioni dei maestri del coro, e di uno in particolare, che qui lavorò agli inizi del ‘700: Don Antonio Vivaldi.

E’ in tale contesto che si svolge la storia di Cecilia, orfana sedicenne della Pietà nei primi anni del ‘700, che sa suonare meravigliosamente il violino. Essa è raccontata dal libro di Tiziano Scarpa sotto forma di una lunga sequenza di lettere e pensieri che la ragazza scrive ad una madre immaginaria per vincere l’angoscia che la colpisce ogni notte. Non c’è una vera e propria trama; il libro è un’insieme di immagini slegate tra loro, di temi che si rincorrono e si ripresentano, in continui tentativi di Cecilia di capire sé stessa, di vincere la solitudine, il sentimento di non essere nessuno, di essere senza passato e senza futuro. I giorni si susseguono sempre uguali nell’Ospitale isolato dal mondo, in cui le ragazze sono educate a cancellare la loro personalità per farsi “strumento del divino”, voce attraverso cui far passare la musica. La Venezia gioiosa ma decadente del ‘700, in cui dietro le maschere e i profumi si intravedono già i segnali marcescenti della fine,  è negata a Cecilia e alle sue compagne, alle quali la vita è stata negata fin dalla nascita: sono state salvate, ma il loro compito è quello di fare meno rumore possibile con le loro persone. Nessun rumore, solo musica. Cecilia scrive proprio per dare un senso alla sua vita, per fare rumore, per trovare una luce che la identifichi come individuo; gli stessi motivi che la spingono a stonare apposta durante le esecuzioni, per dire: sono qui.

La luce tanto cercata si presenta quando il vecchio maestro del coro va in pensione e se ne presenta uno nuovo: Don Antonio, Vivaldi appunto. Il nuovo maestro porta una nuova forza nella vita delle ragazze, e dei sentimenti che non hanno mai conosciuto; le spinge ad imitare i rumori della natura, ad esprimere loro stesse attraverso la musica; Cecilia riconosce sé stessa nel maestro, e Vivaldi riconosce sé stesso in lei. La ragazza, finalmente, riesce a capire quale grande potere riesce a sprigionare con la musica, e acquisisce la sua maturità, che la porterà a fare a meno della madre. Quello di Scarpa, quindi, è in un certo senso un romanzo di formazione, ma dimesso e disperato, raccontato da chi ha avuto troppo poco dalla vita per lasciarci un segno, ma nonostante ciò cerca di opporsi a questo destino. Ma è soprattutto un romanzo sulla potenza della musica, e sulla possibilità di ottenere una musica pura, slegata dall’interprete, proprio perché l’interprete si annulla in essa: “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sogno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nere, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide”.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa

Einaudi, 2008

Pagine: 144

Giovanni Collot

È pomeriggio quando lasciamo Milano alla volta del Piemonte. Un intenso week-end eno-gastronomico tra il Monferrato, le Langhe e la Valsesia, per assaggiare quel che quest’angolo d’Italia ha da offrirci. Lasciate alle spalle Pavia e Voghera, ci troviamo immediatamente in una distesa che i colori autunnali ed il grigio delle nuvole rendono di un fascino romantico. I campi si susseguono ordinati, punteggiati qua e là di campanili di mattonato rosso. Superata Alessandria il paesaggio si fa più movimentato, l’autostrada segue il corso del Tanaro che inizia ad insinuarsi tra le colline, dove riso e grano lasciano spazio ai vigneti: è il Monferrato. Camminando per le vie di Asti si è avvolti da un’atmosfera risorgimentale dal sapore sabaudo: via Quintino Sella, via Massimo D’Azeglio…la grande piazza triangolare è intitolata a Vittorio Alfieri, come pure il Teatro Comunale ed il corso principale della città. (nato proprio ad Asti, il drammaturgo è praticamente una gloria cittadina). Eleganti palazzi tra i quali si ergono le chiese e le torri a mattoncini, lasciano il posto a vie d’improvviso più degradate.

Proseguiamo verso sud, in direzione di Alba e delle Langhe. I castelli e le tenute dell’antica nobiltà di susseguono in cima alle alture ricoperte di vigneti e noccioleti. Qua e là minuscole frazioni, vecchie case agricole ora trasformate in agriturismi. Alcune sono spruzzate di neve, mentre all’orizzonte il bianco dell’arco alpino ci circonda e si fa più scuro con il tramonto, confondendosi con il cielo. La cena è un omaggio al gusto: i vini, i formaggi, il tartufo, le nocciole. L’agriturismo, ricavato da una dimora agricola del Settecento, è un capolavoro di eleganza e di charme. L’indomani saldando il conto mi attardo a cercare una monetina da 2 euro nelle tasche (102 euro una notte in doppia), “Non si preoccupi!”, la proprietaria mi sorride e dribbla abilmente il taccuino delle fatture porgendomi una bottiglia di Barbera d’Asti della casa. In fondo tutto il mondo è paese…

Torniamo in strada in direzione Nord, alla volta di Vercelli e della Valsesia. C’è ancora il tempo per una sosta a Alessandria e Casale Monferrato. Siamo nel mezzo di quello che fu il triangolo industriale, a ricordarcelo ci sono veri e propri reperti di archeologia industriale. Vecchi capannoni industriali di mattoni ora inglobati nel centro cittadino di Casale, mentre i tricolori con la scritta “Eternit: Giustizia” appesi alle finestre ricordano la triste vergogna della fabbrica che qui produceva amianto. Il Piccolo di Alessandria (quotidiano locale!) si interroga invece sulla dismissione-riconversione dell’immenso scalo ferroviario della città, ormai in abbandono. Vestigia di un passato lontano?

Giungiamo infine sulle rive del fiume Sesia. Superati i distretti industriali della lana e della rubinetteria (questi sì! Ancora ben attivi!), ci addentriamo nell’alta Valsesia. Piccoli paesi come di gnomi si aggrappano sulle pendici delle montagne, che si fanno più ripide laddove il fiume ha formato una gola nel corso dei secoli. Alcuni sono veri e propri villaggi, raggiungibili solo a piedi attraverso un ponte pedonale che oltrepassa il fiume e li congiunge alla strada statale. Proseguendo lungo il fiume si giunge fino alle pendici del Monte Rosa, con Alagna ed gli impianti sciistici. Sono queste le valli padane armate dalla Lega Nord? Più a valle c’è Varallo, con il Sacro Monte, un complesso di quarantacinque cappelle ed una basilica eretto alla fine del Quattrocento e dichiarato nel 2003 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. All’ingresso della cittadina un cartello ci avverte che per ordinanza del Sindaco (non serve dirlo, il Sindaco e Deputato leghista Gianluca Buonanno) “Su tutte le aree pubbliche vietato l’uso di burqa, burqini e niqab, vietata l’attività a “vu’ cumprà” e mendicanti”.

Da Varallo una strada una strada provinciale lungo il corso del Mastallone conduce a Rimella, a 1182 metri d’altitudine. Il paese, che conta attualmente 134 abitanti, fu fondato nel XIII da popolazioni walser (di ceppo tedesco) che, approfittando dell’aumento delle temperature terrestre verificatosi tra l’800 ed il 1300 d.C., erano scesi dalla Svizzera valicando l’arco alpino. Nei secoli successivi l’abbassamento delle temperature, insieme all’assenza di qualunque tipo di collegamento carrozzabile, costrinsero Rimella ad un pressoché totale isolamento. Gli abitanti di sopravvissero nei secoli in completa autarchia, mantenendo livelli di sviluppo culturale e sociale altissimi (nell’Ottocento l’analfabetismo era più basso della media del Piemonte e nel paese vi erano numerosi medici e notabili, un museo ed una biblioteca). Un forte senso comunitario si è cementificato intorno alla condivisione della fede cristiana e della lingua walser: il Tittschu. Ancora parlata dalla gente del luogo, essa è tra le più antiche lingue germaniche conservate al mondo, e proprio per questo ha attirato l’interesse di storici e linguisti. Dal lavoro di questi studiosi e dalla riscoperta della propria cultura sembra che il Comune di Rimella sia voluto ripartire negli ultimi anni, con la creazione di un Centro Studi Walser e la pubblicazione di numerose opere per fare chiarezza sulla propria storia, a tratti ancora oscura.

Il microcosmo perfetto di Rimella non sopravvive infatti al secondo dopoguerra e all’emigrazione di massa. Allo sguardo superficiale di pochi giorni spesi a zonzo tra Valsesia, Langhe e Monferrato, sembra quasi che Rimella come Asti, Alessandria come Casale Monferrato, stiano faticosamente rimarginando le ferite di duri anni di cambiamento. Ed il Piemonte?

Attilio Di Battista

Ricordi di un’ estate passata a Berlino

[da leggere ascoltando Tocotronic – Schatten werfen keine Schatten]

Sono arrivato a Berlino sicuro che il tempo che ci avrei trascorso mi avrebbe cambiato. Sono partito pensando che qua, dove viviamo, nelle nostre piccole cittadine, siamo ombre e che le ombre non gettano altre ombre. Là ho realizzato che, in una metropoli che è una piccola città, le persone, per quanto siano chiuse, grigie e fredde, ti rimangono nel cuore, anche se non le hai mai conosciute, perché ti illuminano. E le ricordi per i loro sguardi. Sguardi di gente selvatica, come quella città dove le volpi, la notte, escono dai parchi in cerca di resti degli ultimi kebab mangiati prima di rincasare, poco prima che il sole sorga. Sguardi di chi vive come aveva sognato di vivere quando era ragazzo: un poco sopra le righe, un poco oltre le proprie possibilità, ma felice. Sguardi pieni di respiro, come questa città che mi ha colpito fin dall’ inizio, che mi mancherà e che non ritroverò facilmente altrove. Una grande città, pochi alti palazzi, molto verde. Non c’è un centro oppure ce ne sono molti: ogni quartiere è realtà a sè cosicché quando sei a Prenzlauerberg non puoi confonderti con Kreuzberg, Wedding o Mitte. Ogni quartiere con la sua personalità, uno Stimmung per ognuna di queste piccole cittadine: così quando giri per questa città non ti rendi conto di essere in una metropoli, non fosse per la U-bahn, le grandi distanze e la gente che la popola.

Berlino d’estate è bella: si camminano volentieri le sue strade fino a tardi, si siede nei parchi, tra un grill e un pomeriggio al sole con gli amici, sdraiati a guardare quel cielo che da noi non c’è, a farsi scompigliare i capelli da quel vento che fa passare le nuvole così velocemente come non ho visto da altre parti. E poi tornare a casa, a Kreuzberg, passando accanto agli odori turchi che escono dai baracchini del kebab o dai mercati domenicali. La domenica mattina ai mercati delle pulci a cercare qualche curiosità, a fare amicizia con gente che arriva da chissàdove e deve vendere tutto quello che ha per poter acquistare il biglietto aereo di ritorno (chissà da quanto tempo sono in viaggio). E conoscere qualche artista che ha lo studio nella soffitta di qualche casa da qualche parte a Wedding.

I tedeschi di Berlino sanno godersi la vita e noi dovremmo imparare da loro. E loro dovrebbero imparare da noi a ridere: difficile trovare chi, in metropolitana, sia disposto a una chiacchierata. Ma verso sera, i berlinesi escono di casa, si comprano un paio di birre al tabacchino, le bevono passeggiando e diventano simpatici.

Di loro ho apprezzato la loro tolleranza, al limite con il menefreghismo, e il loro essere così distanti dal moralismo cattolico che ci attanaglia in Italia. Mi sentivo più libero, più rispettato, più sicuro, senza militari. Con il tempo ho scoperto il loro tipo di moralismo e la loro rigidità nel non accettare chi esce dai loro schemi. Ho scoperto che il Muro è ancora in piedi: tra Ossi e Wessi, tra gay veri e gay che provano ad esserlo, tra cool e uncool, tra nudisti e vestiti, tra italiani berlinesi e italiani turisti. Per quanto ti facciano sentire straniero però è tutto così familiare.

Finalmente in quella città, chi ero? Chi sono diventato? Sono diventato cosciente, ho alzato gli occhi e il mondo era lì, davanti ai miei occhi.

Alessandro Battiston

Schlagstein@gmail.com

9 Febbraio 2009, ore 7.00 am

Mi sveglio, trangugio la colazione, mi infilo sotto la doccia e poi, vestito esco di casa. Destinazione? Consolato Onorario di Francia a Trieste. Ansioso come non mai, pedalo verso la stazione con la mia nuova bicicletta blu comprata per l’occasione. Le parole di Edoardo Buonerba sulla serietà necessaria per questo stage mi riecheggiano nella mente (adesso, col senno di poi, ho capito di non aver capito niente). Salgo sul treno e sfreccio via con esso alla volta di Trieste.  Scruto avidamente dal finestrino il magnifico paesaggio della Venezia Giulia illuminato dal sole. Poi, all’improvviso,  mi compaiono alla vista il mare con la sua gemma: Trieste.  Lentamente, riesco a notare sempre più particolari – Miramare, Barcola ed il Colle di San Giusto. Nel mentre, il treno penetra in città come se fosse il lento atterraggio di un’astronave su un mondo sconosciuto. Posato  il piede a terra, mi dirigo immediatamente all’uscita della stazione. Il caos del traffico triestino mi avvolge e, un po’ stralunato, imbocco Corso Cavour. Cammino come un’ebete, rapito dalla bellezza di alcuni palazzi e dall’odore del mare che riesce anche a coprire la puzza di smog che tutto quel traffico così invadente riusciva a produrre. Poi, quasi per caso, si apre alla mia sinistra Piazza Unità d’Italia. Destinazione raggiunta.  Si comincia. “Bene, questo è quello che devi fare prima di tutto: accendere le luci, tirare le tende, accendere il computer e lo scanner e staccare la segreteria telefonica.” Queste sono state le prime indicazioni che Mme Leggeri mi ha dato quel giorno. Ma sebbene fossero semplici, sono state tutt’altro che facili da assolvere all’inizio …

Sapete, per uno che come me non ha mai fatto il pendolare nella propria vita fino ad oggi, alzarsi tutte le mattine alle 7.00 e prendere il treno per andare a Trieste è stata un esperienza un po’ traumatizzante. Infatti, il timore di perdere il treno mi ha assillato per tutto il mese! A ciò si aggiungeva il mio terrore folle di rispondere al telefono e la mia incapacità a scrivere in un francese decente. Un cocktail letale che mi attirava quotidianamente una serie di rimproveri da parte di Mme Leggeri. Me ne sono successe di cotte e di crude. Un mattino  la Console Leggeri era fuori città per un impegno: panico! Come avrei mai potuto mandare avanti il Consolato da solo? Infatti la mattinata fu disastrosa: arrivato in ritardo (avevo perso il primo treno)  mi sono ritrovato davanti alla porta del Consolato ben 3 persone in mia attesa. Entro, faccio accomodare il signore e le signore e cerco di adempiere la “procedura standard”: accendo le luci, apro le tende, accendo il computer …  Mi accingo infine a riceverli.  Ma proprio in quel momento squilla il telefono: orrore! Mi ero scordato della segreteria … la voce di Mme Leggeri riecheggia tramite la registrazione:          “ Tommaso, bisogna spegnere la segreteria telefonica!” Il mio calvario prosegue cercando di capire come funzionano rinnovi di carte d’identità e passaporti, richieste di iscrizioni consolari e descrizioni di foto in formato corretto – è una follia, perfino le foto devono avere un formato particolare in Francia! Fortunatamente, dopo la disfatta campale di quella giornata, le cose hanno migliorato (anche se lentamente!): ho trovato il coraggio di rispondere al telefono – riuscendo anche a creare frasi di senso compiuto – ed ho iniziato a capire tutti i meccanismi di funzionamento del Consolato (che moduli stampare  e dove archiviarli). Inoltre, la mia capacità di scrivere in francese si è decisamente evoluta , facendo calare il numero di rimproveri e rimbrotti di Mme Leggeri.

30 aprile 2009, ore 12.00

Dopo mille e mille vicende, chiudo per l’ultima volta il Consolato. Spengo il computer, attacco la segreteria telefonica, chiudo le tende e spengo le luci. Lascio la mia copia di chiavi nel cassetto ed esco. Il cielo di Trieste è grigio e nuvoloso: sembra quasi che anche lui, come me, sia leggermente rattristato da questo addio. Ma è solo un momento passeggero.  Il cielo torna limpido e sereno ed io mi godo un pomeriggio di sole a Trieste: il dono più bello che si possa ricevere.

SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

A luglio nella generale atmosfera stressante a causa degli esami gli studenti si concedono tregue mentali pensando alle prossime vacanze estive. Per quanto mi riguarda decido di fare un’esperienza che, partecipando attivamente, mi dia la possibilità di conoscere realtà sociali distanti dalla mia. Da alcuni mesi sento parlare del servizio civile internazionale da amici che raccontano entusiasti del loro lavoro nei campi. Scopro sul sito www.sci-italia.it che è possibile fare volontariato in diverse zone del mondo in svariati ambiti: organizzazione di festival locali, supporto a disabili, recupero di quartieri socialmente disagiati, pulizia di aree invase dai rifiuti.

Scelgo un campo di aiuto sociale in un quartiere di Palermo, in quella affascinante Sicilia dove popoli e culture si sono mescolati dai tempi antichi e lo stato stenta ad imporsi. Non mi sembra sprecato restare in patria per un’esperienza internazionale, tanto più che l’isola è da me poco conosciuta e molti sono i pregiudizi settentrionali che disturbano la mia italianità e mi spingono, per essere smentiti, a recarmi sul posto.

Il clima sans frontière si rivela vincente sin dall’incontro con i volontari: i miei compagni sono una ragazza slovena, una austriaca, una serba, due ragazzi spagnoli,uno nepalese e un palermitano. Il continuo e vivace scambio d’idee e opinioni, il confronto di culture e abitudini rendono piacevole la convivenza nella nostra microcomunità, che alloggia in una casa-famiglia nel centro della città.

Lavoriamo come supporto al centro polivalente di aggregazione giovanile TAU che è attivo stabilmente nella zona di via Cipressi (quinta circoscrizione, quartiere Zisa) e per il periodo estivo nell’adiacente piazza dei Danisinni. Esso è finanziato dal comune di Palermo e si avvale di un paio di educatori fissi e di alcuni giovani del servizio civile nazionale. L’obiettivo è il recupero della zona coinvolgendo in svariate attività i bambini cui si aggiunge spesso il complesso familiare (essenzialmente madri poiché i padri sono al lavoro o in prigione). Alle quattro ore pomeridiane che passiamo al centro in cui si organizzano giochi (tornei di calcetto, rugby basket, carte) o laboratori (pittura, musica) si aggiungono due serate settimanali con eventi di aggregazione (riproposta di beato tra le donne, miss o mr Danisinni o proiezioni di film).

Inizialmente veniamo accolti con gran diffidenza: la presenza di estranei alla comunità disturba e la nostra volontà di conoscere lingue e luoghi stranieri stupisce. La novità diventa però un pretesto per mettere in discussione le convinzioni e l’entusiasmo di scoprire un mondo diverso inganna il sospetto e fa nascere gruppi spontanei d’insegnamento di lingue e del dialetto palermitano. Lo scambio linguistico è il primo passo verso la nostra accettazione nella comunità: presto veniamo trattati come parenti, con straordinarie manifestazioni d’affetto, rispetto e stima.

Questo profondo legame reciproco è accompagnato in me dall’amarezza di vedere le condizioni disagiate in cui vivono alcune di queste persone, che non hanno nemmeno l’acqua corrente in casa, pur trovandosi accanto ad uno dei palazzi più belli e importanti di Palermo: la sede della regione Sicilia. L’ignoranza che accompagna la povertà permette di ingannare l’età anagrafica: le bambine si presentano come donne e le madri già vecchie a trent’anni si credono bimbe. La generosità e bontà di queste persone mi permettono di smentire i pregiudizi che ho ascoltato al nord: la mafia e l’illegalità sono presenti ma sono conseguenze dell’indifferenza del sistema in genere, oltre che delle condizioni di vita precarie; la cultura dev’essere usata come arma per sconfiggere l’ignoranza e salvare intelligenze brillanti e cuori nobili.

Ricordo l’intensa esperienza che ho vissuto come una di quelle che cambiano davvero l’estate, se “il servizio civile nazionale” è una di quelle che ti “cambiano la vita”. La consapevolezza che ho acquisito avendo vissuto pienamente con e per la comunità, mi suggerisce di consigliare a tutti di fare un campo del genere, scegliendo quello più adatto ai propri interessi.

Giulia Cragnolini

 

Ormai siamo agli sgoccioli, tra 37 giorni il mio periodo Erasmus sarà finito, quindi devo approfittarne per fare tutto il possibile nel poco tempo che mi rimane…

Facendo un bilancio. devo dire che l’esperienza è stata indubbiamente positiva, ho imparato a conoscere meglio una realtà che, seppur così vicina all’Italia, se ne differenzia.

Prima di tutto, parliamo della gente: non è facile stringere dei rapporti con i cittadini austriaci e sono loro i primi ad ammetterlo; una spiegazione fornitami da un indigeno descrive tra le cause la difficoltà che si ha nell’affrontare lo straniero con una lingua che non è la propria,ovvero il tedesco…eh, già, perché qui in Austria si parla austriaco con l’uso di parole spesso completamente diverse e molte espressioni tipiche; e così i classici Kartoffel e Tomate diventano Erdapfel e Paradeiser. E ce se ne rende conto già quando si arriva, la gente si rivolge a te lungo la strada e tu non capisci niente, nonostante 5 anni di tedesco e tanta buona volontà.

Anche l’organizzazione universitaria cambia: somma pagata per l’iscrizione e tasse uguali per tutti indipendentemente dalla facoltà, numero aperto e 5-6 tipi diversi di corsi:dalla classica lezione frontale al seminario, passando per esercitazioni, proseminari e chi più ne ha più ne metta…con tanto di tamburellare con le nocche sul banco alla fine della lezione in segno di approvazione (?!?) . E dimenticatevi le lunghe file ad aspettare l’arrivo del prof per l’esame orale: ognuno sa a che ora si deve presentare perché si va per appuntamento. Tutto organizzato, dunque, forse troppo.

Vienna appare nelle sue molteplici forme, con i suoi palazzi beige e bianchi e tanta storia da raccontare. Con la cultura dei teatri ogni giorno pieni e delle Cafehaus, ma anche con la vita notturna piena di sorprese. Con la sua rete di mezzi pubblici attiva sempre, vista la presenza di autobus notturni nel periodo non coperto dal servizio normale. Con i piatti unici delle osterie e la birra che costa meno del caffè. Con la “festa” nazionale il 26 ottobre, una parata militare priva di entusiasmo e grida ma con un chiaro “no” alla guerra. Con le riunioni dell’Onu nei palazzi di vetro e cemento della cittadella e con il suo ruolo di “Centro dell’Europa” dopo l’allargamento a 10 nuovi Stati.

Insomma,una città da vivere e da scoprire: mi sono trovata benissimo qui, merito anche delle persone che ho incontrato lungo il cammino e delle esperienze fatte….ma porca miseria, almeno al bidet e alle tapparelle potevano pensarci,o no? Aufwiedersehen!

Lisa Cuccato

In qualunque modo la si voglia vedere,il primo mese di non-governo dell’Unione ha avuto un solo,vero protagonista:Massimo D’Alema. Non Prodi,che con lui dovrà fare i conti e non ha ancora potuto formare il suo governo;non Bertinotti,accontentato come un bimbo capriccioso ed ingessato nella sua nuova veste istituzionale;e nemmeno Napolitano,eletto comunque in opposizione:al baffetto d’Italia,al centro-destra,al fattore K e pure al buon senso,che vorrebbe un presidente nato almeno dopo la ferrovia.
D’Alema ha monopolizzato la scena,non si sa quanto volontariamente o meno,e,come spesso accade quando è lui a tirare le fila,si è capito ben poco. Sarà che è sempre stato un uomo contraddittorio,almeno a vederlo a centinaia di chilometri da palazzi,salotti e salottini:uomo di rottura e compromesso,appassionato contestatore e politico finissimo,sembra vittima della sua stessa intelligenza,in nome della quale è spesso costretto a compier scelte contrarie alla sua ambizione,o altrimenti inspiegabili. Certo,può sembrare davvero eccessivo voler tentare di capire una persona che,negli anni dei duri e puri,tirava molotov contro la polizia fascista e guerrafondaia,se poi la si ritrova nel ’99 ad ordinare il bombardamento della Serbia. O se pensiamo anche al suo arrivo a quel governo,dopo aver stragiurato di non voler fare il Presidente del Consiglio senza investitura popolare. Tutte scelte apparentemente contraddittorie,quasi quanto il suo rapporto con la socierà civile.
Ma sono anni difficili,con la Prima Repubblica ormai defunta e la Seconda ancora da sognare;e allora,possiamo forse pensare che il suo atteggiamento di fronte a Berlusconi sia frutto della confusione di quel periodo. A dire il vero,sembra più un comportamento schizofrenico,che caotico. O,forse,autenticamente politico. Si passa dalla lotta dura senza paura contro l’anomalia del sistema democratico,alla magnanimità sul conflitto d’interessi,fino ai presunti inciuci della Bicamerale,splendido laboratorio politico che a nulla portò,se non alla caduta di Prodi.
Difficile giudicare una personalità così poliedrica. Impossibile allontanare il sospetto che,forse,il gioco di squadra non è la sua dimensione ideale. Assolutamente inevitabile leggere nella sua bocciatura al Colle un regolamento di conti aperti nel passato. Se alla Camera l’esito poteva sembrare scontato,per la tentazione di imbalsamare Bertinotti e perché lo stesso vecchio sindacalista era pronto a riesumare l’orgoglio proletario in nome dell’occupazione delle poltrone,al Quirinale la situazione era diverso:lo skipper di Gallipoli sembrava veleggiare sicuro verso l’elezione,alcuni sostengono spinto dalle correnti berlusconiane,pronto a porsi al timone non più dell’Ikarus,ma dell’intero Transatlantico. E invece,adesso rimane solo da chiedersi se Massimo il navigatore non ha scelto troppo presto il suo lato di regata,o se forse qualcuno gli ha fatto girare il vento;probabilmente,più che all’Olimpo,sarebbe il caso di rivolgersi al nuovo Eolo di Palazzo Chigi…Sempre che D’Alema,da tattico lungimirante,non abbia scelto dal principio di lasciare la gara nobilmente,in previsione di un ben più importante giro di boa,quello del non troppo lontano(pare)dopo-Prodi.
E infatti,il nuovo passo indietro di D’Alema ha portato ad una celebrazione quasi inedita per uno sconfitto,seconda forse solo a quella di Ettore di Troia e di Massimo Moratti. Dicono che una persona si riconosca da come si comporta sul campo di gioco;chi ha conosciuto D’Alema da giovane,giura che fosse un ottimo giocatore di ping-pong. Ecco,per me non è difficile vederlo confondere l’avversario,imbrigliarlo in un gioco di palle lente e tagliate,per piazzare poi,dal nulla,un’accelerazione imprevista. E non è così improbabile ipotizzare che il suo prossimo rivale sarà,ancora una volta,l’ormai non più bonario Prodi.

Andrea Luchetta

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