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Secondo le versione “ufficiale” dei fatti, quella prevalente nelle dichiarazioni accorate dei politici e sui media, all’università La Sapienza Benedetto XVI è rimasto vittima dell’intolleranza laicista di una minoranza di studenti e docenti. Ma guardando i fatti da una prospettiva diversa, può addirittura passare per la testa che non sia successo niente di tutto ciò, e che la vera notizia da ricavare sia un’altra. La stampa estera ha dedicato solo esigui trafiletti all’accaduto; secondo il Berliner Tageszeitung, dimostra semplicemente “che il Papa non è ospite gradito dappertutto”. E allora, perché è nata quest’enorme bagarre? Chi l’ha alimentata?

In primo luogo, il rettore di un ateneo pubblico che invita “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”. Possibile che Guarini non sapesse a cosa andava incontro? Bisogna ammettere che molto spesso le celebrazioni ufficiali si risolvono in uno sfoggio di ermellini e retorica che vuol dire poco, ma l’inaugurazione dell’anno accademico e la relativa lectio magistralis sono momenti altamente simbolici per l’università. Comprendono le linee guida dell’attività di un ateneo, e il metodo che contraddistingue tale attività prevede libertà d’espressione per tutti, seguita da contestazioni, dibattiti, ripensamenti, confutazioni. Come si può pensare di non suscitare opposizione invitando, come unico ospite, un personaggio che incarna una istituzione basata su dogmi, fra cui quello della sua infallibilità? Il professor Marcello Cini, autore di una lettera di protesta inviata al rettore il 14 novembre, denuncia come Benedetto XVI stia utilizzando “l’effigie della dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”: impossibile pretendere che biologi e scienziati in generale assistano senza dire nulla all’intervento di un Papa che ha dato appoggio esplicito alla teoria del disegno intelligente, e che pretende di “ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione”.

A mio parere, l’invito non andava fatto: non in assoluto, perché le occasioni di confronto (anche se per un pontefice il dibattito vero e proprio è praticamente inconcepibile) non vanno rifiutate, neppure di fronte a chi ha la possibilità di esprimere quotidianamente le proprie opinioni con il supporto di media asserviti. Ma in quell’occasione e in quel modo sicuramente no. Ciò detto, l’invito acquista un senso preciso se si ammette che lo scopo reale era proprio quello di suscitare un caso mediatico, per dare visibilità ad un rettore giunto a fine mandato. O per distogliere l’attenzione dai problemi giudiziari di quello stesso rettore, coinvolto in un’inchiesta sull’assegnazione di posti di lavoro ai parenti nonché di un appalto milionario per la costruzione di un parcheggio. O per far dimenticare il buco nel bilancio dell’ateneo. Tesi avvalorate dal fatto che la lettera di protesta del professor Cini, e il successivo sostegno espresso dai 67 docenti, risalgono alla metà di novembre, mentre i media hanno aspettato pochi giorni prima della visita per dare risalto alla notizia, presentando le proteste come un’improvisa fiammata di intolleranza che ha portato agli eventi che ben conosciamo e che ha catalizzato l’attenzione generale per giorni.

In ogni caso, una volta fatto e accettato l’invito, il pontefice andava ascoltato, proprio in nome di quella libertà d’espressione che dovrebbe caratterizzare l’università. Ma è ignobile e surreale invocare tale diritto a favore di Benedetto XVI per poi attaccare ferocemente i contestatori della sua presenza: studenti e docenti non hanno fatto altro che esprimere il loro punto di vista, come garantisce la Costituzione, e la possibilità di parlare non è mai stata negata al Papa. Negli ultimi anni, la Chiesa cattolica si è distinta sempre di più per le pesanti ingerenze nella vita politica italiana, affermando perentoriamente la propria opinione su tutto ciò che la interessa, comportandosi come l’unico rappresentante dell’etica del Paese. E quando non sono le gerarchie ad agire, ci pensano i politici, di destra e di sinistra, a strumentalizzare la religione per scopi populistici, per assicurarsi i voti dei cattolici da cui, nel “giardino del Vaticano”, non si può prescindere per essere eletti. I rappresentanti della Chiesa in questi casi tacciono, non è mai successo che si ribellassero una volta per tutte all’uso improprio delle dichiarazioni di fede, e permettono che le veglie di preghiera per politici indagati dilaghino per il Paese. Il risultato peggiore di questi comportamenti è l’inasprimento del confronto civile riguardo alla fede cattolica, che in Italia non è mai stato semplice: cittadini cattolici e cittadini laici si sentono sempre più attaccati e minacciati gli uni dagli altri. In un contesto del genere, è ingenuo credere che la Santa sede non abbia considerato la possibilità di contestazioni alla visita.

Il problema della sicurezza era inesistente: gli studenti più coinvolti nelle proteste erano circa 300, e sarebbe bastato dare loro uno spazio in cui manifestare contemporaneamente alla cerimonia (come avevano chiesto) per evitare episodi imbarazzanti ed eventualmente poco civili in aula magna. Prodi ed Amato avrebbero insistito fino all’ultimo perché Benedetto XVI non rinunciasse alla visita, se ci fossero stati reali motivi di preoccupazione sullo svolgimento della cerimonia?

Nessuno ha impedito al Papa di parlare. Nessuno gli ha messo il bavaglio. E’ stato lui a sottrarsi ad una situazione che poteva non essere facile, ma che poteva affrontare. Le motivazioni addotte dalla Santa sede perdono ulteriormente credibilità alla luce degli avvenimenti che sono seguiti: domenica 20 gennaio, il Cardinal Ruini invita tutti all’Angelus per esprimere il proprio sostegno al Papa, trasformando una cerimonia religiosa in manifestazione politica tanto quanto le proteste degli studenti. Il giorno dopo, il tocco finale: al Consiglio permanente della Cei, Monsignor Bagnasco lancia precise accuse al governo Prodi, in bilico dopo l’annunciato rirtiro del sostegno dell’Udeur di Mastella. Il capo della Cei detta senza mezzi termini un’agenda politica ben precisa sui temi più importanti del momento, dall’assistenza alle famiglie, alle morti sul lavoro, all’emergenza rifiuti. Non dimentica di ringraziare indirettamente Giuliano Ferrara per aver “lanciato il dibattito” sulla revisione della legge 194. Insomma, indica le proprie condizioni per la sopravvivenza di un governo in Italia.

Ed eccola qui allora, la vera notizia di cui parlavo all’inizio: chi governerà dopo l’attuale crisi politica, farà bene a tenere conto dell’influenza del Vaticano, ancor più di quanto non abbia fatto questo centro-sinistra.

Athena Tomasini

Mi è sembrato piuttosto ridicolo l’atteggiamento degli studenti e dei professori in occasione della (mancata) visita del Papa alla Sapienza. E non lo dico per difendere inutilmente il Papa; non è mia intenzione. Passi che il Papa sia considerato “avversario” da alcuni laici; questo è legittimo, visti alcuni comportamenti passati del Pontefice. Ma che questo diventi un odio cieco e violento, no. E invece, è proprio ciò che, a mio parere, è avvenuto. C’è stata, a mio avviso, una grave limitazione della libertà di parola, proprio da parte di coloro che di questa libertà si fanno promotori. Insomma, tutti possono parlare, tranne il Papa. Ma così facendo, essi si sono dimostrati più intransigenti e “bigotti” dell’istituzione che vogliono “combattere”. O forse, essi intendono dire, quando proclamano i loro slogan presi in prestito da Voltaire e da altri pensatori, “libertà di parola solo a chi la pensa come noi”. Altrimenti non si spiega il fatto che Toni Negri o altri ex brigatisti, ritenuti grandi intellettuali, siano accolti a braccia aperte, e un Papa che come qualità indubbia ha sicuramente quella di essere un fine intellettuale sia rifiutato. Non sto dicendo che gli ex- brigatisti non dovrebbero tenere conferenze, anzi; ma che si usano due pesi e due misure. Dovremmo prendere spunto dal fatto che Ahmadinejad ha parlato alla Columbia University. Ci sono state proteste, giustamente, ma non hanno bloccato l’organizzazione.

Io non sono contrario alle proteste, tutt’altro; sono anch’esse uno strumento per esporre il proprio pensiero. Ma devono essere civili; invece, in questo caso, gli studenti hanno dato prova di arroganza e di cecità. Sarebbe stato molto meglio per loro, se avessero voluto mostrarsi superiori, invitare il Papa ad una discussione aperta, lasciarlo parlare, e poi fargli domande od osservazioni. Allora sì avrebbero mostrato la superiorità del pensiero “libero” e “laico” contro l’oscurantismo del Vaticano. Allora sì sarebbero stati liberali e tolleranti, condizione necessaria nel mondo contemporaneo. Invece così si sono dati la zappa sui piedi in due modi: per prima cosa, si sono dimostrati infantili e intolleranti di fronte a tutti, e in secondo luogo hanno dato buon gioco al Papa. Gli hanno permesso di essere visto dall’opinione pubblica come vittima; gli hanno fatto pubblicità gratis.

Quella dei professori e degli studenti non è laicità; è intolleranza e volgarità. La laicità è ben altro; basta pensare al già citato Voltaire, ma anche a Pasolini, a Camus, e a molti altri.  Se quelli che abbiamo visto alla Sapienza sono i rappresentanti del pensiero laico, allora non c’è da stupirsi del ritorno della religione. Ma, fortunatamente, non sono questi. Essi sono solo una minoranza. E proprio questo è un dato che fa ancora più riflettere: pochi studenti e 60 insegnanti (solo il 3% del totale) hanno bloccato un’iniziativa per tutta l’università, imponendo la loro volontà alla maggioranza. E qui affiora un problema classico in Italia, come si vede anche da quello che è accaduto recentemente in Parlamento: un gruppetto si impone sulla maggioranza, e impedisce ogni possibilità di azione. Questo è un pericolo per la democrazia. Ci terrei, inoltre, a segnalare il fatto che molti degli studenti che si sono opposti in questo modo alla visita del Papa professano con orgoglio di essere “contro il sistema”. Ma non si rendono conto che il loro modo di comportarsi, invece, è figlio proprio di questo sistema, in cui vince chi urla di più, chi si fa più notare, non chi ha i migliori argomenti; c’è un interesse nell’impoverimento della ragione, del dibattito. E questo è gravissimo. Essi sono dentro a tutto ciò che criticano; solo, vi entrano da un’altra porta rispetto ai “conformisti” classici. Con queste premesse, oggi i veri ribelli risultano essere coloro che, in questo mondo caotico e volgare, riescono a mantenere un distacco elegante, una superiorità intellettuale che li porta a preferire sempre la moderazione e il dialogo al litigio e alle grida. Distacco che ha mantenuto il Papa, ma che, il più delle volte, è tipica proprio di molti intellettuali laici.

Giovanni Collot

Oltre al classico antipasto “prosciutto e melone”, particolarmente gradito nei pranzi estivi, il prosciutto di San Daniele, in virtù della sua dolcezza e della sua consistenza, si presta molto bene alla preparazione di prelibate ricette tipiche della cucina friulana. Vogliamo in questo numero proporvi i tagliolini, classico primo a base di San Daniele, e ancora più semplice ricetta a base di prosciutto e taleggio, in modo da scoprire le proprietà culinarie di questo prosciutto. Vi risulterà poi facile capire perché il prosciutto di San Daniele sia una specialità italiana conosciute nel mondo. Buon appetito!

 

 

Tagliolini al prosciutto di San Daniele

Ingredienti per 6 parsone

400g di tagliolini

200g di prosciutto di San Daniele da tritare (preferibilmente Gambetto)

50g di burro

200g di crema di latte fresca

6 fette di prosciutto di San Daniele

Semi di papavero

Preparazione

Passate il prosciutto al tritacarne grosso (in alternativa, richiedetelo già tritato al macellaio). Sciolto il burro in una padella, fatevi rosolare per un attimo il prosciutto tritato, aggiungendo la crema di latte e amalgamando bene. Una volta cotti i tagliolini, scolati bene e fateli saltare nella padella con la salsa. A questo punto disponete le fette di prosciutto su ciascun piatto e avvolgetevi i tagliolini in modo da creare un simpatico fagottino. Guarnite il fagottino con i semi di papavero e servite.

Pennette alla San Daniele

Ingredienti per 4 persone

300g di penne (integrali nella ricetta originale)

150g di prosciutto di San Daniele

100g di taleggio

Olio tartufato (circa 0,5g)

Preparazione

Tagliate il prosciutto a nastro per il lato più corto e tuffatelo nell’olio tartufato (si raccomanda di non esagerare con lìolio, onde salvaguardare il gusto del prosciutto). Tagliate il taleggio a dadini. Una volta ultimata la cottura della penne, predisponetele ben sgocciolate e ben calde e unite i dadi di taleggio. Mescolate bene, poi aggiungete il San Daniele con l’olio tartufato, mescolate nuovamente e servite.

Andrea Bonetti, Massimo Pieretti, Rodolfo Toè

Il meno che si possa dire è che le due grandi religioni non respirano una buon’aria questi tempi. Ad inquinare l’atmosfera, c’è la libertà di stampa che è un sacrosanto principio della società occidentale. Così l’Islam ha avuto le sue vignette e la chiesa cattolica il suo Codice da Vinci. Tutti abbiamo visto o ascoltato parlare delle diverse caricature del profeta Maometto. La prima lo rappresentava vestito di un turbante in forma di bomba. Tutti siamo testimoni del successo planetario del Codice da Vinci. Dan Brown (l’autore) si fonda sull’idea che Gesù abbia sposato Maria Maddalena e che il nucleo centrale dell’insegnamento della chiesa cattolica sulla divinità di Cristo sia un autentico inganno. Per peggiorare le cose Brown presenta sotto cattiva luce l’Opus Dei, la perla della Chiesa di Benedetto XVI. Il destino delle due religioni finisce qui perché per quanto riguarda le reazioni ognuno seguirà la sua strada.

Dal lato mussulmano la reazione è stata violenta anzi violentissima. Manifestanti scatenati hanno bruciato bandiere, ambasciate dei Paesi occidentali e purtroppo alcuni cristiani sono stati uccisi in rappresaglia. Sul versante cattolico, la reazione contro il Codice da Vinci è più misurata: delusione, incomprensione e collera. Il Segretario della Congregazione per la dottrina della fede ha parlato di “calunnie, offese ed errori che se fossero stati indirizzati al Corano o alla Shoah avrebbero provocato giustamente una sollevazione mondiale”. Monsignor Amato più duro si è detto favorevole al boicottaggio economico come quello imposto dai cattolici americani nel 1988 all'”Ultima tentazione di Cristo” di Scorsese. Insomma la reazione della chiesa cattolica è più cauta. Alcuni diranno che le vignette sono più offensive.

La domanda è: cosa succederebbe se Brown facesse un Codice da Vinci su Maometto? Tuttavia, ciò dimostra una differenza di percezione delle due religioni. Le violente manifestazioni dei mussulmani hanno dato più sostegno alla svolta di Benedetto XVI sull’Islam. Infatti, il lavoratore nella Vigna del Signore ha archiviato il dialogo teologico con i mussulmani chiedendo prima uno sforzo sui diritti umani. La mancanza di un’autorità centrale islamica e le difficoltà dell’Islam di vivere in una società secolarizzata non faciliteranno sicuramente le cose. Notiamo però, per concludere, che geopoliticamente la nuova linea del Papa si riavvicina alla politica del Presidente Bush, che si crede incaricato di una missione divina: quella di portare la democrazia nel mondo arabo mussulmano

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