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C’erano una volta due Italie. Una al Sud, una al Nord. Una governata dal Borbone, una dal Savoia.

Ci hanno insegnato che una era quella ‘giusta’, l’altra quella ‘sbagliata’.

C’erano una volte due Italie, nel 1859.

Una delle due, nel 1856, viene premiata a Parigi come paese più industrializzato d’Italia. Viene messa in atto, nello stesso periodo, la prima campagna italiana di profilassi antitubercolare. Vengono assegnate le prime case popolari. E’ totalmente integrata, al contrario dell’altra metà, con il mercato nordeuropeo. I suoi prodotti sono pregiatissimi. Nessuno emigra. La sua flotta commerciale è la seconda più consistente del mondo, dopo quella britannica. La sua flotta militare, la terza. Conosce, certo, ritardi seri nelle infrastrutture, ma è perché punta tutto sul trasporto via mare. Di tutta l’Italia messa insieme, il valore della sua moneta circolante è di due terzi: più di 443 milioni di lire-oro (circa duecento miliardi di euro) su 664.

L’altra, più sfortunata, divisa in diversi territori, è in parte sull’orlo della bancarotta, in parte descritta dagli stranieri come terra di ‘etnicamente inferiori’, che nonostante l’assistenzialismo rimangono di capacità produttive ridotte.

Ci hanno insegnato. E ci hanno insegnato male. La prima Italia era il Regno delle Due Sicilie. La seconda, l’eterogenea Italia del Nord (e la descrizione è autentica, Vienna che parla della Lombardia).

‘Terroni’, di Pino Aprile, edizioni Piemme, 303 pagine e 17,50 Euro, è un pugno nello stomaco. Per chi è terrone, e per chi non lo è.

Questa è una recensione che diventa riflessione, che si trasforma in sfogo ma non in volontà di secessione. Lo dice lo stesso Aprile: noi meridionali non vogliamo secedere, anzi; quest’Unità ci è costata sangue e lacrime, e ce la teniamo stretta.

E’difficile spiegare cosa viene descritto nel libro: l’epopea garibaldina, così fulgida e senza macchia nei nostri libri di storia, diviene un susseguirsi di stragi senza ragione, superiori per portata a Marzabotto, Fosse Ardeatine e simili; ma gli esecutori sono ancora onorati in monumenti sparsi per l’Italia; interi paesi dati alle fiamme. Scuole distrutte, infrastrutture decimate, aziende prese di peso e portate in un Nord che all’epoca contava poche eccellenze; tesori rubati (persino le posate vengono portate via dai piemontesi). E poi, in seguito all’Unità: tasse superiori al Sud; ricavati di quelle tasse portati di peso al Nord, nella loro quasi totalità; distruzione delle eccellenze industriali (due esempi per tutti: una delle più grandi  ferriere del mondo, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, in Calabria, premiate nello stesso 1861 per i migliori acciai del mondo e nel 1862 come produzione generale  all’Esposizione internazionale di Londra, sono chiuse dal governo; il motivo non si conosce: vengono fatte nascere dal nulla nuove aziende a Lumezzane, Brescia, e a Terni. Secondo esempio: i cantieri navali napoletani sono tra i più grandi al mondo, finchè il governo di Torino non decide di togliere loro tutte le commesse per trasferirle a Genova: chiaro che i cantieri napoletani, strozzati, finiscano per chiudere).

E, più sconcertante di tutto: per anni il Ministero degli Esteri italiano cerca di comprare una landa desolata, tipo la Patagonia, dove deportare i meridionali. Per intanto, vengono allestiti in Piemonte e in Lombardia dei campi di concentramento per i ribelli.

Un’offensiva che lascia a bocca aperta, e che spinge persino al dubbio: ma sarà vero? Com’è possibile non essere a conoscenza di fatti talmente gravi?

Mi sento in dovere di precisare. Il mio articolo e la mia firma (meridionale) sono ospiti di un giornale di Gorizia, dunque del Nord, addirittura Nord-Est. Per quanto io mi senta parte di quel luogo come e più di altri autoctoni, posso capire la diffidenza che queste accuse possono ingenerare nella mente del Settentrionale che, ignaro, le legge. Ciò che tengo a precisare è che, anche se tutti questi fatti sono veri, è l’uomo, non il Settentrionale, il vero colpevole. L’essere umano sa essere perfido e senza scrupoli (‘la pietà sarà considerata tradimento’, dicevano gli ordini di servizio dei soldati piemontesi incaricati di bruciare i paesi della Puglia brigantesca). La Storia ha deciso, per questo giro, che siano i Piemontesi, e il Nord in generale, a far la parte del cattivo.

Non credetemi, se volete. Ma il libro è ben documentato, e io stesso non volevo credervi, nel leggerlo. Pino Aprile riporta la storia documentata di come il Sud sia stato svilito, derubato, angariato e, col passare del tempo e l’oblio connesso, sia stato insultato per le sue mancanze.

Verrebbe da ribattermi, e mi ribatto da solo, stai difendendo il Sud? Stai dicendo che è solo colpa del Nord? Non lo direi mai. Sarebbe un modo per evitare il problema. Direi che è ‘anche’ colpa del Nord. Ora, certo, tocca ai meridionali cercare di ripartire. Ma come?

Il libro lo illustra bene; è difficile ripartire dopo tutto quello che è stato fatto perché il Sud rimanesse minorato. Un mercato che non produce; un enorme bacino elettorale, ad uso e consumo della politica, privato dall’emigrazione (prima dell’Unità inesistente) delle sue migliori teste e forze. Come ripartire, senza infrastrutture? E come si può accusare il Sud, quando tutte (e ripeto, tutte) le tasse pagate da tutti i cittadini italiani sono state investite per le autostrade del Nord? Quando le migliori industrie del Sud, dopo essere state smembrate, sono state messe in condizione di non ripartire o di ripartire con l’’handicap’ di anni di ritardo e della mancanza di collegamenti? Pino Aprile ci mostra, con tanta rabbia ma anche con tanta lucidità, le prove di una scelta ponderata e a lungo termine: quella della minorità del Sud.

E’ colpa dei terroni? Certo, com’è vero che è sempre un po’ colpa dell’ingenuo che si fa mettere sotto dal prepotente. Ma si vuole forse negare la colpa del prepotente?

Tra poco sarà l’anniversario dell’Unità d’Italia. Il Sud, che dell’Italia da sempre sente soltanto parlare, sembra l’unico a volerla festeggiare davvero. Il problema è che non ci si chiede mai il perché. Perché i meridionali faticano a sentirsi comunità? Perché l’Italia non ha mai risolto la divisione Nord-Sud (mentre i tedeschi hanno risolto la loro in un lustro scarso)?

Perché l’Italia non fa mai i conti col suo passato? Centocinquanta anni dopo, ancora silenzio. Ancora nessuna scusa. Mi viene da pensare che per molti il Sud sia Italia solamente d’estate.

P.s.Per esperienza, ve lo dico subito. Discutiamone. Per il Friulano mi è stato dato del fascista, ora non vorrei prendermi del secessionista. Non rivoglio i Borbone, voglio solo che si riparli, finalmente, di questa storia. Della nostra storia dimenticata: eravamo italiani prima del 1860, lo siamo anche dopo. Lo si impara anche con lo scontro.

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare il drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée Nationale, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finito in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresenta un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione, si possono dividere i manifestanti in tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono gli studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

In ogni caso, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione dell’uguaglianza. Questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapalissiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

Luca Magonara

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“Niente di più feroce della banalissima televisione”, frammento del film-documentario “La voce di Pasolini”. Purtroppo offerto dai grillini su YouTube.

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare del drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée National, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finita in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresentano un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione si possono dividere i manifestanti a tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono i studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

Tuttavia, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione all’uguaglianza. In questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapassiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

 

Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato, tra l’impaziente e il divertito, che esce spesso dalla bocca dei francesi quando commentano le stravaganze del nostro paese.
I primi giorni a Parigi, in piena psicosi collettiva per i pericoli della influenza suina, mi sono ammalato di quella Sindrome Gaber, che quasi inevitabilmente colpisce l’italiano all’estero. «Noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini», e Gomorra e Berlusconi. Con gli occhi iniettati di questa certezza, patriota sciovinista come non mi sentivo dalla finale dei Mondiali, ho notato che di cinema e arte italiani si parla moltissimo, come del resto di politica&veline. Tuttavia, se il cugino della penisola viene a trovare la Francia in casa, le provoca grandi imbarazzi. La République cerca di ignorare gli eccessi di gridi e risate; previene ogni inconveniente spiegando molto dettagliatamente in italiano corrente ogni divieto o fatto spiacevole da evitare; tenta di calmare l’ospite tirando fuori dall’armadio tutti i regali che ha ricevuto da Oltralpe e lo fa gongolare tra Gioconda e Renzo Piano; prova comunque a fargli capire che dovrebbe andarsene il prima possibile evitando di usare la nostra lingua in qualunque didascalia o annuncio che possa essere utile a renderlo meno impacciato al museo o nella metro!

Questa prima impressione, è lentamente sfumata insieme ai sintomi della mia malattia gaberiana.
Primo, perché ho conosciuto un sacco di gente, comunque ben più di quel che pensavo, che apprezza davvero l’Italia, chi innamorato dello splendore rozzo di Roma, chi della finezza di Venezia o dalla mondanità di Milano. Molti – anche grazie a un nonno italiano partito all’estero – parlano la nostra lingua e così hanno veramente accesso al nostro paese per la porta principale, e non attraverso il filtro di giornali e televisioni stranieri; che comunque, a quanto pare, non fanno molti danni. Forse anzi aiuterebbero anche noi a capire meglio che cosa succede tra i nostri confini.
Secondo, vivendo a contatto con la Francia di tutti i giorni, ci si accorge che non è tutta grandeur quel che luccica. Molti sono gli avvistamenti di boeuf francese, anche se normalmente vive chiuso in casa, si ammazza di fatica a tifare Équipe de France davanti alla televisione e trova sollievo in una birra fresca e qualche mugugno senza erre. Un Homer in salsa francese. Sua moglie Lucille, intanto, disinfetta la casa con litri di Amuchina: oggi tutti sembrano aver dimenticato la temibile grippe A, il virus mortale H1N1; ma solo fino a due settimane fa la televisione mandava a ripetizione un spot (“les gests de chacun font la santé de tous”) che oltre a entrarmi irrimediabilmente in testa, ha fatto la fortuna di quei maledetti gel disinfettanti. Gli affari per la ditta che li produce vanno benissimo, perché ormai il prodotto è entrato nelle abitudini dei consumatori! Che tristezza, poi gli emotivi saremmo noi… “Bastien, dammi una mano a buttare la spazzatura”: non è raro vedere mobili e materassi sui marciapiedi, la signora dove abito di raccolta differenziata non ha mai sentito parlare. Quello della burocrazia è un altro capitolo, e qui a farne le spese son soprattutto gli stranieri. Iscrizione amministrativa all’università, abbonamento della metro, allacciamento internet, conto in banca da aprire e casa da trovare. Per avere i primi serve il conto, per aprire il conto è indispensabile un tetto, per avere una casa servono solide garanzie finanziarie: cioè un conto in banca francese. Ah! Per la matematica il sistema è irresolubile, per uno studente in Erasmus no. Soluzioni a pagina 17 di questo numero. Ognuno di questi passaggi implica ovviamente code agli sportelli, “non ce ne occupiamo noi, si rivolga al piano di sopra”, “manca un documento”, “l’ufficio è chiuso rispondiamo solo via mail” eccetera eccetera. Corri, presto, chiude l’uffico! Passo col rosso al semaforo per i pedoni, dietro una colonna di francesi incravattati, e sento, da dietro, la voce dell’unica francese che si è fermata allo stop: “Ah, les italiens… ils passent toujours avec le rouge…”. Ah, i pregiudizi. L’altra sera ho conosciuto un’americana in partenza per l’Italia che mi ha detto: ho un po’ di paura per la mafia.

Insomma, cari miei, in sostanza sono uguali a noi. Solo che in generale mi sembrano molto meno divertiti, un po’ ingabbiati dal dovere di essere superiori, faro di civiltà anche in fila al supermercato. La grande e vera differenza resta comunque l’abilità di questo popolo vedere nella sua Storia un progetto, una strada da seguire, condivisa anche se in forme diverse dal Presidente come dal panettiere. Noi invece ce ne freghiamo, forse abbiamo veramente capito che il mondo è un teatrino [Gaber] e che passare il tempo a credersela non serve a niente; o forse facciamo di tutto per dimenticare Garibaldi e siamo un po’ rimasti al Medioevo dei Comuni, localisti e felici.
La missione dell’italiano all’estero resta ardua. Rispondere tutti i giorni a domande sull’incomprensibile politica italiana richiede energia e nervi saldi. Parlare gesticolando sotto gli sguardi divertiti degli stranieri (per la prima volta nella mia vita mi sono reso conto che anche io, e solo noi italiani, facciamo il “gesto del carciofo”!). Magari però qualcuno, conoscendoci, imparerà che gli italiani saranno pure ritardatari, urlatori, volgari e berlusconiani, ma restano comunque tra i popoli più felici del mondo! Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato che esce spesso dalla bocca dei francesi quando parlano di noi. Nonostante tutto, un pizzico d’ammirazione e d’invidia.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

Sembra lontano il momento in cui sul grande schermo qualcosa ha iniziato a muoversi. Poi si sono sentiti i primi rumori, anni dopo timidamente le prime macchie di colore, e poi via con un crescendo di dolby surround, filtri da cinepresa, effetti speciali, computer grafica… Il cinema non finisce mai di intrattenerci e di stupirci con nuove, mirabolanti – e generalmente costosissime – sorprese. Oggi anche l’ultima frontiera, quella dello schermo bidimensionale, è stata abbattuta e i film stanno letteralmente entrando nella sala di proiezione.

Sicuramente tutti ricordano con affetto i vecchi occhiali stroboscopici con le lenti rosse e blu che permettevano di vedere fotografie, generalmente in bianco e nero, con un effetto di profondità tridimensionale. In effetti, studi sulla tecnologia 3d esistono fin dagli anni venti. Sino ad ora i risultati erano stati piuttosto insoddisfacenti: gli occhiali con le lenti colorate alteravano le cromie delle immagini e quelli con le lenti trasparenti provocavano forti emicranie e senso di nausea. Oggi la ricerca ha finalmente messo a punto una tecnologia che non distorce la percezione dei colori e non obbliga a masticare travelgum durante la proiezione.

Ricordo ancora una visita al museo della Scienza e della Tecnica di Parigi nel 2000, durante la quale alla Géode proiettavano per la prima volta un cortometraggio sulla storia del cinema tridimensionale. Senza occhiali l’immagine risultava sfocata e piena di ghost, ma indossando le lenti l’effetto era davvero straordinario: le figure uscivano realmente dallo schermo percorrendo tutta la sala e rimanendo sospese a mezz’aria davanti a una folla incredula che cercava di acchiapparle con le mani. Ironizzando sulla storia del cinema, il filmato proponeva la celebre locomotiva dei fratelli Lumière che fece fuggire dal panico gli spettatori che credevano di essere investiti. La versione 2000 trasformava la locomotiva in un modello tridimensionale al computer e lo proiettava, grazie all’effetto degli occhiali, di gran carriera verso il pubblico. Pur conscia della finzione della proiezione tutta la sala urlava per lo spavento.

Da allora il cinema tridimensionale ha iniziato a farsi strada a passi sempre più decisi. I primi ad adottare questa tecnologia sono stati i grandi parchi divertimento che, approfittando della grande disponibilità di risorse si possono permettere tecnologie costose e all’avanguardia. Quando alla Géode la proiezione stroboscopica era presentata come l’ultimo ritrovato della filmografia, Disneyland già offriva un cinema dinamico con occhiali 3d e seggiolini in movimento. Molti altri parchi tematici, anche in Italia, hanno seguito questa moda e si sono attrezzarti con cortometraggi tridimensionali.

Quest’anno finalmente la tecnologia stroboscopica arriva anche sul grande schermo con due titoli di nuova uscita che la redazione di Sconfinare non si è certo persa. “Bolt”, l’orripilante animazione della Walt Disney che narra le vicende di un cane che si crede superdog ma scoprirà che non servono super poteri per essere veri eroi – voto della redazione: inguardabile – e “Viaggio al centro della Terra”, il primo lungometraggio integralmente filmato con la doppia telecamera, tratto dall’omonimo romanzo di Verne. Un divertente Brendan Fraser nei panni del geologo incompreso si ritrova a viaggiare alla scoperta di un mondo sepolto a migliaia di miglia all’interno della superficie terrestre. Molte scene assolutamente inutili per lo svolgimento della trama sono state girate solo per far sfoggio di effetti speciali in tre dimensioni ma nel complesso la pellicola è gradevole. E la moda del 3d si sta imponendo in maniera sempre più ferma: la Pixar ha deciso di investire massicciamente in questo settore ed ha già in forno nuove animazioni stroboscopiche come “Mostri VS Alieni”. Anche il capolavoro di Burton “Nightmare Before Christmas” è stato ‘rimasterizzato’ in tre dimensioni e perfino gli antipatici bimbi spia hanno avuto il terzo episodio della loro saga in tre dimensioni “Spy Kids 3-d. Game Over”. E’ arrivato quindi il momento di abbandonare il vecchio schermo ad assi cartesiani e cominciare a pensare a tutto tondo, il cinema ormai cammina verso frontiere nuove in cui l’interazione con la platea non potrebbe essere più diretta e reale.

 
Francesco Gallio

Due anni fa (magari c’è pure chi l’ha letta) qualcuno tra noi lanciò la proposta d’una pagina commemorativa per il decennale della sua morte. Ci mettemmo tutti all’opera entusiasti. L’anniversario, in realtà, non c’entrava per nulla (tra le altre cose, era pure maggio). Ma non ci importava poi molto. Anche perché, a ben vedere, i più furbi siamo stati comunque noi, anticipando di due anni tutti gli altri. Scusate se è poco.

Perché Bob Dylan, a dieci anni dalla sua scomparsa, significa davvero tanto per ognuno di noi. Guardate quanta attenzione gli hanno dedicato tutti quanti, ultimamente. Domenica sera ho smesso di osservare le nuvole e mi sono guardato il servizio, tanto in seconda serata non c’era niente di meglio. Hanno parlato in tanti, ma nella festa generale nessuno s’è fatto male.

La sua città natale, innanzitutto. Lì in molti sono convinti di vederlo ancora passeggiare ogni tanto, è sempre vivo con quei suoi orribili capelli e l’aria triste ed emaciata, e Jim Morrison a volte gli porta un croissant da Parigi (nemmeno lui sa ancora se morire sul serio). L’illustre suo cugino De Andrade, proprietario di un cannone nel cortile di Piazza Alimonda, indica alle passanti il ritratto di Dylan Thomas appeso da anni alla parete: “entrò un mattino e lo vide, e decise così di cambiare il suo nome, senza essere troppo sbronzo del resto”. Crede proprio che la cittadinanza gli dedicherà un monumento, giusto all’entrata di Via Della Povertà. Lo ritrarranno incatenato con la sua armonica eternata in un ultimo sol di libertà. Nonostante le polemiche, pare che la scelta della frase per la lapide cadrà sull’immortale “mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Alla TV hanno intervistato tutti coloro che più gli furono vicini. Il Ghiro Deziz e Zio Bafri Renedda ricordano con affetto e un pizzico di lacrime il piccolo Bob che, stanco dei suoi Lego troppo borghesi, apprende a suonare la chitarra perché in effetti Mr. Tambourine è già morto tra i papaveri della guerra, qualcuno deve pur scriverci una canzone ed io mi sono stancato di questa città di minatori e della loro società-bene dai capelli corti. Anche tutti i suoi amori più celebri lo hanno pianto, e tra loro lei: Joan Baez, che non lo ha mai capito, e che invece avrebbe desiderato tanto dei diamanti, almeno una volta.

I suoi amici sardi hanno intonato un coro sul motivo di Brigante se more, superbamente riarrangiato dalla “E No, Mai Carpire Fra Martino”. Che bella festa gli hanno dedicato, pensavo, ed intanto il Presidente concludeva la celebrazione dicendo che Bob Dylan tiene ancora alto il nome dell’italianità nel mondo. La Patria, voi capirete sicuramente. Se non fosse stato cittadino italiano, l’avrei naturalizzato immediatamente.

Si fa presto a farne un mito, e lui se l’è meritato, spegnendo la tele ero quasi sollevato. Anche se Bob Dylan non ascoltava Bob Dylan. Bob Dylan ha preso quello che di meglio poteva trovare in giro, poesie e canzoni e droghe varie, fino a fare qualche cover di Cohen o di Brassens, lo ha rielaborato ed è andato un poco più avanti. Un giorno qualcuno farà altrettanto con lui, perché in fondo, in-fondo-in-fondo, i maestri servono solo per essere uccisi. Però povero Bob Dylan, mi chiedo se qualcuno lo consoli in paradiso, dev’essere tutto una noia pazzesca perché i tipi più lungimiranti sono finiti tutti all’inferno, e mi sa che lassù non c’è una chitarra nemmeno a dannarsi l’anima.

Rodolfo Toè

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

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