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No,non si parla di enogastronomia

Ho rinunciato al tentativo di trovare una spiegazione razionale al voto di aprile. Non contano più il declino italiano e il controllo mediatico o,a seconda dei punti di vista,il miracolo post 11 settembre e il controllo delle scuole superiori. Non un aspetto su cui le due parti concordassero;condizione che ha reso inevitabile un voto ideologico,sia dall’una che dall’altra parte. E non tanto per un ritorno in auge delle ideologie(personalmente,stento a considerare tale il berlusconismo),quanto perché,per qualunque simbolo si volesse barrare il 9 aprile,era richiesto un vero e proprio atto di fede. Del resto,come sperare in qualcosa di diverso,dopo mesi,anzi anni,di campagna perenne,in cui le parti si accusavano regolarmente di mistificare la realtà? Si è arrivati così al paradosso delle cifre militanti,dell’opinabilità della matematica o,perlomeno,di una sua doppia versione. Inevitabilmente gli elettori, disorientati sul confine fra due mondi diametralmente opposti, hanno votato col cuore e con la pancia. E non solo per un senso di appartenenza,quanto anche perché anni di campagna avevano messo fuori combattimento persino i neuroni più tenaci.
Non che questo costituisca una novità nel nostro panorama,per carità. Da garibaldini e cavouriani,interventisti e pacifisti,repubblichini e partigiani,democristiani e comunisti,socialisti e dipietristi,passando per la ben più pregnante divisione fra coppiani e bartaliani,era inevitabile che si diventasse tutti,anche a malincuore,o berlusconiani o prodiani. A dire il vero,forse mai come negli ultimi mesi i Fratelli d’Italia sono sembrati così simili nelle loro differenze. Due bisbetici chiusi nella stessa stanza, resi impresentabili dai loro tic e manie. Un braccio che va a sinistra e l’altro a destra,le gambe che,fatalmente,tendono al centro,la testa che cerca di mediare e perde completamente il controllo,un occhio socchiuso e l’altro semi aperto. Vittime delle loro manie,era ovvio che si andassero a scontrare ripetutamente e che,incapaci di un minimo di  autoanalisi,attribuissero tutte le colpe al fratello-nemico e,anzi,che trovassero nella sua esistenza la loro stessa ragion d’essere. Con tutte le debite proporzioni,perché mi rifiuto di associare Rifondazione alla Fiamma Tricolore,la stessa composizione degli schieramenti era similmente opposta:due ali estreme che ,di partito in parititino,sfumano in un centro indistinto e indistinguibile. E un altissimo tasso di divisioni interne,come testimoniato dalle prime dichiarazioni di vincitori e sconfitti vincenti.
E questa schizofrenia non ha potuto che riverberarsi,anzi piombare come un’incudine,sul 10 aprile. Siamo andati a dormire,dopo un pomeriggio hitchcockiano,senza capire in che paese avremmo vissuto,con Prodi e sodali che festeggiavano in piazza dopo la notizia che,prima del voto estero,avevano perso il senato,e Scajola  che parlava di golpe sudamericano,lui che dei metodi sudamericani è stato un ottimo imitatore a Genova. Situazione paradossale,che ha portato l’Unione ad affermarsi solo grazie al voto estero e ad una legge elettorale scritta con tutt’altre finalità. E il paradosso non poteva che trovare la sua apoteosi nell’ammissione(implicita) della sconfitta da parte di Berlusconi:non con una telefonata di auguri a Prodi,non con una dichiarazione pubblica,ma con una canzone accompagnata dall’immancabile Apicella.
Certo,rimarrebbe la questione dei valori che hanno diviso i due schieramenti. Anche per questo è inevitabile parlare di voto ideologico. Chi ha votato con la pancia,non l’ha fatto solo per il proprio tornaconto,ma anche perché nauseato,o estasiato,dallo spettacolo offerto dalla maggioranza negli ultimi cinque anni. Perchè è chiaro che c’è una differenza fra Tremaglia,che vorrebbe equiparare i repubblichini ai partigiani,e Ingrao,che la Resistenza l’ha fatta,fra Buttiglione,che parla dell’omosessualità come di una devianza,e Luxuria,persona che ha fatto della libertà nell’orientamento sessuale la sua bandiera.
Ma,anche in questo caso,è solo una questione di punti di vista.

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