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Alla cronaca dei fatti rimarrà sicuramente più il polverone pre-elettorale che non la Polverini vincitrice. Senza voler nulla togliere al neo Governatore della Regione Lazio, al contrario, si è avuta l’impressione che alla base si fosse partiti con un divario incolmabile tra le due fazioni rivali. I fatti che hanno portato alle dimissioni di Marrazzo (“almeno Berlusconi andava con le donne”, questo uno dei commenti che ho registrato in seguito ai fatti) e i suoi cinque anni di governo poco incisivi avevano già creato le condizioni di partenza per le quali qualsiasi candidato a destra sarebbe stato il nuovo Governatore. Per non sbagliare, il centro-destra ha presentato due novità: un candidato donna e, soprattutto, proveniente dal mondo sindacale. Mossa molto intelligente: sia per equilibrare i lasciti fatti alla Lega nel nord sia per convincere la gente di provincia che soffre più di tutti la crisi economica e che rappresenta il vero patrimonio elettorale della destra. Se poi si ha avuto modo di conoscere la Polverini dal vivo non si può tralasciare quell’accento burino che la fa sentire parte del volgo. La politica vicina alla gente.

Questo divario era importante tanto che il PD, dopo aver cercato nelle proprie carte degli assi mancanti, si è rassegnato ad appoggiare la Bonino ed i radicali. Insomma, per una volta non si è voluto giocare alla meno peggio come in occasione delle ultime elezioni municipali di Roma (in cui il PD si è presentato con Rutelli, spingendo la parte laica della sinistra ad astenersi e lasciando di fatto la vittoria ad Alemanno). Eppure, risiede forse qui il vero errore che sta commettendo il Partito Democratico al giorno d’oggi: “siamo l’unico partito in Italia ad aver organizzato elezioni primarie per scegliere i propri candidati”. Questo lo diceva Bersani in occasione delle primarie in Puglia. Ma se è vero che questa è la democrazia, allora il sistema delle primarie a sinistra andava forse allargato a tutte le regioni in cui si sarebbe andati al voto. Non solo quelle in cui vi sono problemi interni da risolvere, come è effettivamente successo in Puglia. Si perde credibilità e si può pensare che il partito sia democratico solo quando gli fa comodo.

In questo senso, la Bonino, politico di forte esperienza in Italia e all’estero, non è riuscita a convincere tutto l’elettorato di sinistra. Vi è la parte moderata, ricollegabile all’ex Margherita, che non è molto in sintonia con il percorso politico seguito dalla Bonino, così come i partiti di estrema sinistra non hanno mai visto di buon occhio i radicali. Come si è visto, purtroppo, è poi divenuto facile strumentalizzare il passato politico del candidato per farne opposizione. A 4 giorni dalle elezioni, Bagnasco ha preso parola invitando i fedeli a non votare i politici “pro-aborto”. Ci si chiede: può essere l’aborto strumentalizzato in funzione politica? Non sta facendo la Chiesa stessa l’errore madornale di ricollegare discorsi delicati riguardanti bioetica e diritti civili a quel porcile di opposizione chiamato partitismo? Forse non è solo la Chiesa a fare questo errore: in questi giorni stiamo vedendo come la questione delicata della pillola abortiva RU-486 stia diventando “di colore” – regioni rosse sì, regioni blu-verdi no.

Come se non bastasse, il clima si è scaldato con gli errori di presentazione delle liste e il tentativo trafelato di salvare il salvabile. Ma di questo se ne sono occupati abbastanza i giornali nazionali: quello spuntino di troppo, il quarto d’ora accademico e poi giù contro magistrati, questori, TAR, giornali. Ci si chiede se non sarebbe stato meglio dire “scusate” invece di andare avanti sul filo della politica dell’odio. Un Governo che discredita le proprie istituzioni è un governo che in primis riconosce di non aver fatto nulla per riformare gli aspetti che effettivamente non funzionano nel Paese. Ma prima di tutto che non si rende conto di quanto influenzi la società spingendola ancora di più verso un sistema parallelo a quello delle istituzioni, mafioso o anarchico che sia.

L’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma ha fatto sì che alle elezioni molta gente sia andata in seggio, ha messo la croce sulla lista di Renata Polverini (ammessa senza merenda) scrivendo però il nome di candidati della lista Pdl. Sembrerebbe che nella sola Roma siano state annullate 30.000 schede di questo tipo. Con una differenza di voti tra le due candidate che, a risultato finale, è stata di 70.000 preferenze.

La sera stessa dello spoglio, la Polverini si è ritrovata in Piazza del Popolo a festeggiare mentre il comitato Bonino riconosceva la sconfitta e si augurava cinque anni di buon governo. “La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” una tale affermazione la si aspetterebbe dall’opposizione. Invece è Antonio Di Pietro a rilasciarla quella sera stessa, dimostrando per l’ennesima volta (nonostante il risultato politico da parte del suo partito) che la sinistra non smetterà ancora per un po’ di darsi la zappa sui piedi. Proprio Di Pietro, a mio parere, è l’incarnazione della mediocrità di questa sinistra, simbolo di un anti-berlusconismo ad oltranza e vittima del ruolo subalterno rispetto allo sterile PD. Un po’ la crisi del secondo partito che ha toccato anche Casini dall’altro lato.

Una volta dato il risultato, non resta però che fare gli auguri di buon lavoro alla nuova giunta che si trova a dover far fronte a vari problemi di forte rilevanza: la cura di infrastrutture e trasporto urbano di Roma e provincie, la difficoltosa gestione della sanità, il rilancio industriale, agricolo e turistico. L’innovazione tecnologica e architettonica delle città. Sperando che la sintonia politica tra Governo, Governatore e Sindaco di Roma servano ora a fare qualcosa di grande per questa Regione.

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

“La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” Antonio Di Pietro, Italia dei Valori, dopo i risultati nel Lazio

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