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La settimana prossima andrà in stampa il 21esimo numero di Sconfinare. Il primo del nuovo anno accademico, e speriamo il primo di tanti altri. Immediatamente gli articoli saranno disponibili qui su sconfinare.net e il giornale in formato pdf. Come sempre vi invito a commentare e a far sapere la vostra opinione, Sconfinare è uno spazio aperto a tutti voi.
Buona lettura e buon fine settimana.

Diego

Renato Soru non è un politico. Non nel senso italiano del termine. È un politico sardo, una figura che mancava da tanti anni nello scenario regionale. Inoltre è uno dei pochi personaggi in Italia a vantare un lungo elenco di risultati concreti e positivi, che in uno scenario normale (da paese civile?) gli garantirebbero una sopravvivenza politica assoluta. Invece no. Siamo in Italia, dove i successi reali di quattro anni di governo non valgono una rielezione certa. Quello che vale sono le speculazioni, le chiacchiere e le manovre dietro le quinte.

Non molti conoscono il cammino della Sardegna dei passati 5 anni, ma è necessario avere un quadro chiaro per potersi schierare con l’uno o con l’atro candidato alle prossime elezioni. Nelle elezioni regionali del giugno 2004 Renato Soru vinse con il 50,1% delle preferenze, circa 487mila voti. La sfida che gli si presentò era quella di combattere il degrado e l’arretratezza della Sardegna, valorizzando il suo ampio potenziale di sviluppo e portando la regione da una situazione di “mezzogiorno” a una di “centro”.
L’impresa era tutt’altro che facile. Soru iniziò con un riordino del bilancio, una semplificazione e ottimizzazione della spesa regionale, il recupero e la salvaguardia del patrimonio naturale sardo. La prima legge del 2004 è stata la c.d. Salvacoste, che impone di rispettare una distanza di 2 km dalla costa quando si costruiscono edifici. Le successive iniziative sono state la riduzione del numero delle comunità montane (soprattutto dove l’elemento montano non esisteva proprio) e la costruzione di linee digitali e infrastrutture che hanno portato la popolazione della Sardegna ad essere la prima con copertura adsl al 100%. Il primo passo della nuova era digitale sarda, è stato il sito internet della regione, che fu inoltre garanzia di una maggiore trasparenza nella vita politica sarda.
Altri grandi risultati negli anni successivi sono stati la chiusura della base militare americana de La Maddalena entro il 2008 e la creazione di un unico ente regionale per la gestione del servizio idrico: la nuova società Abbanoa (acqua-nuova, NdR) ha sostituito i cinque enti esistenti. Senza nessun licenziamento, Abbanoa ha sistematicamente ridotto gli sprechi, e, di conseguenza i costi.
Con la legge finanziaria regionale del 2007, lo Stato ha riconosciuto alla Regione Sardegna il diritto graduale di compartecipare al gettito tributario maturato nel territorio regionale a partire dallo stesso anno. Tra il 2007 e il 2009 tale gettito è cresciuto di circa 1,4 miliardi di euro. A partire dall’anno 2010 le maggiori entrate regionali ammonteranno ad oltre 3 miliardi di euro. In cambio la Regione si fa carico degli oneri del Fondo sanitario nazionale e delle funzioni di trasporto pubblico locale, compresa la continuità territoriale, mantenendo un saldo positivo di circa 1,8 miliardi di euro.
Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, mentre i tagli dei finanziamenti colpiscono tutta l’Italia, nell’Isola sono stati aumentati i fondi per l’edilizia scolastica, per un totale di circa 300 milioni di euro. La regione attribuisce inoltre assegni per merito fino a 500 euro mensili, agli studenti diplomati con almeno 80/100  che si iscrivono all’Università (con priorità per le facoltà scientifiche) e agli studenti universitari in regola con i crediti che abbiano almeno la media del 27. Inoltre, la Regione ha finanziato nell’ultimo triennio più di 3000 studenti per alta formazione, tirocini e “percorsi di rientro” in Sardegna, per favorire la crescita accademica e professionale dei neolaureati e garantire un efficace inserimento nel mondo lavorativo sardo. Le fonti di quanto riferito sono documenti, atti regionali e dati Istat per il periodo 2004-2008.
Tornando alla questione delle elezioni, le argomentazioni del candidato per il PDL – un certo Cappellacci ex consigliere del comune di Cagliari – sono tutte “contro”: egli afferma che quanto realizzato nel mandato Soru sia stato una delusione e un fallimento per la Sardegna. Per il programma alternativo vengono spese invece poche, pochissime parole. Anzi, in generale sono veramente poche le parole pronunciate direttamente da Cappellacci. Chi chiacchiera di più è Berlusconi: è lui che in realtà gestisce e ordina la campagna elettorale del PDL. È lui, il primo ministro italiano, che organizza e predispone le assemblee e i comizi. Ed è sempre lui che racconta le barzellette durante i convegni. Ma della Sardegna non si parla mai? Sì, il programma elettorale del “candidato del PDL Cappellacci” è preciso: cancellare tutte le norme che dal 2004 sono state fatte da Soru (Berlusconi ha detto proprio così). E quando mai un avversario politico in una campagna elettorale in Italia ha dato dei meriti al presidente uscente? Che campagna elettorale sarebbe?
In realtà, quali sono le condizioni della Sardegna? Esiste davvero il “peggioramento delle condizioni di vita” sbandierato da Berlusconi, pardon Cappellacci? Ci sentiamo davvero più indietro del 2004? Basta leggere i dati reali e si avrà la dimostrazione del contrario: la Sardegna va in direzione esattamente opposta a quella nazionale, e lo affermano i giudici più credibili i cittadini stessi.
Questa campagna elettorale purtroppo non parte dal lavoro realizzato negli ultimi quattro anni: si cerca consenso promettendo, ma non parlando di fatti concreti. E colui che si candida alla guida della regione non è che un muto e sorridente fantoccio. Nel frattempo Soru gira la Sardegna per ricordare ciò che è stato realizzato dalla sua giunta, ciò che ancora sarà fatto e soprattutto come, con i soldi risparmiati e guadagnati e non con illusioni o sogni impossibili.

Troppo serio il Presidente Soru.

Fidatevi che è meglio Soru.

Diego Pinna diego.pinna@sconfinare.net
Enrico Casu enricasu@libero.it

In questi mesi, mentre nel panorama nazionale si consumava la lotta elettorale tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per la Presidenza del Consiglio, in Friuli Venezia Giulia assistevamo alla sfida tra il governatore uscente Riccardo Illy e Renzo Tondo che ha visto prevalere quest’ultimo. L’imprenditore triestino a capo della coalizione di centro-sinistra (Pd, IdV, Sinistra Arcobaleno, Slovenska skupnost, Cittadini per il Presidente, partito socialista) e l’albergatore di Tolmezzo sostenuto dello schieramento di centro-destra (PdL, Lega Nord, Unione di Centro, Pensionati ) hanno dato vita ad un’interessantissima sfida per la giuda della regione. Per quello che riguarda i programmi c’è da dire che i due candidati hanno deciso di intraprendere due diverse strade. Gli elettori friulani si sono così trovati di fronte a due proposte molto competitive, che promettevano di mettere mano a questioni delicate ed importanti:

Illy, nel suo programma, affermava la necessità di valorizzare prodotti e servizi per il turismo; salvaguardare le produzioni alimentari; nell’ambito sociale: migliorare la rete ospedaliera regionale, incrementare l’occupazione femminile e sostenere le famiglie che hanno in casa diversamente abili o anziani; produrre energia tratta da fonti rinnovabili, ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra; rafforzare il sostegno alla ricerca ed infine, nel campo delle infrastrutture completare la copertura della banda larga e costruire la nuova linea ferroviaria transpadana.

Renzo Tondo puntava sul valore della famiglia; le pari opportunità tra uomo e donna; la sicurezza come diritto inviolabile; la diminuzione delle spese della politica; il miglioramento della collaborazione tra il porto di Trieste e quello di Venezia; l’apertura verso i nuovi paesi emergenti come Serbia, Bulgaria, Kosovo, Albania, Macedonia e Bosnia Erzegovina; la diminuzione dell’Irap alle piccole imprese; la salvaguardia del piccolo commercio che negli ultimi anni era stato messo in disparte per dar spazio ai grandi centri commerciali.

Alla fine, lo scorso weekend, i cittadini friulani e giuliani si sono trovati a decidere e, ribaltando le previsioni della vigilia che vedevano Illy favorito, Renzo tondo è risultato vincitore, distaccando di quasi sette punti il proprio avversario. Una sorpresa? NO! Infatti se controlliamo la lista di Tondo ci accorgiamo che il carnico ha potuto godere non solo dell’ appoggio della lega ma anche di quello dell’UdC. Tale aiuto si è rivelato determinante dal momento che ha portato quei sei punti che costituiscono il divario tra le due coalizioni. Certo è che la campagna elettorale del neo eletto governatore non è stata tra le più brillanti considerato che, al primo contraddittorio con Illy, l’esponente del PdL ha abbandonato dopo pochi minuti lo studio televisivo, rifiutando di avere altri faccia a faccia in assenza di spiegazioni sul bilancio regionale.

Bisogna comunque riconoscere che negli ultimi anni la regione si è trovata ad avere un debito maggiore di quello di Sicilia e Calabria, tristemente note per lo sperpero di denaro pubblico. Inoltre, Tondo ha ricordato come la tanto citata crescita del Pil di 2,53 punti negli ultimi 4 anni sia valsa a ben poco dato che le spese di amministrazione sotto la precedente giunta sono arrivate alla metà del Pil regionale. Un’ altra questione di risalto che ha reso impopolare il precedente governatore è quella delle sue apparizioni troppo sporadiche nelle province di Pordenone e Udine, senz’altro ha pesato molto sull’elettorato portando dei voti importanti allo schieramento di centrodestra.

Possiamo dunque dire che la discutibile campagna elettorale di Tondo non è stata influente sulla decisione dei cittadini, ma piuttosto, alcuni errori commessi dalla precedente amministrazione hanno fatto spostare molti voti facilitando così la vittoria dell’albergatore di Tolmezzo.

Infine va segnalato che l’affluenza alle urne ha registrato una notevole impennata: sui 1.092.901 aventi diritto al voto in Friuli Venezia Giulia i cittadini che sono andati alle urne sono stati 790.492, poco più del 72%, un’affluenza superiore di quasi l’8% dalle scorse elezioni del 2003(64,24%).

Ora al neo-eletto presidente spetterà l’arduo compito di guidare la regione in un periodo in cui l’economia non solo italiana ma anche europea fatica a rialzarsi. Non ci resta che augurare a Renzo Tondo un “buon lavoro!” per questi 5 anni che lo vedranno al timone della regione.

Federico Filipuzzi

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

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