You are currently browsing the tag archive for the ‘persone’ tag.

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare il drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée Nationale, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finito in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresenta un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione, si possono dividere i manifestanti in tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono gli studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

In ogni caso, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione dell’uguaglianza. Questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapalissiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

Luca Magonara

—————————————————————————————————————————————————

“Niente di più feroce della banalissima televisione”, frammento del film-documentario “La voce di Pasolini”. Purtroppo offerto dai grillini su YouTube.

Cronache e pensieri di uno sconfinato a Parigi

Joan si è appena buttato, stanco e un po’ arruffato, sul sedile del treno. Stiamo tornando a casa, dopo l’ennesima manifestazione. Io per un attimo lo osservo, per riuscire a descriverlo, e lui ricambia la mia indiscreta occhiata, sorridendomi con quel suo viso creolo. E io guardandolo, parto. Immagino persone e terre lontane che mai ho visitato e in cui non potrei mai aver vissuto, eppure le riesco a creare dentro di me: Gujarat, Tamil Nadu, Guangzhou, Madagascar, l’europa coloniale.. e finisco a mirare, con quel spasmo di piacere che solo il bello ti può dare, la sua stupenda pelle mulatta, una carnagione che trovi in quei territori d’oltre mare francesi; come il suo: la Réunion – un’isola la cui popolazione è la conclusione di decadi di meticciato. Il mio coinquilino, di tutta risposta a un mio sguardo che non cade, mi dice fidente: “vedrai Lucas, sarà enorme la prossima manifestazione”.

E’ martedì 27 ottobre 2010, giornata di proteste indette dal l’UNEF (Union nationale des étudiants de France) davanti al Sénat contro la legge sulle pensioni: non si può non notare del drastico calo di partecipanti rispetto la scorsa settimana. Ma dopo 3 settimane di grève, oltre alla stanchezza si comincia a percepire anche un po’ di disillusione. Lo scorso sabato, il giorno dopo l’approvazione della legge alla Assemblée National, siamo andati alla riunione del circolo anarcosindacalista che ha organizzato i blocchi stradali in centro Parigi, e che ha tentato l’occupazione dell’Opera Bastille. L’incontro che avrebbe dovuto stabilire le nuove azioni per questa settimana, oltre al rinnovato (e scontato) appoggio alle raffinerie occupate, è finita in un nulla di fatto. Troppa confusione, troppa animosità politica o semplicemente, sono quello che sono. Certo, questo non sarà l’esempio emblematico dell’ attuale dissipazione del movimento, ma sicuramente rappresentano un frammento della spaventosa mobilitazione che è stata attuata.

Per comprendere meglio la situazione si possono dividere i manifestanti a tre gruppi di attori con tre differenti scopi. I primi sono i sindacati francesi, in prima linea la riformista CFDT e la trotkista e corporativa CGT, che corrispondono, a grandi linee, alla nostra CISL e CGIL. Questi perseguono l’obiettivo di modificare la legge sulle pensioni. E’ da ricordare che attualmente l’unica possibilità rimasta per modificare il testo di legge – dopo l’approvazione delle due camere e la revisione della Commission Mixte Paritaire – è l’appello alla Commission Constitutionnel. Il secondo attore sono i partiti di sinistra che, attraverso una presenza mediatica, ostentano prove di forza in vista delle prossime elezioni francesi (2012). Il terzo attore sono i studenti che, considerando anche i soliti fermenti nostalgici sessantottini, mostrano il loro risentimento in piazza per i tagli governativi ai licei e alla università pubblica francese. Un quarto attore, che non considero, sono gli autonomi, come gli anarcosindacalisti.

Tuttavia, la cosa più sorprendente per me, italiano, è stata la portata nazionale della chiamata politica, che denota spassionatamente quello che il filosofo Alexis de Tocqueville considera un mero elemento dell’animo francese: la passione all’uguaglianza. In questa straordinaria chiamata popolare ha in realtà l’idea base – in tutti e tre gli attori – che l’attuale riforma delle pensioni, per quanto lapassiana, rappresenti l’ultima tappa dello smantellamento di quel capitalismo più umano e sociale nato in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale e consolidatosi durante i Trent’anni gloriosi. Una forma di capitalismo egualitario e assistenziale che è diventata la quintessenza delle conquiste sociali della République.

Racconto un piccolo aneddoto della storia, per spiegare come noi, italiani, possiamo imparare molto dai francesi (e viceversa), non perché indubbiamente superiori a noi, ma in quanto più simili a noi, tra tutti i latini. Nelle scuole elementari sovietiche, ai bambini veniva affidato il compito di colorare il mondo con tre colori: il rosso per l’Unione Sovietica e i paesi appartenenti al Patto di Varsavia, e il nero per gli Stati Uniti e tutti i paesi filo americani. Il terzo colore era il rosa ed era dedicato esclusivamente all’Italia e alla Francia. Un colore tenue, forse anche efebico, per designare la forte presenza comunista in questi due paesi, ma anche per sottolineare il mancato o il possibile passaggio dall’altra parte della cortina. Tra l’Italia e la Francia si può trovare un filo comune, quasi parentale, per retaggio politico, storico e religioso. Sono innegabili certe differenze, però penso, come cittadino e come studente dell’università pubblica in Italia, che stia mancando qualcosa, e pertanto possiamo ricavare una lezione francese. E’ importante; perché sembrerebbe che in Italia si sia avverata la profezia pasoliniana sull’annichilamento della partecipazione politica a causa di “niente di più feroce della banalissima televisione”. E si può avere solo saliva amara.

 

Annunci

Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

UN’APOLOGIA DEL SECONDO

Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

Un capolavoro della fisica, questi detenuti

Quasi 66 mila esseri umani stipati in centri di detenzione predisposti per al massimo 41 mila, in media 82 persone ogni giorno protagoniste delle procedure d’entrata – foto segnaletica, spogliazione, perquisizione anale -, nell’ultimo semestre una tendenza all’aumento di mille detenuti effettivi al mese, circa 60 i suicidi all’anno, poche migliaia quelli che si mutilano, una novantina le morti annue di cui una ventina in seguito a complicazioni causate da accidentali cadute dalle scale.

A che punto deve arrivare il degrado perché qualcuno cominci a preoccuparsene?

Non si può più trascurare il fatto che le carceri, le stesse istituzioni proposte come soluzione – o almeno deterrente – alla criminalità, nelle quali si dovrebbe insegnare il rispetto delle regole, siano oggi nella più totale illegalità. Non garantiscono al detenuto, il soggetto che si vede ristretta la propria libertà, il rispetto di normative che più che essere ispirate alla legalità, si direbbero frutto del buon senso: com’è possibile pensare che un detenuto sia costretto a quella che è paragonabile ad un’espiazione da gironi del purgatorio dantesco, mentre ci definiamo uno Stato democratico e gridiamo allo scandalo per le violazioni di diritti umani a livello internazionale? Beccaria sosteneva che la pena, al fine di non risultare violenza, “dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi”. Noi, nel nostro ordinamento, vediamo molte lacune: non ci risulta, per esempio, ci sia il crimine di tortura, previsto dalla “Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” dell’Onu del 1984; voi direte che la detenzione non è sicuramente una forma di tortura e, in teoria, non dovrebbe esserlo: ma quando 148 persone sono costrette a vivere a 10 metri sotto il livello del mare, come nel caso del carcere di Favignana, con a disposizione acqua salata, immersi nell’umidità e nella muffa, voi non la chiamereste tortura? Sempre la Convenzione dell’Onu sulla tortura impone la creazione di organismi volti al controllo dei luoghi di privazione della libertà, che, ad oggi, sembrano mancare. Anche la Costituzione italiana ha qualcosa da dirci in merito: l’articolo 27, prevede infatti che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato; è possibile, secondo voi, rieducare 718 persone in un carcere come l’Ucciardone di Palermo, predisposto per accogliere 378 detenuti, dove le turche sono tappate con bottiglie di vetro per impedire l’entrata nelle celle dei topi? O a Belluno dove il sovraffollamento arriva al 200%, l’assistenza medica è garantita da un solo medico per tre ore al giorno e i detenuti ammessi al lavoro esterno sono 2 su 100?

La situazione generale, però, risulta più variegata: fortunatamente ci sono anche esempi di buona vivibilità, come al carcere femminile La Giudecca dove le 80 detenute svolgono tutte attività lavorative sia interne che esterne volte al reinserimento nella società; molteplici, inoltre, i gruppi di volontari che offrono in attività che coinvolgono i reclusi: purtroppo esempi positivi ancora troppo rari per portare un miglioramento all’interno del panorama globale, panorama che risulta oscuro e indefinito agli occhi dell’opinione pubblica.

L’analisi sulle carceri italiane ci porta inevitabilmente a delle riflessioni politiche. Per non giungere a conclusioni affrettate, partiamo analizzando le statistiche: nel 1990 i detenuti erano poco più di 30 mila eppure l’ammontare di omicidi e di furti era notevolmente maggiore di quello odierno: il sovraffollamento a cui stiamo assistendo, quindi, deve necessariamente avere altre origini. Se non ci fosse stato l’indulto, provvedimento votato a larga maggioranza e subito demonizzato da chi fino al momento dell’approvazione se ne millantava sostenitore, il numero dei carcerati supererebbe i centomila. Vediamo anche le cifre degli addetti ai lavori: poco più di 42 mila sono i poliziotti penitenziari in organico, di cui solamente 16 mila preposti alla sicurezza delle carceri, 400 gli educatori, circa uno ogni 160 detenuti, 1140 gli assistenti sociali, uno ogni 70 detenuti.

Le ragioni di questo triste bilancio sono da rintracciare nelle scelte politiche: al clima più repressivo per reati come il consumo di stupefacenti – il 40% di detenuti sconta una pena per reati legati alla violazione della normativa sulle sostanze stupefacenti -, all’introduzione del reato di immigrazione clandestina e alla maggiore severità  nei confronti dei recidivi, non si sono accompagnate misure destinate alla gestione dell’inevitabile incremento del numero di detenuti, lasciando così impreparati e impotenti gli addetti alla sicurezza dei detenuti; questo, naturalmente, non funziona come scusante nel caso di atti di violenza come quelli contro Cucchi e Lonzi, incomprensibili episodi disumani che non possono incontrare giustificazioni.

Con queste premesse, le strade percorribili, al momento, sembrano due: quella caldeggiata dal governo che vede nella creazione di nuove strutture detentive la panacea di tutti i mali, o quella invocata dagli addetti ai lavori che individuano nella depenalizzazione, nella prevenzione e nell’educazione il punto di partenza per il processo di ri-umanizzazione delle carceri e la rivalutazione dei detenuti, che, in primo luogo, sono persone.

Non saranno eroi, direte voi, perché tutta questa attenzione? Non saranno eroi nemmeno in futuro, dico io, se qualcuno non gli da una speranza.

aung san suu kyiLo scorso maggio non sono state poche le testate giornalistiche e televisive che hanno seguito con attenzione le gesta sconvolgenti del mormone americano che, attraversando un intero lago a nuoto, è riuscito ad intrufolarsi nell’abitazione di Aung San Suu Kyi e a scatenare le ire funeste del regime birmano. Lo stesso interesse non c’è stato in agosto, quando il processo intrapreso contro la leader del movimento per il rispetto dei diritti umani e civili in Birmania e contro il sopracitato John Yethaw ha portato ad una sentenza di condanna.

Il processo comincia il 18 maggio 2009 ed entrambi gli imputati si dichiarano non colpevoli. Le autorità giudiziarie muovono a Yethaw, arrestato il 6 maggio, le accuse di essere penetrato in una zona posta sotto il controllo della polizia,di aver nuotato illegalmente nel lago Inya e di aver violato le leggi nazionali sull’immigrazione. Aung San Suu Kyi viene invece incolpata di aver ospitato l’americano in casa, ignorando così la norma sulla “salvaguardia dello Stato contro i pericoli derivanti da persone in grado di causare atti sovversivi” e violando i temini degli arresti domiciliari. Nell’ingranaggio giudiziario che ha ormai fagocitato i due attori principali di questa grottesca vicenda sono finite anche le due collaboratrici domestiche della leader, Khin Khin Win e Ma Win Ma Ma, e alcuni funzionari del regime: sessantuno membri della polizia di sicurezza sono stati interrogati, un Tenente è stato retrocesso di grado e ad un numero imprecisato di persone sono stati dati dai tre ai sei mesi di carcere per inosservanza dei propri doveri.

Dalla testimonianza di imputati e testimoni traspaiono notizie fondamentali per la comprensione dell’accaduto. In primis, Yethaw si è ostinato a dichiarare la natura divina della propria impresa e ha aggiunto non solo di essere stato visto dalla polizia mentre attraversava il lago ma anche che la stessa lo avrebbe fermato durante un precedente tentativo di raggiungere l’abitazione di Aung San Suu Kyi, lo avrebbe interrogato e quindi rilasciato. L’avvocato difensore della leader ha più volte sottolineato la premeditazione o quanto meno la connivenza dell’apparato di polizia birmana ma i giudici non ne hanno tenuto conto ai fini della sentenza emanata l’11 agosto scorso. Ad aggravare la situazione si sommano la reticenza da parte della Corte ad accettare i testimoni della difesa(un testimone su quattro accettato per la difesa vs quattordici su ventitre per l’accusa) e l’impossibilità da parte dei difensori della leader di discutere e preparare con lei la sua deposizione .

La sentenza condanna Aung San Suu Kyi, detenuta durante tutto l’atto processuale nella prigione di Insein, a tre anni di lavori forzati. La pena, tuttavia,a pochi minuti dall’emissione viene commutata in diciotto mesi di arresti domiciliari dallo stesso Than Shwe, Capo del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC) dal 23 aprile
1992. Fondamentale potrebbe essere stata la presenza al processo di diplomatici inglesi, tedeschi, norvegesi, francesi e italiani, e le molteplici professioni di sdegno espresse da statisti del calibro del Presidente degli USA o da organismi come l’UE, l’ONU o l’ASEAN. Quest’ultima, di cui la Birmania è membro, ha espresso “grave preoccupazione” per la piega presa dalla vicenda di Aung San Suu Kyi e parteggia per il suo immediato rilascio: alla base di questa posizione c’è l’importanza politico-economica di mostrarsi sensibile alla protezione e alla promozione dei diritti umani agli occhi della comunità internazionale.

Lo stesso periodo di arresti domiciliari è stato imposto alle collaboratrici della leader. Per quanto riguarda Yethaw, invece, la pena prevista erano sette anni di reclusione nelle carceri birmane, di cui quattro da scontare ai lavori forzati. Ma già il 12 agosto il Senatore statunitense Jim Webb si trovava in Birmania per negoziarne il rilascio, la cui giustificazione risiedeva nelle precarie condizioni di salute dell’uomo. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, Yethaw si trovava su un volo diretto in America. Una volta atterrato sul suolo natio egli ha confidato ai giornalisti: “se dovessi, lo rifarei un centinaio di volte pur di salvarle la vita…Il fatto che l’abbiano rinchiusa mi spezza il cuore..vorrei poter dire di più”. E tutto quello che Yethaw aggiunge è un rozzo tentativo di mimare una cerniera che gli sigilla le labbra. Lo stesso rozzo gesto che mima il resto del mondo.

Valeria Carlot

Valeria.Carlot@sconfinare.net

21092009251Ci sarebbero molte cose da scrivere, parlando di un Erasmus. Anche se esso è iniziato da appena tre settimane un mese; ma si sa, il periodo iniziale è sempre quello più ricco di impressioni e emozioni. Potrei fare i soliti panegirici sull’università estera, sulla sua organizzazione, e ad esempio sugli ottimi mezzi pubblici; ma sarebbe un po’ ripetitivo, e non avrebbe molta utilità per nessuno. Ma come si presenta, invece, Vienna ad uno studente straniero? E soprattutto, è una scelta che rifarei?

La risposta alla seconda domanda è abbastanza semplice: sì. Giorno dopo giorno, sono sempre più convinto che questa sia la città che rispecchia di più il mio carattere. Ho trovato una città che si muove al mio stesso ritmo, e questo è importantissimo. Per dire, scordatevi il traffico caotico di Roma, ma anche la metropoli tentacolare londinese, o le infinite banlieues francesi: a Vienna tutto si muove al ritmo di un grande villaggio, piuttosto che di una città, senza che per questo risulti noiosa o provinciale. Anzi, è molto vivace, se si sa dove andare a cercare. In più, Vienna è priva di periferie in senso classico; le zone “suburbane” sono dei villaggi a sé stanti, autonomi e con una propria identità, in cui la delinquenza e il degrado quasi non esistono. Ogni quartiere ha la propria storia, ed è orgoglioso di essa. Tutto è umano, e la persona ha il palco d’onore. Ad esempio, il parco di Schoenbrunn è percorso per la maggior parte da persone che fanno jogging e da famiglie con i passeggini. Come tutti gli altri moltissimi parchi della città: qui è molto viva la cultura degli spazi aperti, e vedere nei pomeriggi di sole centinaia di persone camminare, correre o giocare al Prater o sulla Donauinsel contribuisce a creare un’atmosfera rilassata che non vedevo da un pezzo.

10102009356Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta si lega a quanto detto fino ad ora: Vienna è una continua sorpresa. E’ una sorpresa quando la burocrazia di iscrizione si rivela molto rapida, e in poco tempo ti ritrovi immatricolato all’università di Vienna, la più antica del mondo tedesco (cosa che, lo ammetto, da’ una certa soddisfazione; anche perché vendono le felpe dell’università!). E’ una sorpresa quando gli impiegati dell’ufficio Erasmus, della segreteria studenti e persino delle banche sono gentilissimi e disponibilissimi ad ogni esigenza, nonostante ciò che ti avevano detto prima della partenza. Ma è una sorpresa anche che ad ogni suo angolo, in ogni suo scorcio ai grandi monumenti si affiancano momenti di vita quotidiana che rivelano una molteplicità che non ti aspetti. Si tratta di una grande capitale europea, a pieno titolo; abbondano i ristoranti etnici, e l’inglese è parlato correntemente. Anche troppo: a miei ripetuti tentativi di parlare tedesco, il mio interlocutore mi risponde regolarmente in inglese. Perfetto, per carità. Però non aiuta molto la mia autostima.

Vienna è una grande capitale anche per l’offerta di attività. Le scelte sono moltissime, e (quasi) tutte di altissimo livello. 08102009353E quello che colpisce di più, è che si respira un rapporto con la cultura diverso da quello a cui siamo abituati noi: essa è viva, moderna, affrontata senza timori reverenziali. Un esempio su tutti: il primo sabato di ottobre si è tenuta la Lunga Notte dei Musei, un evento in cui tutti i musei della città rimangono aperti fino all’una di notte, e sono tutti visitabili con un unico biglietto da 11 euro. A parte l’enorme massa di gente che vi ha partecipato, la cosa che mi ha colpito è il fatto che i musei siano considerati dei luoghi di ritrovo: ci sono bar, discoteche e locali, cosicchè la cultura non è qualcosa di morto, ma diventa parte dell’identità del popolo. Identità che si riconosce in un passato glorioso, in cui a Vienna si decidevano i destini del mondo, e che ora si sente soffocata come capitale di un piccolo Stato alpino in cui, in fondo, non si riconosce. Ogni angolo di strada richiama gli Asburgo, e si respira un certo senso di nostalgia per l’epoca d’oro perduta. Ma questo, appunto, non porta Vienna a piegarsi su sé stessa e addormentarsi, ma al contrario, la spinge ad aprirsi al mondo, per riacquistare quella grandezza. Vienna è una vera capitale europea, più ancora di Parigi o Londra: esse lo sono per forza di cose, ma in ogni caso la loro identità è prima inglese o francese, e poi europea. Invece, Vienna compie il salto; vive e si muove prima di tutto a livello europeo, perché solo a quel livello si sente a proprio agio. Così, la nostalgia, da punto di debolezza e rimpianto per il passato, è diventata punto di forza e di spinta verso il futuro.Il valzer, inno di Vienna, risuona di alcuni accordi blues. E la melodia che ne esce è da applausi.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Erano passate poco meno di 48 ore dalla prima devastante scossa quando, guardando distrattamente la tv mi capitò di vedere un servizio di Bruno Vespa sul terremoto in Abruzzo:dopo spettacolari e prolungate immagini dall’elicottero di città e paesi distrutti, il pezzo in questione finiva con un primo piano del giornalista davanti ad una casa interamente distrutta, in una mano il microfono, nell’altra un coniglio di peluche rosa estratto dalle macerie, il conduttore di porta a porta terminava con tono “commosso”domandandosi se la bambina che viveva in quella casa avrebbe mai potuto giocare di nuovo col suo coniglio. E’ solo uno dei tanti esempi di quello che amo definire come “sciacallaggio mediatico”, che nelle ultime settimane ha colpito (non fosse bastato il sisma) le zone terremotate dell’Abruzzo. Persone più “educate” di me chiamano questo modo di fare giornalismo in televisione come “Tv dell’emozione”: l’obiettivo è semplicemente quello di alzare gli ascolti propinando ai telespettatori immagini forti, storie pietose e casi umani, un repertorio di cui i teatri di grandi tragedie come questa non sono mai avari. Devo confessare che seguire servizi di questo tipo ha generato in me seri problemi come travasi di bile, irritazioni al fegato e meno scientifiche incazzature: questa morbosa e perversa ricerca della storia pietosa, tragica e strappalacrime da mandare in onda il più presto possibile è secondo me una forma ancor più meschina e schifosa di sciacallaggio verso le vittime del terremoto. Si è tanto parlato nei primi giorni dell’allarme sciacalli, e molte persone non volevano abbandonare le abitazioni proprio per paura che i ladri potessero entrarvi e rubare indisturbatamente tutto, ma nessuno ha parlato degli altri sciacalli, quei giornalisti e direttori di telegiornali, se si può definirli tali, che per fare carriera e audience sono disposti ad approfittare delle disgrazie altrui degradando l’informazione a semplice pettegolezzo ed invadenza nella vita e negli affetti di migliaia di persone. Si può definire giornalismo fare reportage colmi soltanto di domande idiote e inopportune, tipo chiedere a chi ha appena perso tutto come sta? Il confine tra il fare informazione ed il semplice invadere senza rispetto la vita altrui per poter raccontare delle storie e non per dare notizie, è stato più volte oltrepassato in questa tragedia nazionale. La fame di informazioni che giustamente si genera dopo avvenimenti di questa portata ha condotto i media ad eccessi ripugnanti, creando una sorta di gigantesco e macabro grande fratello in cui i protagonisti sono le vittime del sisma; più grave ancora è stato il fatto che servizi opinabili come questi abbiano trovato ampio spazio in tutti i notiziari nazionali, mentre si è volutamente parlato poco di quelle sarebbero dovute essere le vere notizie. Vi è sembrato per caso che si sia parlato abbastanza dei tempi e delle modalità della ricostruzione, delle inchieste sugli accertamenti di responsabilità per i crolli, del pericolo che le mafie infiltrandosi vincano gli appalti per la ricostruzione, del fatto che una nuova normativa antisismica esista dal 2005 ma non sia mai entrata in vigore perché sempre prorogata? Non penso che i drammi privati delle persone abbiano la stessa valenza per la sicurezza e il bene comuni né facciano cinicamente più notizia del pericolo di infiltrazione mafiosa e delle  responsabilità di qualche politico o costruttore nel crollo di edifici antisismici. Ma evidentemente alla Rai, a Mediaset e in qualsiasi altra rete televisiva non la pensano così; nell’epoca dei reality show seguiti da milioni di annoiati telespettatori, l’informazione si è adeguata in fretta al nuovo formato televisivo. Il risultato ce lo abbiamo sotto gli occhi: i tg in questo spasmodico tentativo di immortalare la realtà più cruda e “autentica” fin nei minimi particolari sono diventati più finti dell’isola dei famosi e di uomini e donne messi insieme. Si cercano storie tragiche, e poi ci pensa il giornalista a condire il tutto con un po’ di pietismo ipocrita. A mio avviso, una delle tante cose che la drammatica vicenda abruzzese ci ha ribadito più che insegnato è che in Italia nel modo di fare informazione si stanno sempre più perdendo di vista le notizie vere, importanti, e si sta sempre più volutamente dando risalto a pezzetti di notizie o a particolari che la notizia già contiene. È così che sappiamo a memoria le tristi storie di almeno un centinaio famiglie aquilane (quanti erano in famiglia, quanti fratelli, sorelle e cugini aveva Tizio prima del terremoto, in che via e a quale numero civico abitavano) ma non sappiamo ancora perché, se quelle sono sempre state zone sismiche sono stati costruiti edifici nuovi come l’ospedale dell’Aquila che alla prova dei fatti di antisismico non avevano nulla. Questo modo di informare è solo un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi molto più grandi e incombenti, ed il dato preoccupante è che sta funzionando a meraviglia.

Matteo Sulfaro

Ambiente, Sanità, Diritti: con Obama gli Stati Uniti (e il mondo) tornano a respirare.

 

“Le aspettative sono alte. Primo provvedimento: abbassare le aspettative”. Così recitava, riferendosi alle promesse dopo l’insediamento di Barack Obama, una vignetta apparsa qualche tempo fa su “Internazionale”. Analizzando le politiche messe in atto dall’amministrazione fino a questo momento, le aspettative sono state piuttosto rispettate: sono state annunciate alcune misure che, se non altro dal punto di vista simbolico, suonano come una netta rottura con il passato di Bush.

La prima, e la più importante, di queste riforme è anche quella più discussa, e va a toccare un campo fondamentale: la sanità. Essa prevede la creazione di un fondo speciale di 650 milioni di dollari in 10 anni, finanziato attraverso  l’aumento delle tasse ai cittadini con il reddito superiore a 250.000 dollari. Il piano punta all’estensione della copertura sanitaria a 45 milioni di persone, oggi troppo povere  per accedere alle costosissime assicurazioni private. Questa riforma si annuncia come una rivoluzione storica negli Usa, caratterizzati da forti disparità sociali. Non c’è però nessuna certezza che questo piano passerà al Congresso; infatti, le critiche sono molto forti, in particolare tra i rappresentanti delle lobby delle assicurazioni, ma non solo. Alcuni addirittura temono che questo assistenzialismo statale causerà le code “tipiche dell’Europa”. Ovviamente, noi da questa parte dell’oceano guardiamo con un po’ di distacco queste critiche, ma un punto è da considerare: per la politica Usa, anche solo un accenno di miglioramento della copertura sanitaria suona come un cambiamento enorme. Per questo, potrebbe mancare la volontà politica di cambiare.

Il secondo grande campo in cui si muove l’amministrazione Obama è l’ambiente. Fin dalla campagna elettorale il nuovo Presidente ha mostrato un’attenzione nuova per i problemi ambientali, poi riconfermata in questi primi mesi di governo. Principalmente, egli ha capito una cosa che da noi ancora molti devono afferrare: la tutela dell’ambiente non è un fardello pericoloso per la crescita dell’economia. Obama infatti  ritiene che la ricerca nel ramo delle energie rinnovabili possa essere un volano per l’economia fiaccata dalla recessione, e in questo senso ha cominciato a muoversi. Il budget di inizio presidenza prevede, tra le altre cose, la creazione di 5 milioni di posti di lavoro legati allo sviluppo di energia pulita, attraverso un finanziamento di 150 miliardi di dollari in dieci anni. In più, i finanziamenti per “salvare” l’industria dell’auto sono legati al fatto che le case automobilistiche riconvertano la loro produzione, facendola diventare più “verde”. Questo si lega al progetto di ridurre la dipendenza dal petrolio che, essendo esso importato da paesi “difficili” come Iran e Venezuela, ha anche, ovviamente, una forte valenza politica. Ma gli obiettivi dell’amministrazione Usa sono ben chiari: il 25% dell’energia dovrà provenire da energie rinnovabili entro il 2025, puntando ad una riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050. Tutto ciò suona forse utopico; ma è comunque notevole che anche la più grande potenza del mondo abbia cominciato ad agire concretamente in questo senso. Non bisogna però per questo farsi abbacinare: si tratta pur sempre di politica. Quella di Obama è una scelta che viene incontro alle richieste globali, e che vuole dare un’immagine dell’America di nuovo guida del mondo civilizzato. Dopo il piano Marshall, il piano New Energy For America! La sua non è semplice beneficenza, ma un’operazione consapevole di marketing. Detto ciò, giusto per essere cinici, è ovviamente una politica necessaria, che promette di cambiare il mondo in profondità (che poi ci riesca, è tutto da vedere); e comunque, sono proprio i simboli che, spesso, riescono a mettere in moto le cose.
Parlando di simboli, approdiamo alle politiche sociali di Obama. Esse non agiranno in profondità sul mondo come si spera facciano quelle ambientali, ma la loro importanza storica e simbolica è grandissima: in esse si manifesta il senso più compiutamente “liberal” del nuovo corso obamiano. Se il primo esempio del nuovo rispetto per i diritti della persona è stata la chiusura di Guantanamo, molto più importanti e degne di nota sono altre iniziative. La prima da ricordare è sicuramente l’apertura alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, la quale potrà d’ora in avanti beneficiare anche di fondi pubblici, oltre che privati. Un’altra apertura importante è quella al mondo gay, con la firma della dichiarazione Onu sulla parità dei diritti e il programma a favore delle coppie di fatto.  Senza contare le molte prese di posizione a favore di scuola pubblica, aborto  e minoranze. Ovviamente, per queste politiche vale, in parte, il discorso già fatto per l’ambiente; ma c’era in ogni caso estremo bisogno di una boccata d’aria nel mondo intero. Senza contare il fatto che si tratta di una vera e propria rivoluzione negli Usa, che spesso hanno usato i diritti più come slogan che come programma politico. Quindi, senza lasciarci travolgere dall’entusiasmo, c’è comunque motivo per sperare in un mondo migliore. Almeno in America.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net  – giovacollot.wordpress.com

Ero entrato a far parte della Komuna da pochi giorni, quando una bella sera con alcuni amici siamo andati alla ricerca dell’Hot Clube; rinomato Jazzclub in Praca da Alegria, dove è solita l’esibizione di spettacolari jam-session non solo dei musicisti locali, ma anche delle stelle del Jazz, le quali, dopo concerti in sale e stadi affollate dalle masse si rifugiano benvolentieri in postacci con pareti scure, tavoli rotondi ed il solito barista scortese fumatore incallito, per prolungare la notte fino al mattino. Ebbene, qui inizia la storia.
Quella sera stavo assistendo ad una jam spettacolare, come ne ho sentite poche, segno che i musicisti fra di loro si conoscevano come le proprie tasche. Il perchè l’ho capito subito dopo, durante l’intervallo, quando mi sono stati presentati i coinquillini mancanti all’appello.
La Komuna è una casa storica in una zona storica, sopra la downtown lisboeta, di fronte alla casa di Camoes. Ci hanno vissuto in tanti; jazzisti tedeschi, fadisti giapponesi, artisti di ogni genere, studenti erasmus azoriani, lavoratori del sociale asociali. In quattro anni ci hanno vissuto circa un centinaio di persone provenienti da tutte le parti del mondo, distribuite tra i due piani che formano la Komuna. Quante persone vi siano passate per un cafesinho, per una festa oppure per provare l’ultima sambinha prima del concerto, è un dato incerto. Tutti però hanno lasciato una loro traccia, che sia una frase su una parete o una goccia di vino sul vecchio pavimento in legno.
Attualmente la casa si trova in uno stato di continuo degrado fisico; piogge monsoniche in più stanze e invasioni di insetti in cerca del Lebensraum ideale, per non parlare della constante minaccia del crollo di un palazzo vicino. Il proprietario è un mistero e risulto tra i pochi fortunati che sono riusciti a vederne l’ombra. L’affitto passa attraverso il classico fruttivendolo sotto casa che funge anche da fonte di informazioni del quartiere, ma questa è un’altra storia.
Per quanto riguarda regolamenti vari e turni di pulizie, nella Komuna non esistono; tutto è basato sul senso di responsabilità ed il rispetto verso gli altri, di ogni singolo Komunard. Questioni aperte vengono discusse tra un bicchiere e l’altro nelle riunioni, festosamente annunciate sulla bacheca nel corridoio accanto a depliant di Yoga misto con Flamenco e fusioni di Tablas indiani e Appenzeller Hackbrett.
In questo periodo la Komuna è abitata da 14 persone provenienti da 17 nazioni diverse, distribuite sulla Komuna de baixo e la Komuna de cima. Lo spirito di ospitalità portoghese induce però sempre a tenere un ospite in casa, che sia il senzatetto che passa per farsi la barba o il viaggiatore cronico non ancora pronto per tornare alle proprie radici, la porta è constantemente aperta.
Bene, visto che il tempo sta migliorando e oggi è domenica, mi recherò in spiaggia ad aspettare l’onda giusta. Buon proseguimento a tutti.

Stefan Festini Cucco

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.378 hits
Annunci