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Per presentarvi Ramin Bahrami vi direi che è un pianista iraniano. Ma lui dice che non gli piace il pianoforte e che non è iraniano. Preferisce piuttosto definirsi un musicista cosmopolita. Suo padre era per metà iraniano e per metà tedesco, la madre turco-russa. Ramin Bahrami fa parte di quella generazione di Iraniani raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, quella che nasce sotto la monarchia dello Scià Reza Pahlavi, che vive la rivoluzione islamica di Khomeini, che cresce durante la guerra contro Saddam, e che si trova poi di fronte alla difficile scelta di lasciare il proprio paese per poter vedere realizzati i propri sogni. Ho incontrato Bahrami nei camerini del Teatro Verdi di Gorizia, dove ha suonato il 23 ottobre con l’Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia diretta da Andres Mustonen. Il programma prevedeva il pezzo Oriente Occidente del compositore contemporaneo estone Arvo Pärt, la Sinfonia n. 2 di L. van Beethoven, e il Concerto n. 20 in re min. KV 466 per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart, con al pianoforte R. Bahrami.

Bahrami nasce a Teheran nel 1976 e all’età di 11 anni lascia l’Iran per l’Italia accompagnato dalla madre, dopo che il padre Paviz, ingegnere sotto lo Scià, viene arrestato con l’accusa di essere un oppositore del regime. Paviz morirà in carcere nel 1991 e il referto ufficiale dirà per infarto, causa di morte diffusa tra i detenuti politici. Bahrami nel frattempo può studiare al Conservatorio G.Verdi di Milano con Piero Rattalino grazie ad una borsa di studio donatagli dalla Italimpianti. Dopo tre anni la borsa di studio viene però interrotta e seguono anni di difficoltà economiche per lui e la madre. Bahrami riesce comunque a diplomarsi nel 1997 e a proseguire i suoi studi, e comincia ad imporsi all’attenzione delle maggiori istituzioni musicali italiane e tedesche grazie alle sue interpretazioni di Bach, compositore per il quale nutre una profonda venerazione. Nel 1998 ottiene la cittadinanza onoraria in seguito al debutto al Teatro Bellini di Catania, e nel 2004 corona infine il suo sogno di gioventù registrando per la casa editrice musicale Decca le Variazioni Goldberg di Bach. Ora sta lavorando ad un progetto con la Gewandhausorchester di Lipsia, patria di. Bach, per eseguire nella stagione 2008/09 tutta l’opera di Bach per pianoforte e orchestra sotto la guida del Maestro Riccardo Chailly.

Quando lo incontro, Bahrami è contento di rispondere alle mie domande. Sono curiosa di sapere come sia nata la sua passione per la musica. Inizia a raccontarmi che già a Teheran amava ascoltare il grande violinista ebreo Jascha Heifetz e che, guidato da un vinile di Beethoven, dirigeva un’orchestra immaginaria dall’alto del tavolino del salotto. Dopo la rivoluzione, la musica divenne per lui un rifugio dal dolore della realtà esterna. Negli anni della guerra contro Saddam, egli avvertiva i bombardamenti prima ancora che ne venisse dato l’allarme e, a volte, invece di correre ai rifugi sotterranei, preferiva rimanere in casa ad ascoltare musica classica o a suonare il piano mentre fuori cadevano le bombe. Ricorda in particolare di quando Teheran era bianca sotto la neve e, mentre suonava, aveva visto dalla finestra una casa colpita da una bomba incendiarsi. La musica riusciva così a lenire il dolore e la paura dei momenti più duri. Sempre a Teheran iniziò l’amore di Bahrami per la musica di Bach. Lo scoprì a casa di una amica iraniana dove sentì un disco interpretato da Glenn Gould, celebre interprete bachiano canadese. Lo stesso padre Paviz, in una delle sue ultime lettere dal carcere, lo aveva incoraggiato allo studio di Bach, perché la sua musica lo avrebbe potuto aiutare molto. E Bahrami rivolge un invito ai giovani ad ascoltare più musica classica, e soprattutto Bach, per l’universalità della sua musica, valida in ogni tempo.

Gli chiedo se fece fatica ad adattarsi in Italia. Mi dice che no, che fin da subito ha potuto immergersi nella realtà italiana studiando in scuole italiane e circondato da bambini italiani. Proprio per questa sua esperienza è contrario al progetto del governo di creare nelle scuole apposite classi per stranieri, e crede invece che sia molto importante favorire la “polifonia” culturale, che in linguaggio musicale non significa altro che l’incontro armonico di voci diverse. Ramin Bahrami non ha più rivisto il suo paese da quando lo ha lasciato. Vorrebbe ritornare in un Iran democratico pur avendo nostalgia dei tempi della monarchia e dello Scià, a sua detta spesso ingiustamente frainteso in Occidente. Prima di salutarlo voglio ancora sapere se, per la sua storia e il suo vissuto, si considera un musicista politico. Mi risponde che si sente sì un musicista politico, ma solo in quanto portatore di un messaggio universale di pace. Peccato che giovedì 23, al Teatro Verdi di Gorizia, solo in pochi sono venuti ad ascoltare il suo messaggio.

Margherita Gianessi

Margherita.gianessi@sconfinare.net

 

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Ciao a tutti i lettori di Sconfinare!

L’Osservatorio Mediterraneo di Ricerca Operativa (O.Me.R.O.) sta cercando fra i giovani studenti del SID dei collaboratori. In particolare (da ex studentessa SID) mi riferisco alle moltissime tesi e tesine che siamo obbligati a scrivere per alcuni insegnamenti, sarebbe bello se alcuni di voi volessero mettere a disposizione le proprie ricerche su uno spazio internet.

OMeRO è un’Associazione Culturale di Geopolitica nata dalla passione di un gruppo di ex studenti del I Master in Geopolitica, organizzato dalla rivista Limes e dalla SIOI nel 2007.

L’oggetto principale della nostra indagine sono i rapporti fra i vari stati mediterranei, intendendo con questo non solo i Paesi rivieraschi, ma anche quelli del Mar Nero e del Medioriente.

A pochi mesi dalla nostra costituzione abbiamo deciso di dotarci di un blog (http://geopoliticalnotes.wordpress.com) come “finestra” verso il mondo, in cui cerchiamo di cimentarci con brevi pezzi di divulgazione che hanno lo scopo di portare all’attenzione dei lettori alcuni spunti di riflessione sull’area mediterranea. Il nostro interesse spazia dalle questioni politiche, economiche e sociali, alle tematiche più prettamente culturali, antropologiche e di costume. Il prodotto che ne viene fuori pian piano è un insieme di articoli, mappe, interviste, rassegne stampa e recensioni che possano aiutare chi legge ad approfondire anche per proprio conto gli argomenti che più lo interessano. Ogni due mesi circa è possibile leggere un focus monografico su particolari eventi o tematiche di importanza internazionale.

OMeRO propone, fra l’altro, numerosi incontri formativi fra giovani e studiosi, diplomatici ed esponenti militari per meglio facilitare la comprensione della complessa interdipendenza fra Stati, Regioni e Continenti. A questo proposito possiamo rimarcare l’incontro avvenuto con l’Ambasciatore Mistretta (ex ambasciatore in Libano) sulla tematica delle attuali sfide del Libano moderno (SIOI, 4 Luglio scorso).

Per avvicinarci ancora di più agli studenti ed alla realtà universitaria italiana, molti dei membri di OMeRO hanno iniziato una assidua collaborazione con Meltin’Pot, giovane rivista universitaria online.

L’Associazione, a meno di un anno dalla sua nascita, partecipa attivamente ai Focus Groups dell’ Osservatorio per la Sicurezza Nazionale (OSN), presso il Centro Alti Studi per la Difesa, riguardanti argomenti di cruciale importanza quali le Infrastrutture Critiche ed il Terrorismo e Criminalità nelle aree metropolitane.

Il “nostro” Mediterraneo è aperto a tutti voi! Saremo infatti felici di ricevere i vostri abstract o le vostre tesine (purchè originali), le recensioni su libri di tematiche inerenti al nostro obiettivo e quant’altro vorrete sottoporci!

Se siete interessati a collaborare con noi, ad aderire alle nostre iniziative e per mandarci il vostro materiale, vi invitiamo a scriverci all’indirizzo omeroinfo@gmail.com.

A presto!

Marianna Rapisarda

(per la redazione di OMeRO)

Sorge su una collina nell’anfiteatro morenico del Tagliamento, nel cuore del Friuli, la cittadina medievale di San Daniele. Un luogo meraviglioso dal punto di vista artistico, culturale e gastronomico; il tutto impreziosito dallo sfondo delle Prealpi e Alpi carniche che avvolge la località. Dalla spianata del colle è infatti possibile godere della particolare posizione geografica di San Daniele, a metà strada tra il mare e le montagne, per ammirare, oltre al paesaggio montuoso, anche la spianata della pianura friulana, costellata di piccoli appezzamenti agricoli, prati e boschetti.

A occidente del colle scorre il fiume Tagliamento, col suo letto ghiaioso attraversato da esigui rivoli d’acqua che nettamente contrasta con il verde del panorama. Al Tagliamento, così come ad un altro fiume, il Corno, è intimamente legata la storia di San Daniele, anche se l’elemento che più caratterizza la storia della città medievale è la posizione geografica. Fin dall’antichità San Daniele è stato punto di passaggio per moltissime popolazioni: Liguri, Etruschi, Celti, Romani, Bizantini, Longobardi, Franchi e Avari, solo per citarne alcuni. Ciascuno di essi ha lasciato traccia, più o meno profonda, sulla città e sul territorio. Il motivo di tali passaggi è stato principalmente di tipo commerciale; la posizione di San Daniele, che come si è detto è situato tra mare e montagne, ne faceva il luogo adatto per l’incontro e lo scambio dei prodotti provenienti dalla costa e di quelli provenienti dai monti. Si spiega così la frequenza delle fiere che si tenevano regolarmente a San Daniele sia in epoca medievale che in Età moderna, e di cui si continua la tradizione grazie a manifestazioni che riempiono periodicamente di stands e visitatori le viuzze del centro storico della cittadina. Tra questa si ricorda “Aria di festa”, che si svolge ogni estate da ventidue anni.

San Daniele presenta molte opere artistiche che meritano una visita, come il Duomo, il palazzo del municipio, le chiese di San Daniele e Sant’Antonio Abate, senza dimenticare la Biblioteca Guarneriana, tra le più vecchie d’Italia e tuttora una delle più prestigiose.

L’elemento che ha fatto la fortuna di San Daniele è dunque la sua posizione geografica, determinante per creare quel particolare microclima che, assieme alla fedeltà alle tradizionali tecniche di lavorazione, è alla base del successo del celebre prosciutto di San Daniele. L’attività produttiva più famosa, ben inserita nel tessuto produttivo che pure è tipicamente artigianale (si ricordano anche le produzioni di prodotti artigianali tipici e gioielleria) e anch’esso strettamente legato al territorio.

Una mentalità “artigianale” la mantiene tuttora la produzione del prosciutto, nonostante i prosciuttifici abbiano ormai intrapreso la via industriale, in virtù del suo stretto legame con il territorio d’origine. Il prosciutto venne lavorato per la prima volta dai Celti, che abitarono San Daniele sin dal 400 a.C. circa. Essi erano infatti soliti conservare le cosce di suino utilizzando erbe, aceto e affumicandole. La miscelatura dell’aria fredda dal Nord con quella calda dall’Adriatico, costituendo una sorta di “climatizzazione naturale”, è l’elemento che da sempre rappresenta il miglior ingrediente del prosciutto di San Daniele.

Il fascino del paesaggio collinare, la suggestione dell’architettura medievale e, non ultimo, la possibilità di assaggiare il celebre prosciutto nel luogo migliore possibile rendono San Daniele una meta certamente attraente per un piacevole week end.

Andrea Bonetti, Massimo Pieretti, Rodolfo Toè

Guardo la mia copia di Mellon Collie. È completamente consumata. I due dischi che compongono l’album sono rovinati e saltano, se provi ad inserirli nel lettore. Il libretto è sgualcito, ne mancano alcune pagine. E non so quante volte ho dovuto sostituire la custodia, che si era rotta. La mia copia di Mellon Collie è stata la compagna della mia adolescenza e adesso la serbo con la massima cura, come una reliquia. Per anni, è stata la mia unica musica, in qualsiasi momento della giornata. Per anni, ha rappresentato il metro con cui valutavo ogni altro disco. Per anni, è stata la parte migliore di me.

Mellon Collie and the Infinite Sadness è un’opera che in effetti nasce con questa ambizione: divenire universale. Il modo stesso in cui è strutturata ne dichiara l’intento. La scelta di dividere le canzoni in due dischi (rispettivamente “Dawn to Dusk” – dall’alba all’imbrunire – e “Twilight to Starlight” – dal crepuscolo alla luce stellare) è una precisa e cosciente scelta stilistica, non mera sovrabbondanza di tracce. Il giorno e la notte, come gioia e tristezza, gioventù e vecchiaia.

Parallelamente, questo lavoro spazia in tutti i generi della musica moderna. Le sue canzoni sono una summa maestosa di tutto ciò che è stato fatto dagli anni sessanta ad oggi: dal rock alla psichedelia, dagli arrangiamenti orchestrali all’heavy metal, dal grunge al progressive, in un caleidoscopio di sentimenti.

Il pianoforte introduce “Dawn to Dusk”, che prosegue con “Tonight, Tonight”. Le atmosfere eteree e sognanti di questi due brani però lasciano subito il posto a quattro pezzi molto più duri, che vanno a formare un vero e proprio climax fino alla rabbiosa “Bullet with butterfly wings”. Le canzoni continuano ad oscillare tra quiete acustica e distorsioni, fino alle atmosfere psichedeliche di “Cupid de locke”, che conducono a quattro capolavori: la ballata di “Galapogos”; la cavalcata elettrica di “Muzzle”; “Porcelina of the vast oceans”, l’apice di questo disco, che ne racchiude in nove minuti tutta la poesia e le tinte; e infine”Take me down”, troppo spesso sottovalutata.

La seconda parte, “Twilight to Starlight”, si tinge di sfumature più cupe. Ad un primo ascolto, questo disco sembra più debole rispetto al primo, complice la (relativa) scarsezza di singoli di successo (a parte “Thirty-three” e “1979”). Ma, passaggio dopo passaggio, la bellezza della sua disperazione aumenta. Si arricchisce di episodi che all’inizio erano passati in sordina: “In the arms of sleep”, “Thru the eyes of ruby”, “Stumbleine”, “x.y.u.”, “By starlight”. La musica lentamente volge alla conclusione, affidata al pianoforte in coda a “Farewell and goodnight”, che sembra ricondurre l’ascoltatore sulle note di inizio.

Mellon Collie è un lavoro monumentale. Più di due ore di musica, frutto dell’apoteosi di un genio (quello del leader Billy Corgan) al culmine della sua creatività. La copertina, i disegni, e – soprattutto – i video dei singoli estratti (a mio parere il vertice ineguagliato in questo campo) comunicano immediatamente l’ambizione ed il reale significato, romantico e tragico, di questo album. Una reale antologia di generi, che – pur essendo spesso agli antipodi – riescono a coesistere, a sposarsi in un’unica, gigantesca creatura, che appare sempre come un insieme coeso ed armonico. Un continuo gioco di specchi, dove ogni accordo si stende in uno sfondo di vuoto esistenziale, di malinconia e infinita tristezza.

Rodolfo Toè

Vino a bacca bianca originario della Gironda, nella provincia di Bordeaux, in Francia, dove viene utilizzato nella preparazione di alcuni prestigiosi vini liquorosi (Château d’Yquem ad esempio), il Sauvignon è molto diffuso anche nell’alta valle della Loira, dove è conosciuto col nome di Blanc Fumè. Introdotto in Friuli attorno alla metà dell’800, come altri vini francesi (Cabernet e Merlot ad esempio) ha trovato in questa terra condizioni ideali di sviluppo e vi si è dunque stabilito con successo; tanto che la zona di produzione, inizialmente una ristretta fascia in collina, comincia ora a diffondersi anche nella pianura, anche se i livelli di eccellenza si raggiungono ancora nei prodotti collinare.

Il Sauvignon presenta un colore giallo paglierino che può variare di intensità in base alla vinificazione: se vinificato in presenza di bucce risulta più dorato, se viene invece vinificato in bianco il colore sarà più sfumato e con riflessi verdognoli.

Il profumo è delicatamente aromatico, senza essere stucchevole e generalmente riporta fragranze di fiori di sambuco, salvia, peperone giallo, melone.

Il sapore è un piacevole contrasto: senz’altro asciutto e “nervoso”, ma nel contempo anche molto elegante e vellutato al palato.

È un vino che si adatta indubbiamente agli antipasti, mentre per quando riguarda le pietanze è preferibile accostarvene di particolarmente speziate, in modo che possano tener testa alla sua forte aromaticità: primi speziati, ministre a base di erbe aromatiche, formaggi di media stagionatura, ma anche pesce di lago e soprattutto l’anguilla. Servire a 8-10 gradi.

Massimo Pieretti, Andrea Bonetti, Rodolfo Toè

L’omicidio della giornalista:un chiaro segnale di minaccia della libertà di stampa

 

Uno dei diritti fondamentali su cui poggia ogni democrazia è stato violato:il diritto all’opinione, alla parola, all’espressione. Il 7 ottobre non solo è stata zittita una giornalista “scomoda”, quel giorno la Russia ha mostrato al mondo quel lato più oscuro di sé, quello di un paese in cui i diritti e le libertà dei cittadini vengono troppo spesso e facilmente negati.

Anna Politkovskaja si dimostrò da subito una cronista onesta e curiosa che abbracciando le libertà della perestrojka approdò alla stampa indipendente: prima con la Obshaja Gazeta, poi con la Novaja Gazeta. Ma dal momento in cui i nuovi paesi dell’Unione Sovietica cominciarono a camminare sulle proprie gambe, non tardarono a scoppiare una serie di lotte intestine, tra le quali la più feroce fu quella che dal 1994 imperversa nella regione della Cecenia. Ed è proprio alla questione cecena e alla critica del potere in questa zona che Anna dedicò gran parte del suo lavoro.

Accanto a queste critiche, la giornalista si fece notare per le posizioni assunte contro l’attuale equilibrio di potere russo e più in particolare verso il presidente Putin. Nel corso degli anni la cronista andò maturando l’idea che i sequestri, le uccisioni extra-giudiziarie, le sparizioni e le torture fossero il risultato di scelte politiche proprie del premier russo.

Lasciano forse l’amaro in bocca le parole pronunciate a Dresda da Putin, proprio nel giorno del funerale della giornalista: “Un delitto inaccettabile, un’atrocità che non può rimanere impunita”. Un sorriso amaro perché quel giorno, a quel funerale, tra le 2000 persone presenti, ci fu la totale assenza di qualsiasi rappresentante di rilievo delle istituzioni russe. Una “mancanza” che, forse, a mio avviso, poteva essere evitata.

Certo le parole pronunciate dal premier sono lodevoli e degne di nota, ma è forse anche vero che in certe circostanze i fatti valgono più di molte parole. Putin considera questo assassinio un danno per la leadership russa e specialmente per quella cecena; un grave danno morale e politico proprio perché va a danneggiare quel sistema politico che si sta costruendo,un sistema in cui la libertà d’opinione è garantita a tutti.

È proprio sulla figura del possibile mandante dell’assassinio che l’opinione di Putin e quella della stessa Politkovskaja collidono. Nell’ultima intervista rilasciata prima del tragico evento, la cronista disse chiaramente che Razman Kadyrov aveva più volte espresso la volontà di volerla uccidere. Quelle della giornalista furono parole molto dure a riguardo: “Lui è un pazzo,un idiota assoluto. Non gli piace che io lo ritenga un bandito di stato, che lo consideri uno degli errori più tragici di Putin”.

Il premier Kadyrov infatti, è uno degli alleati più importanti per Putin nella capitale cecena. Ma al contrario della giornalista, Putin da sempre crede che le rivelazioni della Politkovskaja non abbiano mai né danneggiato la politica di Kadyrov né creato ostacoli alla sua carriera politica.

Per tutta la sua vita Anna continuò a scrivere senza limitazioni o timori, sempre continuò a “dare fastidio” a molti. Come molte figure del passato a lei simili, figure di dissidenti in un certo senso, la giornalista continuò a creare tensioni anche dopo la sua stessa morte. Pochi giorni dopo il delitto infatti, la Novaja Gazeta decide di pubblicare la bozza dell’ultimo articolo da lei scritto. Un articolo corredato da alcune immagini provenienti dal materiale rinvenuto nell’appartamento della giornalista, immagini a dir poco “tremende” di due uomini seviziati probabilmente da agenti ceceni filo-russi. Nel pezzo, rimasto incompiuto,la cronista accusa le forze cecene filo-russe di torturare civili e presunti ribelli.

Proprio questo reportage,secondo gran parte degli osservatori, sarebbe il movente dell’assassinio della giornalista che aveva annunciato di lavorare a un servizio sulle torture commesse dagli uomini di Kadyrov.

Se tale scenario si rivelasse fondato, non credo di esagerare dicendo che quella in cui viveva Anna è una Russia non troppo distante dal vecchio paese sovietico,dominato da centralismo e totalitarismo. Un paese dove ogni forma di deviazionismo era punita,dove ogni pensiero “scomodo” veniva fatto tacere proprio come è stato fatto con Anna Politkovsaja.

“Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano,in cui ogni individuo è rispettato”. In questo Anna credeva.

Monica Muggia

Piccolo tour nell’affascinante musica del Paese del sol levante

Un uomo solo, in piedi, guarda dall’ampia finestra la città di Tokyo che imbrunisce con il cielo. La pioggia riga il vetro, e confonde così le sue lacrime. Pensa chissà a cosa…

È stata questa l’immagine che per tanto tempo mi si è presentata alla mente ogni volta che ho ascoltato il pezzo che compare sotto il titolo di “Merry Chistmas Mr. Lawrence” nell’album “1996” di Ryuichi Sakamoto. Forse perché in quei suoni, così acuti e di difficile esecuzione (soprattutto per un duo di violino e pianoforte), mi appariva una melodia che sembrava mettere a nudo l’animo e invitare alla riflessione.

Non sapevo che, in realtà, questa musica era parte della colonna sonora di un film omonimo del 1983 ambientato in un campo di concentramento nipponico durante la seconda guerra mondiale. Non immaginavo neppure lontanamente che quelle note, a cui da sempre ho associato il Giappone, nascevano dalle ultime parole del film, che si ponevano non solo fra due uomini, ma anche fra due differenti culture.

Sakamoto, musicista giapponese nato a Nakano nel 1952, ha avuto il suo momento d’oro negli anni ’80, soprattutto grazie a “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ma la sua musica è ben più varia e scorrendo i suoi album si possono trovare gli stili più disparati: dal techno-rock dei primi anni, in cui era tastierista della Yellow Magic Orchestra, al pop elettronico; dal jazz orchestrale e le suites minimaliste dell’album “Illustrated Musical Enciclopedia” (1984), in cui si fa chiaro il suo obiettivo di fondere musica occidentale e sensibilità orientale, fino all’esplorazione dell’elettronica contemporanea degli ultimi anni.

Mi piace però ricordarlo soprattutto per le sue bellissime colonne sonore: oltre alla già citata “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ci sono anche i film di Bertolucci, come “Il Piccolo Buddha” o “L’ultimo Imperatore” che, tra l’altro, gli valse l’Oscar. E infine le collaborazioni con importanti artisti come David Sylvian, Iggy Pop, David Bowie e David Byrne, solo per citare quelli a noi più noti.

Non so se si possa definire multiculturale o sperimentalista; quello che so di per certo è che la musica di Sakamoto riesce a tracciare, nella mente di chi la ascolta, delle immagini che cambiano e si susseguono come i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Se non amate rinchiudervi in un unico stile ma vi piace spaziare, forse troverete nelle sue composizioni ciò che fa per voi.

Isabella Ius

“In testa ho una specie di mappa culturale, che mi permette di trovare analogie tra mondi diversi”

Le due Gorizie saranno sede di una rassegna d’arte contemporanea che diviene sempre più trasfrontaliera ed europea.

 

Un semplice muretto con una rete. Un’apparenza modesta per quello che è stato uno dei confini caldi dello scorso secolo, la divisione tra est ed ovest, tra comunismo e capitalismo, tra Gorizia e Nova Goriza. Questo confine però sta subendo un processo di cambiamento inesorabile che ha avuto inizio ben prima della fine della guerra fredda, grazie alla volontà di cooperazione fra le due parti di quella che era stata un’unica realtà isontina.

Arcipelago 06 è la seconda edizione del Festival d’arte contemporanea trasfrontaliero e si terrà dall’1 all’8 luglio principalmente lungo la linea del confine che porta dal valico di San Gabriele a quello di Salcano oltre che ovviamente in piazza transalpina, il punto nevralgico ed emblematico del nostro confine. Questa piazza infatti è un po’ la porta di Brandeburgo goriziana, uno dei punti importanti di quando la città era unita ed ora invece è una piazza divisa fra le due realtà.

Eppure, come può aver senso una piazza che è per definizione punto d’incontro di vie e genti, nel momento in cui diventa confine?

La mostra Arcipelago riconsegna alla piazza la sua valenza unificatrice e di scambio, le sue opere d’arte, sparse e diverse, sono come isole, appunto, di un arcipelago, separate dal mare di un confine di burocrazie e leggi ma unite dalla loro forma, la loro essenza artistica che supera senza difficoltà ogni confine.

Questa rassegna diventa anche occasione di numerose altre attività culturali, dalla performance alla poesia, prosa, teatro, film, animazione e concerti musicali.

Le opere d’arte che sono presentate quest’anno sono emblematiche del successo di questa iniziativa: in una anno il numero egli artisti è più che raddoppiato ed ora sono presenti nomi dalla Bosnia Erzegovina, Croazia, Germania, Italia, Olanda, Serbia, Scozia e Slovenia. Nell’arco di due edizioni la rassegna si apre immediatamente al resto d’Europa dimostrando quanto è importante e sentito il tema del confine e della ricerca del suo superamento, oltre che ricordarci che questo è un confine europeo e rappresenta quelle barriere che dai Pirenei all’Egeo stiamo lentamente cercando di togliere.

Le opere d’arte che saranno esposte saranno molto all’avanguardia, utilizzando mezzi spesso inusuali per comunicare al visitatore e giungendo ad effetti più o meno apprezzabili a dipendere dei propri gusti ( ed alla bravura dell’artista); il mio consiglio è quello di osservare queste opere, più che esclusivamente come singoli pezzi, come un tutt’uno, un “arcipelago” che unisce e poi magari prendere spunto per riflessioni sul confine, per sconfinare con la mente.

Sconfinare. Sì è proprio questa la cosa secondo noi più importante, il pensiero che deve dominare non solo l’osservatore di questa mostra ma ognuno che vive e visita questa cittadina di “confine”. Siamo giunti, noi studenti, infatti a Gorizia con il sogno di andare oltre le barriere, di andare oltreconfine per l’abbattimento del confine stesso, per sconfinare.

Appoggiamo quindi pienamente lo splendido lavoro che stanno facendo per questa mostra la PROLOGO di Gorizia e KREA e LIMB di Nova Goriza e ci auguriamo che quando ognuno di noi osserverà le varie opere d’arte ,butterà l’occhio dall’altra parte per vedere quello che vi si trova, focalizzandolo fino a far scomparire il reticolato bianco dalla sua vista.

 

Cudicio Allan-Francesco

A circa cinquecento metri dal confine della Casa Rossa di Gorizia, proprio dietro al piccolo Casinò Fortuna, accanto ad un paio di case modeste, abbiamo scoperto un cimitero ebraico.

Ci si arriva attraversando un prato non curato, costeggiando le due abitazioni: a dir la verità, noi esploratrici entriamo maldestramente nel cortiletto, facendoci immediatamente notare dal padrone di casa, il quale ci indica la strada giusta per l’entrata. “Girate dietro quella rimessa per gli attrezzi” ci urla in un italiano perfetto, che pochi nostri connazionali potrebbero ricambiargli con la stessa scioltezza in sloveno. Dunque, Giorgia ed io seguiamo le indicazioni senza invadere ulteriormente la proprietà privata, scoprendo finalmente l’ingresso: un cancello arrugginito, lasciato aperto, posto al di là di un ponticello che scavalca un ruscelletto, probabile affluente dell’Isonzo. La vicinanza ad un corso d’acqua è una delle peculiarità dei cimiteri ebraici, considerata importante come simbolo della vita che continua.

All’entrata rimaniamo in silenzio per qualche minuto: non si tratta del tipico mutismo rispettoso che si assume di fronte agli ordinatissimi cimiteri italiani, simili a tristi archivi di morte affacciati su lindi vialetti di ghiaia, colorati da fiori di plastica e lumini. No, è un silenzio del tutto diverso: le lapidi escono infatti sconnesse dalla terra bagnata, pietrone grezze sul procinto di cadere, o già cadute, in un disordine commovente ed angosciante allo stesso tempo. Camminiamo con attenzione: sotto i nostri piedi, sotto quelle primule timide nell’erba ancora umida, c’è un’intera comunità. La prima tomba che ci fermiamo ad osservare ci dà la conferma dell’identità ebraica: simboli aramaici celebrano l’epitaffio di una giornalista, Luzzatti…la pioggia, il vento, i licheni hanno divorato quelle poche parole in italiano che forse ci avrebbero permesso di sapere di più su questa donna scomparsa quasi un secolo fa. La natura presto si porterà via ogni dato, ogni traccia, ogni accesso alla memoria delle persone seppellite sotto di noi.

Ritroviamo con stupore su una serie di lapidi la stessa data di morte: 1910…uomini e donne ebrei tra i 20 e i 40 anni misteriosamente scomparsi, senza nessun riferimento, nessuna spiegazione. Ci sforziamo di ricondurre questa data a qualche avvenimento storico preciso, ma la ricerca è vana.

Camminiamo ancora, troviamo gruppi famigliari consistenti, cognomi come Morpurgo, Michaelstaeder…

Il paradosso più incredibile sta proprio al di là del piccolo muro che delimita il cimitero: la grossa insegna del casinò. Una sadica torretta gonfiabile di circa sette metri si eleva sopra le lapidi: è inquietante la scelta di piazzare la scritta “casinò” alla cima della torre, seguito da una freccia in verticale che indica”Fortuna” (il nome del locale), seguito da un’altra freccia verticale che pare proprio condurre lo sguardo a una lapide, più imponente delle altre, forse perché di un medico o di un personaggio dal ruolo importante…il gioco che porta alla morte?O macabra ironia?

Ma più della discutibile scelta di costruire un casinò a pochi metri da un luogo del genere, mi colpisce l’incredibile abbandono in cui sono lasciate quelle pietre. Là dentro c’è un pezzo di storia, che io non comprendo, e che non mi è permesso conoscere, parrebbe…

Arianna Olivero,Giorgia Turin

Quando mio padre mi propose di partire con lui per Santiago de Compostela fui subito entusiasta, anche se pensavo che sarebbe rimasto un sogno nel cassetto dato che non facevamo un viaggio insieme dalla lontana estate 2003. Invece non è stato così, e il 24 aprile siamo partiti per Madrid in aereo da Venezia pronti per l’avventura. Beh, dopo aver dormito per l’ultima notte in un letto con lenzuola, la mattina del 25 aprile abbiamo iniziato il nostro percorso a 160 KM da Santiago. Giustamente, per cominciare, abbiamo pensato bene di fare una tappa di “soli” 27 km, arrivando alla meta con le gambe e la schiena a pezzi, il collo bruciato dal sole e con tanta voglia di lavarci e fare una bella dormita. Il mattino seguente siamo partiti di buon mattino anche se le gambe facevano fatica ad avanzare, abbiamo camminato immersi in un paesaggio veramente

meraviglioso, quasi magico: il Cammino infatti si snoda parallelamente alla strada asfaltata e attraversa dei borghi di 2-3 case, spesso fattorie, che sembravano uscite da altre epoche; inoltre molti tratti hanno una forte pendenza e la fatica ti impedisce di parlare, ma allo stesso tempo aumenta la tua capacità di pensare, di concentrarti su te stesso, sui tuoi sentimenti e sui tuoi rapporti con gli altri, in una maniera che, almeno personalmente, non avevo mai provato prima. Credo che questo sia stato uno degli insegnamenti di questo percorso: la possibilità di fermarsi, i non dover far altro che camminare e pensare, riflettere sulle cose importanti, ma che normalmente sono sovrastate da scadenze superflue. L’altro grande regalo che mi ha fatto il Cammino è stata la possibilità di passare ben 12 giorni con mio padre, sempre insieme,

poterci raccontare molte cose, e per conoscersi meglio: abbiamo parlato molto anche di argomenti più intimi, dei nostri sentimenti, scoprendo un suo lato meraviglioso ma a me fino a quel momento sconosciuto. A partire dal quarto giorno i dolori si sono calmati sensibilmente e quindi il percorso si è fatto, per così dire più, semplice. In questo modo ci siamo goduti di più ciò che ci circondava e che si poteva attraversare solo a piedi, abbiamo compreso il valore del tempo e

della possibilità di muoversi senza difficoltà. Siamo riusciti a conoscere diverse persone, perchè bene o male, i chilometri che si percorrono in un giorno sono 25 e i luoghi dove fermarsi a dormire sono talmente pochi che hai difficoltà a non incontrarti: è così che abbiamo conosciuto alcune persone con cui la sera ci si ritrovava in albergue, distrutti ma felici,e ci si raccontavano gli aneddoti della giornata, sul coloro che erano oramai diventate le macchiette del cammino.

L’ultima sera ci siamo fermati, dopo aver camminato quasi ininterrottamente per 10 ore, nel mega complesso che hanno costruito alle porte di Santiago: eravamo proprio distrutti ma abbiamo passato la serata più piacevole dell’intero cammino, cenando con tre delle persone con cui avevamo legato durante il viaggio,parlando, senza far caso alla differenza di età e ai problemi di comprensione dovuti al fatto di parlare lingue differenti. Il mattino seguente, siamo partiti tutti alla volta della cattedrale di Santiago: per fortuna era il Primo maggio e la città dormiva ancora

quando siamo l’abbiamo attraversata. Quando siamo arrivati davanti alla chiesa tutti ci siamo commossi. Non so se fosse dovuto all’aspetto religioso della nostra impresa, o alla soddisfazione di avercela fatta da soli con le nostre gambe e le nostre spalle, ma le lacrime di gioia venivano dal cuore e non ero in grado di fermarle. Poi siamo andati farci consegnare la Compostela, il certificato che avevamo raggiunto Santiago e, dopo al esserci riposati, siamo andati alla messa di mezzogiorno, durante la quale ho provato dei sentimenti totalmente contrastanti: l’emozione della messa,dedicata a noi, a coloro che quel giorno erano arrivati da mezzo mondo per rendere onore al Santo, e la rabbia per tutti quei turisti che durante la funzione, non curanti della presenza di persone che avevano camminato anche per 750 km per vivere questo momento, facevano foto a tutto spiano, parlando con un tono di voce totalmente improprio per il luogo dove si trovavano.

Per concludere il mio tentativo di descrivere questa esperienza, il mio consiglio, credenti o meno, è di provarlo perché lascia un segno dentro che rimarrà per tutta la vita, che nessuno potrà togliervi e che chi non ha fatto la medesima esperienza non potrà mai capire a pieno.

Leonetta Pajer

Cronaca di una giornata da sostenitori della squadra azzurra

In un sabato romano, il grigio del cielo è compensato da colonne di tifosi multicolore che errano per la città ingombrando viale Flaminio e i mezzi di trasporto della capitale. Molti di questi, in attesa del fischio d’inizio, si riscaldano con considerevoli quantità di birra. Per molti scozzesi è la prima volta nel nostro paese e il “leone” Italia li aspetta nel Colosseo del rugby: lo stadio Flaminio. Non c’è bisogno di polizia, non c’è bisogno di “spartiacque”, si parla la lingua dello sport, ci si capisce benissimo senza intermediari. C’è un grande rispetto da entrambi i lati, nessuna pretesa di superiorità: solo la concentrazione prima di una partita importante e la voglia di vivere un’esperienza memorabile. Da una parte i tifosi scozzesi incitano la squadra italiana con una pronuncia stentata, dall’altra gli italiani applaudono calorosamente i giocatori britannici.
Si è disputata così sabato 18 marzo allo Stadio Flaminio di Roma l’ultima giornata del torneo delle 6 nazioni 2006. Quest’anno l’Italia del rugby aveva tutte le possibilità di far bene e battere la Scozia, dopo l’ottimo gioco dimostrato con le tre grandi del torneo, Francia, Inghilterra e Irlanda e dopo il promettente pareggio del sabato precedente contro il Galles a Cardiff (18-18). La Scozia, dopo un’esaltante partenza in questa edizione con la vittoria sulla Francia, ha perso slancio e anche la possibilità di fare il “grande slam” (i.e. la vittoria di tutte le partite). A conferma dell’entusiasmo scozzese, i biglietti per assistere alla partita erano già terminati con un mese di anticipo; considerati poi i risultati effettivi ottenuti dalla loro nazionale, molti degli allegri tifosi in kilt hanno deciso di restare a casa e guardarsi la partita in tv. Nonostante questa ritirata all’ultimo momento, molti sostenitori scozzesi hanno comunque voluto esserci per incitare con i loro cori e le loro cornamuse i giocatori in maglia blu, e lo stadio figurava comunque straripante. Tutto nella massima tranquillità e allegria, con le tifoserie, al solito, pacificamente mischiate tra loro per tifare ognuno la propria nazionale, ma soprattutto per divertirsi e festeggiare questa grande giornata di rugby.
L’esecuzione degli inni è avvenuta in segno di profondo rispetto: un silenzio rotto solo alla fine da grandi applausi per l‘inno scozzese, “Flowers of Scotland”, interpretato da una banda composta interamente da cornamuse, e un unico grande coro per l’inno di Mameli che sicuramente è servito a scaldare gli animi dei giocatori e a far entusiasmare gli spettatori. In alto i cuori! l’arbitro irlandese ha fischiato l’inizio.
Con un po’ di ritardo, arriva anche un gruppo di scozzesi, impegnati più a bere piuttosto che a vedere la partita, vestiti solo di lenzuola bianche a modo di senatori romani. Intorno a noi, molte società di rugby venute da tutta Italia: Taranto, Messina, Ascoli, Latina, Venezia, e spettatori di origini emiliana e toscana. L’ennesima dimostrazione che lo sport, ed il rugby in particolare, unisce.
L’Italia ha iniziato scoppiettando, andando in meta già al 6’ minuto con Mirko Bergamasco, ennesima conferma di questo torneo, con un’azione partita da un raggruppamento a terra e un ingegnoso calcio in avanti di Ramiro Pez che ha lanciato in meta il biondo numero 12. L’autore della meta, trasformata poi dallo stesso Pez, ha festeggiato sotto la nostra postazione, a pochi metri dal campo. Stadio in delirio, un unico sventolio di tricolori, urla di giubilo per un grandissimo e inaspettato 7-0 a pochi minuti dall’inizio. Ma la “nave Scozia” non è affondata così facilmente e grazie al superiore gioco di piede gli scozzesi sono riusciti a controllare il timone e a recuperare la rotta, mandando in meta il capitano Chris Paterson. Ristabilita la parità dopo la trasformazione della meta, l’Italia si è lasciata imbrigliare dal gioco scozzese ed ha cominciato a giocare di piede, lasciando in secondo piano il gioco di mano di cui aveva fatto buon uso finora nel torneo. La partita ha quindi cambiato volto rendendosi a tratti addirittura noiosa. Questo torpore è stato scosso da un drop italiano (calcio in mezzo ai pali) purtroppo non realizzato e da un drop scozzese invece messo a segno che ha chiuso il primo tempo sul risultato di 10-7 per la Scozia. Nel secondo tempo, sotto un cielo sempre più carico di pioggia, l’Italia non ha reagito come doveva ed è riuscita soltanto a riportare il risultato in parità con una punizione del solito Pez. Per il resto la situazione è rimasta invariata: un’Italia visibilmente sempre più stanca, che vedeva andare in fumo tutti gli sforzi e per sfortuna e per errori basilari. La Scozia dal canto suo non ha cercato veramente la meta continuando a respingere a perfezione gli attacchi italiani, rimandando la palla lontano di quaranta metri con dei calci millimetrici. A quattro minuti dalla fine poi, la beffa: l’arbitro ha frantumato i gloriosi sogni azzurri concedendo una punizione alla Scozia da posizione non difficile; con la riuscita di questa da parte di Paterson, sicuramente il migliore in campo, la Scozia si è portata a tre punti, aggiudicandosi così la seconda vittoria in questo torneo e scatenando la gioia dei suoi numerosi supporters i quali non hanno certo indugiato a cantare, ballare e soprattutto lanciarsi in memorabili bevute per festeggiare il successo della loro nazionale. All’Italia i nostri complimenti, nonostante la sconfitta; la bevuta, ancora una volta, sarà per dimenticare. Il primo punto all’estero guadagnato a Cardiff contro i temibili gallesi è assolutamente da tenere in considerazione e fa ben sperare per il prossimo torneo delle 6 nazioni e soprattutto per i mondiali dell’anno prossimo che si svolgeranno in Francia.
Come al solito, il finale più bello: dopo 80 minuti di placcaggi e colpi duri, le due squadre si complimentano a vicenda e si abbracciano, nella consapevolezza di far parte di un mondo dove non esiste violenza, ma solo sana competizione.

Edoardo Buonerba
Andrea Romani

Flickr Photos

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