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9 Febbraio 2009, ore 7.00 am

Mi sveglio, trangugio la colazione, mi infilo sotto la doccia e poi, vestito esco di casa. Destinazione? Consolato Onorario di Francia a Trieste. Ansioso come non mai, pedalo verso la stazione con la mia nuova bicicletta blu comprata per l’occasione. Le parole di Edoardo Buonerba sulla serietà necessaria per questo stage mi riecheggiano nella mente (adesso, col senno di poi, ho capito di non aver capito niente). Salgo sul treno e sfreccio via con esso alla volta di Trieste.  Scruto avidamente dal finestrino il magnifico paesaggio della Venezia Giulia illuminato dal sole. Poi, all’improvviso,  mi compaiono alla vista il mare con la sua gemma: Trieste.  Lentamente, riesco a notare sempre più particolari – Miramare, Barcola ed il Colle di San Giusto. Nel mentre, il treno penetra in città come se fosse il lento atterraggio di un’astronave su un mondo sconosciuto. Posato  il piede a terra, mi dirigo immediatamente all’uscita della stazione. Il caos del traffico triestino mi avvolge e, un po’ stralunato, imbocco Corso Cavour. Cammino come un’ebete, rapito dalla bellezza di alcuni palazzi e dall’odore del mare che riesce anche a coprire la puzza di smog che tutto quel traffico così invadente riusciva a produrre. Poi, quasi per caso, si apre alla mia sinistra Piazza Unità d’Italia. Destinazione raggiunta.  Si comincia. “Bene, questo è quello che devi fare prima di tutto: accendere le luci, tirare le tende, accendere il computer e lo scanner e staccare la segreteria telefonica.” Queste sono state le prime indicazioni che Mme Leggeri mi ha dato quel giorno. Ma sebbene fossero semplici, sono state tutt’altro che facili da assolvere all’inizio …

Sapete, per uno che come me non ha mai fatto il pendolare nella propria vita fino ad oggi, alzarsi tutte le mattine alle 7.00 e prendere il treno per andare a Trieste è stata un esperienza un po’ traumatizzante. Infatti, il timore di perdere il treno mi ha assillato per tutto il mese! A ciò si aggiungeva il mio terrore folle di rispondere al telefono e la mia incapacità a scrivere in un francese decente. Un cocktail letale che mi attirava quotidianamente una serie di rimproveri da parte di Mme Leggeri. Me ne sono successe di cotte e di crude. Un mattino  la Console Leggeri era fuori città per un impegno: panico! Come avrei mai potuto mandare avanti il Consolato da solo? Infatti la mattinata fu disastrosa: arrivato in ritardo (avevo perso il primo treno)  mi sono ritrovato davanti alla porta del Consolato ben 3 persone in mia attesa. Entro, faccio accomodare il signore e le signore e cerco di adempiere la “procedura standard”: accendo le luci, apro le tende, accendo il computer …  Mi accingo infine a riceverli.  Ma proprio in quel momento squilla il telefono: orrore! Mi ero scordato della segreteria … la voce di Mme Leggeri riecheggia tramite la registrazione:          “ Tommaso, bisogna spegnere la segreteria telefonica!” Il mio calvario prosegue cercando di capire come funzionano rinnovi di carte d’identità e passaporti, richieste di iscrizioni consolari e descrizioni di foto in formato corretto – è una follia, perfino le foto devono avere un formato particolare in Francia! Fortunatamente, dopo la disfatta campale di quella giornata, le cose hanno migliorato (anche se lentamente!): ho trovato il coraggio di rispondere al telefono – riuscendo anche a creare frasi di senso compiuto – ed ho iniziato a capire tutti i meccanismi di funzionamento del Consolato (che moduli stampare  e dove archiviarli). Inoltre, la mia capacità di scrivere in francese si è decisamente evoluta , facendo calare il numero di rimproveri e rimbrotti di Mme Leggeri.

30 aprile 2009, ore 12.00

Dopo mille e mille vicende, chiudo per l’ultima volta il Consolato. Spengo il computer, attacco la segreteria telefonica, chiudo le tende e spengo le luci. Lascio la mia copia di chiavi nel cassetto ed esco. Il cielo di Trieste è grigio e nuvoloso: sembra quasi che anche lui, come me, sia leggermente rattristato da questo addio. Ma è solo un momento passeggero.  Il cielo torna limpido e sereno ed io mi godo un pomeriggio di sole a Trieste: il dono più bello che si possa ricevere.

Toscana, il Chianti e dintorni 

Se vi dovesse capitare di trovarvi a Monteriggioni o a Castellina in aprile, verreste accolti da collinette dolci che segnano la linea dell’orizzonte, ornate da vigne o prati di margherite bianche e gialle, attraversate da strade sinuose con pochissime macchine. Questo è il Chianti, quella zona compresa tra le province di Siena e Firenze, caratterizzata da spazi collinari coltivati a vigne con i casolari antichi e circondati da un insieme di paesini medievali, con la cinta delle mura attorno alla piazza del paese dove sta la chiesa e la sua facciata con l’ampio rosone. Così si presentano tutti questi paesini, come ricorda Dante nel XXXI canto dell’Inferno a proposito di Monteriggioni, che in su la cerchia tonda di torri si corona.

La Toscana vista da qui fa pensare ad un perfetto compromesso tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente, i paesaggi così dolci si devono al modello della mezzadria, con le terre direttamente gestite dai contadini, modelli diversi hanno provocato disastri sociali e paesaggistici: oggi sono ancora evidenti al meridione le conseguenze del latifondismo, fondato sulla deresponsabilizzazione e sugli sprechi.

Certo, assaggiare un pezzetto di pane toscano la prima volta e scoprirlo sciocco è una sorpresa, ma quando arrivano lardo di colonnata, coppa, spalla, pecorino, salame di cinghiale, tutto si spiega, altro sale sarebbe fuor d’opera. E d’altronde, se siete nel Chianti, non vi preoccuperete troppo del pane, anche nella più truce salumeria il rosso di casa è più che accettabile.

Il Chianti si estende dunque tra le due città di Siena e Firenze, d’obbligo visitarle entrambe.

La prima, per chi vive a Gorizia da universitario, può servire da metro di paragone, come può inserirsi una comunità universitaria in una città, o meglio in un paesone, piuttosto provinciale. Anche lì gli studenti lamentano, ma godono di spazi propri, e passeggiando per piazza del campo senti le lingue del mondo. Vi si potrebbe mandare in viaggio studio il Sindaco Romoli assieme al Presidente del comitato antischiamazzi, scoprirebbero con sommo sbigottimento che la storia e le tradizioni della città non sono messe in pericolo dagli studenti, i quali hanno fatto di Siena tra le città italiane più legate ai rapporti internazionali.

Firenze: la culla del Rinascimento ed anche di Piero Pelù, ti siamo grati per entrambi. Passeggiando per le sue vie, passando tra il Battistero color nero fuliggine e il Duomo appena tirato a lucido, troverete turisti di tutto il mondo, ciascuno che sembra star lì spavaldo a voler riaffermare che i luoghi comuni hanno sempre un fondamento di verità oppure semplicemente che all’estero ognuno ha bisogno di riaffermare le proprie origini. Sicché, una volta che vi sarete fatti spazio tra i giapponesi con le webcam e le comitive polacche con le magliette con Wojtyla, arriverete a piazza Santa Croce. Abbandonate la sciocca idea di prendere un caffè o una pizza, e dritti e decisi puntate alla Basilica. Uno spettacolino mi distrae, ci sono tre ragazzi rom che suonano musica tzigana, attorno a loro una gruppo di turisti francesi, in pochi minuti un centinaio di persone vengono coinvolte nella danza, i francesi battono il tempo e il ragazzo rom alla chitarra ride felice. Come dice l’antico proverbio, non tutti i rom vengono per nuocere.

Entrare a Santa Croce dovrebbe essere un must per sviluppare un po’ di patriottismo, io volevo soltanto vedere Foscolo e le sue basette – cosa che consiglio a tutti – ma effettivamente l’Itale glorie serbate nella Basilica stimolano l’orgoglio nazionale. Passo in rassegna, come un generale con il suo esercito, riconosco Meucci, Fermi, Michelangelo e Machiavelli. C’è anche la tomba di Galilei, la quale aveva creato qualche problema all’oscurantismo cattolico dell’epoca.

Subito fuori, il chiostro del Bernini mi permette di riposarmi al sole fiorentino, chiedo una bevanda ad un chiosco e il cameriere bengalese, credo, si volta al connazionale dietro di lui: “Nedo, una hoca per il dottore”, sorrido soddisfatto, l’integrazione funziona e il mio narcisismo ne esce rinvigorito.

La Toscana rappresenta il meglio dei secoli di Storia italiana, in tutte le sue declinazioni, e rimane un posto di sperimentazione, un laboratorio sempre al lavoro, che fa da avanguardia e anticipa le nuove e positive tendenze.

Federico Nastasi

Era questo lo slogan con cui il Sindaco del Pd aveva ottenuto la rielezione al primo turno e senza l’apporto della Sinistra Arcobaleno lo scorso aprile 2008: e i pescaresi ci avevano davvero creduto.

Nel giugno 2003, quando era stato eletto per la prima volta, alcuni erano restii a dare la massima carica cittadina ad uomo venuto da Lettomanoppello, paese della provincia; ma anche in quel caso, tramite il voto disgiunto, i cittadini avevano votato lui più che la sinistra. Di certo alla vittoria dell’ex-democristiano D’Alfonso aveva contribuito la fama di “più grande appaltatore d’Abruzzo” che si era guadagnato da Presidente della Provincia, e del resto nessuno allora, né tempo dopo, volle vedere il fatto che molti dei suoi ex-più-stretti-collaboratori in Provincia erano indagati per tangenti e concussione (“Pescara Provincia Amica” lo slogan di quegli anni).

In ogni caso D’Alfonso rappresentava al meglio lo spirito rampante pescarese che potrebbe essere riassunto nelle 3 C: Cemento, Commercio, Corruzione (aggiungerei anche Criminalità). Bastava questo per votarlo.

Così D’Alfonso vinse, ed intervistato il giorno dopo l’elezione lanciò subito un piano da 5 milioni di euro per…mettere toppe d’asfalto nelle strade! Poi la città iniziò a riempirsi di targhe con il nuovo slogan: “Pescara Città Vicina”. Una su ogni lavoro pubblico…

Ma lui più di ogni altro seppe sfruttare la voglia di eccezionalità del capoluogo adriatico, da sempre desideroso di elevarsi al di sopra del resto della regione e dimostrare di essere davvero “la Milano del Sud”. Questo spirito aveva spinto in passato alla costruzione di una stazione ferroviaria immensa, accolta con grande entusiasmo come una delle più innovative d’Europa, salvo poi rendersi conto della sua sostanziale inutilità…storia ripetutasi nel 2000 con la costruzione del nuovo Tribunale, il terzo più grande del Centro-Sud, rimasto in buona parte vuoto, ma bello…

E D’Alfonso non ha mancato di inscriversi in questo filone…per Piazza Salotto volle installazioni del giapponese Toyo Hito, mentre Piazza 1° Maggio (ribattezzata Piazza Mediterraneo) fu rivestita di marmo di Carrara secondo il progetto originario di Cascella…ed ancora porfido e mosaici hanno ricoperto il lungomare e le vie del centro. Ma non v’è stato quartiere o rione che non abbia conosciuto la celebre targa “Pescara Città Vicina”: marciapiedi, rotatorie, asfalto, parcheggi, aree verdi…con il Sindaco che inaugurava personalmente ogni opera…

Uno spot continuo per lui che costantemente risultava il più amato d’Italia nelle rilevazioni del Sole24Ore. Intanto anche l’imprenditoria locale portava avanti i progetti messi in cantiere da anni…di Bohigas il nuovo centro residenziale De Cecco, di Fuksas il centro direzionale della Fater e del luganese Botta le 3 torri da 18 piani di Caldora. Altre torri si prevedono sul lungofiume, i cui attici duplex (13° e 14° piano) saranno dotati di piscina privata sul tetto, mentre la Regione (che ha deciso di compiere anch’essa l’antica transumanza trasferendo la sua sede ogni inverno a Pescara) ha in progetto altre 3 torri da 50 metri…poco importa se a poca distanza, in uno dei quartieri off-limits, la comunità rom tiene cavalli sul balcone o li porta a spasso tra le auto attaccati a dei calesse (le famiglie zingare che dagli anni ’70 si sono stabilite a Pescara, controllando il traffico di stupefacenti ed il giro di prostituzione, hanno da sempre una spiccata passione per i cavalli…forse anche dovuta agli affari che gestiscono nell’ippodromo cittadino…).

Mentre il sottosegretario alle infrastrutture del Ministro Di Pietro definiva Pescara “la Los Angeles dell’Adriatico”, la città era ben determinata a newyorkizzarsi…tanto per tener fede al nomignolo di “Piccola Manhattan”. Ed anche il Sindaco ha pensato di assecondare questa tendenza lanciando un nuovo slogan: “Pescara Città dei Ponti”. Risultato? 2 nuovi ponti in cantiere sul fiume Pescara…il Ponte Nuovo ed il Ponte del Mare (ponte sospeso ciclo-pedonale progettato dall’altoatesino Pilcher alla foce del fiume). Sul secondo, orgoglio del Sindaco che lo aveva fatto finanziare dall’imprenditoria locale (con cui del resto aveva buoni rapporti…) per un totale di 10 milioni di euro, si era levato lo scandalo quando il Primo Cittadino aveva tentato di affidarne la costruzione senza gara d’appalto allo stesso Pilcher che “di certo avrebbe saputo portare a termine meglio di chiunque altro il lavoro”. Copione identico per la riqualificazione delle aree dismesse dell’ex stazione ferroviaria, che D’Alfonso voleva affidare all’immobiliare Toto che avrebbe svolto la commissione “gratuitamente” in cambio…del monopolio nella gestione di tutti i parcheggi cittadini per 30 anni…

Ma neanche questo ruppe la luna di miele tra la cittadinanza e l’ormai onnipotente Sindaco…nessuno si chiedeva del resto perché la solerzia dell’amministrazione non fosse altrettanto spiccata nella gestione dei cantieri per i Giochi del Mediterraneo, che Pescara ospiterà quest’estate: nel Comitato organizzatore sono presenti esponenti della vecchia maggioranza di centro-destra con cui l’attuale amministrazione non è riuscita ad “accordarsi”…il villaggio olimpico deve ancora vedere la luce…

Così, quando l’amatissimo D’Alfonso è stato arrestato, la città si è svegliata da un lungo sonno…ma mentre l’orgoglio pescarese rischiava di essere distrutto dal 3° commissariamento dal dopoguerra ad oggi, molti continuavano a difendere il Sindaco…

Il giorno di Natale il Tg trasmetteva, dopo quelle del Papa, le immagini di D’Alfonso affacciato alla finestra che salutava, per tutti ormai quell’uomo era innocente: quasi scarcerato per Volontà Divina in quel Santissimo Giorno. Poco importava se dal Tribunale avevano fatto sapere che tutte le accuse restavano valide e che il Sindaco, scarcerato solo perché dimessosi, sarebbe subito tornato al fresco se avesse ritirato le dimissioni. Luciano sembrava non curarsene ed annunciava poche ore dopo di voler fare un discorso alla cittadinanza in Piazza Salotto il giorno di Capodanno: in un clima da golpe sudamericano fu lo stesso Veltroni a dissuaderlo dal suo proposito. Ma il 5 gennaio il “colpo di genio”: D’Alfonso ritira le dimissioni, presenta un certificato medico e passa la palla al suo Vice. Cosa non doveva sapere il Commissario?

Non importa. I pescaresi possono far finta che nulla sia accaduto, l’orgoglio della città è salvo. A giugno forse le elezioni, il cui risultato sembra tutt’altro che scontato. Del resto, ancora adesso, sono in molti a dire che Luciano D’Alfonso ha fatto grande Pescara.

Attilio di Battista

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