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La storia si ripete. All’inizio del secolo, Kipling parlava, nei suoi romanzi, del Grande Gioco. Oggi, più o meno nella stessa zona, c’è un Paese fondamentale nello scacchiere internazionale, sul cui futuro si concentrano in questi mesi gli interessi di tutte le potenze: il Pakistan.  La sua importanza è dovuta alla sua posizione, al confine con l’Afghanistan, e al suo status di Paese islamico moderato, nonché unico Paese islamico dotato di atomica. Condizione che ha spinto gli Stati Uniti ad allearsi con Musharraf, come aiuto nella lotta al terrorismo. Ma questo Paese così importante è in una situazione critica da quando, il 27 dicembre, è stata uccisa in un attentato l’ex premier Benazir Bhutto, leader del partito di opposizione PPP e considerata paladina della libertà e della democrazia. E questo ha complicato orrendamente le cose, tanto che questo Paese è stato dichiarato, dall’Economist, il “Paese più pericoloso del mondo”. Ma andiamo con ordine, cercando di sbrogliare questa matassa intricatissima.
I mandanti
Prima di tutto, c’è il problema di chi abbia ucciso Benazir Bhutto, e perché. A questo proposito, pochi giorni dopo l’attentato Musharraf ha accusato Al Qaeda, che non ha smentito. I gruppi estremisti in Pakistan sono molto forti, in particolare al confine con l’Afghanistan; questo era un motivo per cui Bush finanziava il governo di Islamabad, perché mettesse fine a questo tipo di movimenti. L’attentato a Bhutto, allora, andrebbe interpretato come un’azione contro l’Occidente: Benazir, donna, occidentalizzata e soprattutto convinta alleata degli Usa, era molto scomoda per degli estremisti. Allora, risolto il problema? No. I parenti della vittima si sono scagliati contro Musharraf, accusandolo di non aver protetto a sufficienza Benazir. Soprattutto tenendo conto del fatto che si era già verificato un attentato, il 17 ottobre a Karachi, e che quindi Bhutto era un obiettivo “caldo”. Inoltre, la stessa vittima aveva rilasciato, poco prima di morire, un’intervista in cui diceva che, se fosse stata uccisa, sarebbe stato da ricercare il colpevole nel governo. Insomma, in qualche modo, potrebbe Musharraf essere mandante dell’omicidio? C’è da dire, per prima cosa, che, nonostante l’accordo stretto pochi mesi prima tra i due, comunque Bhutto era all’opposizione, ed era un’opposizione scomoda, vista la sua influenza. Inoltre, i rapporti, dopo un iniziale avvicinamento, si erano di nuovo inaspriti. Infine, Musharraf ha già dimostrato di essere un doppiogiochista. Quindi, potrebbe esserci un accordo tra governo ed estremisti? La matassa si imbroglia ancora di più.
La vittima
In tutto ciò, non bisogna credere che Benazir Bhutto fosse la santa che ci dicono. Bisogna separare il simbolo dalla persona. Se come simbolo era (e rimane) giustamente ritenuta da molti sostenitrice della democrazia, liberale, moderna, e la migliore soluzione per il Pakistan, la persona si rivela con un po’ di macchie. Ad esempio, non bisogna dimenticare che le accuse di corruzione che le furono rivolte non erano proprio false. Inoltre, anche lei ha dato più volte prova di opportunismo politico. Non ha aspettato tanto, una volta tornata in Pakistan, a rompere l’accordo con Musharraf; l’ha fatto per vera vocazione democratica, o perché ha percepito da che parte soffiava il vento, e ha voluto approfittare dello scontento della popolazione? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che, nelle sue due volte da premier, non fu così esaltante al governo, anzi; commise molti errori.
I problemi
A tutto ciò, bisogna aggiungere la visione privata del potere. La politica è ancora a livello feudale in Pakistan; e a questa idea di dominio familiare non si sottraeva nemmeno Bhutto, figlia del fondatore del Partito Popolare. Questo è un problema tipico del Pakistan, consistente nell’idea di un potere gestito tra pochi, senza grande partecipazione della popolazione. Ed è anche grazie a questi comportamenti che il Pakistan è sull’orlo del disastro: il popolo, che vedeva lontani i governanti, ha cominciato ad avvicinarsi a chi lo aiutava di più, a chi lo ascoltava; e così ha cominciato a legarsi ai fondamentalisti islamici, che oggi, Musharraf o no, sono sempre più potenti. E questo è gravissimo; l’incubo orribile che tiene svegli i governanti di mezzo mondo è quello che fondamentalisti islamici prendano il potere in uno Stato atomico. Allora sì sarebbe grave. Questa situazione è stata causata dai politici pakistani, nessuno escluso, dai loro giochi di potere e di interessi a scapito della popolazione, come mostra Rushdie in “Shame”. E così, oggi, la situazione è sfuggita di mano.
La soluzione
Nonostante tutto, però, tra tutti Benazir Bhutto sarebbe stata ancora la scelta migliore, in vista delle elezioni. Benazir avrebbe potuto comunque mantenere un certo livello di democrazia, magari minimale, ma sicuramente maggiore rispetto a quella garantita da Musharraf. E, cosa ancora più importante, avrebbe assicurato un maggiore appoggio all’Occidente. Inoltre (e qui il simbolo riaffiora; ma la storia è fatta soprattutto di simboli importanti), era comunque una donna libera in un Paese musulmano. Non sarebbe stata la soluzione di tutti i mali del Pakistan, ma sicuramente avrebbe potuto porre un freno a quei problemi che, in ogni caso, ha dato una mano a creare. Non so cosa farà il PPP; certo che però è privato di un leader importante, nel bene e nel male. La matassa è imbrogliata; non si vede una soluzione efficace, per ora. Bisogna aspettare, e sperare che le parole e le idee di Benazir Bhutto, più che la sua effettiva azione politica, trovino terreno per germogliare.

Giovanni Collot

Demetris Christofias, leader del partito comunista Akel, ha vinto al ballottaggio di domenica 24 febbraio le elezioni presidenziali cipriote, battendo il rivale conservatore Ioannis Kassoulides.
Le elezioni hanno riguardato solo la parte greca, nel sud dell’isola, a nord esiste la repubblica turco-cipriota, riconosciuta solo da Ankara. Cipro infatti è divisa in due dal 1974, anno dell’invasione militare turca a seguito del fallito golpe dei nazionalisti greco-ciprioti.
Uno dei primi a complimentarsi per la vittoria è stato Mehmet Ali Talat, presidente della parte turca dell’isola. I due leader si dovrebbero incontrare a breve per avviare le trattative per la riunificazione di Cipro. D’altrone l’Akel, da tempo intrattiene rapporti privilegiati con i sindacati turco-ciprioti, e in passato il neoeletto si è incontrato più volte con il leader turco-cipriota.
Christofias è un personaggio particolare, è stato nove volte presidente del Parlamento e da 20 anni segretario generale dell’Akel. Si è laureato in scienze sociali in Unione Sovietica, si dichiara orgogliosamente figlio della classe lavoratrice, ma ha chiarito immediatamente di non voler cambiare l’economia di libero mercato che vige sull’isola. Molti scommettono su di lui come chiave di volta per sbloccare la situazione cipriota. Il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso ha detto che c’è ora «l’opportunità di superare il lungo stallo sulla questione cipriota» e ha incoraggiato Christofias «ad avviare senza indugi i negoziati sotto l’egida dell’Onu» per «un accordo risolutivo». Sembra che anche sull’altro fronte, quello turco, ci sia un qualche spiraglio per iniziare questa trattativa. Dal muro che taglia in due Nicosia passano questioni diverse ed importanti, anche l’eventuale adesione della Turchia alla Ue. Il muro rappresenta il maggior ostacolo nel processo di adesione della Turchia alla Ue, dal momento che Ankara si è rifiutata di aprire i suoi porti e aeroporti a navi e aerei greco-ciprioti. Si sta creando un clima più disteso anche tra Grecia e Turchia, nell’ultimo incontro tra il premier greco Kostas Karamanlis ed il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, quest’ultimo aveva espresso ottimismo sulla questione cipriota.
Equilibri e strategie internazionali dipendono molto dall’evolversi delle vicende nelle piccola isola mediterranea(appena 700mila abitanti), che dal 1° Gennaio di quest’anno fa parte dei paesi della zona euro. La pace è un susseguirsi di piccoli passi, nel quadro mondiale anche Cipro è importante e a Bruxelles questo lo sanno.
Il muro di Berlino è caduto grazie alle fine del comunismo nell’Europa orientale, potrebbe ora essere un presidente comunista ad abbattere l’ultimo muro d’Europa.

Federico Nastasi

Kosovo, ovvero dal lontano 1389 il luogo simbolo della resistenza contro l’Impero ottomano per la Serbia e diventatane poi una provincia autonoma. Una regione però a maggioranza albanese e musulmana che, soprattutto negli anni più recenti, non ha mai rinunciato alle mire indipendentiste fino a ottenerle unilateralmente. Una zona sconosciuta al resto del mondo fino a che Slobodan Milosevic alla fine degli anni Ottanta lanciò misure repressive contro questa provincia, arrivando nel 1990 alla revoca della sua autonomia attraverso controlli di polizia, chiusura dei giornali in lingua albanese e al licenziamento di professori universitari non serbi. Naturalmente la resistenza della componente albanese non tardò a farsi sentire, prima in forma non violenta sotto la guida del partito LDK di Ibrahim Rugova ed in seguito attraverso atti terroristici compiuti i separatisti albanesi dell’UÇK, finanziati anche dai traffici d’armi e di stupefacenti. Nel 1999 la situazione in Kosovo tornò sotto le luci dei riflettori e portò all’intervento NATO in Serbia. Ciò mise definitivamente il Kosovo al centro del dibattito internazionale e  fu la premessa per l’avvio dei negoziati di Rambouillet, che sostanzialmente si rivelarono poi un mezzo fallimento soprattutto a causa dell’ambiguità della formula prevista. Era stata sì decisa la futura creazione di uno Stato multietnico sotto l’egida internazionale, ma si sanciva il necessario accordo tra Serbia e rappresentanti dello Kosovo per qualsiasi decisione inerente a tale trasformazione. Questo fin da subito risultò impossibile per l’inconciliabilità delle posizioni: la Serbia infatti non ha mai ceduto sull’indipendenza completa, anche se la sua influenza è gradualmente diminuita. Dal 1999parte della sovranità serba fu indebolita poichè il Kosovo fu posto sotto il protettorato internazionale di  UNMIK e NATO, e con gli anni la voglia di indipendenza ha preso sempre più vigore soprattutto perché si voleva uscire da una situazione di stallo.  Nel novembre 2007, dopo ulteriori fallimenti di un accordo sullo status del Kosovo, alle elezioni ha vinto Hashim Thaci, ex capo guerrigliero dell’Uck. Sotto il suo governo albanofono, la decisione quasi immediata è stata la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, proclamata ufficialmente il 17 febbraio scorso con tanto di bandiera e stemma, anche se ufficialmente secondo il diritto internazionale e l’ONU, il territorio kosovaro è tuttora definito sotto sovranità serba. Tale avvenimento ha gettato le basi per una conflittualità internazionale che vede impegnate da una parte le Nazioni che hanno riconosciuto l’indipendenza, prima fra tutte gli Stati Uniti e dall’altra invece di quelle che mai la riconosceranno: in primis ovviamente la Serbia, ma anche altri Stati quali ad esempio Russia e Spagna fortemente preoccupate dell’effetto che tale situazione possa avere sulle minoranze presenti nei loro territori. Paradossalmente, anche all’interno dello stesso Kosovo neocostituito, la zona a nord del fiume Ibar a maggioranza serba minaccia di chiedere il ricongiungimento alla madre patria.“Attenti, si rischia un effetto domino” è stato, e non a torto, il primo commento di Putin: l’ormai, anche se solo formalmente, ex presidente russo vede il fantasma della Cecenia ma anche delle regioni dell’Abkazia e l’Ossezia che hanno dichiarato più volte (l’ultima il 5 marzo scorso) la volontà di staccarsi dalla Georgia e che in questo modo comprometterebbero l’equilibrio geopolitico dell’area. Molte sono le situazioni che potrebbero prendere spunto dal Kosovo per rinvigorire e legittimare le proprie richieste. In Scandinavia, ad esempio, il governo delle Fær Øer ha affermato la volontà di voler fare entro il 2010 un referendum, come primo passo verso la piena indipendenza: l’autonomia politica ottenuta dalla Danimarca nel 1948 non basta più. Lo stesso sta pensando di fare la Groenlandia, anch’essa dotata già di un governo ma che intende essere sia padrona del proprio destino politico che di quello delle ricchezze del sottosuolo.  La Spagna si è affrettata a dichiarare la sua opposizione al Kosovo, soprattutto dopo l’entusiasmo del governo regionale basco, guidato dal Partito Nazionalista Basco (Pnv), che danni persevera nel richiedere che tale trattamento sia riservato anche al loro territorio. Senza dimenticare le richieste, presenti anche se meno assidue, dei Catalani. Anche la Scozia ha tentato in qualche occasione di approvare un distaccamento dal Regno Unito, ma il progetto è stato tralasciato per un lungo periodo, anche se adesso sta riprendendo forza. Allontanandosi dal contesto Europeo, altro esempio si può trovare in Bolivia: il precedente kosovaro preoccupa il presidente Evo Morales, che si trova da mesi di fronte all’insurrezione dei cinque dipartimenti dell’Est: essi hanno una base etnica diversa da quella massicciamente indigena che lo ha plebiscitato a Ovest,  ma sono allo stesso tempo i più ricchi, e quindi i quasi esclusivi fornitori proprio di quegli idrocarburi con cui Morales vuole finanziare la sua politica. I cinque dipartimenti hanno adottato un’autonomia politica mai riconosciuta dal governo centrale. In Canada, una parte del Quebec vorrebbe l’indipendenza, ma entrambi i referendum hanno dato esito negativo. E chi non ricorda poi il Kashmir, stanco del perenne stato di emergenza e desideroso di amministrarsi autonomamente? Oppure gli Uiguri e i Mongoli in Cina? Numerosi sono dunque i casi che potrebbero essere analizzati e che perciò destano la preoccupazione della comunità internazionale. Proprio per questo il caso del Kosovo ha aperto nuovi scenari e potrà essere preso come punto di riferimento per le generazioni presenti e future in quanto simbolo della possibilità di affermazione delle minoranze.

Lisa Cuccato

Ultimamente la questione curda è tornata nelle prime pagine dei giornali dopo le dichiarazioni del premier Erdogan sulla necessità di una presa di posizione europea e statunitense sulla questione e dopo l’inasprirsi degli scontri al confine col nord dell’Iraq. Pronta la risposta degli Stati Uniti, che si è dichiarata solidale con Ankara per non perdere un alleato fondamentale nel panorama mediorientale (soprattutto dopo il riconoscimento del genocidio degli Armeni che ha in parte incrinato i rapporti diplomatici); più cauta l’Europa, le cui decisioni per il futuro della Turchia nell’Unione dipendono anche dal trattamento riservato alle minoranze. Il conflitto tra curdi e governo turco ha decenni di storia alle spalle e ha visto continue evoluzioni, senza mai sopirsi. I Curdi (oggi circa 20 milioni di persone, la metà delle quali vive in Turchia) fanno parte di un gruppo etnico di ceppo iranico con una propria lingua (il primo scritto risale al VII secolo), il cui territorio, a lungo conteso tra Persia ed Impero Ottomano, venne totalmente conquistato da quest’ultimo nel XIX secolo. All’indomani della prima guerra mondiale, la volontà curda di riottenere uno stato indipendente non fu nemmeno considerata, tanto che dopo la dissoluzione dell’Impero, il territorio considerato facente parte del Kurdistan fu smembrato tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Già con Mustafa Kemal, che nel 1923 fondò la Repubblica turca e ne divenne il presidente fino al 1938, l’unità nazionale del popolo turco è una delle 6 frecce del suo programma: di conseguenza, ogni forma di rivendicazione era vietata perché avrebbe minato alle basi il suo potere. Numerose proteste si susseguirono senza risultato, ma il movimento indipendentista non si acquietò. Nel 1974 in Siria venne fondato il Partîya Karkerén Kurdîstan (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), che divenne ufficialmente un partito politico nel 1978 guidato da Abdullah Öcalan. Con il colpo di stato dell’esercito nel 1980 le tre parole chiave furono kemalismo, turco e sunnismo, e fu vietata la diffusione della lingua e della cultura curda, pena l’accusa di cospirazione (89 condanne a morte tra i membri del PKK). Nella prima metà degli anni 80 si susseguirono aggressioni dell’esercito nei villaggi curdi, molti dei quali vennero distrutti e gli abitanti costretti a muoversi verso Istanbul, in cui sono andati ad infoltire la popolazione nei gecekondu (quartieri in gran parte abusivi della periferia). La repressione da parte del governo si estese anche ai turchi che rifornivano finanziariamente il gruppo terroristico; molte persone vennero arrestate, compresa Leyla Zana, che davanti al parlamento affermò la necessità della nascita di uno stato curdo su territorio turco. Nel 1999 il leader Öcalan, dopo aver chiesto asilo politico all’Italia ed essere fuggito in Kenya, viene catturato dagli agenti della CIA ed estradato in Turchia. Il suo arresto causa lo scioglimento del PKK e la nascita del Congresso per la Libertà e la Democrazia del Kurdistan (Kadek), al quale sono state affiancate le Unità di Difesa del Popolo. Nonostante il tentativo di apertura dell’Unione Europea (nel 2000 a Strasburgo fu nominato come portavoce permanente un rappresentante del Kurdistan turco), dopo l’attentato alle Torri gemelle anche il PKK fu inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche. Nel 2004, dopo vari annunci di tregue unilaterali e la formale rinuncia al separatismo da parte del PKK, compare il gruppo Kongra Gel, che ne rivendica l’eredità politica e militare. La censura e la repressione della cultura curda sono degli elementi purtroppo ancora attuali, nonostante le dichiarazioni del 1999 di Helsinki in cui il rispetto delle minoranze era uno dei requisiti per l’entrata nell’Unione Europea. Più di 100 giornalisti curdi sono morti negli anni ’90; nel 2000 lo sciopero della fame dei familiari di prigionieri curdi ha causato 135 morti, passando sotto l’indifferenza e la censura sia di Ankara che della comunità internazionale; molti studenti sono stati arrestati per aver manifestato per l’indipendenza del Kurdistan. In effetti, nonostante momenti di apparente distensione il conflitto è sempre latente: sono frequenti sia incursioni di guerriglieri che dell’esercito turco, che ora ha 100.000 uomini al confine col cosiddetto Kurdistan iracheno, ormai diventato un punto di riferimento per la comunità curda soprattutto dopo la fine di Saddam Hussein e la proclamazione di un autogoverno. E’ proprio in questa zona che gli scontri si stanno facendo sempre più duri: il 22 ottobre un attacco alle truppe turche ha causato 17 morti ed è stato seguito da rappresaglie da entrambe le parti in gioco. Dal 1984 i morti in totale sono circa 40.000, migliaia anche i profughi. Dal 2006 a novembre 2007, sono 113 i guerriglieri curdi e 79  i militari turchi uccisi, ma il bilancio è destinato a salire. E la conflittualità si posta anche sul piano politico: il 16 novembre le autorità turche hanno presentato istanza presso la Corte Costituzionale per bandire il Democratic Society Party, principale formazione politica pro-curda del Paese, poiché accusato di sostenere direttamente il PKK. Gli scontri militari continuano anche in questi giorni con perdite non precisate sia tra i guerriglieri che tra i membri dell’esercito e una soluzione in tempi brevi sembra lontana. La Turchia dunque si trova in una fase molto delicata anche di fronte alla comunità internazionale. Senza dimenticare i problemi nell’ambito dei diritti umani per il rispetto e la non discriminazione delle minoranze etniche, nonché per la libertà di stampa e di espressione che a volte colpisce anche giornalisti ed intellettuali turchi per le loro ricerche. Un cammino dunque ancora lungo e difficile ma che dovrà essere necessariamente intrapreso per integrarsi sia nel panorama europeo che su quello mondiale.

Lisa Cuccato

Dice il C.I.A. World Factbook 2007 del Myanmar: “Her supporters, as well as all those who promote democracy and improved human rights, are routinely harassed or jailed.” riferendosi a Aung San Suu Kyi, l’ormai celeberrimo premio Nobel per la pace del 1991.

La situazione e’ venuta alla ribalta di recente, in seguito all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessita’ dovuto al rincaro della benzina stabilito dalla giunta militare che governa il paese. Migliaia di persone sono scese in piazza, affiancate dai pochi attivisti ancora in libertà e, fatto nuovo nella storia delle lotte per la democrazia del paese, da centinaia di monaci buddhisti. In loro sostegno, ingente e’ stata anche la mobilitazione internazionale, con Amnesty International in prima fila nel sostenere la rivolta in nome dei diritti umani e di forme di governo meno oppressive. Numerose le manifestazioni che in tutto il mondo occidentale sono state organizzate in solidarietà al popolo birmano.

Eppure niente e’ cambiato, se non l’uccisione di svariati giornalisti, birmani e non, che ha fatto inorridire tutti quanti, la detenzione in campi di concentramento di alcuni di coloro che hanno sfidato il potere della Giunta.

Perche’ non e’ cambiato nulla?

Perche’ l’O.N.U. non ha fatto niente per cambiare la situazione? Non e’ cambiato nulla perché, come spesso avviene in questi casi, il cambiare qualcosa non risulta conveniente, tant’è vero che sia la Russia sia la Cina, mesi fa, posero il veto su un eventuale intervento delle N.U. in sede del Consiglio di sicurezza.

Lei

Il perche’ e’ facilmente motivabile: la Cina nel 2003 si e’ vista sottrarre dagli Stati Uniti il proprio benzinaio di fiducia (si, inizia per I e finisce per RAQ) e non e’ disposta a vedersi sottrarre un’altra comodissima fonte di idrocarburi tanto facilmente. Inoltre, i porti birmani sono sicuramente la via d’accesso piu’ rapida e meno costosa al petrolio arabo e africano di cui la Repubblica Popolare ha estremo bisogno e un cambiamento al vertice del governo di Myanmar non garantirebbe le stesse garanzie che la Giunta di Than Shwe offre al PCC.

Le altre

La Russia, per bocca di Vladimir Putin, nei giorni in cui la rivolta veniva soppressa, bollava come “fatto interno” il massacro (quasi a premunirsi contro un’eventuale accusa sulla situazione cecena) e nel frattempo firmava a Naypyidaw un accordo con la Giunta per l’esplorazione, in cerca di gas naturali, delle acque territoriali birmane a cui parteciperanno due imprese russe (Zarubezhneft e Itera Oil), l’indiana Sun Group e la nazionale MOGE. L’India inoltre ha degli evidenti interessi strategici in Birmania, dato che non può permettersi di lasciare che la Cina eserciti un’influenza troppo forte su un paese confinante, situato per di più in una posizione ottimale per rendersi utile alla Repubblica Popolare, non puo’ apertamente schierarsi contro la Giunta fintanto che essa detiene il potere.

Un’altra ancora

Ma non sono solo le grandi potenze a trarre vantaggio dalla situazione politica birmana. Un altro paese confinante ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo: la Thailandia, anch’essa guidata da una giunta militare. Oltre a essere il principale partner commerciale del Myanmar (circa il 49% delle esportazioni birmane sono dirette in Thailandia e si tratta soprattutto di gas e petrolio, che vengono scambiati con tecnologie e altri beni), e’ anche inserita in appalti per progetti fondamentali per la vita di una nazione, come le due centrali idroelettiche in costruzione sul fiume Salween.

Energia, solo energia?

No, il Myanmar e’ anche parte di progetti che trascendono le necessita’ d’impossessarsi di combustibili.  La Cina ha infatti iniziato la costruzione di un grande complesso autostradale destinato a collegare la regione dello Yunnan ai porti birmani, inteso a velocizzare il trasporto di merci dalla Cina all’Europa e al Medio Oriente.

L’occidente sta a guardare?

Non esattamente. La mozione proposta al consiglio di sicurezza dell’ O.N.U. e’ stata bocciata per volere Russo e Cinese, ma c’è chi ha preso iniziative unilaterali. Gli Stati Uniti hanno stabilito un nuovo embargo ai danni dello stato birmano, rivolto soprattutto a colpire i ceti più alti, uomini d’affari e gerarchi in primis, vietando alcune esportazioni, in particolare di beni di lusso. Che questa mossa possa risolvere qualcosa credo sia un’ipotesi che non vada nemmeno presa in considerazione, ma gli States hanno tutto da guadagnarci nel risolvere la questione. L’Unione Europea, tramite il proprio “ministro degli esteri” Javier Solana, ha scelto Piero Fassino come inviato speciale per l’EU in Birmania. L’incarico dell’ex segretario dei DS sarà quello di osservatore e di mediatore, compito che svolgerà a stretto contatto con Ibrahim Gambari, inviato speciale del Segretario delle Nazioni Unite.

Nonostante gli sforzi diplomatici ed economici, la sensazione e’ che la dittatura in Myanmar, una delle più vecchie ancora in vita, sia in quella posizione e non abbia alcuna intenzione di esserne rimossa. Risulta infatti evidente che la tattica della non-violenza non ha sortito alcun effetto. Anche una rivolta armata avrebbe probabilmente poche chances di successo nelle condizioni attuali; banalizzando molto gli esempi di due delle piu’ importanti rivoluzioni armate della storia, quella francese e quella bolscevica, si può dire che, affinché una rivolta diventi una rivoluzione, essa deve poter contare sull’appoggio di ampi strati di popolazione e soprattutto sull’appoggio dei soldati, gli unici che hanno reale potere coercitivo nei confronti dei gerarchi. Per evitare un eventuale tradimento delle forze armate, la Giunta ha sempre garantito enormi privilegi ai quattrocentomila uomini arruolati nelle fila dell’esercito birmano, rendendo remota questa possibilità.

L’unica speranza di poter un giorno parlare della Birmania come di uno stato democratico, in cui i diritti civili sono garantiti a tutti i cittadini, e’ rappresentata da una presa di coscienza delle truppe birmane, oppure dalla consapevolezza delle grandi potenze del ruolo che giocano nei confronti di milioni di persone, nel bene e nel male.

Edoardo Da Ros

Attuale responsabile per la CISL dei rapporti con le istituzioni internazionali e con i Paesi asiatici, membro del consiglio di amministrazione dell’ILO (International Labour Organization)

 

A differenza dalle rivolte dell’88, quella di quest’anno manca della spontaneità e dell’irruenza della precedente, può vantare invece una capillare orchestrazione da parte delle organizzazioni sotterranee di democratizzazione del paese?

Certamente, il movimento a cui stiamo assistendo nasce dal coordinamento di associazioni di lavoratori e studenti che hanno costituito reti di contatti nelle varie città del paese nel corso degli ultimi anni. E’ da notare che gli attivisti hanno collaborato strettamente anche con organizzazioni esterne al Myanmar. Dopo le elezioni del 90, di cui il governo militare non ha accettato il risultato, i molti dissidenti costretti a fuggire dal paese hanno continuato la loro opera di opposizione.

L’obbiettivo principale di queste organizzazioni è la democratizzazione del paese, ma il modello a cui si richiamano è federale?

E’ stata stesa una bozza di costituzione democratica dalle organizzazioni, le quali hanno coinvolto rappresentanti di tutte le nazionalità presenti all’interno del paese che dal punto di vista etnico è particolarmente composito. Per salvaguardare l’autonomia e il particolare ruolo di ogni nazionalità si è adottato quindi un modello fortemente federalista.

Veniamo alla risposta internazionale, cominciamo dalla politica estera italiana, lei è stata piuttosto critica a riguardo, perché?

La Farnesina ha adottato quella che viene definita strategia del “dialogo costruttivo”. Tale prassi è utile se vi è un dialogo effettivo ed un dialogo si può avere se le parti sono poste sullo stesso piano, se hanno le stesse capacità. Con un regime che non permette all’opposizione di esprimersi con misure talmente repressive non si parla di dialogo, ma di un monologo da parte di quei governi che fino ad adesso non hanno voluto prendere atto della reale drammaticità della situazione del paese.

Passiamo all’ONU, a suo avviso sta operando in maniera proficua?

In primo luogo, e mi riferisco a Gambari, credo che le Nazioni Unite avrebbero dovuto intervenire non con una rappresentanza, ma con una delegazione del Consiglio di Sicurezza. Ban Ki Moon poi ha giocato un ruolo molto debole e non poteva che essere così. Basti pensare che prima di essere ricevuto dal governo ha dovuto aspettare per due giorni nella capitale.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza era quello di mantenere aperto un tavolo negoziale con tutti i paesi membri per l’elaborazione di sanzioni corali da quando è stata rigettata la risoluzione del gennaio scorso. Purtroppo questo impegno è stato disatteso e ci si è ritrovati con la crisi in atto e nessuna posizione unitaria dell’Onu.

La risposta che più volte avete auspicato per la risoluzione della crisi è l’inasprimento delle sanzioni economiche, ma in un paese martoriato da una così diffusa povertà non si rischia di infierire sulle fasce deboli della popolazione?

Questo a mio avviso è un argomento incoraggiato dalla logica del dialogo costruttivo, in realtà la situazione economica che i lavoratori birmani vivono nel quotidiano è talmente vicino al limite di sopportazione che l’unico obbiettivo non può che essere il cambiamento radicale della situazione. Questo cambiamento si può ottenere solo con l’indebolimento del governo dittatoriale dal punto di vista economico, ma non dimentichiamo l’importanza di un vero ed efficace embargo delle armi.

Avete recentemente promosso una petizione per la Birmania con l’appoggio oltre che dei sindacati, delle maggiori organizzazioni ambientaliste, di cosa si tratta?

Abbiamo rivolto una appello al governo italiano, alle imprese e all’ Ue, affinché si interrompano le importazioni dal Myanmar. Tagliare i rapporti commerciali con questo paese significa protestare fortemente contro la sistematica violazione dei diritti umani e del lavoro, ma anche promuovere la tutela dell’ambiente. Un caso per tutti, l’importazione di legname pregiato che sta provocando la deforestazione di ampie aree del paese, senza considerare l’impatto ecologico dello sfruttamento minerario e della costruzione di altre dighe sul fiume Selween. Per maggiori  informazioni è attivo il sito “birmaniademocratica.org”.

Per concludere due parole sul suo libro, “IL pavone e i generali

 Il libro descrive l’evoluzione dell’opposizione al regime negli anni, attraverso le vicende di attivisti, dai più in vista ai più comuni, che hanno dedicato la propria vita alla causa della democrazia. L’insanabile contrasto tra le parti è netto, da una parte l’opposizione non violenta delle organizzazioni, dall’altra l’efferatezza di un regime, dei cosiddetti macellai di Rangoon.

Il pavone è il simbolo della lotta per la democrazia in Birmania.

Tommaso Dalla Vecchia

I fucili riportano la calma a Rangoon, ex-capitale della Birmania e teatro, da ormai quasi due mesi, di impressionanti manifestazioni di massa contro la giunta militare. Le proteste sono iniziate il 18 agosto, quando il governo del generale Than Shwe ha aumentato il costo della benzina del 500% ( causando un vertiginoso aumento dei prezzi di alcuni generi di prima necessità come il riso e le uova) al fine di coprire il buco in bilancio provocato dall’impinguamento delle buste paga degli impiegati statali. L’ ondata di contestazioni-non violente che si è levata in quei giorni è stata guidata da alcuni dissidenti storici come Min Ko Naing o Su Su Nway, ma è stata la nuova linfa apportata al movimento dalla partecipazione dei monaci buddisti che ha fatto rimbalzare gli accadimenti birmani all’attenzione della comunità internazionale. Migliaia e migliaia di monaci hanno sfilato silenziosamente per le vie di Rangoon, e di altre città del paese, sfidando i coprifuochi ed i divieti di assembramento tuonati dalla giunta. La feroce repressione del governo non si è fatta attendere: l’esercito è stato dispiegato contro i manifestanti e dagli spari in aria si è presto passati a quelli diretti verso i manifestanti stessi. Dieci i morti ammessi dal governo. Molti di più secondo l’opposizione, versione che sembra essere confermata dalle frammentate notizie giunte dai reporter internazionali che ancora operano in Birmania, seppur con grande difficoltà. Internet, infatti, è stato oscurato da un paio di settimane rendendo molto difficili i collegamenti con l’esterno; l’impresa di stato Myanmar Post&Telecoms si è scusata per l’”imprevisto”dovuto ad un guasto tecnico…

Tuttavia alcune notizie riescono a filtrare e a far conoscere i crimini perpetrati dal regime. Le più recenti parlano di arresti di massa nei confronti dei monaci, 2000 dei quali sarebbero detenuti nel complesso del Rangoon Institute of Technology e dovrebbero essere presto trasferiti in campi di detenzione nel nord del paese, descritti come veri e propri lager.

La domanda che ci si pone, ora, è se la recente visita del rappresentante dell’ONU Gambari riuscirà a spalancare la porta a prospettive davvero nuove che possano far evolvere positivamente la situazione drammatica in cui versa il paese. Le proteste popolari, per quanto ingenti e coraggiose, non appaiono sufficienti a strappare il paese dalla dittatura, a meno che non si coordino con una parallela pressione sulla giunta militare esercitata esternamente dalle potenze mondiali.

Certo è che ogni linea d’azione che verrà intrapresa non potrà lasciare indifferenti Cina ed India, che hanno tutti gli interessi a dirigere gli eventi nel modo che può essere loro più conveniente. La posta in gioco è infatti altissima per la Cina. Il suo commercio con la Birmania supera il miliardo di dollari l’anno ed in più ha forti partecipazioni nelle aziende petrolifere e di gas di cui è ricco il paese. Vi è, inoltre, da parte sua un forte interesse strategico, ovvero quello di far rientrare il Myanmar nella cosiddetta “politica del filo di perle”che mira a costruire una serie di basi navali nell’Oceano indiano. Infine la Cina spera che i monaci buddisti non riescano a rovesciare il regime, perché potrebbero essere d’esempio per i loro confratelli in Tibet.

 L’India condivide alcuni di questi interessi ed in particolare ha investito pesantemente nei giacimenti metaniferi del Paese. Al contrario della Cina, però, avrebbe molto da guadagnare dalla caduta dei generali perché un’erosione dell’influenza cinese nell’area allenterebbe la sfida alla sua egemonia sull’Oceano Indiano.

L’importante è che la comunità internazionale non lasci ancora solo e prigioniero il popolo birmano. E’ un’agonia che dura da 45 anni quando nel ’62 il generale Ne Win realizzò un colpo di stato e governò ininterrottamente per 26 anni perseguendo la via birmana al socialismo e mandando in frantumi l’esperienza democratica post-coloniale realizzata da Aung San, padre dell’attuale leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. Nel 1988 un’insurrezione popolare, in cui persero la vita 3000 persone, spinse la giunta ad indire delle elezioni legislative che avrebbero avuto luogo due anni dopo. La Lega Nazionale per la Democrazia, capeggiata da Aung San Suu Kyi, vinse 392 dei 489 seggi dell’assemblea nazionale, ma la giunta dei generali invalidò i risultati confinando la Suu Kyi agli arresti domiciliari. La leader, vincitrice del nobel per la pace nel 1991, dopo il giro di vite autoritario seguito alle elezioni si è ritrovata più volte agli arresti, situazione che perdura anche attualmente.

 E’ necessario che gli appelli che questa donna coraggiosa ha rivolto al mondo in tutti questi anni non restino più inascoltati e sia loro attribuito il peso che meritano. Il timore è quello che una volta esauritasi la “notiziabilità” della crisi birmana, questo popolo sia ancora una volta lasciato solo al proprio destino. Quando i fucili non sparano più e il sangue non scorre nelle strade è difficile che i media internazionali si interessino ancora alla faccenda. Certo, si continua morire, ma silenziosamente. Si muore di fame, di malattie curabilissime. Si muore in prigione come dissidenti o nella giungla da guerriglieri, sognando l’indipendenza per la propria etnia. Ma a chi interessano queste morti? Cosa le rende diverse da quelle di altri miserabili della terra?  Si tratta soltanto della terribile quotidianità di 47 milioni di persone. Ma il popolo birmano ha un disperato bisogno della nostra attenzione affinché l’incredibile gesto che ha compiuto abbia dei frutti e si traduca nel cambiamento tanto anelato. Questa volta, per favore, non spegniamo i riflettori.

Elisa Calliari

Intervista a Giuseppe Mammarella, insegnante di Storia contemporanea e Relazioni internazionali nell’Università di Firenze e nella Stanford University di Palo Alto, California, di cui è professore emerito.

Dott. Mammarella, il processo di formazione delle Comunità Europee e successivamente di integrazione nell’Unione trae origine, dopo la seconda Guerra Mondiale, dalla necessità primaria di garantire la sicurezza in Europa. Poiché oggi l’obiettivo è stato raggiunto e una guerra tra stati europei assolutamente improbabile, non è forse il tempo di “ripensare” l’idea stessa di Europa, vista la crisi in cui si trova, determinato dall’esaurirsi del suo scopo storicamente fondante?

Sicuramente l’obiettivo della pace in Europa è acquisito, ma vi sono altri problemi che si è posta l’Unione Europea e la realtà mondiale lo dimostra, vista anche l’ascesa di molti paesi che e appartenevano al cosiddetto terzo mondo e che ora sono industrializzati a tutti gli effetti. A mio parere, il Presidente del Consiglio Italiano, Romano Prodi, ha centrato perfettamente il problema, sostenendo recentemente l’urgenza di certe decisioni, perché l’Europa non può attendere che il mondo “vada avanti”. Uno dei problemi più importanti è comunque quello della difesa, sicuramente con intensità minore rispetto al ’45-‘46, ma da tenere in grande considerazione. Mi riferisco principalmente al futuro dei nostri rapporti con gli Stati Uniti, con i quali indubbiamente vi è un problema, frutto essenzialmente di due politiche piuttosto differenti in parecchie questioni. A questo proposito ritengo che i tempi siano maturi per procedere alla revisione del Patto Atlantico, come ho avuto modo di sostenere recentemente in un colloquio con l’Amb. Sergio Romano. Un altro tema è senz’altro quello istituzionale, perché se non si creano gli strumenti l’Europa non ce la può fare a uscire dalla crisi che ormai da 2 anni la affligge. Una crisi però che si è fondata anche su malintesi, perché Francia e Olanda non hanno votato per la Costituzione Europea, ma per altri obiettivi, e questo è bene tenerlo sempre presente. Vi è poi il tema economico, dove siamo costretti a fronteggiare le forti pressioni dei paesi asiatici e a breve anche di quelli africani. Ed è proprio grazie al campo economico che l’Europa è andata avanti in questi anni, ma ora servono gli strumenti per parlare con una voce sola e l’UE attualmente non li possiede. Io credo che in questo senso politica internazionale e politica economica siano strettamente legati. È difficile portare avanti un discorso con questi paesi che mantenga quelle condizioni di crescita e di sviluppo, cioè un mercato aperto, ma che al tempo stesso protegga certe posizioni europee e gradui nel tempo certi sviluppi, se non si ha una politica estera comune, una diplomazia comune. Questo è il principale problema strettamente legato a quello economico-istituzionale.

A questo proposito Lei ritiene che una politica di sicurezza comune, attraverso, per esempio, la creazione di un esercito europeo, potrebbe aiutare la costituzione di una voce unica per l’Europa?

Questa è la storia di 50 anni di tentativi e fallimenti, quando dal 1951 si ipotizzò la creazione di un esercito europeo. Esistono attualmente alcune unità, diverse collaborazioni tra stati, ma siamo ancora lontani dalla creazione di un vero e proprio esercito. Del resto possiamo osservare ciò che succede nel momento in cui gli europei si impegnano in campagne militari come quella in Iraq o in Afghanistan: vi è una debole coordinazione con gli americani, quando c’è, ma è del tutto assente tra i paesi europei. Probabilmente l’unico tentativo andato a buon fine fu quello riguardante l’intervento in Kosovo, quando gli italiani riuscirono a convincere i portoghesi, i francesi e gli spagnoli a dare una mano. Per il resto, forti collaborazioni dal punto di vista militare a livello europeo non vi sono state. Questo è un problema difficile perché apre parecchi interrogativi: quest’esercito dovrebbe essere indipendente dalla NATO? Oppure dovrebbe essere al suo interno, muovendosi quindi sulle di strategie americane? Francesi e tedeschi vorrebbero una sorta di unità di pronto intervento, ma non si hanno risultati operativi pratici. Io continuo comunque a vederlo come un problema politico diplomatico, piuttosto che strettamente militare. Si inserisce poi la questione, non secondaria, dell’arma atomica: dovrebbe possederla l’esercito europeo? Stiamo assistendo, infatti, ad un riarmo su vasta scala che punta soprattutto sul nucleare. Stati Uniti ed Europa si stanno muovendo per impedire la costituzione dell’arma atomica in Iran proprio perché se ciò avvenisse, tutti i paesi di quell’area (Egitto, Marocco in primis) sarebbero più che tentati di seguire l’esempio iraniano. In tale situazione, con alcuni paesi dell’area medio-orientale in possesso del nucleare, si può ipotizzare un esercito europeo senza arma atomica? Probabilmente no. A dire la verità un tentativo venne compiuto nel 1958 per creare una sorta di “bomba atomica europea” tra francesi, italiani e tedeschi, ma il progetto, seppur di una certa importanza, fu accantonato da De Gaulle. La stessa costituzione Euratom fu un tentativo di creare un ente energetico europeo fondato sull’energia atomica.

Inserendoci ora nelle relazioni USA-UE, che reazioni vi sarebbero all’interno dell’amministrazione statunitense di fronte alla creazione di una forza militare europea?

Gli americani sarebbero favorevoli, poiché si sono sempre battuti per una partecipazione più diretta degli europei, soprattutto alle spese e agli sforzi economici. Ma è chiaro che non accetterebbero di “passare la mano”, la direzione strategica delle operazioni rimane in mano agli americani.

Anche per il mantenimento e il funzionamento dell’Onu gli americani si lamentano spesso per i pochi investimenti effettuati dagli europei…

Il punto è che gli americani hanno una visione strategica della storia, del mondo e della politica internazionale molto diversa. Essi sono molto pessimisti sul futuro, posseggono una forza militare che pensano di poter impiegare con profitto, ma l’Iraq insegna che non sempre avviene così. Gli europei la forza militare non ce l’hanno e, ovviamente, sono più inclini al negoziato e al compromesso. Quindi sono visioni della politica internazionale molto diverse e che vanno però riconciliate. Io penso che l’Europa abbia un ruolo fondamentale per cercare di mediare queste situazioni conflittuali che gli americani tenderebbero a risolvere con l’uso della forza militare.

Precisamente, in che cosa si esplica questo pessimismo americano? Forse nasce dall’ambivalenza nella storia della politica estera statunitense tra il richiudersi in se stessa e quella di agire all’estero, sempre con l’idea di porsi come elemento portatore di ordine, benessere e democrazia?

In questo momento gli americani si sentono accerchiati, gli Stati Uniti sono in una fase in cui si rendono conto che stanno nascendo nuovi poteri e vogliono difendere le loro posizioni. Nell’ottica statunitense, la democrazia serve a portare nel mondo delle condizioni che siano congeniali all’America per mantenere le sue posizioni. Ovviamente in tutto ciò vi è anche un valore, nella democrazia, nelle istituzioni democratiche, nella democratizzazione di paesi che invece democratici non sono. È una sorta di “gioco” in cui essi si sentono più a loro agio. Tutto ciò nasce essenzialmente dalla paura che i privilegi di cui hanno goduto fino ad oggi vengano messi in discussione.

Riccardo Dalla Costa e Andrea Bonetti

Quando uno scenario appare irrisolvibile.

Mai dalla fine della guerra fredda si era sviluppata una situazione così complicata, così tesa, da rendere difficile ogni trattativa, ogni possibile soluzione che portasse ad una pace duratura.

Per la maggior Parte dei paesi arabi, è Israele ad essere la causa dell’instabilità della regione ed essa finirà, quando terminerà l’esistenza di tale Stato. Ma la fine dello stato ebraico è molto lontana, per la tenacia del suo popolo e per i suoi forti alleati. In questo periodo è stato sconvolto da alcuni scandali politici, che hanno investito alte cariche dello stato come l’ex capo di stato Moshe Katsav, con accuse di molestie sessuali mosse da alcune sue collaboratrici, già sostituito dal premio nobel per la pace Shimon Peres. Questo evento segue di poco le dimissioni del ministro della difesa Amir Peretz, criticato per la sua inesperienza e in particolare per la cattiva gestione della guerra della scorsa estate contro gli Hezbollah libanesi. Nel paese è molto acceso il dibattito politico, circa l’attuale situazione della regione, e a proposito della sicurezza dello stato ebraico, che è parsa minacciata dall’organizzazione militare degli Hezbollah, con tecniche di guerra avanzate, per le quali Israele non ha saputo far fronte in maniera efficace e convincente per la popolazione.

Nei territori Palestinesi invece, dopo la vittoria alle elezioni del partito di Hamas, sono iniziate le sanzioni economiche – soprattutto da parte di Israele, Usa e Ue – contro il Governo, con l’intento di farlo cadere. La necessità più volte espressa, soprattutto dagli Stati Uniti, è quella di vedere una Palestina indipendente e che mantenga rapporti di buon vicinato con Israele. Tale obbiettivo si è ritenuto non potesse essere raggiunto dal partito al governo, Ḥamas, ritenuto infatti un’organizzazione terroristica da Israele, Usa e, dal settembre 2003, anche dall’Unione Europea. Si è favorita così la sua caduta a favore del partito al-Fatah, molto più disposto alla diplomazia con Israele e Usa. Per rispondere a questo “colpo di stato” i miliziani di Hamas hanno preso il controllo della striscia di Gaza, incarcerando i membri del partito rivale, scatenando l’opposta reazione nei territori della Cisgiordania, tanto che la stampa ha ipotizzato la nascita di due Palestine distinte. Nonostante gli inviti al dialogo da parte di Hamas, la sua credibilità è stata distrutta con la sua azione militare, e con la preoccupazione che al-Qaeda si nasconda nel suo territorio. In Cisgiordania il neopresidente Mahmoud Abbas ha colto l’occasione per sbloccare la situazione, iniziando il dialogo con Israele, Ue e Usa, che ha portato allo scongelamento degli aiuti economici e alla promessa da parte palestinese del riconoscimento di Israele e della fine di ogni politica anti-israeliana.

Nel vicino Libano, dopo essere stato sconvolto dalla guerra tra Hezbollah e Israele,si cerca disperatamente di ricostruire il Paese e di ripristinare la stabilità interna. Con il sostegno della missione Unifil collocata al confine meridionale, a cui partecipa anche l’Italia, si cerca di garantire il cessate-il-fuoco tra Hezbollah e Israele, da qualche tempo però si registra l’aumento di attentati contro i soldati Onu. Nel nord del Libano, sembrano ormai sconfitti i miliziani qaedisti di Fatah al-Islam che combattono contro l’esercito libanese da più di un mese, asserragliati nel campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, vicino alla città di Tripoli.

Nel frattempo in Siria, è stato rieletto per la seconda volta, con risultati quasi plebiscitari, il presidente Bashar Al Assad, che sembra voler rilanciare le trattative di pace con Israele, per ottenere i Territori Occupati nella guerra del 1967, ma allo stesso tempo è allineato con altri Stati arabi circa la volontà di vedere la sparizione dello stato ebraico. La repubblica araba è da sempre sospettata di fornire appoggio a varie organizzazioni terroristiche e tra i vari supposti sembra che sia stato ordinato da Damasco l’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq al Hariri: l’imprenditore protagonista della ricostruzione del Libano, che con la sua forte personalità minava l’ingerenza siriana negli affari interni libanesi. La sua morte scatenò a Beirut la Rivoluzione dei Cedri nel febbraio 2005, che condusse al ritiro delle forze siriane presenti in Libano.

In Iran, lo storico alleato della Siria, la situazione si mantiene molto tesa. Sembra ormai molto lontana la crisi per il sequestro dei soldati inglesi da parte delle autorità iraniane, ma al contrario è attualissima la minaccia del suo programma nucleare. In questo momento lo scontro si fa con la propaganda, soprattutto tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Così proprio come il Guatemala, il Nicaragua e l’Iraq erano tremende minacce, così lo è oggi l’Iran, secondo le affermazioni dell’amministrazione Bush. Da parte del presidente Mahmud Ahmadinejad, continuano ad arrivare dichiarazioni per molti versi contrastanti: lancia in più occasioni appelli al dialogo a coloro che vedono provenire il pericolo dalla Repubblica Islamica, dall’altra parte non sospende mai le minacce contro lo stato Israeliano e il suo alleato americano. È poi sorprendente scoprire che in realtà Ahmadinejad non ha alcun potere per quanto riguarda la politica estera, amministrata totalmente dall’Ayatollah Sayed Ali Khamenei, le cui affermazioni quasi sempre in toni conciliatori, vengono raramente riportate dai media occidentali. L’Iran sarebbe il principale finanziatore e sostenitore dell’insurrezione sciita in Iraq, fornendo attrezzature militari per minare l’attività americana nel Paese. A peggiorare l’immagine del Paese islamico in occidente sarebbero le notizie riguardo le leggi sulla limitazione dei diritti fondamentali dei cittadini, e soprattutto della condizione di subordine delle donne.

In Afghanistan, le forze dei talebani – dichiarate tempo fa sconfitte e scomparse – ora impegnano i soldati Nato in battaglie sempre più violente. La Nato inoltre è stata recentemente investita da una serie di pesanti critiche, circa l’uccisione ingiustificata di civili innocenti in alcune zone del paese. L’Italia da parte sua continua la sua missione di “peacekeeping” nella provincia di Herat e a Kabul, ma con regole di ingaggio molto restrittive. La crescente preoccupazione dovuta al crescere delle violenze ha portato il Governo Italiano ad aumentare la sua presenza con ulteriori uomini e mezzi.

In Iraq, continuano quotidianamente gli attentati suicidi, le autobombe, oltre alle uccisioni di civili innocenti, e aumentano sempre più il numero dei soldati morti della coalizione e della polizia irakena. Tutto questo mentre si discute la c.d. exit strategy dal Paese e garantire una duratura situazione di sicurezza che garantisca il fiorire della “importata” democrazia. Secondo le recenti dichiarazioni, del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, le forze irachene sono pronte “in qualsiasi momento” a prendere il controllo delle operazioni di sicurezza in Iraq in caso di ritiro, anche immediato, delle forze internazionali. Le parole di Maliki sono parse in contrasto con quelle pronunciate del suo ministro degli esteri Hoshyar Zebari la settimana scorsa. Zebari aveva espresso preoccupazione per un eventuale ritiro anticipato delle forze militari statunitensi. Tale ritiro, “potrebbe portare a una guerra civile, a una divisione del Paese o a una guerra regionale”.

Ma nei Paesi dell’area mediorientale, l’elemento che è sia destabilizzante, sia l’unica fonte di sostentamento per interi paesi, è sicuramente la presenza di combustibili fossili. Guardando bene, senza tale presenza in cosa differirebbero le zone desertiche africane da quelle mediorientali?

Diego Pinna

Il libano che avanza (e marcia) verso il futuro

Storicamente si fa coincidere l’inizio di una guerra, di uno scontro armato, con un evento particolare, ben identificabile nel tempo, in modo che sia semplice analizzarlo. Facendo questo però assumiamo la storia come composta da tanti monoliti, da eventi a se stanti. Ciò che sfugge ai più, a chi può informarsi solo attraverso giornali e televisione, è che esistono infinite tensioni latenti. Tensioni che possono sfumare e annullarsi, così come caricarsi di colori accesi per poi esplodere.

L’attenzione si focalizza spesso solo sulla fase “esplosiva”, ignorando ciò che sta veramente all’origine delle cose.

Ciò che accade in Libano è un ennesimo esplodere di tensioni latenti, una ennesima situazione spinta al limite e sfociata nello scontro armato. È l’evento più grave dalla guerra civile del 1975-90, come recitano all’unisono tutte le maggiori testate dei giornali che si sono interessati.

In queste settimane, si è verificato un altro passo verso il recupero, o meglio, verso il pieno acquisto della sovranità dello stato libanese. Questo lento cammino è iniziato alla fine della guerra civile nel 1990, ha accelerato il passo con la “Rivoluzione dei Cedri” e i suoi scontri armati nel febbraio 2005. La situazione ha assunto ora un carattere più internazionale grazie alla risoluzione 1595 dell’Onu: si istituisce un tribunale internazionale per giudicare i responsabili della morte dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, ucciso in un attentato dinamitardo il 14 febbraio del 2005 con altre 22 persone.

Una parte della popolazione libanese, sunnita e vicina a Hariri e al premier Siniora, festeggia. Gli sciiti di Hezbollah e Amal, alleati della Siria, considerano la decisione un’ingerenza dell’Occidente. I cristiani sono divisi. Tutti, favorevoli o contrari, temono che la notizia faccia esplodere il conflitto latente in un Paese dove ogni giorno si contano i morti. Nel frattempo persino Al Qaeda cerca di ritagliarsi un suo spazio nel Paese, sfruttando l’annoso problema dei campi profughi palestinesi.

La verità è che stati come il Libano, oltre a tanti altri paesi del mondo ancora hanno l’assoluta necessità, e il naturale bisogno, di sentirsi al sicuro nei propri confini. La comunità internazionale ha iniziato a muoversi per sostenere questa ricerca di stabilità e sicurezza: lo testimoniano le risoluzioni Onu in questo ambito, l’interesse stesso che si rivolge a tale crisi, come pure piccoli gesti simbolici e spesso nascosti, come azioni diplomatiche di sostegno, lontane dai riflettori momentanei della stampa. E lontane soprattutto dalle spettacolari promesse di intervento militare degli Stati Uniti, che si illudono di poter assicurare stabilità e sicurezza con la loro presenza. L’effetto sarebbe quello di un nuovo teatro di scontri tra terroristi di ogni specie e il “nemico invasore americano”.

La soluzione invece deve essere a lungo termine, deve poter risolvere in primo luogo il problema della mancanza della piena sovranità del Libano, lo scioglimento di tutti i gruppi armati e porre le basi per favorire un dialogo di stampo democratico. Mentre per una stabile soluzione della crisi dei profughi palestinesi bisognerà attendere di risolvere il più grosso problema Israelo-Palestinese, l’unico che potrebbe muovere verso una stabilizzazione dell’intero scenario mediorientale. Iran escluso.

Diego Pinna

Il cammino della Turchia verso l‘Europa.

C’è chi teme di frantumare un’identità che ha plasmato con gran fatica e chi è sicuro che un’identità da difendere non ci sia mica. C’è chi ha paura che l’islamismo radicale sfondi la porta della cattedrale d’Europa e invada le sue antiche navate e chi invece progetta ponti tra un occidente ed un oriente mai così distanti. La Turchia conta 70 milioni di abitanti, dei quali il 98% è di religione islamica. E il vecchio continente non pare considerare la questione religiosa come il più irrilevante dei dettagli, come la bagarre divampata nel 2003 per il mancato inserimento di un cenno alle “radici cristiane” nella Costituzione europea ci ha insegnato… Cose che succedono, difficile scendere a patti quando l’oggetto del compromesso è Dio. O forse qualcun’altro, di ben più terrena natura, che gioca a nascondino accoccolato dietro la sua ala. Di più, le notizie che rimbalzano da Ankara nell’ultimo mese non tranquillizzano i difensori della cristianità d’Europa: lo scorso 25 aprile per soli sei voti l’attuale ministro degli esteri Abdullah Gul, del partito Partito islamico della giustizia e dello sviluppo, (lo schieramento del primo ministro Erdogan) non ha raggiunto la maggioranza indispensabile per l’elezione a nuovo Presidente della Turchia. Sei miseri voti hanno diviso la laica repubblica turca dal divenire uno stato confessionale. Non è cosa da poco. Risultato: la mobilitazione di un Paese, strade della capitale debordanti di cittadini accorsi nel nome della laicità del loro stato. Come loro padre, Mustafa Kemal Atatürk, nel 1923, aveva loro insegnato. E poi c’è l’esercito, l’istituzione più popolare del Paese con più del 70 % dei consensi, che tra Stato e religione ci si è sempre trovato bene e che ha preso per mano la causa dei manifestanti, ergendosi a estremo baluardo della Turchia laica. Se necessario, prenderà apertamente posizione. Pure. A qualcuno, ha rievocato sinistre promesse di golpe. Il 6 maggio il teatrino del pugno di voti mancanti si è ripetuto e Gul, come anticipato, ha ritirato ufficialmente la sua candidatura presidenziale. Nella settimana successiva il Parlamento ha approvato una riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello stato da parte del popolo; elezioni il prossimo 22 luglio e problema della difesa della laicità dello stato rimandato, risolto assolutamente no. No, perchè al momento valide alternative all’Akp di matrice islamista non sembrano esistere sulla scena politica turca ; i partiti della destra marciano ancora lontani dalla creazione di quel partito Democratico che, nelle intenzioni, dovrebbe comporre i diversi frammenti in vista di uno schieramento unitario. E a sinistra, l’estrema polverizzazione dei raggruppamenti non lascia troppe speranze verso la creazione di una forza politica in grado di competere alle presidenziali (già lo si sapeva, tutto il mondo è paese). Vuoto a destra e vuoto a sinistra, l’Akp di Erdogan ringrazia e si prepara ad incassare, forte dei buoni risultati ottenuti alla guida del governo. I migliori negli ultimi cinquant’anni dal punto di vista della crescita economica, dell’imbrigliamento dell’inflazione e del proliferare di riforme costituzionali e giuridiche. Si aggiunga poi il merito di aver avviato le trattative per un futuro possibile ingresso della Turchia nell’unione europea. Fino a pochi anni fa, pura fantascienza.
L’Europa cosa risponde? Sarkozy dice no, e questo già si sapeva. Insostenibile il pensiero di offrire in pasto agli islamici ulteriori fette di sovranità francese. E poi l’Unione è europea, mica dell’Asia minore. Ma c’è chi gli contesta che l’Europa non è mero concetto geografico e srotola pagine di esempi a testimonianza della profonda integrazione già esistente tra europei e Paese della mezza luna: a partire dall’opera di modernizzazione ed occidentalizzazione compiuta da Ataturk, passando per la collaborazione con gli Stati Uniti in tempi di guerra fredda e per l’adesione alla NATO nel ‘52, fino a giungere ai massicci movimenti migratori dei giorni nostri. La Turchia sembrerebbe più Europa di quanto si pensi. La palla passa dunque, più che al popolo turco e al verdetto delle sue urne, alla classe politica europea. Basterebbe capire se il progetto di fantaingegneria, che prevede la costruzione di una coscienza comune a tutti i paesi membri dell’ UE, sia tramontato o se invece stia ancora faticosamente tentando di diventare realtà. Basterebbe capire che cosa insegua questa Europa. Il processo di allargamento sembrerebbe aver individuato nell’ampliamento del mercato unico la sua esigenza primaria. Ampliamento a discapito dell’approfondimento delle relazioni tra i suoi Paesi membri. In questo panorama, è ancora credibile appellarsi a radici culturali e religiose in comune? La Turchia aspetta delle risposte. Il vero problema è che a Bruxelles ancora non ce le hanno.

Davide Goruppi

Il Libano che avanza (e marcia) verso il futuro.

Storicamente si fa coincidere l’inizio di una guerra, di uno scontro armato, con un evento particolare, ben identificabile nel tempo, in modo che sia semplice analizzarlo. Facendo questo però assumiamo la storia come composta da tanti monoliti, da eventi a se stanti. Ciò che sfugge ai più, a chi può informarsi solo attraverso giornali e televisione, è che esistono infinite tensioni latenti. Tensioni che possono sfumare e annullarsi, così come caricarsi di colori accesi per poi esplodere.
L’attenzione si focalizza spesso solo sulla fase “esplosiva”, ignorando ciò che sta veramente all’origine delle cose.
Ciò che accade in Libano è un ennesimo esplodere di tensioni latenti, una ennesima situazione spinta al limite e sfociata nello scontro armato. È l’evento più grave dalla guerra civile del 1975-90, come recitano all’unisono tutte le maggiori testate dei giornali che si sono interessati.

In queste settimane, si è verificato un altro passo verso il recupero, o meglio, verso il pieno acquisto della sovranità dello stato libanese. Questo lento cammino è iniziato alla fine della guerra civile nel 1990, ha accelerato il passo con la “Rivoluzione dei Cedri” e i suoi scontri armati nel febbraio 2005. La situazione ha assunto ora un carattere più internazionale grazie alla risoluzione 1595 dell’Onu: si istituisce un tribunale internazionale per  giudicare i responsabili della morte dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, ucciso in un attentato dinamitardo il 14 febbraio del 2005 con altre 22 persone.

Una parte della popolazione libanese, sunnita e vicina a Hariri e al premier Siniora, festeggia. Gli sciiti di Hezbollah e Amal, alleati della Siria, considerano la decisione un’ingerenza dell’Occidente. I cristiani sono divisi. Tutti, favorevoli o contrari, temono che la notizia faccia esplodere il conflitto latente in un Paese dove ogni giorno si contano i morti. Nel frattempo persino Al Qaeda cerca di ritagliarsi un suo spazio nel Paese, sfruttando l’annoso problema dei campi profughi palestinesi.

La verità è che stati come il Libano, oltre a tanti altri paesi del mondo ancora hanno l’assoluta necessità, e il naturale bisogno, di sentirsi al sicuro nei propri confini. La comunità internazionale ha iniziato a muoversi per sostenere questa ricerca di stabilità e sicurezza: lo testimoniano le risoluzioni Onu in questo ambito, l’interesse stesso che si rivolge a tale crisi, come pure piccoli gesti simbolici e spesso nascosti, come azioni diplomatiche di sostegno, lontane dai riflettori momentanei della stampa. E lontane soprattutto dalle spettacolari promesse di intervento militare degli Stati Uniti, che si illudono di poter assicurare stabilità e sicurezza con la loro presenza. L’effetto sarebbe quello di un nuovo teatro di scontri tra terroristi di ogni specie e il “nemico invasore americano”.

La soluzione invece deve essere a lungo termine, deve poter risolvere in primo luogo il problema della mancanza della piena sovranità del Libano, lo scioglimento di tutti i gruppi armati e porre le basi per favorire un dialogo di stampo democratico. Mentre per una stabile soluzione della crisi dei profughi palestinesi bisognerà attendere di risolvere il più grosso problema Israelo-Palestinese, l’unico che potrebbe muovere verso una stabilizzazione dell’intero scenario mediorientale. Iran escluso.

Diego Pinna

Il cammino della Turchia verso l’Europa.

C’è chi teme di frantumare un’identità che ha plasmato con gran fatica e chi è sicuro che un’identità da difendere non ci sia mica. C’è chi ha paura che l’islamismo radicale sfondi la porta della cattedrale d’Europa e invada le sue antiche navate e chi invece progetta ponti tra un occidente ed un oriente mai così distanti. La Turchia conta 70 milioni di abitanti, dei quali il 98% è di religione islamica. E il vecchio continente non pare considerare la questione religiosa come il più irrilevante dei dettagli, come la bagarre divampata nel 2003 per il mancato inserimento di un cenno alle “radici cristiane” nella Costituzione europea ci ha insegnato… Cose che succedono, difficile scendere a patti quando l’oggetto del compromesso è Dio. O forse qualcun’altro, di ben più terrena natura, che gioca a nascondino accoccolato dietro la sua ala. Di più, le notizie che rimbalzano da Ankara nell’ultimo mese non tranquillizzano i difensori della cristianità d’Europa: lo scorso 25 aprile per soli sei voti l’attuale ministro degli esteri Abdullah Gul, del partito Partito islamico della giustizia e dello sviluppo, (lo schieramento del primo ministro Erdogan) non ha raggiunto la maggioranza indispensabile per l’elezione a nuovo Presidente della Turchia. Sei miseri voti hanno diviso  la laica repubblica turca dal divenire uno stato confessionale. Non è cosa da poco. Risultato: la mobilitazione di un Paese, strade della capitale debordanti di cittadini accorsi nel nome della laicità del loro stato. Come loro padre, Mustafa Kemal Atatürk, nel 1923, aveva loro insegnato. E poi c’è l’esercito, l’istituzione più popolare del Paese con più del 70 % dei consensi, che tra Stato e religione ci si è sempre trovato bene e che ha preso per mano la causa dei manifestanti, ergendosi a estremo baluardo della Turchia laica. Se necessario, prenderà apertamente posizione. Pure. A qualcuno, ha rievocato sinistre promesse di golpe.  Il 6 maggio il teatrino del pugno di voti mancanti si è ripetuto e Gul, come anticipato, ha ritirato ufficialmente la sua candidatura presidenziale. Nella settimana successiva il Parlamento ha approvato una riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello stato da parte del popolo; elezioni il prossimo 22 luglio e problema della difesa della laicità dello stato rimandato, risolto assolutamente no. No, perchè al momento valide alternative all’Akp di matrice islamista non sembrano esistere sulla scena politica turca ; i partiti della destra marciano ancora lontani dalla creazione di quel partito Democratico che, nelle intenzioni, dovrebbe comporre i diversi frammenti in vista di uno schieramento unitario. E a sinistra, l’estrema polverizzazione dei raggruppamenti non lascia troppe speranze verso la creazione di una forza politica in grado di competere alle presidenziali (già lo si sapeva, tutto il mondo è paese). Vuoto a destra e vuoto a sinistra, l’Akp di Erdogan ringrazia e si prepara ad incassare, forte dei buoni risultati ottenuti alla guida del governo. I migliori negli ultimi cinquant’anni dal punto di vista della crescita economica, dell’imbrigliamento dell’inflazione e del proliferare di riforme costituzionali e giuridiche. Si aggiunga poi il merito di aver avviato le trattative per un futuro possibile ingresso della Turchia nell’unione europea. Fino a pochi anni fa, pura fantascienza.
L’Europa cosa risponde? Sarkozy dice no, e questo già si sapeva. Insostenibile il pensiero di offrire in pasto agli islamici ulteriori fette di sovranità francese. E poi l’Unione è europea, mica dell’Asia minore. Ma c’è chi gli contesta che l’Europa non è mero concetto geografico e srotola pagine di esempi a testimonianza della profonda integrazione già esistente tra europei e Paese della mezza luna: a partire dall’opera di modernizzazione ed occidentalizzazione compiuta da Ataturk, passando per la collaborazione con gli Stati Uniti in tempi di guerra fredda e per l’adesione alla NATO nel ‘52, fino a giungere ai massicci movimenti migratori dei giorni nostri. La Turchia sembrerebbe più Europa di quanto si pensi. La palla passa dunque, più che al popolo turco e al verdetto delle sue urne, alla classe politica europea. Basterebbe capire se il progetto di fantaingegneria, che prevede la costruzione di una coscienza comune a tutti i paesi membri dell’ UE, sia tramontato o se invece stia ancora faticosamente tentando di diventare realtà. Basterebbe capire che cosa insegua questa Europa. Il processo di allargamento sembrerebbe aver individuato nell’ampliamento del mercato unico la sua esigenza primaria. Ampliamento a discapito dell’approfondimento delle relazioni tra i suoi Paesi membri. In questo panorama, è ancora credibile appellarsi a radici culturali e religiose in comune? La Turchia aspetta delle risposte. Il vero problema è che a Bruxelles ancora non ce le hanno.

Davide Goruppi

La politica interna inevitabilmente influenza quella internazionale.

Quando i media si interessano massicciamente di un evento, inevitabilmente interferiscono con il naturale svolgimento di tale atto. Ciò vale sia per le piccole cose nella vita di tutti i giorni, sia per ifatti straordinari e particolarmente delicati. Spesso infatti per operare con la dovuta cautela situazioni che si mostrano di difficile risoluzione, si fa spesso ricorso agli appelli per il silenzio stampa.

quanto accade ogni volta in seguito ad un rapimento. La politica e la stampa rendono astratte situazioni di sofferenza reali, complicano la gestione delle trattative per i mediatori. Con l’intervento di giornalisti e politici si /spettacolarizza/ tutto e generalmente essi conoscono a malapena i Paesi e le popolazioni di cui parlano.   Il problema recentemente messo in luce da stampa e politica è relativo alle trattative con i sequestratori. Alcuni paesi, come Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, hanno da sempre affermato la loro fermezza sostenendo di non voler trattare con i terroristi. E spesso quanto si dichiara è ben diverso dai fatti reali: nonostante essi mantengano posizioni, sono noti i casi in cui questi stessi Stati sono scesi a patti con organizzazioni terroristiche e con Stati detenenti ostaggi. Per citare qualche esempio: il sequestro del personale diplomatico dell’ambasciata americana di Teheran avvenuto durante la rivoluzione islamica nel 1970; crisi che si risolse con la sottoscrizione di un trattato segreto nel 1981 con oggetto la fornitura di armi americane all’Iran, in quel periodo in guerra con l’Iraq. Israele che nel 2006 aveva usato come /casus belli /il rapimento di un suo soldato al confine con il Libano, dopo la fine di una inutile guerra ha iniziato a negoziare per la liberazione dell’ostaggio.   Questi eventi, si sa, non fanno notizia, dunque “è giusto che” vengano quasi ignorati dai media e dall’opinione pubblica. Nonostante le posizioni prese da alcuni Paesi, dunque, le trattative per la libertà degli ostaggi avvengono sempre. Il problema è, a questo punto, mantenere gli eventuali accordi come segreti evitando di far trapelare i dettagli delle operazioni. Questo particolare non deve considerarsi come un limite alla libertà di informazione, piuttosto come metodo di tutela nel caso in cui si verifichi nuovamente un rapimento: se fosse assolutamente certo e risaputo che una certa nazione arrivi sempre a patti per salvare i propri cittadini… probabilmente sarebbero in pochi a viaggiare all’estero. Con questo si giunge a parlare del caso (o caos?) circa il rapimento del giornalista italo- svizzero di Repubblica Daniele Mastogiacomo, accompagnato dal suo interprete e dal suo autista afgani, avvenuto agli inizi di marzo 2007. Il sequestro è terminato con la liberazione di 4 talebani detenuti nelle carceri in Afghanistan e con la morte dei due afgani rapiti.   I rischi connessi per la liberazione di Mastrogiacomo erano di diversa matrice:
– Credibilità internazionale dell’Italia legata alla trattativa con dei terroristi e, quindi, all’emergere di una possibile “debolezza” del nostro Paese nei loro confronti;
– Utilizzo di una Ong come Emergency (con uno dei fondatori, Luigi Strada, esplicitamente contrario alla nostra presenza militare ed a quella degli alleati) anziché ai nostri reparti militari speciali e dei servizi segreti italiani ed afgani (che avrebbero dovuto collaborare assieme);
– Fomentare i sospetti che non tutti i rapiti godano di pari dignità di trattamento, sia italiani sia, soprattutto, afgani con la conseguenza di accrescere il consenso per i talebani e per il fondamentalismo anti-occidentale e anti Karzai.
La nostra credibilità internazionale è inoltre minata dalle critiche sempre nuove che in Parlamento e quotidianamente nei giornali, l’opposizione muove contro il governo, sempre alla ricerca delle dimissioni, sempre con la stessa retorica spettacolare. Per liberare Mastrogiacomo si è trattato come il governo di centro destra fece per altri quattro ostaggi (due sono stati uccisi e tre liberati dai militari statunitensi). Ancora un caso dunque dove l’opposizione ha preferito mettere in crisi il governo perseguendo gli obiettivi di partito, utilizzando per i propri infantili giochi, le vite umane coinvolte nella vicenda.
Infine il quesito: è giusto trattare? Come ogni cosa dipende dalle proprie scelte personali e dai punti di vista. Pensiamo a quanto può essere diverso il ragionamento in politica o agli occhi dell’opinione pubblica. Pensiamo a quanto può essere diverso agli occhi di chi è in ostaggio. Ma ancora pensiamo a tutti coloro che vanno in scenari di guerra per aiutare il prossimo, o per puri scopi giornalistici, consapevoli del pericolo che possono correre. Pensiamo se sia più importante la vita di un uomo o la credibilità internazionale di uno Stato. Probabilmente la vita di un uomo non è quantificabile, ma se lasciamo che altri interessi scavalchino il suo valore, continueremo a compiere gli innumerevoli sbagli che la storia riporta.

Diego Pinna

Sbaglieremmo a confinare il dibattito sulla politica estera alla sola questione afghana, così come sbaglieremmo a considerarla solamente il banco di prova della tenuta del governo italiano. In Afghanistan non è in gioco solamente la credibilità internazionale del nostro Paese; ma le diverse scelte e proposte per risolvere il nodo afghano, e dunque la credibilità di quegli organismi, paesi e uomini politici che di queste strategie si fanno promotori. E chi sta giocando di più, in questa partita, è la NATO. Barnett R. Rubin, del Council of Foreign Relations degli Usa, ha sottolineato come l’Afghanistan sia il “testing ground” dell’Alleanza. Ad essa non resta che vincere a tutti i costi per difendere il suo ruolo di protagonista, capace di svolgere la sua più grande e difficile operazione militare e ribadire il suo primato nella risoluzione delle controversie internazionali nelle quali si richieda un intervento militare, specialmente dopo che l’ONU si è aggiudicata la missione Unifil nel dopoguerra libanese. Ma vincere militarmente, ammesso peraltro che sia possibile, non vuol dire riappacificare l’Afghanistan: per ragioni storiche e geografiche, contro le quali si sono già scontrati i sovietici che avevano il triplo dei soldati di cui dispone oggi l’Isaf, è quasi impossibile vincere una guerra contro una parte consistente della popolazione che di certo non vede di buon occhio le forze della coalizione. Lo stesso Barnett ha scritto in un’influente rivista di politica internazionale statunitense “a meno che il debole governo afghano non riceva sia le risorse che la leadership richieste per far arrivare risultati tangibili nelle aree ripulite dagli insorti, la presenza internazionale in Afghanistan assomiglierà sempre di più ad una occupazione straniera; una occupazione che alla fine gli afgani respingeranno”. Due sono dunque le crisi da affrontare: una militare, l’avanzata dell’offensiva talebana, e l’altra umanitaria. Ed è sulla base di questo principio che deve avvenire un cambio di rotta: o si affrontano entrambe, o il finale può essere catastrofico.
L’Italia, per ora, pur attivandosi con importanti proposte per una nuova strategia non solo militare in Afghanistan (in primis il rilancio di una conferenza internazionale di pace) cerca di mantenersi fuori dal gioco e dal conflitto. In perfetta continuità con le azioni di un non troppo lontano passato, l’Italia riesce ad andare in guerra senza farla (o facendo, al limite, pessime figure), per poi rivendicare (si spera) un posto sul carro dei vincitori. Così, mentre i Talebani annunciano l’offensiva di primavera e l’Alleanza Atlantica si impegna per la controffensiva, con Belgio, Danimarca, Olanda, Gran Bretagna e Canada unici paesi impegnati nei combattimenti, l’Italia si tiene fuori dalle azioni militari conservando sotto il suo controllo Herat, la città dove ha sede il contingente italiano con il suo “Provincial Reconstruction Team” (PRT). Strumento che, all’interno della missione Isaf affidata alla NATO, vuole rappresentare il “volto umano” della guerra, contestato dalle ONG perché costituirebbe una pericolosa e indefinita miscela tra azione umanitaria e azione armata. Ma dire che le nostre truppe si tengono fuori dalla guerra, e che dobbiamo comunque rimanere in Afghanistan in nome di non meglio definiti impegni internazionali, non esclude che sia la guerra ad arrivare da noi. E le affermazioni del titolare della Farnesina, preoccupato che “le truppe italiane non siano in una buona situazione” sono fondate. Kandahar e Herat sembrano infatti essere gli obiettivi dell’offensiva talebana. “Affronteremo momenti difficili” ha ribadito il ministro degli Esteri. E se la guerriglia arriva a Herat (qualche sparo già c’è stato) possiamo starne certi. L’Italia dovrà giocare per forza, sarà costretta ad abbandonare il limbo di indecisione, il compromesso “ci siamo ma non combattiamo” e decidere: o si fa la guerra, o si va a casa.

Matteo Lucatello

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