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Quando a mancare sono le soluzioni

Lo sport più praticato in Italia non è mai stato il calcio. No, è sempre stato la capacità di criticare. Siamo i primi al mondo per criticare e auto criticare, insuperabili e instancabili adoratori del bicchiere mezzo vuoto, mai contenti e mai soddisfatti. Qualunque risultato è sempre arrivato ‘ad un costo sempre esagerato’ dunque con i ricorrenti miti della Vittoria Mutilata o della Vittoria di Pirro, scegliete voi.

Non dirò nulla di straordinario parlando delle critiche che circolano in questo periodo. L’Italia è sotto attacco. Come non lo sapevate? Una coalizione di nazioni straniere ha da tempo dichiarato guerra alla nostra amata patria. I leghisti pensando di sfruttare la situazione hanno già pensato di avviare

freedomhouse[1]

trattative separate, firmare la pace e inaugurare la tanto agognata Repubblica Padana. Sfogliare i giornali in questo periodo è una continua tragedia, migliaia e migliaia di parole spese a parlare degli attacchi giornalmente subiti dalle nostre bonificate pianure, dalle nostre fertili colline e dalle nostre bianche e italianissime montagne.

Effettivamente però (ah, il bicchiere mezzo vuoto) a mancare sarebbero solo le vittime di questa guerra. Eppure ci sono, anzi c’è. Ma si sa, dalla storia non si impara mai nulla. Non sono bastate le violenze, i soprusi, le angherie sopportate dagli ebrei, dai palestinesi, dalle popolazioni balcaniche, dai tibetani e dalle numerose etnie africane. Noi adoratori del bicchiere mezzo vuoto, siamo riusciti a trovare qualcosa per cui lamentarci ancora di più.

L’Italia è sotto attacco nella sua Italianità, con la I maiuscola. E la nostra italianità è messa in crisi dalle continue critiche e spregiudicati attacchi effettuati contro il primo rappresentante di tale Italianità, sempre con la I maiuscola. L’Italia è sotto attacco perché è il nostro Presidente del Consiglio ad essere sotto attacco. Ecco la vittima di questa guerra. L’unico oggetto di così tante persecuzioni, tanto da potersi (auto)definire “senza alcun dubbio la persona che è stata più perseguitata nella storia del mondo intero e dell’umanità”… Ora, in questo articolo ho già detto stupidate a sufficienza che potrei andare in pensione in questo momento. Anzi, potrei candidarmi (e vincere le elezioni) come parlamentare di un qualunque partito di un qualunque colore.

La domanda che mi sono posto spesso in questo periodo è stata: come è possibile pensare che attaccando il Presidente del Consiglio Italiano, l’italiano possa sentirsi offeso nella sua italianità? Ma, onestamente, come è possibile pensare che una persona come il nostro attuale Presidente del Consiglio Italiano possa rappresentare l’Italianità? Non voglio fare anti-berlusconismo da quattro soldi, ci sono fin troppi giornalisti per questo. Riflettendo su tale aspetto sono arrivato alla conclusione che le critiche che l’Italia subisce in questo periodo non siano indirizzate semplicemente e in esclusiva al miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, nonostante lui si impegni per essere sempre al centro dell’attenzione.

Quegli attacchi sono provocati dalla Nostra incapacità di essere popolo, essere nazione, essere civili ed essere in grado di scegliere. Che cosa? Sicuramente una classe politica responsabile.

L’anti-berlusconismo, come già detto, lo metto da parte, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa (e mi scuso per il paragone, non vorrei mancare di rispetto ai volontari). Non voglio difendere il PD che fa finta di andare alla deriva: i comandanti (quelli veri) ci sono veramente e il timone è in mano loro. Non voglio nemmeno fare il grillino e attaccare “la casta”: è esclusivamente colpa dell’elettorato se certe persone ora possono vantare il titolo di Onorevole e non pagano il conto del ristorante (perché i signori Onorevoli non pagano il conto al ristorante). Chiunque ha trovato posto in Parlamento è stato votato da un numero sufficiente di persone che hanno trovato in lui una persona degna di fiducia che possa portare i loro interessi a Roma (e questo vale da nord a sud – Padania compresa).

Vorrei precisare a caratteri cubitali un piccolo particolare: qui non si tratta di attaccare una parte o di difenderne un’altra. È giunto il momento di rendersi conto del baratro in cui ci troviamo. Lo dico e lo ribadisco che parlo senza colore politico.

In questo momento della nostra storia Italiana e Repubblicana, iniziata perché abbiamo pagato un salatissimo conto, è il momento di rendersi conto di quali siano le priorità della nazione (si, è ora di considerare l’Italia una nazione, anzi Nazione), quali gli interessi personali di qualcuno e quali gli interessi personali di pochi. Differenziare queste tre categorie e iniziare a lavorare per le cose che contano veramente: quelle di tutta la popolazione.

E allora da qualche parte bisogna pur iniziare. Dovremo risistemare il bilancio dello stato, riuscire a portare sotto controllo il debito pubblico, recuperare quell’enorme porzione del PIL che viene eufemisticamente chiamata economia sommersa e avviare una riqualificazione della spesa pubblica.

Anzi chiamiamo le cose con il loro nome: dobbiamo eliminare gli sprechi. Ci siamo abituati a vedere ogni giorno fin troppi sprechi, e non parlo degli sprechi che vede Brunetta nei finanziamenti per la cultura (spiccioli che vanno bene per un po’ di populismo). Parlo del numero di auto-blu che portano i Signori Onorevoli dal ristorante a prendere l’aereo (che non paga, perché i Signori Onorevoli non pagano nemmeno i biglietti aerei) – circa 624 mila unità contate nei primi 6 mesi del 2009; parlo degli sprechi di tempo e di denaro dovuti e causati dai sindacati, che anche questo sia ben chiaro, svolgono una funzione fondamentale e indispensabile nella nostra Italia Repubblicana, ma è da troppo tempo che i loro costi superano di gran lunga i benefici e fanno politica quando invece dovrebbero focalizzare le loro attenzioni sul proteggere le categorie più svantaggiate e più a rischio.

Sfortunatamente siamo abituati a vedere tutti i giorni sprechi di questo genere, che non ci sorprendiamo più e cosa ancor peggiore non ci scandalizziamo più, non protestiamo più, non ci interessiamo più, non ci informiamo più.

Ed ecco apparire magicamente un ultimo spreco. La libertà di stampa in Italia appare alle volte come un vero e proprio spreco. Da una parte perché sono innumerevoli i casi in cui tale libertà viene abusata e violentata per esercitare una propaganda di basso, scarso, infimo livello, per proteggere l’interesse di quel qualcuno o di quei pochi. Dall’altra parte perché tante, tantissime volte è veramente penoso e triste vedere tante persone, lavoratori, pensionati, politici, dipendenti pubblici, professori e studenti che sprecano la possibilità di ragionare liberamente con la propria testa e che decidono di non leggere più i giornali, non leggere più libri, ascoltare o leggere approfondimenti tecnici di un argomento di attualità. E scelgono invece di affidarsi al Tgcom o allo Studio Aperto nella pausa tra il primo e secondo tempo del film in prima serata per rimanere “informati”. Mah.

Allora sprechiamo parole e aria per parlare del secondo uomo più perseguitato della storia, perché il primo è troppo impegnato a non farsi processare come qualunque altro cittadino (almeno quel diritto lasciamolo ai Signori Onorevoli). Sprechiamo parole per parlare della crisi economica peggiore dal 1929 e dei modi che non stiamo attuando per poterne uscire il più velocemente possibile. Sprechiamo parole per parlare di fantomatici attacchi che una coalizione di nazioni straniere, e i loro giornali nazionali, stanno scagliando contro i migliori rappresentanti da oltre 150 anni della nostra povera Italia.

Italiani stringiamci a coorte contro il nemico che senza alcun rispetto osa attaccarci (là dove ci fa più male).

Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net

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Eliminati i curriculum della specialistica! A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su http://www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista
attilio.dibattista@sconfinare.net
Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

Tutto da rifare: cambiati di nuovo i requisiti minimi del MIUR

Eliminati i curriculum della specialistica!

A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare on-line su www.sconfinare.net la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

Un quadro politico – economico 

Negli ultimi quattro mesi l’Ecuador è stato segnato da una forte campagna elettorale che ha portato alle elezioni generali del 26 aprile scorso dalle quali il Presidente in forza Rafael Correa è risultato vincitore già al primo turno, con una maggioranza del 52 % circa. Il risultato era aspettato e rappresenta la conferma da parte dell’Ecuador di voler aspirare a un progresso nazionale e a un nuovo peso internazionale.

La vittoria di Correa è il simbolo di una nuova speranza per la popolazione ecuadoriana che ha visto effettuato negli ultimi dieci anni un cambiamento drastico della società ed ha vissuto in un clima di instabilità politica, segnato dalla fuga del presidente Lucio Gutierrez (2003-2005) e dalla Presidenza di transazione di Palacios, dal quale gabinetto è spiccata la figura dell’allora ministro dell’economia, Rafael Correa.

Il personalismo con cui Correa ha portato avanti la sua politica è molto forte ma rappresenta bene la volontà del paese di un cambiamento, che al momento nessun altro dei sette aspiranti al Palazzo di Carondelet poteva impersonare. Il presidente deve infatti racchiudere in sé tutti gli elementi costitutivi di un piccolo Paese, ricco però di differenze abissali e di tradizioni contrastanti. Deve ovvero racchiudere l’anima delle tre grandi aree geografiche del paese: la Costa, la Sierra (la parte andina) e l’Amazzonia, quindi i movimenti indigeni e le loro tradizioni.

Il Paese ha dovuto far fronte negli ultimi dieci anni a problemi sempre più crescenti, dovuti anche ad una nuova esposizione in ambito internazionale. Oltre alla perdita di una politica monetaria propria, attraverso l’abbandono della moneta nazionale in favore del dollaro americano, il Paese ha dovuto far fronte a problemi sempre più frequenti di narcotraffico provenienti dalla Colombia, tutt’oggi esistenti; a una spinta emigratoria molto forte verso le tre principali destinazioni: Stati Uniti, Spagna ed Italia; a uno sfruttamento ineguale delle ricchezze del Paese, quali petrolio, oro ed argento, ma soprattutto acqua (essendo l’Ecuador il Paese con più alto numero di falde acquifere); ad una crescente violenza, soprattutto urbana, aumentata fin al punto da rendere Quito una delle capitali più a rischio dell’America Latina; a livelli di analfabetismo ancora molto alti, dovuti soprattutto a un sistema educativo che fino a poco tempo fa non prevedeva la gratuità delle scuole elementari; all’assenza, infine, di un’educazione basica sui temi di sessualità, fecondazione e contraccezione, che implicano ancora un forte tasso di natalità, ma anche problemi di incesti, disabilità, malattie veneree e altro.

Non tutto è oro ciò che luccica, innegabile, ma non bisogna neanche dimenticare che alcuni passi fondamentali sono stati fatti. Negli ultimi dieci anni si è progressivamente andata estinguendo la proprietà latifondiaria in favore di piccoli contadini che nel sistema delle grandi proprietà erano ridotti a schiavismo. Inoltre, la conversione di massa all’evangelismo operata da missionari statunitensi, soprattutto nella parte andina del Paese, ha risolto indirettamente non pochi problemi di alcoolismo e di tabagismo. Infine, l’affacciarsi sui mercati internazionali da parte dei prodotti ecuadoriani e la stabilità derivante dal dollaro hanno dato una marcia in più all’economia nazionale, basata su prodotti primari quali banane, gamberi, fiori e caffè (senza dimenticare il petrolio!).

La speranza che Correa ha dato al Paese dal 2007 fino ad oggi si è concretizzata nella nuova Costituzione, approvata per referendum nel settembre dello scorso anno, che istituzionalizza alcuni valori e concetti veramente progressisti ed innovativi. Dalla sua approvazione, il Parlamento è stato sciolto ed è stato creato un “Congresillo”, organo legislativo di transizione, che ha in questi mesi approvato leggi di carattere fondamentale per la società e per l’economia nazionale. Forte del plusvalore generato nel 2008 dai prezzi del petrolio, Correa si è lanciato però in una politica sociale abbastanza ambiziosa per i livelli preesistenti di spesa pubblica nazionale, aumentando tale spesa del 67 % rispetto all’anno precedente. Il cancro del sistema risiede tuttavia nel non aver istituito una forma di redistribuzione delle ricchezze tra i cittadini, meccanismo tuttora inesistente e che rende ancora più evidente la divisione tra ricchi e poveri, ma appoggiandosi sui prezzi volatili del petrolio nella speranza di un perdurare del buon momento. Purtroppo, lo shock economico ha trascinato anche l’Ecuador verso il basso, non potendo competere più di tanto sui mercati internazionali con i deboli prodotti primari (deboli per la loro sostituibilità). Questo elemento, l’abbassamento delle esportazioni, la riduzione delle rimesse estere, l’annullamento di prestiti internazionali, eccezion fatta per il Governo cinese che si comincia ad affacciare nel “feudo USA”, hanno messo in crisi negli ultimi mesi il “sistema Correa”, senza però per questo impedirgli la rielezione.

Ad ogni modo rimangono i problemi economico e diplomatico, quest’ultimo in relazione alla Colombia. Ma il voto è stato in definitiva una dimostrazione di fiducia nell’operato di un governo personalistico, irascibile, alla volta pro e contro Stati Uniti, alla volta amico dell’Iran, alla volta portatore dei valori del Socialismo del XXI secolo. Un Paese sulla scia di altri del suo continente, quali Venezuela e Bolivia. Ma che soffre tuttora di molti tarli: nella propria struttura istituzionale e nella propria società.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net         

ex-stagista SID presso l’Ambasciata d’Italia a Quito

Per gli studenti di Gorizia. Quelli che non hanno potuto esserci all’assemblea di mercoledì 23 ottobre. E quelli che non potranno esserci all’assemblea del 29 a causa delle lauree programmate nella sede staccata goriziana per quel giorno (nonostante che la centrale Trieste abbia decretato la sospensione dell’attività didattica). Ma anche, e soprattutto, per quelli a cui questa protesta non interessa. Con la speranza ma non la presunzione, di fare cosa sgradita.

Stato d’agitazione. Una condizione che ricorda lo stato d’allerta, quasi si trattasse di guerra o, com’è successo recentemente, di minaccia terroristica. Sennonché a dichiarare siddetta condizione d’urgenza, non è il ministero della difesa, ma un’assemblea degli studenti. Una delle tante in questi giorni di protesta anti-Gelmini. “Fate l’amore con il sapere” lo striscione appeso, non senza comiche difficoltà, sulle finestre al terzo piano dell’Università di Trieste. Sotto, senza il popolare yogurt, la mul(l)eria, gli studenti. Saranno novecento, millecinquecento. Chi azzarda 3 mila. Tanti, tantissimi, troppi per me che non sono mai stato bravo a far stime.

Di certo, come non era bastata a contenerci la sala Venezian, prima destinazione, così l’aula magna, seconda ma altrettanto vana sistemazione. “Fuori!”, l’urlo parte da quelli che s’accalcano all’entrata dell’aulone maestoso e oscuro. C’è voglia di partecipare, il grido si fa applauso e poi coro unisono. E fuori sia. Tempo d’organizzare una cassa e un microfono, nonché di percorrere le scale all’interno dell’edificio. Sembra di stare alla simulazione di un’evacuazione, quelle delle scuole dell’obbligo per intenderci. Solo che, a differenza di allora, non tutto scorre fluido e veloce. Niente maestro unico qui.

Percorro i gradini e mi risuonano in testa motivetti gucciniani da feste a base di rossi (i vini, ormai d’annata ci sono solo quelli). A me, che il ’68 non so nemmeno cosa sia, e non me ne importa nemmeno più tanto, vien da sorridere. Penso a Gaber, al bar Casablanca. La locomotiva, intanto, procede lenta fino al cortile, lì come all’uscita di una stretta galleria, riprende a correre. E’ un anfiteatro che si apre al mare, il cortile di piazzale Europa.

“E’ in questo luogo simbolo dell’Unione Europea che, significatamene, ci ritroviamo”. Apre le orazioni il rettore Peroni. Svelto e attento a liberarsi da ogni critica di strumentalizzazione della protesta. Issato al muro centrale, sventola debolmente lo stendardo europeo, affiancato dall’ancora più stanco tricolore. Che il Magnifico mi venga ad informare sullo stato delle cose, invitando la mobilitazione degli studenti a me, uno pocofico, un po’ puzza. L’atmosfera è da grandi parole, senza bisogno di scomodar la retorica. Basta guardar la folla e, per i più romantici, spingersi oltre, fino al golfo. E’ il sentimento che ti frega nella massa, e così ti ritrovi, senza volerlo, ad applaudire la non-negoziabilità della carta costituzionale. Il giurista Peroni dimostra di saper usare i termini del mestiere e chiude con un appello all’apostolato per la costituzione. Amen. Meno accesi di un requiem, gli interventi istituzionali a seguire. Con a ruota la rappresentanza dell’Ateneo di Udine e della SISSA (la scuola internazionale superiore di studi avanzati). La platea rimane attenta, in uno stand-by continuo, pronta ad accendersi, ad alzarsi, ad infiammarsi.

Finchè, finalmente, arriva il momento degli studenti, della sedicente muleria. Si capisce subito che i pompieri non serviranno. Non questa volta, troppa pacatezza nell’aria. Si salutano le parole di tutti con degli applausi più da conferenza che d’assemblea. Poche le interruzioni da standing ovation. E difatti, lo scopo è quello d’informare prima di tutto. E, stando al silenzio, più di assento che di assenso, ce n’è davvero bisogno. La legge 133, chi era costei? E il DL 112? Potrei indovinare che più della metà dei presenti non si è nemmeno preso la briga di leggere gli articoli d’interesse. Così la demogagia di una mobilitazione, fosse anch’essa giusta, può dilagare.

C’è spazio anche per il dissenso del dissenso. E’ uno studente della destra studentesca che denuncia gli sprechi del mondo universitario. Per difendere il suo diritto allo studio, non c’è bisogno dell’intervento dei poliziotti-guardiani chiamati alle armi dal Cavaliere-capitano. Infatti, lo sfortunato navigante si becca la sana dose di fischi ed evapora nella folla, felicemente. L’impavido lo sa, verrà premiato l’indomani con una citazione nel giornale locale, anche questo, nel suo Piccolo, conta.

Scorre da un’altra parte la corrente della protesta. Studentesse e studenti, ricercatori, precari, docenti con e senza cattedra. Le parole sembrano fluire insieme, in un corso morbido come l’Isonzo, romantico come la Soča. E insieme alle parole le cifre. Un miliardo e mezzo di euro, tanto si taglierebbe all’Università da qui al 2013. Togliere fondi all’Università e alla ricerca è come sparare su una croce rossa che di rosso ha già anche il bilancio.

Tanti si rivoltano in nome della pubblica scuola. Tanti tacciono nell’indifferenza passiva e sedentaria che ha ormai prodotto questa democrazia da reality. Tanti, soprattutto tra i non universitari (ma non solo), si chiedono se, tra sprechi e baronati, stringere la cinghia non abbia effetti su un uso più efficiente delle risorse. La verità probabilmente rimane sottaciuta: di progetti di riforma non si fa nemmeno accenno, solamente si spenderà meno e si continuerà a spendere male, e questo non farà menomale. Anzi.

Ma è bello pensare che, come hanno ripetuto fino all’autoconvincimento gli studenti intervenuti, “Non finisce qui”. Ci s’illude di essere meno soli a parlar di “sogni”. Ad unirsi all’appello dei “cittadini civili che oggi insorgono”. E’ romantico e serve. Unendomi al corteo partito spontaneamente per le trade triestine, ho sentito ragazzi uscirne per la paura di essere “segnalati” alle forze dell’ordine. Di più: una ragazza mi ha rivelato che appena ha visto i poliziotti vestire i guanti ha subito pensato ad uno scontro violento e si è dileguata. Mi chiedo che paese sia l’Italia, dove chi manifesta ha paura, chi governa usa questa paura come strumento, e chi, come la muleria, non dovrebbe aver niente da perdere, abbassa il muso e decide di convivere con questa paura. Democrazia o Paurocrazia? Nel dubbio, meglio scender impavidi nelle piazze, invadere le strade, far lezioni in città. E il quarto d’ora accademico? Al bar Casablanca. “Al bar Casablanca seduti all’aperto la birra gelata. Guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata. Con aria un po’ stanca, camicia slacciata in mano un maglione, parliamo, parliamo, di studentato, di rivoluzione.” Ma come? Con tutte le libertà che abbiamo, vogliamo anche la libertà di cambiare?

Un nipote illegittimo del signor G.

(Davide Lessi)

Per avere qualche idea delle cifre proposte mercoledì 23 ottobre e appena accennate nell’articolo, rimando al sito della facoltà di scienze: http://www.smfn.units.it/default.aspx

in particolare al link del powerpoint pubblicato dal professor Rui, preside di facoltà e primo docente a tenere lezione in Piazza Unità a Trieste, per sensibilizzare sui temi della protesta la società civile.

http://www.smfn.units.it/Lists/Announcements/DispForm.aspx?ID=85&Source=http%3A%2F%2Fwww%2Esmfn%2Eunits%2Eit%2Fdefault%2Easpx


TravaglioSi sta già concludendo la querelle che ha campeggiato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali per qualche giorno: scemerà come una di quelle notizie di cui parla Marco Travaglio ne “La scomparsa dei fatti”, verrà dimenticata e si volatilizzerà, come se nulla fosse successo. I canali informativi alternativi alle tv “di Regime” e alle testate nazionali però non dimenticano: è facile trovare, per chi l’informazione sulle vicende del mondo e soprattutto dell’Italia le cerca on line, degli spazi dedicati alla polemica e alle risposte che Travaglio ha fornito per chiarire la situazione.
L’episodio scatenante questa battaglia politica contro Travaglio è la sua partecipazione, sabato 10 maggio, a “Che tempo che fa”, trasmissione di Raitre condotta dal noto showman Fabio Fazio. Il giornalista, rispondendo a Fazio, parla di Schifani, neo eletto Presidente del Senato: racconta delle sue amicizie e dei suoi legami d’affari con persone di mafia. Il giorno dopo scoppia la polemica. E non certo perché Schifani non conoscesse D’Agostino e Mandalà, condannati l’uno nel 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa e l’altro nel 1998 per associazione mafiosa, e non fosse stato in affari con loro (in una società di brokeraggio assicurativo, la Sicula Brokers, dal 1979 alla fine del 1980, anno in cui Schifani chiede la liquidazione della sua quota), bensì perché un giornalista ha osato “diffamare” pubblicamente la seconda carica dello Stato. È palese che gli anni in cui i due sono stati condannati distino notevolmente dagli anni dei legami affaristici, ma è altrettanto chiaro a tutti che non si diventa mafiosi da un momento all’altro. Non è insensato dunque presumere che Schifani conoscesse le amicizie e i legami mafiosi che coltivavano i suoi soci della Sicula Brokers. Lirio Abbate – giornalista pluripremiato ed elogiato dal Presidente Napoletano –, nel suo romanzo di protesta contro la mafia e i suoi legami con il potere “seduto in Parlamento”, uscito nel 2007 con il titolo “I complici” e a causa del quale è costretto a vivere sotto scorta, spiega chiaramente le implicazioni mafiose di illustri parlamentari e dello stesso Schifani. Ma il punto è un altro: i giornali non hanno chiesto informazioni al Presidente del Senato in merito alle sue trascorse relazioni con condannati per mafia, hanno invece gridato allo scandalo perché, in un momento in cui il Presidente del Consiglio chiede “dialogo e serenità all’interno del Parlamento e del Paese”, le parole di un giornalista hanno attaccato, minando proprio la tranquillità parlamentare, una carica politica.
E sono le parole di un giornalista che compie in modo ineccepibile il suo lavoro: si documenta, studia sentenze, legge carte su carte e soprattutto ci ragiona e ne trae delle considerazioni reali. Provate e inconfutabile perché dati di fatto. E scrive libri e articoli, denuncia la realtà dei fatti di fronte a un’Italia costretta a vedere telegiornali e programmi di approfondimento politico che raccontano di veline che amoreggiano con uno dei tanti calciatori, di delitti tanto palesi che sembrano irrisolvibili, di epidemie di polli o mucche, e non di chi sono davvero le persone che ci governano, di cosa hanno fatto, di quali conflitti di interesse hanno, di cosa stanno facendo alla nostra democrazia. Travaglio racconta come pochi giornalisti del nostro tempo sanno fare, con ironia ma con estrema puntigliosità: mai un fatto senza documentazione, mai una menzogna, tutto vero e provato. Si può dissentire su un’opinione, non si può però polemizzare, discutere ed essere contrari a un fatto: le cose avvengono e un bravo giornalista le deve raccontare e collegare nel modo più imparziale possibile, ovvero senza preoccuparsi di dare fastidio a una o all’altra parte, ma evidenziando e valorizzando solo gli eventi. Si potrà criticare l’opinione e le considerazioni fatte dal giornalista, ma se egli ha raccontato un evento, questo dovrà essere inattaccabile: possono nascere polemiche sulle spiegazioni e sulle interpretazioni del fatto, ma non sul fatto in sé. Ed è così che Travaglio si palesa come persona scomoda. Perché racconta il potere attraverso i fatti reali e non ne è implicato.
Pasolini nel suo celebre “Romanzo delle stragi” (1974), meglio noto come “Io so”, spiega che lui conosce i nomi dei mandanti delle stragi politiche di fine anni ’60 e di inizio anni ’70 e i nomi di chi sta dietro alla “strategia del terrore” posta in atto in quegli anni per scongiurare una deriva comunista prima e una tentazione golpista neofascista poi, e li conosce proprio perché è “un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Il problema che rileva Pasolini è la sua impossibilità di detenere le prove delle conclusioni alle quali le sue riflessioni l’hanno condotto: il mondo del potere non concede “le prove e gli indizi” a chi non è in qualche modo compromesso nelle sue pratiche. A parer mio, dagli anni ’70 qualche passo avanti è stato fatto rispetto a questa difficoltà. Ora è più facile reperire informazioni, prove e indizi, anche grazie alle nuove tecnologie comunicative, e il ruolo degli intellettuali può essere svolto anche da giornalisti integri e separati dal potere allo stesso modo in cui lo era Pier Paolo Pasolini. Travaglio, dunque, secondo la mia opinione, sta svolgendo quel lavoro di coordinamento di fatti anche lontani, sta ragionando. E ciò che lui scrive e dice risulta essere la realtà, tanto quanto ciò che ha scritto Pasolini risulta essere vero anche a oltre 30 anni di distanza.

Michela Francescutto

Oggi giorno le nostre città non sono più sicure. Sempre più sovente sono cittadini extracomunitari la causa di tale insicurezza. Spaccio, prostituzione, reati di ogni tipo, e quasi sempre a commetterli sono immigrati irregolari che, probabilmente vengono in Italia col chiaro intento di delinquere. Tutti noi ci siamo indignati davanti al tentato sequestro di minorenne avvenuto a Ponticelli ad opera di una sedicenne rom. Le nostre case, le nostre strade non sono più sicure a causa di individui non avezzi al vivere civile. Ma adesso non è più tempo di indugi e bisogna agire. Primo passo individuato dal governo è il reato di clandestinità, ovvero un atto grazie al quale l’immigrato che viene trovato senza documenti e regolare permesso di soggiorno sarà soggetto ad una pena più l’immediata espulsione. Contento dell’operato del governo tutti potremo dormire più tranquilli. Ovviamente, come specificato dallo stesso Ministro, il reato non è retroattivo, ovvero se oggi un immigrato viene fermato, e dovesse risultare clandestino, non è reato; se un clandestino viene fermato dopo l’emanazione di tale atto, e non dovesse essere in regola, è reato.

In Italia, secondo il rapporto annuale Censis, sulla situazione reale del paese nel 2005, sono stati denunciati alle Forze dell’ordine 2.415.023 reati, di cui 189.424 commessi da extracomunitari, di cui il 78,3% è a carico di immigrati clandestini. Dati Istat di qualche giorno fa, evidenziano che il 6% dei reati commessi nello scorso anno è ad opera di immigrati (il 4,1% da clandestini). Tutto ciò denota una bassa relazione tra reati commessi ed immigrazione clandestina, tanto da chiedersi, cosa fa più scalpore: che ci sia un reato o che a commetterlo sia stato un immigrato? Oggigiorno siamo difronte ad una tendenza dissimulatrice che punta a farci dimenticare il reato in se, per focalizzare l’attenzione sull’attore dello stesso. Tale tendenza porta anche all’inevitabile conseguenza che il soggetto stesso dei reati è causa degli stessi, quindi alla sua criminalizzazione. Nell’attuale contesto italiano la criminalizzazione dell’extracomunitario è la risposta alla paura della gente. Ma vediamo da cosa nasce tale paura. La legittima richiesta di sicurezza è stata disattesa dalle istituzione, ovvero negli anni passati non è stata garantita. I motivi sono facilmente rintracciabili nello smantellamento metodico e certosino, di uno dei cardini dello Stato, ovvero la certezza del Diritto.

In un periodo storico in cui chi commette illecito può usufruire di indulti, indultini, buona fede e quant’altro, come un cittadino può essere sicuro che chi ha tentato di rapinarlo non potrà più farlo per almeno cinque anni? Bisogna tener conto che in questo clima politico in cui si sta minando la certezza del Diritto a 360° è più facile incolpare un’immigrato, piuttosto che noi stessi (dato che votiamo), è più facile prendersela con qualcun altro piuttosto che con il nostro vicino di casa.

Poco importa se l’incidenza dei reati commessa da immigrati è il 6% mentre quelli commessi dagli italiani, per contro, sono il 94%, dimentichiamoci che un reato è un reato a prescindere da chi lo abbia compiuto. Ricordiamoci che uno stupro commesso da un’immigrato è più grave di uno stupro commesso da un italiano. Dimentichiamoci che gli extracomunitari sono ormai diventati una colonna principale dell’economia specie quelli clandestini, scordiamoci le condizioni disumane nelle quali vivono e gli stipendi da fame che ricevono e diciamo tutti insieme immigrati di tutta Italia (ed anche persone di buon senso) unitevi ed andatevene.

Giovanni Armenio

Oggi giorno le nostre città non sono più sicure. Sempre più sovente sono cittadini extracomunitari la causa di tale insicurezza. Spaccio, prostituzione, reati di ogni tipo, e quasi sempre a commetterli sono immigrati irregolari che, probabilmente vengono in Italia col chiaro intento di delinquere. Tutti noi ci siamo indignati davanti al tentato sequestro di minorenne avvenuto a Ponticelli ad opera di una sedicenne rom. Le nostre case, le nostre strade non sono più sicure a causa di individui non avezzi al vivere civile. Ma adesso non è più tempo di indugi e bisogna agire. Primo passo individuato dal governo è il reato di clandestinità, ovvero un atto grazie al quale l’immigrato che viene trovato senza documenti e regolare permesso di soggiorno sarà soggetto ad una pena più l’immediata espulsione. Contento dell’operato del governo tutti potremo dormire più tranquilli. Ovviamente, come specificato dallo stesso Ministro, il reato non è retroattivo, ovvero se oggi un immigrato viene fermato, e dovesse risultare clandestino, non è reato; se un clandestino viene fermato dopo l’emanazione di tale atto, e non dovesse essere in regola, è reato.

In Italia, secondo il rapporto annuale Censis, sulla situazione reale del paese nel 2005, sono stati denunciati alle Forze dell’ordine 2.415.023 reati, di cui 189.424 commessi da extracomunitari, di cui il 78,3% è a carico di immigrati clandestini. Dati Istat di qualche giorno fa, evidenziano che il 6% dei reati commessi nello scorso anno è ad opera di immigrati (il 4,1% da clandestini). Tutto ciò denota una bassa relazione tra reati commessi ed immigrazione clandestina, tanto da chiedersi, cosa fa più scalpore: che ci sia un reato o che a commetterlo sia stato un immigrato? Oggigiorno siamo difronte ad una tendenza dissimulatrice che punta a farci dimenticare il reato in se, per focalizzare l’attenzione sull’attore dello stesso. Tale tendenza porta anche all’inevitabile conseguenza che il soggetto stesso dei reati è causa degli stessi, quindi alla sua criminalizzazione. Nell’attuale contesto italiano la criminalizzazione dell’extracomunitario è la risposta alla paura della gente. Ma vediamo da cosa nasce tale paura. La legittima richiesta di sicurezza è stata disattesa dalle istituzione, ovvero negli anni passati non è stata garantita. I motivi sono facilmente rintracciabili nello smantellamento metodico e certosino, di uno dei cardini dello Stato, ovvero la certezza del Diritto.

In un periodo storico in cui chi commette illecito può usufruire di indulti, indultini, buona fede e quant’altro, come un cittadino può essere sicuro che chi ha tentato di rapinarlo non potrà più farlo per almeno cinque anni? Bisogna tener conto che in questo clima politico in cui si sta minando la certezza del Diritto a 360° è più facile incolpare un’immigrato, piuttosto che noi stessi (dato che votiamo), è più facile prendersela con qualcun altro piuttosto che con il nostro vicino di casa.

Poco importa se l’incidenza dei reati commessa da immigrati è il 6% mentre quelli commessi dagli italiani, per contro, sono il 94%, dimentichiamoci che un reato è un reato a prescindere da chi lo abbia compiuto. Ricordiamoci che uno stupro commesso da un’immigrato è più grave di uno stupro commesso da un italiano. Dimentichiamoci che gli extracomunitari sono ormai diventati una colonna principale dell’economia specie quelli clandestini, scordiamoci le condizioni disumane nelle quali vivono e gli stipendi da fame che ricevono e diciamo tutti insieme immigrati di tutta Italia (ed anche persone di buon senso) unitevi ed andatevene.

Giovanni Armenio

Secondo le versione “ufficiale” dei fatti, quella prevalente nelle dichiarazioni accorate dei politici e sui media, all’università La Sapienza Benedetto XVI è rimasto vittima dell’intolleranza laicista di una minoranza di studenti e docenti. Ma guardando i fatti da una prospettiva diversa, può addirittura passare per la testa che non sia successo niente di tutto ciò, e che la vera notizia da ricavare sia un’altra. La stampa estera ha dedicato solo esigui trafiletti all’accaduto; secondo il Berliner Tageszeitung, dimostra semplicemente “che il Papa non è ospite gradito dappertutto”. E allora, perché è nata quest’enorme bagarre? Chi l’ha alimentata?

In primo luogo, il rettore di un ateneo pubblico che invita “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”. Possibile che Guarini non sapesse a cosa andava incontro? Bisogna ammettere che molto spesso le celebrazioni ufficiali si risolvono in uno sfoggio di ermellini e retorica che vuol dire poco, ma l’inaugurazione dell’anno accademico e la relativa lectio magistralis sono momenti altamente simbolici per l’università. Comprendono le linee guida dell’attività di un ateneo, e il metodo che contraddistingue tale attività prevede libertà d’espressione per tutti, seguita da contestazioni, dibattiti, ripensamenti, confutazioni. Come si può pensare di non suscitare opposizione invitando, come unico ospite, un personaggio che incarna una istituzione basata su dogmi, fra cui quello della sua infallibilità? Il professor Marcello Cini, autore di una lettera di protesta inviata al rettore il 14 novembre, denuncia come Benedetto XVI stia utilizzando “l’effigie della dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”: impossibile pretendere che biologi e scienziati in generale assistano senza dire nulla all’intervento di un Papa che ha dato appoggio esplicito alla teoria del disegno intelligente, e che pretende di “ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione”.

A mio parere, l’invito non andava fatto: non in assoluto, perché le occasioni di confronto (anche se per un pontefice il dibattito vero e proprio è praticamente inconcepibile) non vanno rifiutate, neppure di fronte a chi ha la possibilità di esprimere quotidianamente le proprie opinioni con il supporto di media asserviti. Ma in quell’occasione e in quel modo sicuramente no. Ciò detto, l’invito acquista un senso preciso se si ammette che lo scopo reale era proprio quello di suscitare un caso mediatico, per dare visibilità ad un rettore giunto a fine mandato. O per distogliere l’attenzione dai problemi giudiziari di quello stesso rettore, coinvolto in un’inchiesta sull’assegnazione di posti di lavoro ai parenti nonché di un appalto milionario per la costruzione di un parcheggio. O per far dimenticare il buco nel bilancio dell’ateneo. Tesi avvalorate dal fatto che la lettera di protesta del professor Cini, e il successivo sostegno espresso dai 67 docenti, risalgono alla metà di novembre, mentre i media hanno aspettato pochi giorni prima della visita per dare risalto alla notizia, presentando le proteste come un’improvisa fiammata di intolleranza che ha portato agli eventi che ben conosciamo e che ha catalizzato l’attenzione generale per giorni.

In ogni caso, una volta fatto e accettato l’invito, il pontefice andava ascoltato, proprio in nome di quella libertà d’espressione che dovrebbe caratterizzare l’università. Ma è ignobile e surreale invocare tale diritto a favore di Benedetto XVI per poi attaccare ferocemente i contestatori della sua presenza: studenti e docenti non hanno fatto altro che esprimere il loro punto di vista, come garantisce la Costituzione, e la possibilità di parlare non è mai stata negata al Papa. Negli ultimi anni, la Chiesa cattolica si è distinta sempre di più per le pesanti ingerenze nella vita politica italiana, affermando perentoriamente la propria opinione su tutto ciò che la interessa, comportandosi come l’unico rappresentante dell’etica del Paese. E quando non sono le gerarchie ad agire, ci pensano i politici, di destra e di sinistra, a strumentalizzare la religione per scopi populistici, per assicurarsi i voti dei cattolici da cui, nel “giardino del Vaticano”, non si può prescindere per essere eletti. I rappresentanti della Chiesa in questi casi tacciono, non è mai successo che si ribellassero una volta per tutte all’uso improprio delle dichiarazioni di fede, e permettono che le veglie di preghiera per politici indagati dilaghino per il Paese. Il risultato peggiore di questi comportamenti è l’inasprimento del confronto civile riguardo alla fede cattolica, che in Italia non è mai stato semplice: cittadini cattolici e cittadini laici si sentono sempre più attaccati e minacciati gli uni dagli altri. In un contesto del genere, è ingenuo credere che la Santa sede non abbia considerato la possibilità di contestazioni alla visita.

Il problema della sicurezza era inesistente: gli studenti più coinvolti nelle proteste erano circa 300, e sarebbe bastato dare loro uno spazio in cui manifestare contemporaneamente alla cerimonia (come avevano chiesto) per evitare episodi imbarazzanti ed eventualmente poco civili in aula magna. Prodi ed Amato avrebbero insistito fino all’ultimo perché Benedetto XVI non rinunciasse alla visita, se ci fossero stati reali motivi di preoccupazione sullo svolgimento della cerimonia?

Nessuno ha impedito al Papa di parlare. Nessuno gli ha messo il bavaglio. E’ stato lui a sottrarsi ad una situazione che poteva non essere facile, ma che poteva affrontare. Le motivazioni addotte dalla Santa sede perdono ulteriormente credibilità alla luce degli avvenimenti che sono seguiti: domenica 20 gennaio, il Cardinal Ruini invita tutti all’Angelus per esprimere il proprio sostegno al Papa, trasformando una cerimonia religiosa in manifestazione politica tanto quanto le proteste degli studenti. Il giorno dopo, il tocco finale: al Consiglio permanente della Cei, Monsignor Bagnasco lancia precise accuse al governo Prodi, in bilico dopo l’annunciato rirtiro del sostegno dell’Udeur di Mastella. Il capo della Cei detta senza mezzi termini un’agenda politica ben precisa sui temi più importanti del momento, dall’assistenza alle famiglie, alle morti sul lavoro, all’emergenza rifiuti. Non dimentica di ringraziare indirettamente Giuliano Ferrara per aver “lanciato il dibattito” sulla revisione della legge 194. Insomma, indica le proprie condizioni per la sopravvivenza di un governo in Italia.

Ed eccola qui allora, la vera notizia di cui parlavo all’inizio: chi governerà dopo l’attuale crisi politica, farà bene a tenere conto dell’influenza del Vaticano, ancor più di quanto non abbia fatto questo centro-sinistra.

Athena Tomasini

Il 9 maggio 1978, nelle stesse ore in cui veniva ritrovato in Via Caetani il corpo senza vita dell’Onorevole Aldo Moro, nella terra dei vespri e degli aranci, più precisamente lungo un tratto della linea ferroviaria di collegamento tra Cinisi e Palermo, venivano invece rinvenuti i resti del cadavere del trentenne Giuseppe Impastato. “Si è fatto esplodere con una cintura di tritolo legata in vita: un chiaro atto terroristico contro lo Stato e le istituzioni”, sancirono le indagini. Ma le pietre sporche del suo sangue, nascoste in un casolare poco lontano e trovate dai suoi amici e da pastori del luogo, rivelavano un’altra verità: Peppino Impastato era stato massacrato di botte e successivamente trascinato inerme sui binari e lì fatto esplodere. Il suo era un assassinio politico di stampo mafioso, anche se questo verrà stabilito solo nel 1984.

Giuseppe Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948 da una famiglia mafiosa imparentata con il capomafia Cesare Manzella, ucciso nel 1963 in un agguato per volere di Gaetano Badalamenti, boss che si stava imponendo sulla zona come capo indiscusso e al quale la famiglia Impastato aveva giurato fedeltà. Ancora ragazzo, Giuseppe rompe i legami con il padre, non condividendone la logica mafiosa e, cacciato di casa, aderisce al Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria) e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa. Lotta aspramente contro l’espropriazione delle terre dei contadini per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi, controllato dai Badalamenti e divenuto fulcro del loro traffico di droga. Nel 1976 Peppino fonda Radio Aut, un’emittente radiofonica autogestita e autofinanziata dai giovani della zona, che, oltre a svolgere intrattenimento culturale, denuncia quotidianamente gli abusi compiuti dai mafiosi di Cinisi e Terrasini. Il programma di Peppino, Onda pazza, è il più seguito, oltre che il più criticato: la sua è una satira pungente che non risparmia mafiosi o politici, ai quali vengono storpiati i nomi – Gaetano Badalamenti diviene ad esempio Tano Seduto, il gran capo tribù di Mafiopoli, che altro non è che Cinisi – e dei quali vengono narrate tutte le malefatte, senza timore di infastidire “chi non deve essere toccato”. Nel 1978, Giuseppe si candida alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria, ma il suo assassinio arriva prima della fine della campagna elettorale. Tano Badalamenti ne è il mandante: vuole punire il giovane perché l’ha sbeffeggiato, perché ha formulato troppe ipotesi veritiere e perché ha avuto il coraggio di non abbassare lo sguardo davanti alla potenza della mafia. Dunque Peppino viene ucciso, ma la curiosa coincidenza con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro facilita l’insabbiamento delle indagini sulla morte di un ragazzo siciliano “che non sapeva starsene al suo posto”. La gente di Cinisi conosce però la reale versione dei fatti e, per palesare il disappunto e la rabbia contro il capomafia artefice di un’ingiusta violenza, organizza un corteo durante la celebrazione dei funerali di Giuseppe e lo vota comunque alle comunali, riuscendo ad eleggerlo.

Dopo il grave lutto subìto, il fratello di Peppino, Giovanni, e la madre Felicia Bartolotta rompono pubblicamente ogni rapporto con la parentela mafiosa e insieme con i compagni di militanza del giovane iniziano la loro battaglia per far chiarezza e rendere giustizia a una persona che aveva donato la vita per la causa dell’antimafia. Grazie anche al Centro siciliano di documentazione di Palermo, fondato nel 1977 e dal 1980 intitolato proprio a Giuseppe Impastato, vengono raccolti documenti, testimonianze e presentate denunce che fanno riaprire l’inchiesta giudiziaria. Nel 1984 il Tribunale di Palermo emette una sentenza in cui cadono le ipotesi di morte accidentale o suicidio e si riconosce la matrice mafiosa del delitto, però attribuito all’azione di ignoti, causando quindi l’archiviazione del caso per impossibilità di individuare i colpevoli dell’omicidio. Giovanni Impastato e sua madre non si danno per vinti e finalmente nel 1994 una loro istanza di riapertura dell’inchiesta, promossa anche dal Centro siciliano Impastato e accompagnata da una petizione popolare, viene accettata dai magistrati, che nel 1996 ricominceranno le indagini. Grazie alla testimonianza di alcuni pentiti, dopo 5 anni, nel marzo del 2001, Vito Palazzolo viene dichiarato colpevole dell’assassinio e condannato a 30 anni di reclusione e Gateano Badalamenti, indicato come il principale mandante, nel 2002, viene condannato all’ergastolo; inoltre vengono accertate le responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.

Dopo questa vittoria, Giovanni Impastato sta proseguendo lungo la strada tracciata da suo fratello: egli infatti partecipa attivamente all’organizzazione di manifestazioni in collaborazione con il Centro siciliano di documentazione, ha creato un movimento anti-pizzo nella sua Cinisi e si sposta in tutta Italia per testimoniare la sua esperienza e sensibilizzare la Penisola intera a un problema che non è solo siciliano. Una delle iniziative di quest’anno è la manifestazione nazionale contro la mafia, nell’ambito del  Forum sociale antimafia 2008, che si terrà a Cinisi dal 6 al 10 maggio, in occasione del trentennale dall’omicidio di Peppino: sarà un corteo in memoria della sua lotta e a dimostrazione che qualcosa sta lentamente cambiando, che l’Italia ora si ricorda anche di lui.

Michela Francescutto

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

Un’altra volta hanno fallito: la maratona elettorale inizia alle 15, con la diffusione dei famigerati exit – pool che prefigurano un testa a testa tra PdL e PD, annunciando solamente a 2 i punti di vantaggio del primo sul secondo.  Alle 16 30 i punti di vantaggio per Berlusconi si moltiplicano, anzi si triplicano arrivando a circa 7. Lo sconforto dei militanti del PD riniti sotto il Loft di Veltroni è palpabile. Da parte sua il Popolo delle Libertà festeggia il risultato parlando di “vittoria netta”. Ma queste elezioni hanno descritto un’Italia e disegnato un Parlamento che dire abbia sorpreso è dire poco. Ma andiamo con ordine: la vittoria dell’asse PdL – Lega di Berlusconi è solida, distante 9 lunghezze dal PD che si ferma, in coalizione con l’Italia dei Valori, attorno al 38 % sia alla Camera che al Senato. Il compagno di strada Di Pietro festeggia il risultato che lo porta a raddoppiare i consensi rispetto alle politiche del 2006 (si attesta intorno al 5 %). Il partito del predellino di piazza S. Babila è un successo, qualche punto percentuale in più rispetto alla somma di An e Fi (intorno al 38 %). Sorprendente il risultato della Lega, apparentata con il PdL, vera vincitrice di questa tornata elettorale: dilaga al Nord, trionfa addirittura in alcune regioni arrivando a competere con il PdL (in Veneto più che raddoppia, dall’11 al 25 %), oltrepassa il Po conquistando le regioni rosse, sorprendendo con un ottimo risultato in Emilia-Romagna: supera il 7 %. In totale conquista un determinante bottino, con il 6 % alla Camera e più dell’ 8 % al Senato: l’Italia è di Bossi e Berlusconi, con un 47 % dei consensi che consegna loro una maggioranza più che solida. Qualche ombra, appunto, sul forte risultato della Lega, che potrà influenzare pesantemente le scelte del futuro governo.

Per il resto, è un terremoto in Parlamento: l’Udc sopravvive, anzi ottiene un discreto risultato stretto com’era fra due giganti: passa la soglia di sbarramento alla Camera, con un 5,5 % dei consensi, e posiziona una pattuglia di 3 senatori provenienti dalla Sicilia, unica regione in cui supera l’8 %. Tra questi il neo condannato Cuffaro, ma va bene così, pochi ma buoni. Sono 5, quindi, i gruppi parlamentari che sopravvivono alla nascita della Terza Repubblica, 6 contando anche l’MpA del nuovo governatore della Sicilia Lombardo, alleato con Berlusconi. Sorprende in negativo il risultato della Sinistra-l’Arcobaleno, alla prima prova elettorale del cartello che riuniva Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e PdCI: con poco più del 3 % non avrà neppure un rappresentante in Parlamento, prefigurando una strada tutta in salita per il nuovo soggetto unitario. I risultati vanno al di là di ogni più nera aspettativa: nella Valdagno la rossa, Carroccio batte Sinistra 30 a 2,1. Così in tutti i vecchi feudi, così nella frase lapidaria rivolta da un festoso Maroni ad un amareggiato Bertinotti che a Matrix annuncia il suo abbandono del ruolo di dirigente politico (“resterò un militante”): “oramai gli operai votano Lega”. Da una parte i nostalgici della falce e martello, dall’altra la politica del voto utile, e l’astensione: resta il fatto che questa semplificazione del quadro politico che tende fortemente al bipartitismo sconvolge il Parlamento e lascia fuori tanta parte delle culture politiche e delle facce che avevano rappresentato l’Italia di ieri: scompaiono i comunisti, scompaiono i socialisti di Boselli sotto l’1 % (non avranno nemmeno il rimborso della campagna elettorale). Non passa la soglia la Destra di Storace, con un 2,5 % che però promette qualcosa per il futuro.

Un quadro quindi fortemente anomalo si presenta agli occhi degli italiani verso le nove di sera. La sconfitta è pesante, Veltroni ammette che “non si può fare”, e all’americana chiama il “principalerappresentatedelloschieramentoanoiavverso” e si congratula. Il PD regge bene ma non sfonda: il 33 % e sì al di sopra della somma di DS e Margherita, ma dopo aver vampirizzato la Sinistra è chiaro che deve ringraziare la psicologia da voto utile e, del resto, uno stacco di quasi dieci punti non è un gran risultato. Tra i piani alti del loft, circolavano già le voci che il 35 % avrebbe costituito la “soglia” al di sotto della quale il risultato sarebbe stato considerato un fallimento. Veltroni non perde comunque la calma e il fair play: “opposizione ma responsabile e intese sulle riforme”.

Non va bene per le sinistre nemmeno sull’altro fronte: in Sicilia si profila una pesantissima sconfitta per Anna Finocchiaro, forse annunciata; mentre a sorpresa il piglia tutto Illy deve vedersela con Tondo che ribalta i sondaggi. Resta la battaglia per provincia e comune di Roma, dove Rutelli affronterà al ballottaggio il colonnello del PdL Alemanno.

Un dato sopra tutti, l’astensione. Rispetto alle politiche di due anni fa ha votato il 3 % in meno. Innegabile che l’astensione abbia favorito la destra e colpito le sinistre, ma il dato deve far riflettere vincitori e vinti. Per il resto,  auguri, Italia.

Matteo Lucatello

L’articolo apparso sull’ultimo numero di “Sconfinare” riguardante la problematica dell’aborto e l’attuale clamore suscitato dal partito di Giuliano Ferrara, mi hanno spinto a dire la mia ed a contribuire con queste righe a creare un dibattito intorno all’argomento.

Vorrei inoltre far notare che questo articolo non è un “bastian contrario” rispetto a quello già pubblicato nell’uscita precedente, ma intende essere un complemento di quello…un’altra delle tante opinioni.

La fondazione del partito “Per la Vita” è stato sicuramente lo stimolo più pungente per riaccendere il dibattito su un tema che tocca la sfera più intima di ognuno, su cui tutti abbiamo una opinione che si forma come corollario di diverse esperienze sia empiriche che spirituali.

Un  partito politico,però, deve farsi portatore di interessi diffusi nella popolazione, e non può ridursi solo ad una battaglia monotematica, anche perchè, il governo di un Paese deve fronteggiare   un novero di problemi economici sociali e politici che non si posso riconoscere nell’anti-abortismo tout-court.. Tutto questo il fondatore e leader del partito lo sa bene, data anche la sua formazione politica di tutto rispetto, ma conoscendo il personaggio-Ferrara e la sua forte indole polemica non stenterei a credere che l’iniziativa sia una provocazione, volendo fuoriluogo,  ma di certo senza alcuna velleità di governo; proprio per questo il vuoto di programmi è stato cosi palese, si può dire che questa compagine si presenti alle elezioni con poche idee ma ben confuse.

E’ vero che il tema dell’aborto debba essere discusso in una “arena che coinvolga direttamente la società”, ma non si può evitare che una decisione finale passi per il Parlamento per due motivi: il Parlamento pur non essendo composto dallo stesso numero di uomini e di donne rappresenta tutti i cittadini Italiani che lo legittimano con il proprio voto, ed essendo in vigore un tipo di referendum solo abrogativo una eventuale nuova legislazione dovrà, per regola passare dalle due camere.

La legge 194/78, inoltre, a mio avviso è uno strumento completo ed equilibrato, quindi, ottimale per  regolare una problematica cosi spinosa sulla quale data la natura umana non può vigere un vuoto di regolamentazione: ogni caso di interruzione di gravidanza è previsto e regolato in maniera certa ed inequivocabile senza spazio per le interpretazioni.

Uscendo però dalla sfera giuridica, come è stato giustamente portato all’attenzione, l’interruzione di gravidanza tocca diversi aspetti dell’essere umano, fra cui la fede religiosa che sicuramente rende l’interpretazione più difficile, ma non è soltanto un orpello barocco da aggiungere alle argomentazioni: secondo Feuerbach infatti Dio è la proiezione del bene massimo cui l’uomo aspira, sotto questa lente si capisce che con la fede ci si pone nella posizione di: “cosa farebbe la mia migliore proiezione?…” creando un problema più articolato e non meno profondo.

La questione di coscienza tuttavia, si pone prescindendo dalla fede, quindi il discorso ci riporta a un etica delle responsabilità, in cui nel compiere determinati atti si deve essere ben coscienti dei rischi cui si va incontro, non sto predicando la castità monastica, ma una responsabilizzazione delle azioni utilizzando meglio e con maggiore informazione le forme di contraccezione citando De Andrè  direi: “forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore!” Queste considerazioni non valgono solo per le donne che poi  si potrebbero trovare da sole a fronteggiare decisioni di questo tipo, ma anche per gli uomini per i quali è più facile scappare (mater certa est….) piuttosto che accollarsi le proprie responsabilità sia di padre che di partner. Mi viene in aiuto la frase di Calvino citata nell’articolo precedente “non solo per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche ma per un atto di volontà e di amore”. Proprio sulla volontà che non è quella di procreare vorrei soffermarmi, a prescindere dall’amore che cambierebbe molti comportamenti: un atto di volontà presuppone dei rischi, questi non possono essere sempre considerati marginali o rimediabili, quindi nell’utilizzo delle proprie libertà bisognerebbe tenerne conto. La libertà di disporre del proprio corpo non va confusa con la libertà di impedire ad una nuova vita di nascere, commettendo l’errore di dare più importanza ad altri fattori che a quella vita stessa. Molti hanno obbiettato a ciò prendendo in considerazione le gravidanze sorte da violenze che indubbiamente provocano una moltiplicazione del trauma, in quei casi la legge esiste e permette in tempo di interrompere la gravidanza (art.4 comma 1 L. 194/78 sulle circostanze del concepimento) , e questi casi non sono quelli per cui tale pratica viene richiesta più spesso quindi una giustificazione di questo genere non mi sembra opportuna. Se si pone il diritto di aborto come “un diritto inviolabile” quale valore ha il “diritto alla vita” sempre decantato se esso viene precluso ancora prima di poter essere esercitato a pieno? Essendo un ragazzo, potrei essere tacciato di non capire la situazione di una donna alle prese con questa scelta, tanto meno voglio porre le donne in posizione di inferiorità, mi rivolgo quindi ad ambo i sessi: anche se potrebbe sembrare difficile per via delle differenze strettamente biologiche, tenete sempre ben presente i rischi delle vostre azioni e  state sempre al fianco di chi porta in se una vita.

Antonio Del Fiacco

L’articolo apparso sull’ultimo numero di “Sconfinare” riguardante la problematica dell’aborto e l’attuale clamore suscitato dal partito di Giuliano Ferrara, mi hanno spinto a dire la mia ed a contribuire con queste righe a creare un dibattito intorno all’argomento.

Vorrei inoltre far notare che questo articolo non è un “bastian contrario” rispetto a quello già pubblicato nell’uscita precedente, ma intende essere un complemento di quello…un’altra delle tante opinioni.

La fondazione del partito “Per la Vita” è stato sicuramente lo stimolo più pungente per riaccendere il dibattito su un tema che tocca la sfera più intima di ognuno, su cui tutti abbiamo una opinione che si forma come corollario di diverse esperienze sia empiriche che spirituali.

Un  partito politico,però, deve farsi portatore di interessi diffusi nella popolazione, e non può ridursi solo ad una battaglia monotematica, anche perchè, il governo di un Paese deve fronteggiare   un novero di problemi economici sociali e politici che non si posso riconoscere nell’anti-abortismo tout-court.. Tutto questo il fondatore e leader del partito lo sa bene, data anche la sua formazione politica di tutto rispetto, ma conoscendo il personaggio-Ferrara e la sua forte indole polemica non stenterei a credere che l’iniziativa sia una provocazione, volendo fuoriluogo,  ma di certo senza alcuna velleità di governo; proprio per questo il vuoto di programmi è stato cosi palese, si può dire che questa compagine si presenti alle elezioni con poche idee ma ben confuse.

E’ vero che il tema dell’aborto debba essere discusso in una “arena che coinvolga direttamente la società”, ma non si può evitare che una decisione finale passi per il Parlamento per due motivi: il Parlamento pur non essendo composto dallo stesso numero di uomini e di donne rappresenta tutti i cittadini Italiani che lo legittimano con il proprio voto, ed essendo in vigore un tipo di referendum solo abrogativo una eventuale nuova legislazione dovrà, per regola passare dalle due camere.

La legge 194/78, inoltre, a mio avviso è uno strumento completo ed equilibrato, quindi, ottimale per  regolare una problematica cosi spinosa sulla quale data la natura umana non può vigere un vuoto di regolamentazione: ogni caso di interruzione di gravidanza è previsto e regolato in maniera certa ed inequivocabile senza spazio per le interpretazioni.

Uscendo però dalla sfera giuridica, come è stato giustamente portato all’attenzione, l’interruzione di gravidanza tocca diversi aspetti dell’essere umano, fra cui la fede religiosa che sicuramente rende l’interpretazione più difficile, ma non è soltanto un orpello barocco da aggiungere alle argomentazioni: secondo Feuerbach infatti Dio è la proiezione del bene massimo cui l’uomo aspira, sotto questa lente si capisce che con la fede ci si pone nella posizione di: “cosa farebbe la mia migliore proiezione?…” creando un problema più articolato e non meno profondo.

La questione di coscienza tuttavia, si pone prescindendo dalla fede, quindi il discorso ci riporta a un etica delle responsabilità, in cui nel compiere determinati atti si deve essere ben coscienti dei rischi cui si va incontro, non sto predicando la castità monastica, ma una responsabilizzazione delle azioni utilizzando meglio e con maggiore informazione le forme di contraccezione citando De Andrè  direi: “forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore!” Queste considerazioni non valgono solo per le donne che poi  si potrebbero trovare da sole a fronteggiare decisioni di questo tipo, ma anche per gli uomini per i quali è più facile scappare (mater certa est….) piuttosto che accollarsi le proprie responsabilità sia di padre che di partner. Mi viene in aiuto la frase di Calvino citata nell’articolo precedente “non solo per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche ma per un atto di volontà e di amore”. Proprio sulla volontà che non è quella di procreare vorrei soffermarmi, a prescindere dall’amore che cambierebbe molti comportamenti: un atto di volontà presuppone dei rischi, questi non possono essere sempre considerati marginali o rimediabili, quindi nell’utilizzo delle proprie libertà bisognerebbe tenerne conto. La libertà di disporre del proprio corpo non va confusa con la libertà di impedire ad una nuova vita di nascere, commettendo l’errore di dare più importanza ad altri fattori che a quella vita stessa. Molti hanno obbiettato a ciò prendendo in considerazione le gravidanze sorte da violenze che indubbiamente provocano una moltiplicazione del trauma, in quei casi la legge esiste e permette in tempo di interrompere la gravidanza (art.4 comma 1 L. 194/78 sulle circostanze del concepimento) , e questi casi non sono quelli per cui tale pratica viene richiesta più spesso quindi una giustificazione di questo genere non mi sembra opportuna. Se si pone il diritto di aborto come “un diritto inviolabile” quale valore ha il “diritto alla vita” sempre decantato se esso viene precluso ancora prima di poter essere esercitato a pieno? Essendo un ragazzo, potrei essere tacciato di non capire la situazione di una donna alle prese con questa scelta, tanto meno voglio porre le donne in posizione di inferiorità, mi rivolgo quindi ad ambo i sessi: anche se potrebbe sembrare difficile per via delle differenze strettamente biologiche, tenete sempre ben presente i rischi delle vostre azioni e  state sempre al fianco di chi porta in se una vita.

Antonio Del Fiacco

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