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Un terremoto minaccia di riversarsi sulla politica italiana. Sono tanti, a sentire loro; sono moderni; e soprattutto, sono arrabbiati. A fine settembre si sono trovati tutti insieme in un prato fuori Cesena, in quella che è stata presentata agli occhi del mondo come una nuova Woodstock. Ma tranquilli, dimenticatevi il glorioso mantra sesso-droga-rock’n’roll; la nuova Woodstock è consistita nel raduno del movimento 5 Stelle, capitanato da Beppe Grillo. Una due giorni di musica, arte e comizi, che ha portato su un prato di Cesena circa centomila persone, centomila “rivoluzionari”, come li ha chiamati Grillo. Questo raduno offre sicuramente degli spunti di riflessione interessanti, e porta a chiedersi: Grillo si pone a fustigatore della politica, e a rivoluzionario; ma cosa dobbiamo aspettarci veramente da lui in questo autunno caldo? E’ un genio politico pronto a portare qualcosa di innovativo, o un furbo impostore?

Per prima cosa, non si può negare che Grillo abbia puntato sul cavallo corretto. Egli, con la sua verve polemica da comico senza peli sulla lingua, ha saputo percepire e raccogliere le voci di antipolitica e di rinnovamento che da anni emergono dalla società italiana. Da un po’ di tempo, però, il movimento è entrato in una nuova fase; non contento di scagliarsi solo a parole contro il sistema politico tutto, proponendo il superamento dei partiti e dei privilegi, ora ha deciso di entrare nell’agone politico, ponendo come obiettivo legittimo e raggiungibile quello di ottenere 10 deputati alle prossime legislative. La contraddizione è evidente: il movimento va contro i partiti, ma vuole giocare sul loro stesso terreno. Non basta un nome, movimento, a non trasformare i grillini in partito; se partecipano alle elezioni, se il loro obiettivo diventa quello di avere deputati in parlamento, è necessario un certo passaggio ad una forma partito, se non altro per recrutare i candidati.  Infatti, non si può dire che il PDL sia un organo strutturato e dotato di profondità di azione sul territorio; ma non si può affermare che queste sue caratteristiche non lo rendano un partito. Anzi, è un partito tanto meno democratico, quanto le decisioni riguardo al suo funzionamento sono prese solamente dal suo leader. Ora, vedo molto difficile che il Movimento 5 stelle non faccia la stessa fine, sottoposto alla scelta finale dei deputati da parte di Grillo. Perchè, se è vero che il comico assicura che la legge elettorale è una porcata e va modificata, come d’altronde buona parte delle persone dotate di intelletto sostengono da molto tempo, è altrettanto vero che per entrare in Parlamento bisogna giocare con le liste bloccate, e quindi Grillo può fare il buono e il cattivo tempo, proprio come uno qualsiasi dei vecchi politici criticati a Cesena.

Grillo però ha un grande merito: quello di sapere usare con maestria i mezzi di comunicazione contemporanei. Internet non ha più segreti per lui, e grazie alla rete riesce ad allargare sempre di più la sua schiera di seguaci insoddisfatti del sistema. Può essere questo visto come un uso dei media che porterà ad una maggiore democrazia? Non credo; vedo assai improbabile uno sviluppo di questo genere, perché comunque tutto il meccanismo fa capo al leader, che domina le idee del gruppo senza possibilità di contraddizione. Anzi, questa politica “diffusa” rende ancora più difficile mettere in discussione il leader, cioè Grillo, perchè la rete crea un pubblico amorfo, da cui pescare le teste più fedeli e lasciare perdere le altre.

Insomma, il movimento 5 stelle critica i meccanismi della politica, ma per veicolare il suo messaggio di critica ne utilizza gli stessi meccanismi, portandoli ad un nuovo livello.  Grillo non è diverso, non è nuovo rispetto a Berlusconi; è semplicemente arrivato dopo, ne ha potuto studiare la bravura e gli sbagli e, ora che ha studiato, ne approfitta per ottenere gloria come novello Messia. Questo è dimostrato da un’ultima considerazione: in un momento in cui la vera opposizione al sistema politico attuale sarebbe spingere ad una riflessione precisa e preparata sulle vere priorità del Paese, Grillo si limita a criticare, ad urlare. Il programma del movimento esiste, e ad onor del vero ha anche proposte interessanti, in particolare sull’ambiente. Ma insieme ad esse sono presenti molte dichiarazioni generiche, populiste, simili,anche se di segno opposto, a quelle a cui ci ha ormai abituato la Lega. Questo non significa che poi, una volta nelle stanze del potere, i grillini non sappiano il fatto loro, e non prendano inziative degne di nota; basta pensare a David Borrelli, candidato governatore del movimento alle ultime regionali in Veneto, e consigliere comunale a Treviso. Ma quello che appare desolante è vedere come in realtà sia proprio a livello di comunicazione nulla cambi; Grillo dice di voler fare la rivoluzione, e di cambiare la politica, ma poi è il primo a rivolgersi alle grida e alla trivialità nel discorso politico. Invece, l’unica vera rivoluzione nella politica italiana di questi anni sarebbe portata da chi veramente smettesse di urlare e ci invitasse ad ascoltare, ad approfondire i problemi, ad affrontarli dopo esserci preparati bene su di essi. Di Woodstock ne abbiamo già tante, e si vede quanto male sono usate; ora è il tempo di tornare all’Opera, e di scoprire quanto bella può essere.

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Alla cronaca dei fatti rimarrà sicuramente più il polverone pre-elettorale che non la Polverini vincitrice. Senza voler nulla togliere al neo Governatore della Regione Lazio, al contrario, si è avuta l’impressione che alla base si fosse partiti con un divario incolmabile tra le due fazioni rivali. I fatti che hanno portato alle dimissioni di Marrazzo (“almeno Berlusconi andava con le donne”, questo uno dei commenti che ho registrato in seguito ai fatti) e i suoi cinque anni di governo poco incisivi avevano già creato le condizioni di partenza per le quali qualsiasi candidato a destra sarebbe stato il nuovo Governatore. Per non sbagliare, il centro-destra ha presentato due novità: un candidato donna e, soprattutto, proveniente dal mondo sindacale. Mossa molto intelligente: sia per equilibrare i lasciti fatti alla Lega nel nord sia per convincere la gente di provincia che soffre più di tutti la crisi economica e che rappresenta il vero patrimonio elettorale della destra. Se poi si ha avuto modo di conoscere la Polverini dal vivo non si può tralasciare quell’accento burino che la fa sentire parte del volgo. La politica vicina alla gente.

Questo divario era importante tanto che il PD, dopo aver cercato nelle proprie carte degli assi mancanti, si è rassegnato ad appoggiare la Bonino ed i radicali. Insomma, per una volta non si è voluto giocare alla meno peggio come in occasione delle ultime elezioni municipali di Roma (in cui il PD si è presentato con Rutelli, spingendo la parte laica della sinistra ad astenersi e lasciando di fatto la vittoria ad Alemanno). Eppure, risiede forse qui il vero errore che sta commettendo il Partito Democratico al giorno d’oggi: “siamo l’unico partito in Italia ad aver organizzato elezioni primarie per scegliere i propri candidati”. Questo lo diceva Bersani in occasione delle primarie in Puglia. Ma se è vero che questa è la democrazia, allora il sistema delle primarie a sinistra andava forse allargato a tutte le regioni in cui si sarebbe andati al voto. Non solo quelle in cui vi sono problemi interni da risolvere, come è effettivamente successo in Puglia. Si perde credibilità e si può pensare che il partito sia democratico solo quando gli fa comodo.

In questo senso, la Bonino, politico di forte esperienza in Italia e all’estero, non è riuscita a convincere tutto l’elettorato di sinistra. Vi è la parte moderata, ricollegabile all’ex Margherita, che non è molto in sintonia con il percorso politico seguito dalla Bonino, così come i partiti di estrema sinistra non hanno mai visto di buon occhio i radicali. Come si è visto, purtroppo, è poi divenuto facile strumentalizzare il passato politico del candidato per farne opposizione. A 4 giorni dalle elezioni, Bagnasco ha preso parola invitando i fedeli a non votare i politici “pro-aborto”. Ci si chiede: può essere l’aborto strumentalizzato in funzione politica? Non sta facendo la Chiesa stessa l’errore madornale di ricollegare discorsi delicati riguardanti bioetica e diritti civili a quel porcile di opposizione chiamato partitismo? Forse non è solo la Chiesa a fare questo errore: in questi giorni stiamo vedendo come la questione delicata della pillola abortiva RU-486 stia diventando “di colore” – regioni rosse sì, regioni blu-verdi no.

Come se non bastasse, il clima si è scaldato con gli errori di presentazione delle liste e il tentativo trafelato di salvare il salvabile. Ma di questo se ne sono occupati abbastanza i giornali nazionali: quello spuntino di troppo, il quarto d’ora accademico e poi giù contro magistrati, questori, TAR, giornali. Ci si chiede se non sarebbe stato meglio dire “scusate” invece di andare avanti sul filo della politica dell’odio. Un Governo che discredita le proprie istituzioni è un governo che in primis riconosce di non aver fatto nulla per riformare gli aspetti che effettivamente non funzionano nel Paese. Ma prima di tutto che non si rende conto di quanto influenzi la società spingendola ancora di più verso un sistema parallelo a quello delle istituzioni, mafioso o anarchico che sia.

L’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma ha fatto sì che alle elezioni molta gente sia andata in seggio, ha messo la croce sulla lista di Renata Polverini (ammessa senza merenda) scrivendo però il nome di candidati della lista Pdl. Sembrerebbe che nella sola Roma siano state annullate 30.000 schede di questo tipo. Con una differenza di voti tra le due candidate che, a risultato finale, è stata di 70.000 preferenze.

La sera stessa dello spoglio, la Polverini si è ritrovata in Piazza del Popolo a festeggiare mentre il comitato Bonino riconosceva la sconfitta e si augurava cinque anni di buon governo. “La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” una tale affermazione la si aspetterebbe dall’opposizione. Invece è Antonio Di Pietro a rilasciarla quella sera stessa, dimostrando per l’ennesima volta (nonostante il risultato politico da parte del suo partito) che la sinistra non smetterà ancora per un po’ di darsi la zappa sui piedi. Proprio Di Pietro, a mio parere, è l’incarnazione della mediocrità di questa sinistra, simbolo di un anti-berlusconismo ad oltranza e vittima del ruolo subalterno rispetto allo sterile PD. Un po’ la crisi del secondo partito che ha toccato anche Casini dall’altro lato.

Una volta dato il risultato, non resta però che fare gli auguri di buon lavoro alla nuova giunta che si trova a dover far fronte a vari problemi di forte rilevanza: la cura di infrastrutture e trasporto urbano di Roma e provincie, la difficoltosa gestione della sanità, il rilancio industriale, agricolo e turistico. L’innovazione tecnologica e architettonica delle città. Sperando che la sintonia politica tra Governo, Governatore e Sindaco di Roma servano ora a fare qualcosa di grande per questa Regione.

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

“La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” Antonio Di Pietro, Italia dei Valori, dopo i risultati nel Lazio

Vittoria storica del Dpj: una svolta per il Giappone, pari all restaurazione Meiji, e il primo reale cambio di potere da 54 anni.

 

Crisi è una parola bistrattata da giornali e televisioni: ormai leggerla non suscita nulla, né tantomeno aiuta a riflettere, a meno che non richiami all’imposizione di un modello economico considerato l’unico possibile. A differenza dell’etimologia greca della parola krisis, che significa scelta o decisione, nella lingua giapponese
il suo ideogramma rimanda ad altre due parole
tradotte in pericolo e opportunità, esemplificanti in maniera perfetta l’attuale politica giapponese.

La storica vittoria dello scorso agosto del Dpj (Democratic Party of Japan) ha sancito la fine della egemonia conservatrice Ldp (Liberal Democratic Party): un cambio di governo mai successo nella storia politica giapponese dal 1955 (salvo una breve interruzione tra 1993-1994).

 

L’elezione ha dimostrato al Ldp, capeggiato dal cattolico Taro Aso, non solo la frustrazione dei giapponesi per la situazione economica nazionale segnata da una stagnazione economica decennale e da un debito pubblico pressante (175% del Pil), ma anche un rifiuto al gerontocratico sistema politico. Ciò ha fatto guadagnare al Ldp risultati elettorali imbarazzanti: 308 seggi della Camera Bassa al Dpj (rispetto ai 113 del 2005), 119 al Ldp (a confronto dei 296 del 2005) e 53 ad altri partiti (71).

 

I motivi della sconfitta sono molteplici: il Ldp fu, negli anni del boom economico delle Tigri Asiatiche, il fautore del cosiddetto development state, teoria di sviluppo statale che utilizza l’interconnessione tra politica e industria per sviluppare settori specifici dell’economia e che ha portato il Giappone a divenire nel ’70 la seconda potenza industriale mondiale. I problemi sorgono alla fine degli anni ’80 con lo scoppio della bolla speculativa giapponese, che trascina l’economia nipponica in una stagnazione decennale. L’altalenante linea politica del Ldp, incapace di affrontare la crescita zero e l’aumento incalzante del debito pubblico, si è andata a mescere con la dilagante corruzione dei ministri e con la casta burocratica, portando il Giappone ad essere oggi lo stato più in difficoltà nella crisi Subprime. Quindi, il promotore della vittoria di Hatoyama, leader del Dpj, è stato, in realtà, l’immobilismo politico che ha segnato gli ultimi 20 anni di amministrazione liberaldemocratica.

 

Nonostante la stampa nipponica parli di seiken tokai, ossia di cambio regime, difficilmente Hatoyama riuscirà a portare a termine le promesse elettorali di maggiori finanziamenti alla sanità pubblica e sussidi ai disoccupati (il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 5,7%, un dato basso rispetto agli standard internazionali, ma un record per il Giappone) che dovranno essere riconsiderati a seguito della caduta libera del Pil nazionale.

 

Per ora Hatoyama ha presentato due novità. La prima è la decisione di ridurre l’emissione di carbonio del 25% entro il 2020: una decisione in apparenza anti industriale, ma che nei fatti favorirà le multinazionali come Sanyo, Toshiba e Sharp, preparate da anni al boom delle tecnologie verdi; senza contare i benefici per le compagnie automobilistiche, ottenuti dimezzando l’accisa sul petrolio ed eliminando gradualmente i pedaggi autostradali.

 

La seconda novità è l’ottica diplomatica yuai di Hatoyama: se in Italia il confronto politico si sviluppa attraverso la dicotomia tra concezione immanente (dio, patria, famiglia ecc.) e concezione trascendente (libertà, uguaglianza, solidarietà – ideali legittimatori della ribellione all’oppressivo), in Giappone lo scontro si ha tra la concezione di wa, ossia armonia del Ldp (che sottointende una armonia interna, precludendo qualsiasi apertura verso altri stati) e yuai del Dpj, ossia di fraternità, intesa come una visione panasiatica tra Giappone, Corea del Sud e Cina. Per la prima volta nel Paese del Sol Levante si fa strada l’idea di un’ emulazione dell’Unione Europea che partirà proprio nella trasformazione entro il 2015 dell’Asean in spazio economico comune e con l’introduzione di una moneta unica asiatica.

E’ questa la crisi del nuovo Giappone, stretto tra il pericolo del declino economico per mano sino-americana e l’opportunità di superare le storiche rivalità ed i nazionalismi per dare vita alla prima potenza economica mondiale.

 

Magonara Luca Alvise

Dove nasce la rabbia del profondo Nord

di Paolo Rumiz

 

Il sottotitolo e l’immagine di copertina di questo capolavoro di giornalismo potrebbero far pensare a un manifesto della Lega Nord: non a caso, mentre lo leggevo in classe, ho ricevuto sguardi dal perplesso allo schifato (certo non stupiti, d’altronde sono friulano, quindi parte integrante del terribile Nord-Est leghista!).

In realtà, questo libro del triestino Paolo Rumiz, giornalista de “La Repubblica” e autore di numerosi reportage dall’area balcanica, è un rarissimo esempio di imparzialità e lucidità di analisi all’interno del campo minato che è la “Questione leghista”. Questa imparzialità è ancora più eccezionale considerando che il libro è stato scritto nel ’97, sull’onda del clamore suscitato dalle posizioni più estreme della Lega, al tempo partito dichiaratamente secessionista.

 

L’analisi di Rumiz prende spunto da un viaggio in tutto il Nord Italia, parlando con attivisti e dirigenti dei partiti, ma anche con imprenditori del Nordest e della Lombardia, con sindaci di minuscoli paesini di provincia, dal Friuli al Piemonte, con sociologi e intellettuali di ogni orientamento politico e ideologico. Un quadro completo e originale, che grazie alla maestria di Rumiz si trasforma da raccolta di opinioni a documento importantissimo delle ragioni della nascita e dell’affermazione del fenomeno leghista. Un fenomeno caratteristico dell’Italia, non di quella stereotipata di pizza, mafia e mandolino, ma di quella dell’imprenditoria diffusa e familiare, del localismo (eccessivo e non), della religiosità quieta e riservata, quasi più protestante che cattolica (un esempio su tutti: il caso Englaro e la dissidenza del clero friulano dalla posizione ufficiale del Vaticano)… insomma, del Nord, che sembra quasi fare a pugni con l’immagine “tradizionale” dell’Italia.

Quello che davvero colpisce di questo libro è come Rumiz riesca a unire spunti diversissimi, componendo un quadro vario e allo stesso tempo estremamente coerente: è, insomma, un esempio di grande giornalismo, che si cala nelle piccole e grandi realtà con straordinaria umanità e riesce comunque a mantenere una visione d’insieme di ampio respiro. Per capire il fenomeno della Lega, in particolare, un approccio che tenga conto delle particolarità dei luoghi e della gente è fondamentale, perché, come Rumiz stesso suggerisce più volte, la Lega è spesso il frutto di un localismo esasperato, ma che è diventato tale soprattutto perché la Sinistra italiana l’ha sempre disprezzato o peggio ancora ignorato, facendo finta che non esistesse. Berlusconi, in maniera più furba dal punto di vista politico/elettorale (e discutibile eticamente), ha soffiato sul fuoco e ha fatto da cassa di risonanza al messaggio della Lega.

 

La maggior parte dell’intellighenzia di sinistra continua ad attribuire l’innegabile e crescente successo della Lega solamente ad un’ignoranza di fondo, trascurando,  consapevolmente o meno, tutte le dinamiche sociali, ideologiche e politiche che sottostanno a tale successo. È un atteggiamento controproducente, che non ha fatto altro che rendere ancora più salda la “fede” dei militanti del partito e convinto molti indecisi a votarlo. Rumiz, al contrario, analizza finemente tutte queste dinamiche; in particolare, si sofferma sull’aspetto sociologico e culturale del voto leghista, registrando e mostrando quella che lui chiama appunto una “secessione leggera” (dallo Stato e dalla politica in primis). È qui il punto centrale del fenomeno della Lega: quello di essere un fenomeno popolare, nato dal basso e da un comune sentire, trasversale sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista politico. Gli spunti offerti da Rumiz qui sono intelligenti e numerosissimi: ad esempio, le ragioni del passaggio “in blocco” dalla DC alla Lega in Veneto e Friuli, oppure il voto “secessionista” delle provincie (e degli Alpini) che fecero la Resistenza partigiana più feroce. O ancora, perché proprio sulle sponde del “Dio Po” la Lega sia più debole che in Sicilia.

 

La Lega è stata definita un “estremismo di centro”, ancora riferendosi alla sua natura fondamentalmente culturale e apolitica. Rumiz racconta e sviscera le manifestazioni più eclatanti ed estreme dei primi anni della Lega (le adunate celtiche, tanto per dirne una), da una parte dissacrandole e dall’altra cercando di andare oltre, entrambe cose che la politica italiana di quegli anni non seppe fare, dando un’enorme forza e credibilità a Bossi e alla sua carica eversiva.

Quell’”andare oltre” è anche esaminare le profonde contraddizioni del «Nord, capace di esprimere contemporaneamente straordinari “altruismi” nel volontariato e imprevedibili “egoismi” in politica». Perché è proprio questa la cosa più difficile da comprendere per le persone “esterne” al Nord Italia: com’è possibile, ad esempio, che nelle roccaforti leghiste di Treviso e Verona i sindaci “sceriffi” tolgano le panchine per impedire agli immigrati di dormirci mentre quelle stesse provincie hanno i più alti tassi di integrazione e di imprenditorialità degli extra-comunitari? Oppure ancora, come diavolo fanno i bergamaschi a conciliare le “percentuali bulgare” della Lega (strano gioco di parole!) con una radicata ed efficientissima tradizione di volontariato (senza distinzioni di “latitudine” o etnia)? Queste e molte altre ancora le domande a cui avrete risposta, leggendo questo bellissimo libro.

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.com

 

Renato Soru non è un politico. Non nel senso italiano del termine. È un politico sardo, una figura che mancava da tanti anni nello scenario regionale. Inoltre è uno dei pochi personaggi in Italia a vantare un lungo elenco di risultati concreti e positivi, che in uno scenario normale (da paese civile?) gli garantirebbero una sopravvivenza politica assoluta. Invece no. Siamo in Italia, dove i successi reali di quattro anni di governo non valgono una rielezione certa. Quello che vale sono le speculazioni, le chiacchiere e le manovre dietro le quinte.

Non molti conoscono il cammino della Sardegna dei passati 5 anni, ma è necessario avere un quadro chiaro per potersi schierare con l’uno o con l’atro candidato alle prossime elezioni. Nelle elezioni regionali del giugno 2004 Renato Soru vinse con il 50,1% delle preferenze, circa 487mila voti. La sfida che gli si presentò era quella di combattere il degrado e l’arretratezza della Sardegna, valorizzando il suo ampio potenziale di sviluppo e portando la regione da una situazione di “mezzogiorno” a una di “centro”.
L’impresa era tutt’altro che facile. Soru iniziò con un riordino del bilancio, una semplificazione e ottimizzazione della spesa regionale, il recupero e la salvaguardia del patrimonio naturale sardo. La prima legge del 2004 è stata la c.d. Salvacoste, che impone di rispettare una distanza di 2 km dalla costa quando si costruiscono edifici. Le successive iniziative sono state la riduzione del numero delle comunità montane (soprattutto dove l’elemento montano non esisteva proprio) e la costruzione di linee digitali e infrastrutture che hanno portato la popolazione della Sardegna ad essere la prima con copertura adsl al 100%. Il primo passo della nuova era digitale sarda, è stato il sito internet della regione, che fu inoltre garanzia di una maggiore trasparenza nella vita politica sarda.
Altri grandi risultati negli anni successivi sono stati la chiusura della base militare americana de La Maddalena entro il 2008 e la creazione di un unico ente regionale per la gestione del servizio idrico: la nuova società Abbanoa (acqua-nuova, NdR) ha sostituito i cinque enti esistenti. Senza nessun licenziamento, Abbanoa ha sistematicamente ridotto gli sprechi, e, di conseguenza i costi.
Con la legge finanziaria regionale del 2007, lo Stato ha riconosciuto alla Regione Sardegna il diritto graduale di compartecipare al gettito tributario maturato nel territorio regionale a partire dallo stesso anno. Tra il 2007 e il 2009 tale gettito è cresciuto di circa 1,4 miliardi di euro. A partire dall’anno 2010 le maggiori entrate regionali ammonteranno ad oltre 3 miliardi di euro. In cambio la Regione si fa carico degli oneri del Fondo sanitario nazionale e delle funzioni di trasporto pubblico locale, compresa la continuità territoriale, mantenendo un saldo positivo di circa 1,8 miliardi di euro.
Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, mentre i tagli dei finanziamenti colpiscono tutta l’Italia, nell’Isola sono stati aumentati i fondi per l’edilizia scolastica, per un totale di circa 300 milioni di euro. La regione attribuisce inoltre assegni per merito fino a 500 euro mensili, agli studenti diplomati con almeno 80/100  che si iscrivono all’Università (con priorità per le facoltà scientifiche) e agli studenti universitari in regola con i crediti che abbiano almeno la media del 27. Inoltre, la Regione ha finanziato nell’ultimo triennio più di 3000 studenti per alta formazione, tirocini e “percorsi di rientro” in Sardegna, per favorire la crescita accademica e professionale dei neolaureati e garantire un efficace inserimento nel mondo lavorativo sardo. Le fonti di quanto riferito sono documenti, atti regionali e dati Istat per il periodo 2004-2008.
Tornando alla questione delle elezioni, le argomentazioni del candidato per il PDL – un certo Cappellacci ex consigliere del comune di Cagliari – sono tutte “contro”: egli afferma che quanto realizzato nel mandato Soru sia stato una delusione e un fallimento per la Sardegna. Per il programma alternativo vengono spese invece poche, pochissime parole. Anzi, in generale sono veramente poche le parole pronunciate direttamente da Cappellacci. Chi chiacchiera di più è Berlusconi: è lui che in realtà gestisce e ordina la campagna elettorale del PDL. È lui, il primo ministro italiano, che organizza e predispone le assemblee e i comizi. Ed è sempre lui che racconta le barzellette durante i convegni. Ma della Sardegna non si parla mai? Sì, il programma elettorale del “candidato del PDL Cappellacci” è preciso: cancellare tutte le norme che dal 2004 sono state fatte da Soru (Berlusconi ha detto proprio così). E quando mai un avversario politico in una campagna elettorale in Italia ha dato dei meriti al presidente uscente? Che campagna elettorale sarebbe?
In realtà, quali sono le condizioni della Sardegna? Esiste davvero il “peggioramento delle condizioni di vita” sbandierato da Berlusconi, pardon Cappellacci? Ci sentiamo davvero più indietro del 2004? Basta leggere i dati reali e si avrà la dimostrazione del contrario: la Sardegna va in direzione esattamente opposta a quella nazionale, e lo affermano i giudici più credibili i cittadini stessi.
Questa campagna elettorale purtroppo non parte dal lavoro realizzato negli ultimi quattro anni: si cerca consenso promettendo, ma non parlando di fatti concreti. E colui che si candida alla guida della regione non è che un muto e sorridente fantoccio. Nel frattempo Soru gira la Sardegna per ricordare ciò che è stato realizzato dalla sua giunta, ciò che ancora sarà fatto e soprattutto come, con i soldi risparmiati e guadagnati e non con illusioni o sogni impossibili.

Troppo serio il Presidente Soru.

Fidatevi che è meglio Soru.

Diego Pinna diego.pinna@sconfinare.net
Enrico Casu enricasu@libero.it

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