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“Se molti di voi pensano che Gorizia senza universitari sia una città morta, si sbagliano di grosso”.

Sono in molti a pensare che Gorizia non meriti le realtà universitarie, altri che non riesca a gestirle o a valorizzarle. Nonostante questo non bisogna sottovalutare o giudicare per partito preso le iniziative presenti in città. Vi sono essenzialmente due novità: ciò che interesserà sopratutto il popolo di studiosi che di Gorizia ha fatto la sua seconda città, o semplicemente il luogo dove “spende” la settimana dal lunedì al venerdì, è l’apertura dei bandi dell’Erdisu, per usufruire dei contributi per lo studio, per l’alloggio, per maggiori info Erdisu.

Interesserà invece anche la cittadinanza l’apertura del nuovo “Conference Center” in via Alviano, a partire da Gennaio 2009. Come riportato da “Gorizia Oggi” il sindaco Romoli ha salutato la conclusione dei lavori con la speranza che la struttura possa essere adeguatamente sfruttata e pubblicizzata.

Dunque appuntamento a Settembre e a Gennaio… godetevi le vacanze.

Diego Pinna

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Sembra prospettarsi per Gorizia un’ulteriore ampliamento delle sedi e dei Corsi di Laurea da parte delle due Università regionali di Udine e Trieste.

Proprio nei giorni scorsi si sono sentite importanti dichiarazioni, anche e forse soprattutto in funzione elettorale, che promettevano importanti investimenti in infrastrutture e corsi per le sedi universitarie di Gorizia. Particolare rilevanza ha avuto soprattutto la proposta portata avanti dai sindaci di Gorizia e Nova Gorica di sviluppare nelle strutture ormai dimesse del vecchio polo ospedaliero a ridosso del confine, dei nuovi moderni spazi in cui poter insediare nuovi Corsi di Laurea. Questa proposta che circola ormai da diversi negli ambienti culturali e politici cittadini, ha per la prima avuto il sostanziale appoggio dell’uscente Presidente Regionale Illy (al momento della battitura non è ancora chiaro se sarà lui il futuro Presidente N.d.R.), il quale pur sottolineando come non spetti a lui ma bensì alle Università scegliere come e dove sviluppare nuovi Corsi di Laurea ha espresso un vivo interesse da parte della Giunta e della Regione tutta affinché si sviluppi in questi territori un Polo Universitario orientato alle tematiche di natura europea e transconfinarie.

Parallelamente, e forse più concretamente, l’Università degli Studi di Udine tramite il suo Prorettore ha fatto sapere che a breve, anche grazie alla sinergia con Fondazione e Provincia, si terranno i lavori di ampliamento della sede di via Diaz, tali ampliamenti si svilupperanno su dei palazzi adiacenti. Tali operazioni permetteranno quindi di creare nuove aule e nuovi spazi dove si potranno insediare i nuovi Corsi di Laurea specialistica ed anche le nuove offerte di Master che verranno in futuro presentate.

E’ ben chiaro, almeno per quanto riguarda l’Università di Trieste, come al momento si stia parlando soltanto di promesse e nulla è ancora ben definito e delineato. L’unico reale progetto, di discutibile interesse, è la costruzione dell’ormai famoso conference center all’interno della nostra sede universitaria.

Quindi, pur se nel complesso gli interventi di sviluppo e potenziamento della realtà universitaria goriziana non possono che essere analizzati in modo positivo, permangono dei forti dubbi sul senso di un ampliamento universitario qui a Gorizia. La città, non si è mai distinta per particolare interesse nei confronti degli studenti, presentando croniche carenze di servizi e spazi rivolti al mondo giovanile; è sotto gli occhi di tutti, giovani e non, come la città si presenti più a misura di anziano che non di giovane.

Forse prima di pensare a grandi e possibili sviluppi dei poli universitari sarebbe importante capire se al di la del mero interesse economico portato dalla presenza delle università nel territorio, ci sia per gli studenti un qualche minimo ritorno in termini di valore aggiunto a permanere in un città che in questi anni non ha dimostrato il ben che minimo interesse per gli studenti universitari.

Marco Brandolin

La politica interna inevitabilmente influenza quella internazionale

Quando i media si interessano massicciamente di un evento, inevitabilmente interferiscono con il naturale svolgimento di tale atto. Ciò vale sia per le piccole cose nella vita di tutti i giorni, sia per ifatti straordinari e particolarmente delicati. Spesso infatti per operare con la dovuta cautela situazioni che si mostrano di difficile
risoluzione, si fa spesso ricorso agli appelli per il silenzio stampa.
È quanto accade ogni volta in seguito ad un rapimento. La politica e la stampa rendono astratte situazioni di sofferenza reali, complicano la gestione delle trattative per i mediatori. Con l’intervento di giornalisti e politici si /spettacolarizza/ tutto e generalmente essi conoscono a malapena i Paesi e le popolazioni di cui parlano.
Il problema recentemente messo in luce da stampa e politica è relativo alle trattative con i sequestratori. Alcuni paesi, come Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, hanno da sempre affermato la loro fermezza sostenendo di non voler trattare con i terroristi. E spesso quanto si dichiara è ben diverso dai fatti reali: nonostante essi mantengano posizioni, sono noti i casi in cui questi stessi Stati sono scesi a patti con organizzazioni terroristiche e con Stati detenenti ostaggi. Per citare qualche esempio: il sequestro del personale diplomatico dell’ambasciata americana di Teheran avvenuto durante la rivoluzione islamica nel 1970; crisi che si risolse con la sottoscrizione di un trattato segreto nel 1981 con oggetto la fornitura di armi americane all’Iran, in quel periodo in guerra con l’Iraq. Israele che nel 2006 aveva usato come /casus belli /il rapimento di un suo soldato al confine con il Libano, dopo la fine di una inutile guerra ha iniziato a negoziare per la liberazione dell’ostaggio.
Questi eventi, si sa, non fanno notizia, dunque “/è giusto che” /vengano quasi ignorati dai media e dall’opinione pubblica. Nonostante le posizioni prese da alcuni Paesi, dunque, le trattative per la libertà degli ostaggi avvengono sempre. Il problema è, a questo punto, mantenere gli eventuali accordi come segreti evitando di far trapelare i dettagli delle operazioni. Questo particolare non deve considerarsi come un limite alla libertà di informazione, piuttosto come metodo di tutela nel caso in cui si verifichi nuovamente un rapimento: se fosse assolutamente certo e risaputo che una certa nazione arrivi sempre a patti per salvare i propri cittadini… probabilmente sarebbero
in pochi a viaggiare all’estero.
Con questo si giunge a parlare del caso (o caos?) circa il rapimento del giornalista italo- svizzero di Repubblica Daniele Mastogiacomo, accompagnato dal suo interprete e dal suo autista afgani, avvenuto agli inizi di marzo 2007. Il sequestro è terminato con la liberazione di 4 talebani detenuti nelle carceri in Afghanistan e con la morte dei due afgani rapiti.
I rischi connessi per la liberazione di Mastrogiacomo erano di diversa matrice:
– Credibilità internazionale dell’Italia legata alla trattativa con dei terroristi e, quindi, all’emergere di una possibile “debolezza” del nostro Paese nei loro confronti;
– Utilizzo di una Ong come Emergency (con uno dei fondatori, Luigi Strada, esplicitamente contrario alla nostra presenza militare ed a quella degli alleati) anziché ai nostri reparti militari speciali e dei servizi segreti italiani ed afgani (che avrebbero dovuto collaborare assieme);
– Fomentare i sospetti che non tutti i rapiti godano di pari dignità di trattamento, sia italiani sia, soprattutto, afgani con la conseguenza di accrescere il consenso per i talebani e per il fondamentalismo anti-occidentale e anti Karzai.
La nostra credibilità internazionale è inoltre minata dalle critiche sempre nuove che in Parlamento e quotidianamente nei giornali, l’opposizione muove contro il governo, sempre alla ricerca delle dimissioni, sempre con la stessa retorica spettacolare. Per liberare Mastrogiacomo si è trattato come il governo di centrodestra fece per altri quattro ostaggi (due sono stati uccisi e tre liberati dai militari statunitensi). Ancora un caso dunque dove l’opposizione ha preferito mettere in crisi il governo perseguendo gli obiettivi di partito, utilizzando per i propri infantili giochi, le vite umane coinvolte nella vicenda.
Infine il quesito: è giusto trattare? Come ogni cosa dipende dalle proprie scelte personali e dai punti di vista. Pensiamo a quanto può essere diverso il ragionamento in politica o agli occhi dell’opinione pubblica. Pensiamo a quanto può essere diverso agli occhi di chi è in ostaggio. Ma ancora pensiamo a tutti coloro che vanno in scenari di guerra per aiutare il prossimo, o per puri scopi giornalistici, consapevoli del pericolo che possono correre. Pensiamo se sia più importante la vita di un uomo o la credibilità internazionale di uno Stato. Probabilmente la vita di un uomo non è quantificabile, ma se lasciamo che altri interessi scavalchino il suo valore, continueremo a compiere gli innumerevoli sbagli che la storia riporta.

Diego Pinna

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