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La conferenza sul cambiamento climatico: fallimento o aspettative troppo alte?


Abbandonando una volta tanto il mio realismo, negli ultimi tempi avevo cominciato a pensare che forse il mondo era davvero pronto a fare il grande passo necessario per cambiare rotta riguardo al cambiamento climatico. Non credo mi sbagliassi sulla consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale, come le numerosissime manifestazioni hanno dimostrato; né mi sbagliavo nel ritenere ormai superati i negazionisti del cambiamento climatico, che non hanno avuto alcuna voce in capitolo durante la Conferenza sul cambiamento climatico di Copenhagen. Ho dunque atteso l’inizio della Conferenza in uno stato di esaltazione interiore, tale da portarmi a credere sinceramente a (quasi) tutti gli appelli lanciati dai vari capi di Stato e dirigenti delle organizzazioni internazionali.

Diciamo subito che agli appelli tutti hanno tenuto fede. Chi, come gli Stati più poveri e a rischio, voleva a tutti i costi un accordo legalmente vincolante, è rimasto fermo nel suo proposito. I moderati, come l’UE, non sono andati oltre gli impegni minimi già dichiarati (eventuali impegni maggiori erano infatti legati alla conclusione di un accordo globale). Chi, invece, come USA e Cina, si lanciava accuse reciproche di mancanza di volontà ha continuato a farlo anche durante l’incontro. Il risultato è un accordo di straordinario valore dal punto di vista politico, dato il successo di partecipazione riscosso, ma che delude le speranze di miliardi di persone dal punto di vista dei risultati concreti.

Vediamo dunque in dettaglio cosa emerge dal testo dell’Accordo di Copenhagen:

  1. L’obiettivo principale è limitare il riscaldamento globale a 2°C: per fare ciò è necessario ridurre le emissioni mondiali dalle attuali 47 GT (gigatonnellate, ovvero miliardi di T) di CO2 equivalenti a 44 GT entro il 2020. Ora, 3 sole considerazioni: innanzitutto con il livello di 44 GT non si ha la certezza di contenere il riscaldamento a 2° ma solo una “ragionevole certezza”, vale a dire il 50% di probabilità di successo!!! In secondo luogo, seguendo l’attuale trend di crescita delle emissioni, le previsioni per il 2020 sono di circa 61 GT con riscaldamento previsto di 5°C nel 2050. Infine, e più importante, stando alle quote finora promesse dai vari paesi, nella migliore delle ipotesi si arriverebbe a 46 GT nel 2020, così che la probabilità di contenere il riscaldamento a 2°C diventa ancora più remota. E stiamo parlando della “migliore delle ipotesi”.
  2. Si stabilisce che i paesi sviluppati debbano aiutare i paesi più poveri/a rischio ad attuare l’adattamento ai cambiamenti climatici e all’economia sostenibile, con trasferimenti sia finanziari che tecnologici;
  3. Si individuano due distinti gruppi di paesi: gli “Annex-1 Parties”, in pratica i paesi più industrializzati che hanno sottoscritto impegni vincolanti per il 2012 col protocollo di Kyoto e che entro il 31 Gennaio 2010 devono confermare le loro quote di riduzione delle emissioni (che verranno poi controllate secondo il criterio MRV cioè “measurable, reportable, verifiable” —> intrusione nella sovranità statale rifiutata dagli USA) e “Non Annex-1 Parties” (che agiscono con “azioni mitigatorie” su base volontaria – no MRV – e/o dopo aver ricevuto sostegno economico/tecnologico – in tal caso si attua l’MRV);
  4. Si prevede il ricorso a diverse misure per favorire il cambiamento, soprattutto riforestazione e istituzione del mercato della CO2 (per favorire il coinvolgimento dei paesi poveri con basse emissioni); vengono inoltre definite forme di finanziamento ad hoc;
  5. Riguardo ai fondi, gli “Annex-1 parties” hanno promesso ai paesi poveri e in via di sviluppo $30 miliardi per il periodo 2010-2012, con l’obiettivo di raccogliere $100 miliardi l’anno entro il 2020 (N.B. il pacchetto anti-crisi del governo USA è costato $781 miliardi!); ancora indefinita l’origine di questi finanziamenti, nel dubbio vengono elencate tutte le possibili ipotetiche fonti (private, pubbliche, “alternative”, …);
  6. Si istituisce il “Copenhagen Green Climate Fund”, che gestirà la maggior parte delle risorse destinate a combattere il riscaldamento globale; parallelamente, si istituisce un “High Level Panel” per il reperimento di queste risorse;
  7. Il termine per adempiere ai contenuti dell’accordo è stabilito al 2015 (termine entro il quale si discuterà, sulla base delle prove scientifiche, un eventuale ulteriore abbassamento della soglia massima a 1,5°). Tuttavia, un obiettivo più vicino di molti paesi poveri e gruppi di attivisti è quello di rendere l’accordo legalmente vincolante in occasione della prossima conferenza sul clima, in Messico, tra Novembre e Dicembre di quest’anno.

Il risultato politico indiscutibile è che ormai la lotta al cambiamento climatico è diventata un’assoluta priorità, così come il passaggio a un’economia sostenibile. Quello che è mancato è stata la volontà politica da parte dei paesi più influenti di andare oltre le posizioni di partenza, legando il proprio impegno a quello degli altri paesi.

Deludente il comportamento di Barack Obama, che dietro la sua solita impeccabile retorica ha promesso ben poco (più precisamente, il 17% di emissioni in meno rispetto ai livelli del 2005, quando la quota promessa dai paesi europei è del 20% in meno rispetto ai livelli del 1990); c’è da dire che essendosi insediato da appena un anno, non può forse ancora contare sul consenso interno necessario per osare di più. D’altra parte, Obama ha seriamente compromesso la possibilità di raggiungere il consenso sul testo dell’accordo, quando ha annunciato sulla TV americana ancora prima che all’assemblea, che un ridotto numero di paesi (USA, Cina, India, Brasile, Sud Africa) aveva infine stilato il testo dell’Accordo. Le proteste di molti paesi in seguito a questo colpo di scena hanno fatto sì che l’Accordo abbia uno status giuridico incerto e soprattutto non sia vincolante (per esserlo avrebbe dovuto essere approvato da tutti i paesi presenti).

Il contrasto maggiore è stato quello fra USA e Cina, con quest’ultima che, assieme ai paesi poveri e in via di sviluppo, ha insistito sulla “responsabilità storica” dei paesi occidentali e sul concetto di “emissioni di CO2 per 1% di PIL”: in questo modo il governo cinese vorrebbe salvaguardare la sua crescita economica (che si basa tuttora in misura rilevante sul consumo di carbone), giustificata in ciò dal suo basso livello di emissioni pro capite (meno della metà della media europea e ben 5 volte minore di quello degli USA, ma 3 volte quello dell’India). Francamente, non posso che condividere; forse, per i paesi occidentali (e gli USA in particolare) è semplicemente venuto il momento di farsi da parte e lasciare le redini alla saggezza orientale: in fondo, un prezzo non eccessivo per la sopravvivenza dell’umanità.

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

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