You are currently browsing the tag archive for the ‘pratica’ tag.

Ti svegli alle 9 del mattino, controlli la posta, stampi i moduli dell’assicurazione sanitaria per la Russia per te e i tuoi colleghi. Hai scoperto meno di  2 giorni prima che essi sono necessari per ottenere il visto, scopo della tua visita al consolato, ma sei riuscito a spargere la parola in maniera sufficientemente efficiente (ente… ente… ente…). Esci di casa alle 10.30: sei ancora davvero rincoglionito: prendi la metro o la 91 per arrivare in via Sant’Aquilino? Opti per la seconda per una questione di velocita’ o semplicemente perche’ e’ meno faticoso. Scendi in piazzale Zavattari e prosegui a piedi. Arrivi al consolato: decine di signore e signorine russe (capelli piu’ biondi del grano, occhi piu’ azzurri del Volga) in attesa di rinnovare il passaporto. Ascolti le loro conversazioni con grande curiosita’ e ti rendi conto che un corso da autodidatta teoricamente da 70 ore (in pratica da almeno 200) non ti e’ servito a un emerito par di balle, se non a cogliere qualche pacemu, shto e sivodnja. Il panico passa col tempo, col tuo raffinato orecchio cominci a comprendere qualcosa di piu’, ma capisci perfettamente anche che la tua vita in Russia sara’ esclusivamente nelle mani della tua collega moldava che il russo lo parla per davvero.

La paurogena coda e’ gestita da un esperto usciere napoletano sui trentacinque/quaranta che tra un “kak della’?” (non depurato da una simpatica inflessione meridionale) e un “vsjo-f-parjadkje?” smista noi avventori della burocrazia russa controllando all’ingresso ogni borsa, ogni tasca, ogni piega dei cappotti per assicurarsi che nessuno di noi sia un qualche tipo di terrorista, perdendo molto piu’ tempo con le avvenenti figliole che gli si presentano che con noi ragazzi italiani, ma in tutta sincerita’ non ti senti di fargliene una colpa. Entri in un ufficio in cui ci sono 2 sportelli aperti su 4 (di cui uno riservato ai visti), tanta gente, poca aria. Il destino quella mattina ti ha messo davanti in coda 3 operatori turistici, ciascuno col suo malloppo di passaporti, fototessere, richieste di visto e certificati assicurativi: tu ne hai 5, loro ne hanno almeno 50 a testa. Oltre a loro, un ragazzo sui 25/30 che parla davvero poco. Scopri 5 minuti dopo, quando ti rivolge domande sulla compilazione di alcuni moduli con un improbabile accento inglese, che e’ irlandese. Interdetto dall’accento, inabilitato dalle poche ore di sonno, stordito dalle continue imprecazioni in russo di una baffuta donnona che sta sputando sul vetro che la separa dall’operatrice consolare, non trovi migliore risposta di un “je ne sais pas” che in una circostanza normale avrebbe suonato come fiele ai tuoi orecchi e che invece scivola leggero e melodioso sulla tua lingua come le unghie di Edward mani di forbice su una lavagna. Ripresoti dallo shock, gli rispondi in un confuso inglese che li’ deve scrivere il periodo e il motivo del suo soggiorno in Russia. Terminata la discussione col timido irlandese, osservi la fauna che popola l’ufficio: da un lato le solite russe che parlano mischiando italiano e il loro idioma, riservando alla nostra lingua in particolare gli accidenti alla burocrazia, dall’altro compatrioti che imprecano con perfetto e gustoso accento milanese riguardo le inefficienze dell’operatrice che ha dimenticato di farsi pagare (35 euro) un visto: questo simpatico contrattempo le fara’ perdere almeno 25 minuti: 25 minuti che le saranno sicuramente fatali un giorno o l’altro dato il numero di maledizioni che gli astanti le hanno riservato concentrandosi sulle sue rotule. Passata un’ora buona in coda, noti che gli operatori turistici si salutano tutti piuttosto calorosamente e che soprattutto si danno del tu con gli operatori “Ciao Olga (che assomiglia terribilmente all’insopportabile bidella delle medie), ci vediamo quando sistemate il Telex”. Ma soprattutto evinci da questa frase che il consolato ha dei problemi di comunicazione con il Ministero degli affari esteri russo, il temibilissimo MID, una sorta di leviatano del viaggio in Russia. Tu a differenza di Mourinho sei un pirla e non presti troppa attenzione a tutto cio’. Arriva il tuo turno, sei pronto: “dobryi din’” e sorriso d’ordinanza (lo esige la tua dimestichezza con gli affari diplomatici che hai assunto per osmosi vivendo a Gorizia), passi i documenti dei tuoi colleghi sotto il vetro che ti separa dall’ormai condannata Olga. Non risponde al sorriso, forse sa di essere ormai destinata a una brutta fine? No. Ti guarda come se avesse gia’ capito che non sei come Mourinho e ti dice con un italiano dolce e rotondo come una zolletta di soda caustica: “voi ripassate! Oggi telex non funziona, non posso vedere vostro invito”; rispondi poco convinto “allora ripasso domani?” e lei, adorabile come sempre, “come vi piace, domani, fatemi lavorare”, permettendoti di capire che quantomeno ha la parola “lavorare” nel suo personalissimo dizionario Olga-Clientechelestasullepalle, ma, nonostante questo, i due sentimenti che si accavallano sul tuo intestino sono entrambi molto forti e soprattutto entrambi rivolti alle sue lunghe ed esili gambe: uno ha a che fare con dei chiodi e l’altro con un diapason da 50kg. Abbandoni l’ufficio, convinto che il giorno dopo il Telex funzionera’.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@gmail.com

Annunci

Luci e ombre del decreto anticrisi

Il 28 Novembre è stato varato il decreto legge n. 185/2008, meglio noto come “decreto anticrisi”, che ha acceso una vivace discussione all’interno del Parlamento. Le misure adottate muovono circa 80 miliardi di € nel corso dei prossimi 2-3 anni, con l’obiettivo immediato di ristabilire la fiducia, come ha detto il ministro Tremonti.

Il ddl è composto di 36 articoli, divisi in 5 titoli, e le misure più importanti sono quelle a sostegno delle famiglie più bisognose – bonus da 200€ a 1000€, compensazione per l’acquisto di gas naturale – e in generale a tutti i cittadini (ammortizzatori sociali dotati di 1,2 mld circa di € in più per il triennio 2009-2011), oltre ad altre misure di varia natura (tra cui sostegno alle Ferrovie, misura per contrastare la fuga di cervelli e di sostegno ai precari).

Il punto su cui però il dibattito è stato più intenso è la pesante riduzione delle risorse disponibili per gli sgravi fiscali a sostegno dell’efficienza energetica, che in pratica permettono a chi vuole migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione di pagare solamente il 45% del costo degli interventi necessari. Con la modifica introdotta all’articolo 29, infatti, il limite di spesa per questi interventi è “pari a 82,7 milioni di euro per l’anno 2009, a 185,9 milioni di euro per l’anno 2010, e 314,8 milioni di euro per l’anno 2011” (art. 29 comma 7). Per rendere l’idea di quanto sia ridicolmente bassa questa cifra, basti sapere che nel solo 2007 ci sono state richieste di sgravi fiscali per 825 milioni di €.

Inoltre, il procedimento per accedere a questi già scarsi fondi si è complicato, prevedendo l’invio di una “apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi” di cui sopra: vale la regola del “silenzio dissenso”, cioè, se non si riceve entro 30 giorni la risposta dall’Agenzia delle Entrate, il contributo si intende non concesso.

Inizialmente il ddl rendeva questa norma addirittura retroattiva a partire dal 31 dicembre 2007 (riferito alle opere in corso a quella data): in pratica tutti coloro che avevano ottenuto degli sgravi fiscali da quella data in poi non ne avrebbero più beneficiato. Tuttavia, il 3 Dicembre ’08 il governo ha fatto marcia indietro eliminando la retroattività, quindi chi ha già ottenuto gli sgravi fiscali nel corso del 2008 dovrebbe stare tranquillo (il condizionale è d’obbligo!).

Evidentemente il disaccordo è forte anche all’interno della maggioranza, se Tremonti ha subito ventilato l’ipotesi di porre la fiducia sul decreto. E per restare nell’ambito regionale, la Lega Nord del Friuli Venezia-Giulia ha duramente condannato questi tagli.

La motivazione ufficiale di questi tagli sarebbe evitare che i crediti d’imposta vengano “usati come dei bancomat”, cioè per finanziare spese per le quali non c’è la copertura necessaria da parte dei privati. Proposito ovviamente condivisibile, che però non può certo giustificare le dimensioni di questo taglio che di fatto blocca la diffusione degli interventi di risparmio energetico e dà anche un durissimo colpo alla giovane e attiva industria delle energie rinnovabili, una delle poche in buona salute anche in questo periodo di crisi.

Nel frattempo, in Europa e negli USA, si è ormai affermata una strategia di uscita dalla crisi economica che non solo non danneggi l’ambiente, ma anzi faccia dell’industria delle energie rinnovabili e del risparmio energetico due pilastri fondamentali per rilanciare l’economia. Su questo tema, che giustamente ha inserito fra le priorità del suo mandato, Obama è atteso al varco (il primo è la firma all’accordo di Kyoto). In Europa, invece, già da tempo ci sono paesi che investono nelle energie rinnovabili e che ne stanno traendo i benefici. Tanto per evitare di essere accusato di faziosità politica, faccio notare che è stato proprio il conservatore Sarkozy a difendere a spada tratta il pacchetto europeo contro il cambiamento climatico.

Ma si deve andare al di là dei benefici puramente economici ricavabili sul medio e lungo periodo dallo sviluppo delle energie rinnovabili. Non si tratta solamente di freddi calcoli economici,  non è una questione né di destra né di sinistra: la difesa dell’ambiente è una questione che tocca tutti, indistintamente, non perché tutti debbano amarla, ma semplicemente perché le conseguenze peseranno sulle spalle di tutti noi. Anzi, non peseranno sulle spalle di chi ora ha 60 o 70 anni e sta al governo o all’opposizione, ma soprattutto su quelle di noi giovani.

Vorrei abbandonarmi a un elogio lirico sull’amore per la Natura, ma so che non avrebbe molta presa (e non ne sarei capace!). Quindi preferisco tenere una linea “leggermente” più brusca: non possiamo permetterci di attendere troppo, è già tardi per evitare danni ma non è troppo tardi per evitare il peggio. Questa crisi è l’occasione di staccarci da un modello di sviluppo distorto che considera i danni ambientali una variabile quasi irrilevante: spero che si comprenda la mostruosità di questo errore senza doverlo provarlo sulla nostra pelle e senza che il nostro futuro venga compromesso. Abbiamo il diritto di non pagare le colpe altrui: rendiamocene conto e cominciamo noi stessi a cambiare le cose.

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
Leggi il seguito di questo post »

Ventitrè maggio millenovecentonovantadue.

Diciannove luglio millenovecentonovantadue.

In cinquantasette giorni, la mafia riuscì a colpire lo Stato, nelle persone di Giovanni Falcone, nominato da appena un giorno nuovo Superprocuratore antimafia a Roma, e di Paolo Borsellino, Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Da quei giorni sono passati sedici anni e poco più, e quindi qualcuno si potrebbe chiedere come proceda la lotta alla mafia, della quale Falcone e Borsellino sono stati protagonisti ma non certo iniziatori, e soprattutto, purtroppo, non le ultime vittime.

Un modo originale di rispondere a questa domanda è volgersi in tutt’altra direzione. Il nostro Parlamento, si sa, non brilla per alacrità, ma riesce comunque a produrre una certa quantità di leggi e decreti, il cui impatto, quand’anche sembri dimesso, spesso si rivela travolgente.

Ed eccoci, al Senato, al nove ottobre duemilaotto. E’ al voto un decreto legge che ha come obiettivo l’aumento di retribuzione per i magistrati in sedi disagiate. Ma, come spesso succede, il decreto è infarcito di paroline e di articolini che c’entrano come i cavoli a merenda. La norma che ci interessa recita: ‘L’articolo 36 del decreto legislativo 5 aprile 2006 n.160, come modificato dall’articolo 2 comma 8 della legge 30 luglio 2007 n.111, è abrogato.’ Semplice, no? Mica tanto: significa, sempre che il decreto in questione passi anche alla Camera -il che non è scontato- che la norma varata dal governo Prodi, che vietava ai magistrati inquisiti ma poi assolti –e a cui quindi era concessa una ‘ricostruzione di carriera’- di poter occupare comuque posti di vertice oltre i 75 anni di età, è abrogata; significa cioè l’esatto opposto: che quella categoria di magistrati può ora occupare posizioni di vertice; e non ce ne sono tanti, in questa situazione: soprattutto, ce n’è uno solo che si è imposto all’attenzione dei –pochi- media che se ne sono interessati. Questo personaggio si chiama Corrado Carnevale.

Ora, bisognerà sottolineare l’importanza di questo nome ai fini della nostra vecchia domanda: in che stato è la situazione dell’antimafia, sedici anni dopo Falcone e Borsellino?

E Carnevale è molto, molto importante. Chi è, dunque, e perché si cerca di porlo in pole position per il ruolo di Presidente della Corte Suprema di Cassazione, con una norma ad hoc? Il ruolo è ora occupato da Carbone, che andrà comunque in pensione nel 2010, cosicchè rimarrà per Carnevale una finestra di tre anni (lui, in virtù di questa ‘ricostruzione di carriera’, andrà in pensione nel 2013, a 83 anni), che potrà sfruttare agilmente per essere eletto presidente: è praticamente certo, perché è il primo per anzianità.

Ma ancor più interessante non è tanto la norma, ma il personaggio in questione. Il suo soprannome era, ai tempi di Falcone e Borsellino, ‘l’ammazzasentenze’. Cosa faceva? In qualità di presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, non faceva altro che essere molto pignolo: nel corso del tempo, ha cassato decine di processi a carico di mafiosi –ma non solo: persino uno contro la Banda della Magliana naufragò per sua decisione-, per via di difetti nella documentazione, come un timbro mancante, una virgola da spostare, una data imprecisa, e così via. Era inoltre nemico dichiarato del pool antimafia: sosteneva che quei magistrati fossero ‘sceriffi’, ‘armi rivolte contro i nemici politici della sinistra di matrice comunista’, e in particolare nutriva un odio profondo nei confronti di Falcone e Borsellino: li definiva ‘due incapaci’, e per lui Falcone era ‘faccia da caciocavallo’; il culmine lo raggiunse dopo la loro morte, quando esclamò: ‘Io i morti li rispetto, ma certi morti no.’ Giudizi confermati poi anche in tribunale.

Sì, perché Carnevale, che alcuni ben vedrebbero al vertice della Suprema Corte, il massimo organo della Magistratura, ha scavalcato la sbarra, passando da giudice ad imputato. Il processo a suo carico, iniziato nel marzo 1993, concluse una sua prima parte con la condanna (giugno 2001) della Corte di Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (pena: sei anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici). La Cassazione lo ha poi assolto nell’ottobre 2002 con formula piena, ma tra le polemiche per la dubbia esclusione di alcune testimonianze chiave, inficiate solo dal fatto che erano scaturite da fatti avvenuti in camera di consiglio; fatti che sono generalmente considerati coperti da segreto, ma non così quando al suo interno si consumano dei reati: in tali casi, secondo molti, la loro segretezza dovrebbe venir meno.

Questo non è, com’è evidente, il pensiero della Cassazione, che, venute meno tali prove (alcune altre testimonianze, provenienti dall’esterno della camera di consiglio, sono state inspiegabilmente coinvolte nell’annullamento generale), ha assolto Carnevale, liberandolo da ogni accusa.

Ora, bisogna distinguere tra legalità e opportunità: legalmente, Carnevale è da considerarsi innocente; ma è forse opportuno non tanto lasciarlo lavorare, cosa che non gli si può negare, ma addirittura adoperarsi positivamente per spingerlo ad occupare il vertice massimo della Magistratura?

Ecco chi è Carnevale. A che punto è, dunque, la lotta alla mafia in Italia? E’ pretestuoso accostare quello che sta accadendo in favore dell’ormai ottantenne ‘ammazzasentenze’ ad un giudizio sullo stato attuale dell’Antimafia?

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

In questi giorni, mentre i forti Alisei delle elezioni americane e gli intricati turbini della protesta universitaria soffiano poderosi e portano con sé aria di speranza e voglia di cambiare, è difficile riuscire a sentire la bava di vento che viene da sud, dalla lontana Africa. Laggiù, e più precisamente in Congo, essa è un vento dall’odore greve, che porta con sé aria colma di sangue, morte e paura: si sta compiendo l’ennesimo intricatissimo dramma del continente nero. I ribelli del CNDP (Congrès national pour la défense du peuple), hanno messo in scacco le forze dell’esercito regolare congolese. A guidarli c’è Laurent Nkunda che, fermando i propri uomini non lontano da Goma, capoluogo della regione del Kivu nord, ha decretato un “cessate il fuoco” unilaterale, e chiesto l’apertura di trattative con il governo congolese. Obiettivi delle trattative con il governo congolese dei ribelli del CNDP sarebbero l’annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari – che secondo il loro capo avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi – e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda(FDLR), rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994 e fautori di rappresaglie e discriminazioni nei confronti della etnia Tutsi in Kivu, di cui Nkunda si dice difensore. Ulteriori richieste del CNDP sono la creazione di un esercito nazionale repubblicano, un più forte impegno nelle strutture sanitarie, una maggiore trasparenza nei contratti minerari ed un federalismo a livello nazionale. Ma nel frattempo,nonostante la tregua stabilitasi, i soldati dell’esercito regolare congolese in ritirata, sono entrati nei villaggi, saccheggiando, ferendo, violentando ed uccidendo. Anche i due ospedali cittadini di Goma sono stati saccheggiati dai soldati, peggiorando ulteriormente la già grave crisi umanitaria. La gente ha cercato di fuggire come ha potuto verso le frontiere dell’Uganda e del Ruanda, portando con sé a mala pena quello che è riuscita ad afferrare, ma il fronte della guerra va dal massiccio del Masisi fino al confine con Ruanda e Uganda ed è in continuo mutamento. Così, molti dei profughi (1 milione e 600 mila) si ritrovano chiusi “tra due fuochi”. Le ONG e l’ONU hanno sfruttato il “cessate il fuoco” e cercato di portare aiuto ai profughi, ma molti dei campi sono stati trovati deserti: le persone erano rifuggite, perché di nuovo perseguitate, ora dai soldati congolesi, ora dai ribelli del FDLR, comunque operante in zona. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato in 2,5 milioni il numero delle persone minacciate da epidemie di colera e di morbillo nella provincia del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, mentre Medici senza Frontiere (Msf) denuncia l’assoluta mancanza di organizzazioni umanitarie nelle zone più colpite dal conflitto. Intanto, ci sono stati degli scontri tra le forze di Nkunda e miliziani Mai-Mai di Rutshuru, una località situata ad appena una sessantina di chilometri a nord di Goma. Questi miliziani, sebbene attivissimi in tutte le guerre susseguitesi nella zona dei grandi laghi, non sono altro che gruppi armati senza legami né etnici né politici: fanno capo ad anziani della tribù, a signori della guerra o capi villaggio e, in teoria, si batterebbero per la difesa del proprio territorio ma, in realtà si mettono al servizio del miglior offerente, cambiando continuamente le alleanze.

Al fine di trovare una soluzione diplomatica all’ultimo di una lunghissima serie di conflitti a catena che coinvolgono la zona, l’Unione Europea ha inviato in Congo il ministro degli esteri francese – Bernard Kouchner – ed il ministro degli esteri britannico – David Miliband. Dopo aver visitato Goma per tentare una mediazione impossibile si sono mossi ad aprire trattative diplomatiche con i due paesi coinvolti (Repubblica Democratica del Congo e Ruanda). Il presidente del Congo accusa il Ruanda di essere il principale sostenitore dei ribelli di Nkunda, mentre il governo di Kigali sostiene che le FDLR abbiano il pieno appoggio dell’esercito regolare congolese, mettendo così in pericolo l’integrità territoriale del Ruanda.

Il tentativo di Kouchner di porre fine ai massacri della popolazione tramite il dispiegamento di un contingente europeo a sostegno dei pochi caschi blu dell’Onu – finora incapaci di proteggere a pieno la popolazione – si è risolto in nulla a causa dell’opposizione del governo Ruandese, che ben ricorda delle operazioni francesi di peacekeeping del 1994, durante il genocidio ruandese , accusate da una recente inchiesta di aver lasciato la possibilità ai genocidiari di fuggire in Congo. In più, all’opposizione del Ruanda, si sono aggiunte le perplessità degli europei stessi: David Miliband, infatti, ha sostenuto di essere lì non per discutere di una forza europea, ma della situazione umanitaria. Dello stesso parere è l’Alto rappresentante degli Affari esteri UE, Javier Solana, secondo cui la priorità numero uno dell’Unione Europea è l’ambito umanitario. In pratica: l’Europa non ha intenzione di invischiarsi più di un certo limite in certi affari. Londra, però, si è resa disponibile a convincere il Ruanda a spingere i ribelli di Nkunda a rispettare gli accordi di pace del gennaio del 2008 (Trattato di Amani). Ciò mette a nudo la situazione del Ruanda nella regione dato che il regime di Kagame è sospettato di usare gli estremisti hutu per mettere le mani su un territorio ricco di risorse come il Kivu.

Ora, sebbene la comunità internazionale ben sappia che la crisi è un problema interno allo stato congolese, si spera che qualcosa possa essere risolto con il summit di Nairobi in cui parteciperanno i 2 stati contendenti più gli stati confinanti di Uganda, Burundi e Tanzania , l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Così, mentre la lunga e complessissima epopea delle guerre centroafricane prosegue con un nuovo sanguinoso capitolo, l’unico ruolo svolto dalle potenze occidentali in tutta questa storia è sempre stato quello di osservare da lontano una situazione che avevano creato e che, incapaci di comprendere veramente , hanno lasciato e lasciano continuamente scivolare in secondo piano.

Tommaso Ripani

Tommaso.ripani@sconfinare.net

Abbiamo incontrato Francesco Peroni, Preside della facoltà di Giurisprudenza e nuovo Rettore dell’Università di Trieste, che inizierà il suo mandato il primo novembre.

Professor Peroni, a suo avviso quali sono i principali problemi del nostro Ateneo?

Direi che sono problemi legati ad un quadro nazionale di criticità del sistema universitario. È chiaro che Trieste ha dei problemi specifici, ma in un panorama generale di povertà delle risorse che produce una sofferenza sulle strutture portanti, cioè università e dipartimenti. Qui bisogna agire risollevando la ricerca e la didattica. Siamo all’inizio di un lungo processo di riforma strutturale del sistema di allocazione delle risorse: è necessario uscire dall’attuale situazione di spegnimento per perdita di linfa vitale.

Prospetta quindi una ridefinizione della struttura amministrativo-burocratica?

Nei momenti di crisi come questo la risorsa chiave diventa il capitale umano. Quindi uno dei perni d’intervento è l’organizzazione del lavoro, non solo amministrativo, ma anche della didattica. Pertanto deve diventare più efficace ed economica. C’è molto da lavorare perché la situazione attuale non è sostenibile. Noi abbiamo un gran capitale in termini numerici. Occorre però sprigionare le qualità che sono attualmente sottostimolate, anche perché probabilmente andremo incontro ad un sostegno ministeriale via via inferiore. Una sfida che ci si presenta riguarda una più razionale distribuzione delle risorse all’interno delle singole facoltà, eliminando gli squilibri tra di esse e anche tra i singoli corsi. Per fare questo è necessario ragionare in un’ottica di programmazione di sistema. Bisogna dar vita ad una dimensione cooperativa tra le varie componenti dell’università.

Crede che sarà necessario un aumento delle tasse?

Io eviterei di calcolare un aumento delle tasse come misura su cui far perno. Nel caso dovesse avvenire sarebbe il risultato di una concertazione con gli studenti che fissi anche degli obiettivi precisi. Al momento dunque non ho in agenda nessun aumento.

Ritornando alla visione di sistema da lei richiamata, qual è il ruolo e il peso che attribuisce alla sede di Gorizia all’interno dell’intero ateneo?

Gorizia rientra in un discorso più ampio che coinvolge le sedi universitarie regionali, le quali a mio avviso devono esistere a patto di esprimere una propria specificità. A Gorizia la specificità c’è, e non solo nel caso di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ma anche riguardo agli altri corsi di laurea. Allora bisogna puntare, qui come altrove, su un miglioramento degli standard di qualità, rispondendo innanzitutto alle esigenze più concrete.

Proprio in riferimento alla nostra sede, noi temiamo che questa specificità si stia perdendo, a seguito del declino dell’offerta didattica e formativa.

Le difficoltà incontrate da Gorizia sono proprie dell’attuale situazione di depauperamento delle risorse, che, va anche riconosciuto, in passato non sempre abbiamo utilizzato adeguatamente, soprattutto in riferimento alla didattica. In una situazione simile è meglio privilegiare la qualità sulla quantità dell’offerta.

È evidente che per avere qualità servono bravi docenti. Come li si attira?

Vi sono due tipologie di docenti: quello incardinato nella struttura universitaria e quello che svolge un’attività professionale indipendente. Il primo vive di insegnamento e ricerca, dunque è attirato sia dalla qualità delle strutture scolastiche, sia dalla vivibilità della sede universitaria, il secondo invece darà un maggior peso al primo criterio svolgendo comunque un’attività parallela. Gorizia ha tutte queste potenzialità: una bella struttura, un ambiente a misura d’uomo e soprattutto, essendo una zona di confine, è culturalmente stimolante.

Riguardo alle prospettive della nostra sede, quale soluzione propone per la laurea specialistica? Preferirebbe mantenere i tre indirizzi attuali, oppure concentrare le risorse su un indirizzo specifico?

Non è una risposta facile da dare in astratto, tuttavia come già accennavo un’offerta ridotta può favorire dei buoni standard qualitativi, dunque propenderei per la seconda opzione. Bisogna comunque tener presente che, ragionando sempre in un’ottica di sistema, eventuali lacune formative possono essere colmate attraverso la collaborazione tra le varie facoltà o addirittura tra atenei diversi.

A suo parere, se la sede di Gorizia dovesse sviluppare la propria specificità come importante centro di ricerca, sarebbe possibile attirare capitali privati?

A livello locale mi sembra di aver colto una buona sensibilità rispetto all’università. Anzi il Polo Universitario Goriziano mi sembra talmente ben integrato da essere ormai un elemento identitario per la città.

In realtà cercando di sviluppare un dialogo tra la città è l’università ci siamo resi conto che esse non sono sempre ricettive l’una nei confronti dell’altra.

Per vincere eventuali difficoltà di questo tipo ci vogliono attività concrete. A fianco di un’attività scientifica si può tentare di svilupparne anche una divulgativa che attiri la realtà esterna all’università. Credo nella centralità del ruolo degli studenti per realizzare questo obiettivo. La mia idea è quindi di lavorare in compartecipazione con gli studenti anche all’esterno delle sedi istituzionali.

Per concludere le poniamo una domanda molto pratica. Cosa ci dice a proposito della mensa e dei lavori della caffetteria?

Non essendo ancora in carica non conosco benissimo la situazione. Tuttavia intendo puntare sull’edilizia trattandosi di un elemento fondamentale per la qualità delle strutture. Bisogna tenere comunque presente che in questa situazione agiscono molteplici soggetti. Eventuali ritardi non sono dunque da imputare esclusivamente a noi. Una volta in carica farò di tutto per risolvere la questione al più presto.

Andrea Luchetta

Emmanuel Dalle Mulle

Il professore Giovanni Curatola, docente dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Udine, esperto di arte islamica e profondo conoscitore dell’Iran, si è recato proprio in questo Paese dal 23 aprile al 7 maggio 2006, visitando le città più importanti dello Stato. Dato l’interesse sollevato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro iraniano Ahmadinejad, e dal contrasto sorto in particolare con gli Stati Uniti sul tema della costruzione di centrali nucleari e centri di ricerca che potrebbero portare, in futuro, alla produzione della bomba atomica, il professore farà un po’ di luce su questo Paese, poco conosciuto, che desta così tante perplessità.
Cominciamo con il presentare la figura dell’attuale primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Dopo aver ricoperto la carica di sindaco della capitale Teheran nel 2003, dove si è distinto per una buona amministrazione, è stato eletto nel 2005 dopo un’accesa campagna elettorale in contrapposizione al partito riformista, precedentemente al potere. Per la sua vittoria è risultato determinante l’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale del Paese e figura di grande carisma. Egli quindi non è uno sprovveduto,ha governato la capitale del Paese che conta 8 milioni di abitanti e,come in molti altri Stati accade, è giunto fino alla guida dell’intero Iran.

A un anno dalla sua elezione, come viene giudicato il suo operato in patria?

Ahmadinejad aveva incentrato la sua candidatura sulla promessa di riforme sociali, sentite come assolutamente necessarie dalla popolazione, ma che al giorno d’oggi risultano ancora inattuate. In particolare la lotta alla disoccupazione, l’adeguamento dei salari al costo della vita e la risoluzione del delicato problema riguardante l’indennità ai veterani della guerra contro l’Iraq negli anni ’80, i punti principali del suo programma di governo, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile e duratura. La via verso il risanamento è ancora molto lunga. Da ciò la necessità del leader dell’Iran di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, concentrandola sulla fantomatica minaccia da parte di un nemico esterno.

Come giudica le sue recenti dichiarazioni di stampo anti-occidentale ed antisemita che hanno destato tanto scalpore in ambito internazionale?

Tutto nasce dalla necessità di nuove risorse energetiche per sostenere il forte incremento demografico; la risposta di Ahmadinejad risiede nell’impiego dell’energia nucleare, potendo l’Iran vantare di abbondanti giacimenti di uranio. L’eventualità di una corsa al nucleare in Iran ha suscitato opposizioni all’interno della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti. Il loro tentativo di dissuadere l’Iran dall’approfondire le sue ricerche sul nucleare ha dato la possibilità al premier di organizzare una crociata contro l’occidente, accusato di voler interferire negli affari di politica interna iraniana. Da qui le pesanti esternazioni e minacce indirizzate a Israele e agli Stati Uniti, che hanno scatenato una crisi diplomatica fra questi stati. A mio parere non c’è da preoccuparsi sulla reale portata delle dichiarazioni di Ahmadinejad. Esse fungono da collante tra i diversi strati sociali al fine di risolvere i problemi di politica interna prima denunciati.

Quali possono essere i possibili risvolti di questa crisi?
All’interno della comunità internazionale tre sembrano essere le vie di risoluzione della crisi iraniana: quella più probabile ed auspicabile è la via del negoziato, con l’obiettivo di raggiungere un compromesso tra le ambizioni nucleari iraniane, considerate legittime e necessarie dal premier Ahmadinejad e i timori più o meno fondati degli stati occidentali. Le altre due vie prese in considerazione sono l’attacco armato preventivo, misura adottata nel vicino Iraq, e in alternativa un bombardamento mirato dei centri di ricerca nucleare in territorio iraniano. Entrambe risultano impraticabili rispettivamente a causa dell’estensione del Paese e della disposizione sotterranea dei principali siti di ricerca e sperimentazione.

Leonetta Pajer e Davide Goruppi

Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’

“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.

Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.

Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.

Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”

La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.

La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”

L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]”.

Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”

Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.

Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ’68, un maggio silenzioso”.

Davide Lessi

Emmanuel Dalle Mulle


 

Intervista alle sette studentesse che hanno deciso di sperimentare il rugby inglese

Da marzo 2006 Noemi De Lorenzo, Roberta (Cortina) De Martin, Francesca (Fra) Fuoli, Arianna (Turin) Olivero, Francesca (Rosy) Rosada, Chiara Taverna (tutte del I S.I.D.) e Anna Rizzoli (III anno di Relazioni Pubbliche), si incontrano settimanalmente in via dei Faiti. Hanno deciso di tentare una sfida davvero interessante, sotto la guida dei loro “coaches”, Edoardo Buonerba (II S.I.D.) e Marco Chimenton (III S.I.D.): imparare a giocare a rugby. “Sconfinare” le ha intervistate per scoprire le peculiarità di questa squadra tutta femminile!

Il rugby è tradizionalmente uno sport maschile: perché avete deciso di praticarlo?

Chiara: “Per rompere questi stereotipi maschili che limitano l’accesso femminile a molti sport interessanti”.

Rosy: “E perché è uno sport inusuale, perlomeno tra le ragazze”.

Infatti…Voi, però, praticate rugby all’inglese. Quali sono le differenze rispetto a quello americano?

Rosy: ” Per prima cosa la palla, più grande di quella americana, può essere passata solo indietro. Poi è ammesso il placcaggio (bloccaggio dell’avversario) solo del giocatore che tiene la palla”.

Turin: “E non abbiamo le divise imbottite perché è meno violento”.

Anche se è meno violento, però, prevede degli allenamenti intensi. Com’è stato all’inizio?

Tutte: “Durissima!”

Rosy: “La prima volta che abbiamo fatto il giro del campo di corsa a momenti ci lasciavo un polmone!”

Però…E come vi sembra questo sport ora che lo conoscete direttamente?

Chiara: “E’ uno sport da signore!”

Anna: “C’è una filosofia dietro, che implica il rispetto non solo delle regole di gioco, ma anche dell’avversario”.

Rosy: “Cosa che manca in altri sport più in voga…”

Concordo pienamente. Quindi lo consigliereste anche ad altre ragazze.

Anna: “Certo! Non esiste una taglia corporea per praticarlo. Va bene per qualsiasi fisico”.

Chiara: “Anzi, speriamo che qualcuno si aggiunga, perché dobbiamo raggiungere i 15 elementi!”

Magari qualche lettrice raccoglierà l’invito! E sugli allenatori…?

Tutte: “Sono super-professional, simpatici, pazienti…”

L’anno prossimo, però, andranno all’estero. Come farete?

Fra: “Giocheremo a tennis!”

Turin: “Andremo a Lisbona (meta di Edoardo)!”

Cortina: “Beh, Rosy terrà un corso di can-can…”

Chiara: “No, dai. C’è un vice, Diego (Pinna, I S.I.D.). Ci seguirà lui.”

E a quando la prossima partita?

Cortina: “La prima vorrai dire! Ancora non lo sappiamo”.

Beh, ragazze, speriamo sia presto, perché vi vogliamo vedere in campo. In bocca al lupo a tutte voi!

 

Isabella Ius

elan_isa@hotmail.it

Lucinico.  Talvolta lo sport viene affogato negli stereotipi che gli nascono intorno. Così il calciatore non è altro che il sempliciotto accompagnato dalla velina, il giocatore di basket il re degli spot pubblicitari di cereali per bambini ed il pugile il rissoso scialacquatore di immense fortune guadagnate a suon di k.o. Per fortuna esistono ancora atleti che fuggono da ogni santificazione mediale per godersi la fatica e la soddisfazione dei risultati acquisiti nel silenzio e nell’intimità della propria famiglia, atleti che non dimenticano le difficoltà di quando hanno cominciato e che pensano che ci sia qualcosa di più importante del fuoristrada ultimo modello o della villa a Montecarlo. Uno di questi è Paolo Vidoz, il pluridecorato pugile friulano, la bella realtà dei pesi massimi italiani. Vidoz da tempo ha intrapreso un’iniziativa mirante a riattivare la pratica del pugilato nella Kabul ancora devastata dai bombardamenti e dalla povertà. Nel corso degli ultimi quattro mesi Vidoz ha permesso la riapertura di una palestra nella periferia della capitale afgana, fornendole le più moderne attrezzature mediche e d’allenamento e partecipando ad alcuni allenamenti con gli atleti locali. Tutto questo utilizzando fondi personali ed introiti di incontri di beneficenza. Vidoz non è nuovo ad iniziative di questo tipo, infatti circa un due anni fa pubblicò un libro “I cani del ring” di cui destinò la metà degli incassi ad associazioni miranti all’assistenza di pugili colpiti da danni permanenti nel corso di incontri. “ Ancora una volta lo sport e la solidarietà superano le barriere politiche” dichiarò Vidoz quando a metà Dicembre dello scorso anno brindò al suo primo viaggio in Afghanistan. Davvero significativo è il fatto che il campione abbia volontariamente rifiutato ogni partecipazione pubblicitaria nazionale e si sia affidato alla rete di associazioni benefiche regionali e nazionali, cercando di giungere ai cuori della gente al di là di ogni possibile strumentalizzazione televisiva. Paolo Vidoz è un tipo schivo, fugge alla luce dei riflettori televisivi ed al rumore degli applausi, preferisce i fari puntati sul ring e la vibrazione della campana. Di incontri ne ha combattuti tanti, sa cos’è l’adrenalina, ma adesso, alla soglia dei 34 anni, sembra aver realmente realizzato che nella vita c’è sempre qualcosa per cui combattere, anche fuori dal ring.

Marco Di Liddo

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.378 hits
Annunci