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A fine settembre il presidente russo Medvedev ha licenziato il sindaco di Mosca Luzhkov con un comunicato lapidario: “Jurij Mikhailovich ha perso la fiducia del presidente”.

Luzhkov è uno dei personaggi politici russi più in vista e controversi. Salito al Mossovet (il municipio di Mosca) sotto la presidenza di Boris Eltsin nel 1992, in quasi vent’anni è riuscito a risollevare la città dalle ceneri dell’Unione Sovietica e a garantirsi una posizione politica di rilievo sulla scena politica russa. Le basi del suo potere sono di cemento: in coppia con la moglie, Elena Baturina, magnate nel campo delle costruzioni, prima donna più ricca della Federazione e terza al mondo, Luzhkov ha costruito un impero. Non si è limitato a garantire un sostegno politico alle attività imprenditoriali della moglie: i due avevano nei fatti il potere di concedere o negare il via libera per un cantiere. Mosca ha visto fiorire in pochi anni una miriade di grandi opere imponenti e moderne. La catterdrale del Cristo Salvatore, ricostruita a tempo di record dopo che Stalin l’aveva abbattuta per farne una piscina, è l’opera-simbolo dell’efficienza del sindaco con la “coppola” – di chiara provenienza sovietica nelle sue intenzioni pubblicitarie, questo cappello è ormai associato alla gestione del potere in stile mafioso del sindaco. Il suo sistema di potere si basa infatti sulla corruzione. Esso è stato finora tollerato dal Cremlino: Luzhkov si è rivelato molto abile a proteggere la sua posizione mettendo il suo carisma al servizio dei vertici dello stato. Ha sempre appoggiato i candidati di punta alla presidenza, Eltsin e Putin per due volte e Medvedev nel 2008. Ha contribuito a fondare e rafforzare il partito del secondo, Russia Unita, che gode di larga maggioranza in ogni organo decisionale russo. Oggi però alcuni errori strategici hanno incrinato un sistema che appariva incrollabile.

Il giudizio dell’opinione pubblica moscovita sull’operato del sindaco si è fatto sempre più duro. Le accuse di corruzione erano in circolazione da tempo, anche se solo ora che l’uomo è inviso al potere presidenziale le televisioni di stato ne parlano; l’episodio più recente, che ha suscitato il disgusto dei moscoviti, è stata la gestione dell’emergenza che quest’estate ha visto le fiamme arrivare alle porte di Mosca, rimasta assediata dal fumo per settimane. Il sindaco, in soggiorno in Crimea, ha evitato di dichiarare lo stato di emergenza per non interrompere la sua vacanza ed ha fatto ritorno a Mosca solo quando la situazione si era normalizzata.

Ma l’opinione pubblica non è uno dei pilastri su cui si fonda il potere di un sindaco russo. Dal 2004, infatti, la carica non è elettiva, ma di nomina presidenziale. Il prescelto può solo essere approvato o respinto da un’assemblea eletta dal popolo, la Duma cittadina. L’errore più grave Luzhkov lo ha commesso quando ha cominciato a far mancare il suo appoggio al presidente Medvedev, accusandolo di essere un mollaccione inadatto alla guida del paese. Quest’ultimo aveva sfidato il sindaco negando il suo permesso ad una grande opera ferroviaria cui era interessata un’impresa della moglie: la corruzione incarnata dal sindaco è l’antitesi del suo progetto di modernizzazione per la Russia. L’atto di Medvedev poteva apparire come una sfida al primo ministro Putin, molto legato al clan Luzhkov. In realtà il provvedimento del presidente sarebbe stato impensabile senza il via libera del premier. La sua influenza è dimostrata dalla scelta del nuovo sindaco. Medvedev ha scelto per la guida di Mosca un putiniano fedelissimo: Sergei Sobjanin era capo-staff di Putin quando questi era presidente e lo ha seguito come vice primo ministro quando è diventato premier. L’ipotesi più convincente sembra dunque essere che la posizione del sindaco fosse già compromessa, proprio perché sgradita anche al primo ministro: Luzhkov è diventato negli anni un uomo troppo potente e, soprattutto, indisciplinato.

Nel 2012 la Russia eleggerà il suo nuovo presidente e sia Putin che Medvedev stanno preparandosi ad avanzare le loro candidature, anche se nessuno dei due ha mai rilasciato dichiarazioni in tal senso. Putin, dopo due mandati consecutivi alla guida del paese, nel 2008 ha lasciato a Medvedev le redini della Russia, con l’intenzione di riprendersele quattro anni dopo. I servizi segreti hanno recentemente registrato un nuovo sito internet che potrebbe essere premonitore: http://www.putin-2012.rf. Medvedev dal canto suo non ha mai voluto iscriversi al partito del premier, Russia Unita, e fonti anticipano anzi che stia lavorando per fondarne uno suo proprio, Russia Avanti, cercando di raccogliere il sostegno di tutte le formazioni politiche escluse dal potere dal monopolio del partito di Putin. Il suo obiettivo è quello di creare una Russia nuova, libera dalla corruzione e con una struttura economica “meno primitiva”, meno dipendente dalle esportazioni di materie prime (a giudicare dal logo del movimento, l’iniziativa pare aggressiva!, vedi immagine). I progetti politici dei due uomini forti di Russia sono dunque diversi e la distanza che li separa è destinata ad allargarsi. Si sono trovati d’accordo, tuttavia, sul destino da assicurare all’ex padrone di Mosca. Il mandato del nuovo sindaco è chiaro soprattutto in un punto: ricompensare chi gli ha assegnato la poltrona più alta della capitale – Medvedev e Putin – con un appoggio politico strategico per le elezioni presidenziali. E il neo-nominato Sobjanin deve essere grato ad entrambi.

Francesco Marchesano

Il lettore saprà già se Dilma Rousseff, candidata del PT (Partito dei Lavoratori) alle presidenziali brasiliane, sarà la prima donna al timone del gigante sudamericano. Pur restando favorita, Dilma non ce l’ha fatta a conquistare la presidenza al primo turno, nonostante sia stata consacrata propria erede dal “politico più popolare al mondo”, come lo ha definito Barack Obama. Un presidente che esce di scena dopo due mandati consecutivi con ancora l’80 % dei consensi è un record senza pari.

Luiz Ignacio Lula da Silva, ex operaio, ex sindacalista, eletto nel 2003 con qualche titubanza (la paura di posizioni troppo “socialiste” determinarono, in un primo momento, una fuga di capitali) è stato capace, in otto anni di governo, di cambiare l’immagine di un paese dal brillante futuro che non arriva mai in quella di modello per tutto il mondo in via di sviluppo, e non solo.

Innegabile la clamorosa crescita economica avuta in Brasile, con un tasso di crescita medio del PIL del 4,2 % tra il 2003 e il 2009. Un’economia stabile (merito che affonda le radici anche nelle riforme avviate negli anni ’90), la conduzione di politiche economiche responsabili e la solidità del settore bancario hanno permesso al gigante sudamericano di affrontare la crisi finanziaria con relativa calma, senza perdere di vista gli obiettivi di politica sociale e ribadendo con fiducia l’essenziale ruolo dello stato nell’economia. Particolarmente rilevante il PAC (Programa de Aceleração do Crescimento), massiccio progetto di intervento statale nel mercato annunciato da Lula nel 2007 (anno in cui la crescita del PIL ha raggiunto il picco massimo) con l’obiettivo di favorire una crescita economica per mezzo di investimenti infrastrutturali e nel settore energetico.

Lula ha conquistato ben presto anche l’appoggio degli imprenditori: dopo aver realizzato, negli anni novanta, uno dei principali programmi di privatizzazione al mondo (l’allora ministro delle finanze brasiliano affermava che “la miglior politica industriale è non avere politica industriale”), il Brasile di Lula ha attuato, sotto questo frangente, una politica esplicita e pronunciata: il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Economico e Social) ha investito ingenti somme di denaro pubblico nei settori più dinamici, e ha aumentato il credito pubblico al settore privato delle piccole e medie imprese.

I campi in cui Lula ha però ottenuto il successo per cui sarà ricordato sono altri: la politica sociale è stata il vero fiore all’occhiello di questi 8 anni di presidenza. La disuguaglianza dei redditi rappresentava uno dei tristi record brasiliani, e uno dei principali risultati del governo è stato proprio la sua riduzione: l’indice di Gini, misurante l’ineguaglianza della distribuzione nei vari paesi, è passato dal 0,593 del 2001 al 0,56 del 2005 al 0,49 del 2007, con 0 che indica una perfetta uguaglianza e 1 la perfetta disparità (in Italia, per intenderci, è al 0,36). La vera riforma è stata lanciata nel 2003, con l’avvio del programma Bolsa Familia: Vennero integrate ed accorpate le cinque misure di sostegno al reddito già esistenti in un unico trasferimento, sotto la gestione di un unico ministero, e i beneficiari aumentarono dai poco meno di cinque milioni di famiglie nel 2001 alle 12 milioni nel 2009 (più o meno il 26 % della popolazione del Brasile). In presenza di bambini nel nucleo familiare il sussidio è condizionato alla frequenza scolastica e all’effettuazione di visite mediche regolari. Le scelte istituzionali e amministrative che hanno contribuito al successo del programma brasiliano sono state prese a modello anche da Paesi come il nostro, nell’affrontare la frammentarietà e l’ineguaglianza che ancora caratterizza le nostre politiche di sostegno al reddito.

I successi raggiunti in casa hanno sicuramente portato conseguenze benefiche anche sul piano degli affari esteri: il Brasile di Lula si è ritagliato un ruolo di primo piano nell’agenda internazionale, arrivando a chiedere con insistenza un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La visione squisitamente multilaterale, a partire da un buon livello di integrazione con i vicini sudamericani, ha visto il paese stringere solidi rapporti con Cina (principale socio in termini di esportazioni), Paesi Arabi (gli scambi si sono quadruplicati negli ultimi sette anni) e scommettere in un’intensa cooperazione sud-sud. E’ dunque a buon titolo che il Brasile si assume l’impegno di protezione e promozione degli interessi degli stati in via di sviluppo nei consessi internazionali.

Gli indubbi successi ottenuti da Lula non risolvono tutti i problemi che ancora affliggono il Brasile, un sistema d’istruzione carente e una riforma agraria ancora in sospeso in primis. Ma di questi tempi, con stati sull’orlo del fallimento e finanziarie da lacrime e sangue, l’idea che un ex metalmeccanico lasci in eredità un Paese più ricco e più giusto non può lasciare indifferenti.

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