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Il Cammino di Santiago è un pellegrinaggio vecchio secoli, riscoperto solo qualche decina d’anni fa dalle masse grazie all’opera di un frate galiziano. Da allora, e soprattutto a partire dai primi anni ’90, decine di migliaia di persone lo percorrono. Chi alla ricerca di sé stesso, chi alla ricerca della Compostela (un certificato col quale la Chiesa cattolica garantisce indulgenza ai peccatori), chi alla ricerca di un’esperienza diversa. L’ultimo caso è quello che mi riguarda. Non ho un grande rapporto con la fede, ma quando i miei amici, a loro volta miscredenti, mi hanno proposto di fare il Cammino in bici non ci ho pensato due volte. Siamo partiti da Orio al Serio, arrivati a Saragozza e da lì in pullman fino a Pamplona; qui, alle 23.30, scesi dalla corriera, abbiamo montato le bici (smontate a Milano per non farcele distruggere durante il viaggio..) alla luce di un lampione. Ovvero, se volete fare lo stesso, arrivate prima del tramonto perchè altrimenti vi verrà da “sbaggettare” o “sbacchettare”, verbi da noi utilizzati lungo il Cammino per descrivere il comportamento anomalo del parafango di uno dei compagni di viaggio (“minchia Fede, ma quanto ti sbaggetta il parafango? Fermati va…”).

Il Cammino è una macchina turistica. Intendiamoci, non è la riviera romagnola ma è un turismo tutto sommato positivo. I sentieri sono generalmente puliti visto che i pellegrini sono in genere rispettosi dell’ambiente. È una macchina turistica perchè le strutture adibite all’ospitalità sono molto efficienti, anche se variano a seconda del luogo. Per la notte si può scegliere tra alberghi normali, ostelli e cosiddetti “albergues” dei pellegrini. La nostra scelta è caduta per motivi economici proprio su questi ultimi. Spesso questi albergues erano pieni e quindi venivamo dirottati nei “polideportivos”: si dormiva sul pavimento o su qualche materasso buttato a terra per l’occasione. In generale a prezzi davvero contenuti: al massimo 7 euro per una stanza con letti comodi e altri piccoli comfort come le prese elettriche per ricaricare i vari apparecchi, per le sistemazioni più spartane abbiamo pagato 3 euro. Anche per il cibo si può definire il Cammino economico. Certo, non si mangia come allo Zodiaco, ma si può scegliere uno tra tre differenti primi, lo stesso vale per il secondo e per il dolce, mentre vino e acqua sono inclusi nel prezzo. La qualità non è eccelsa ma la quantità soddisfa anche gli stomaci più capienti. Il menu del pellegrino costa tra gli 8 e i 9 euro. Talvolta, come a Sarria, abbiamo preferito mangiare in un ristorante, per godere dello squisito “pulpo a la gallega”, piatto tipico galiziano che, oltre a essere straordinariamente buono, è anche piuttosto economico (6 euro/porzione, pane incluso).

Se intendete affrontare il Cammino preparate bene i bagagli. In genere si consiglia di viaggiare con non più di 7/8 kg in spalla (o sul portapacchi). Ciabatte o sandali, scarpe da trekking più tre mutande, tre magliette, due pantaloni corti, un paio di pantaloni lunghi, due maglioni, un k-way e quattro o cinque paia di calzini dovrebbero essere sufficienti. Evitate come la peste ogni cosa superflua, portatevi solo ciò di cui siete sicuri farete utilizzo. Se avete lo stesso caricabatterie del compagno di viaggio, portatene solo uno. Maledirete ogni grammo in più nel vostro zaino, ve lo garantisco.

Se dovessi suggerire a un pellegrino a corto di tempo quali tappe fare evitando le altre, gli direi sicuramente di fare i chilometri che separano Najera da Burgos (circa 90), durante i quali si affrontano quasi tutti i paesaggi del Cammino: usciti da Najera si è in mezzo alle splendide vigne della Navarra, poi si affrontano i primi campi di grano, in seguito si scala l’ ”alto de la pedraja”, in cima al quale si trova una splendida foresta, e discesi da quest’ultimo si può far trionfale ingresso (20 km dopo…) nella bellissima Burgos. Però a essere sincero, la parte più bella del Cammino è quella che segue Léon, gli ultimi 200 km circa per intenderci. Dopo la monotonia gialla/azzurra delle mesetas (il cielo enorme che contrasta col giallo dei campi), il verde galiziano fa migliorare anche l’umore. Le tappe sono le più impegnative ma, proprio per questo, quelle che ricordo meglio. La salita per la Cruz de Hierro e per l’alto do Cebreiro (e soprattutto, le relative discese, che durano anche mezz’ora (in bici!)) regalano davvero degli scorci fantastici che valgono tale fatica. Il paesaggio galiziano a me ha ricordato moltissimo quello scozzese, in particolare nei giorni di pioggia durante i quali la nebbia ricopre i colli intorno ai pellegrini. Cercate di godervi ogni momento e ogni passaggio del Cammino, pensate alla fatica e guardate come cambia il vostro corpo giorno dopo giorno. Se sono i pellegrini a fare il Cammino, in fondo è vero anche che è il Cammino a (dis)fare i pellegrini.

Edoardo Da Ros

Però la prima volta seria. Per esempio, voi vi ricordate la prima volta che avete assaggiato la Nutella con tutto l’universo magico che vi è contenuto – e che fino a quel momento ignoravate? La passione per il rock è circamenoquasi uguale. Uguale alla prima volta che metti un disco diverso nello stereo di casa e tuo padre ti dice, abbassa il volume!
Il mio primo disco, e lo dico con orgoglio perché adoro i cliché, è stato Nevermind, e – spero sia una precisazione inutile – Nevermind è un disco scritto dai Nirvana, nell’a. D. 1991. Con buona pace di tutti è stato l’ultimo disco generazionale. Voglio dire, certo che ci sono state palate di ottimi gruppi da allora. E ottimi dischi. Ma Nevermind è diverso, e con questo non voglio dire che sia migliore (dopotutto, un disco per essere bello deve per forza rispecchiare una generazione?). Nevermind è un disco sfornato da un figlio della MTV generation, per la MTV generation (e che vi piaccia o no, tutti noi siamo figli di MTV), e rispecchia alla perfezione gli anni ottanta e novanta. E tanto per farla breve: se non vi piace Nevermind, non siete mai stati adolescenti in vita vostra.
Sono passati quasi dieci anni dai miei primi ventisei secondi di Smells Like Teen Spirit. In quei primi ventisei secondi tutto ciò che è sicuro per un quattordicenne, o che allora lo era, viene cancellato e riportato allo zero, e chiede a gran voce di ricominciare a volume più alto. E la cosa migliore è che non sono parole scontate. Per chi ascolta musica, la passione nasce da quel primo orgasmo inarrivabile che sempre cercherai di ricreare. A me è capitato con Nevermind, ma immagino valga anche per Mozart. Solo che nulla è mai come la prima volta.
Così parlando mi rendo conto che sembro Peter Pan in cerca della sua ombra. Per di più, so che questo articolo è inutile perché chiunque abbia avuto quindici anni almeno una volta nella vita ha adorato alla follia questo disco. Però la cosa importante sono le lezioni che si imparano.
Primo. I Nirvana avevano stile. Ed è cosa di pochi. All’epoca, un mio insegnante di chitarra mi disse: “Cobain non aveva la concezione del Si bemolle”. Ora, questo ragionamento è esattamente ciò che rovina il 90% dei giovani chitarristi. Non hanno anima, ma le convenzioni le sanno a menadito. Non me ne frega nulla se Cobain non conosceva il Si bemolle, o il modo frigio, perché se metto su un disco dei Nirvana canto tutto il pomeriggio e potrei perfino ballare (!), mentre tutti i gruppi sintetici e perfetti, tipo i Dream Theater, li tolgo a metà del primo brano. Provate a guardare un qualsiasi live di tutti i supergruppi. Tipo il G3. Scommetto un milione di euro che nel pubblico non riuscite a vedere una ragazza dico una. Sono tutti musicisti, trentenni, grassi e pelati e con gli occhiali, con spiccate tendenze masochistiche, e che provano questo impulso patologico nel farsi umiliare da chi è più bravo di loro.
Secondo. I Nirvana ti parlavano. Se hai quattordici anni, e senti “Come As You Are”, è obbligatorio imparare a suonare la chitarra. “Polly” è sicuramente la canzone più suonata con una chitarra, dopo la canzone del sole. La differenza è che la prima te la scegli, la seconda di solito te la impone il tuo primo insegnante imbranato. E c’era un messaggio. Sii te stesso. In tutto. Non sarai mai il migliore, ma puoi essere unico.
Terzo. I Nirvana sono un gruppo educativo. Sono punk, ma molto più raffinati. Se sai suonare solo tre accordi, e magari senza nemmeno la fatica di sapere se sono maggiori o minori, in un paio di pomeriggi puoi impararti la totalità delle canzoni dei Nirvana. E sapete una cosa? Ci sono un sacco di canzoni di cui non mi ricordo il testo. Ma se metto su i Nirvana, le posso cantare e suonare ancora tutte, e la cosa più importante è che ne ho ancora voglia.
Rodolfo Toè

Martedì 7 novembre, ore 15.00. Università degli Studi di Trieste.

Trovare parcheggio è anche più difficile di quanto non sia nei giorni comuni.

Un convulso movimento di persone, telecamere, forze dell’ordine e macchine d’ordinanza prelude all’inaugurazione dell’ottantatreesimo anno accademico.

Nell’accaldata Aula Magna al terzo piano di piazzale Europa, traboccante di persone come solo in speciali occasioni si vede, regna una trepidante attesa per l’arrivo del Magnifico Rettore e del Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive, l’onorevole Giovanna Melandri.

Inseguiti dalle irreprensibili hostess prendiamo posto: i più organizzati e puntuali, seduti; gli altri, e molti, in piedi.

Ci sono il coro dell’Università, il gruppo dei goliardi con il tradizionale cappello, rappresentanti degli studenti, del personale tecnico – amministrativo, senato accademico e professori. Le autorità, fra cui il sindaco di Trieste, Di Piazza e il presidente della regione, Illy, sono presenti numerose ed in prima fila.

Sfilano i Presidi di Facoltà ed i rappresentanti delle altre Università. Assente di rilievo, il rettore uscente, Domenico Romeo.

Alla speaker che annuncia “il Magnifico Rettore, prof. Francesco Peroni” segue un’inusuale standing ovation. “Una cosa mai vista ad una cerimonia di questo genere”, secondo le spettatrici più esperte. E l’ovazione si ripete, per ben due volte.

Sono gli studenti i più entusiasti. Gli stessi studenti che il neo – eletto rettore ringrazierà e ricorderà quali primi sostenitori della sua candidatura e quale risorsa preziosa, meritevole di particolare attenzione.

Così inizia un discorso che rivela da subito un deciso programma d’azione per i prossimi tre anni: riforma della didattica nel segno della professionalità e della razionalizzazione; collaborazione con gli enti locali al fine di migliorare i molteplici aspetti della vita universitaria; centralità degli studenti e valutazione dell’operato dell’ateneo da parte di soggetti esterni ad esso; sostegno alla ricerca, anche se in un periodo di evidenti difficoltà finanziarie.

Questi, alcuni dei principali aspetti di un discorso che unisce realismo politico a sani ideali di meritocrazia e collaborazione.

“Fate che”, dirà in conclusione del suo intervento il prof. Peroni, citando un discorso di Aldo Moro, “la vita pulsi dentro – l’università -, che la società con i suoi interrogativi vi si rifletta, che i problemi della difficile convivenza umana vi siano compresi ed affrontati.

Gli interventi a seguire, del rappresentante del personale tecnico – amministrativo, dott.ssa Giuliana Masci, e del presidente del Consiglio degli Studenti, dott.ssa Gisella De Rosa, manifestano fiducia e speranze nel nuovo dirigente.

Pur senza omettere le numerose necessità ed esigenze dei 23000 studenti dell’ateneo giuliano, la neo dottoressa De Rosa ribadisce l’appoggio dell’organo da essa rappresentato al rettore ed auspica un dialogo ed una collaborazione sempre più proficui con i vertici dell’Università.

“Il più giovane rettore d’Italia sostenuto dai giovani”. Questa, una delle prime considerazioni del Ministro Giovanna Melandri, che condivide con il rettore il medesimo primato, tra i ministri in carica, e che rimarca l’interesse del governo verso le nuove generazioni, riconoscendone il rilevante apporto alla comunità locale.

Un discorso lungo ed articolato, il suo, che, da una generale considerazione sull’impossibilità di colmare il ritardo storico accumulato con una sola finanziaria, giunge ad una presentazione più completa del programma economico in discussione in parlamento (sostegno al precariato, bonus fiscale di 2.600 € per gli studenti fuori sede, prestiti bancari agevolati e quant’altro).

Nel corso della cerimonia viene, in fine, conferita la laurea ad honorem in ingegneria ambientale e del territorio al prof. Adolfo Josè Melfi, Rettore Emerito dell’Università Statale di São Paulo (Brasile).

Resta di questa giornata la chiarezza d’intenti e l’attenzione del Rettore Peroni, come altresì dimostra la presenza di quest’ultimo il 17 novembre scorso all’inaugurazione del ciclo conferenziale presso il polo goriziano.

In questo “piccolo mondo nel quale completamente quello grande si riflette”, riprendendo il pensiero do Aldo Moro riportato dal prof. Peroni, speriamo davvero di poter “fare che questa piccola società sia un ponte verso la vita”.

Valentina Collazzo

Flickr Photos

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