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Com’è possibile che in 10 anni di Grande Fratello, gli autori non siano stati in grado di inserire nella casa un omosessuale dichiarato? Qual è il contesto di questa scelta e quali sono le sue possibili degenerazioni?

Maicol Berti è il primo omosessuale dichiarato nella storia del Grande Fratello, o, perlomeno, così è stato presentato al pubblico. Questa definizione – destinata allo spettatore medio del GF – ha suscitato non poche polemiche nella comunità LGBT(Lesbiche Gay Bisessuali Transessuali) in primis, per ironia della sorte, quella omosessuale. La polemica nasce da un recente editoriale di Alessio De Giorgi, direttore di gay.it, che evidenzia le proprie perplessità nella scelta del concorrente ferrarese. La lettera, che non stigmatizza il personaggio di Maicol, anzi lo descrive come “una persona di straordinaria umanità, vivacissimo, esuberante e divertente” e lo sostiene “noi facciamo il tifo per lui”, critica un aspetto poco considerato dai detrattori del reality: la cronica assenza – in 10 anni di edizioni – di una figura gay “qualunque” e dichiarata. Come evidenziato da De Giorgi, Maicol dichiara di “sentirsi donna in un corpo da uomo”, un aspetto della sua personalità – definito nella psicologia come disforia di genere – che è legata alla sfera transessuale, piuttosto che quella omosessuale. Infatti, la disforia di genere è una condizione in cui una persona si sente appartenente al sesso opposto a quello di nascita; perciò, sarebbe aspettabile un suo futuro cambiamento di sesso, proprio per colmare l’ antinomia tra il suo corpo e la sua identità di genere (nel suo caso, femminile). D’altro canto, un gay dichiarato viene considerato come una persona che accetta il proprio corpo, id est c’è corrispondenza tra quest’ultimo e l‘identità di genere. Quindi, una persona può contrarre rapporti omosessuali, ma non esserlo: per questo motivo, Maicol non è gay. Di conseguenza, la decisione di far entrare questo ragazzo nella casa e di pubblicizzarlo come “il primo gay nella storia del GF italiano” assume un valore fortemente diseducativo: si porta il pubblico di uno dei più seguiti programmi italiani a confondere la condizione transessuale con quella omosessuale, aumentando ancora di più la confusione su temi già difficili e delicati; temi sui cui in Italia si deve crescere ancora molto. Dunque, se da un lato abbiamo una pubblicizzazione mediatica di un concorrente presentato come omosessuale quando non lo è, dall’altro abbiamo la cronica assenza di una figura gay “qualunque”, cioè manca una figura omofila  che riesca a rappresentare l’ omosessualità al Grande Pubblico senza cadere obbligatoriamente in stereotipi di effeminatezza e di leziosità, che purtroppo Maicol rappresenta. Questa incapacità degli autori d’ inserire una figura “qualunque”, porta un pubblico ignorante – nel senso che non ha dimestichezza con queste problematiche sessuali – al più becero sillogismo: una persona è gay, essere gay è essere effeminati e ridicoli, quindi il gay è effeminato e ridicolo; o meglio se sei gay, allora devi essere per forza effeminato, ridicolo e magari anche frocio. Quindi, l’ostracismo degli autori per rappresentare una omosessualità “quotidiana”, senza stereotipi di “checche e froci”, fa riflettere su quanto sia difficile vivere una omosessualità dichiarata in Italia: nel momento in cui si categorizza l’ omosessualità nei termini della realtà televisiva odierna, la si aliena dalla società, la si fa completamente sparire nelle sue dimensioni normali.  D’altronde, una omosessualità differente porterebbe a dubbi che la maggioranza degli italiani vorrebbe evitare; immaginate: e se mio figlio fosse gay? o un mio parente o un mio amico? oppure se lo fossi io? La necessità di porre l’omosessualità in termini quotidiani non nasce da un estremismo progressista che, in una sottospecie di panpsichismo, vuole dare voce a qualsiasi cosa che sia diverso, ma è necessario per capire dei fenomeni sociali, purtroppo diffusi e generali, che l’ opinione pubblica non capisce e non vuole capire. Non sarà un caso che, come dimostrato dalla Rivista di Sessuologia in una ricerca del 2004, la maggioranza degli uomini che usufruiscono di prostitute transessuali MtF – Male to Female, uomini che stanno diventando donne – si dichiara eterosessuale? In altre parole, l’ impedimento di dare voce a una omosessualità normale, può essere connessa alla prostituzione transessuale? Mutatis mutandis, si. Il motivo per cui un uomo dichiaratamente etero decida di andare con una prostituta transessuale – più diffuse le MtF, piuttosto che i FtM, ossia Female to Male – sono numerose e complesse. Prendiamo solo un caso. Freud, nel suo celebre saggio sul “Perturbante” (das Unheimliche, 1919), definisce il feticismo come un nesso ambiguo – seduttivo e terrorizzante – tra il familiare e lo straniero. Infatti, la cosa, su cui si pone l’attenzione del feticista, è “il sostituto per l’oggetto sessuale” ossia “una parte del corpo assai poco appropriata per gli scopi sessuali (il piede, i capelli) o un oggetto sessuale che sia in evidente relazione con la persona sessuale, ancor meglio con la sua sessualità (capi di vestiario, bianchieria). Questo sostituto viene non a torto paragonato con il feticcio, nel quale il selvaggio vede il suo Dio”. In altre parole, il familiare e lo straniero si rimescolano continuamente, generando nuovi ibridi visuali. Nel nostro caso, l’eterosessualità – il familiare, ciò che è considerato naturale e giusto dalla società – si rimescola con l’omosessualità – lo straniero, ciò che è alieno alla società – generando un ibrido: il transessuale. Per capire meglio uno dei tanti motivi della diffusione della prostituzione transessuale, è necessario considerare che per Freud, per esempio, il piede della donna, su cui cade l’attenzione del feticista, non è altro che un surrogato del pene femminile. Nelle teoria dello sviluppo psicosessuale, il bambino nella fase edipica, per superare l’angoscia di castrazione derivante dalla paura del padre e soprattutto dalla vista dei genitali femminili privi del pene, si crea un feticcio, ovvero un oggetto volto a sostituire il pene mancante nelle bambine. Se queste ultime sono prive di fallo, infatti, significa che sono state punite e quindi evirate per qualcosa che hanno commesso, quindi anche il bambino rischia l’evirazione a causa dei suoi desideri incestuosi verso la madre. Il piede, la scarpa e qualsiasi oggetto feticistico permettono così al bambino, fungendo da “fallo femminile”, di attenuare la sua angoscia derivante dalla constatazione che le bambine non hanno il pene. Quindi, in un procedimento analogo – mutatis mutandis – l’omosessuale represso, cioè una persona che si dichiara etero per pressioni – come abbiamo visto – sociali, ma ha un orientamento sessuale omofilo, può arrivare a una totale degenerazione ibrida tra eterosessualità e omosessualità. Per questi soggetti, la figura erotica diventa la donna con un pene, per l’appunto: il transessuale MtF.

Viene il dubbio che, oggi, sempre più, forse a causa di una società che ci spinge di continuo a ricercare una originalità che nei fatti non si dimostra mai tale, il desiderio sessuale degli uomini (soprattutto italiani?) s’indirizza verso la donna con il pene. O forse, non è solo questo. Forse, questo bisogno è legato a qualcosa di originario. Una mancanza la cui presenza si fa sempre più rumorosa. La mancanza di quella dimensione di completezza che ci è stata negata ab origine. Il bisogno di risolvere queste parzialità ci spinge,dunque,alla ricerca di un surrogato. La moderna scienza medica consente a taluni di vedere in queste nuove figure d’androgini, ciò che si va disperatamente cercando: un “sé” definitivamente completato. Ma, forse, questa ricerca non è altro che l’ultima istanza inconscia di un Occidente maschile che vive la profondo contraddizione tra due femminili completamente differenti. Uno reale, che in quanto tale viene vissuto drammaticamente nascondendolo dietro ritocchi di Photoshop e operazioni chirurgiche, e uno mediatico tanto onnipresente quanto inesistente. Un femminile irreale che diventa molto più sottile di un semplice velo o di un burqa; è uno mascheramento psicologico, che l’Occidente deve affrontare  e risolvere insieme ad altre tematiche come l’omosessualità. Se non altro, per pretendere che il proprio modello di sessualità sia il migliore in assoluto e quindi esportabile o imposto in altre culture e in altri paesi.

Luca Magonara

aung san suu kyiLo scorso maggio non sono state poche le testate giornalistiche e televisive che hanno seguito con attenzione le gesta sconvolgenti del mormone americano che, attraversando un intero lago a nuoto, è riuscito ad intrufolarsi nell’abitazione di Aung San Suu Kyi e a scatenare le ire funeste del regime birmano. Lo stesso interesse non c’è stato in agosto, quando il processo intrapreso contro la leader del movimento per il rispetto dei diritti umani e civili in Birmania e contro il sopracitato John Yethaw ha portato ad una sentenza di condanna.

Il processo comincia il 18 maggio 2009 ed entrambi gli imputati si dichiarano non colpevoli. Le autorità giudiziarie muovono a Yethaw, arrestato il 6 maggio, le accuse di essere penetrato in una zona posta sotto il controllo della polizia,di aver nuotato illegalmente nel lago Inya e di aver violato le leggi nazionali sull’immigrazione. Aung San Suu Kyi viene invece incolpata di aver ospitato l’americano in casa, ignorando così la norma sulla “salvaguardia dello Stato contro i pericoli derivanti da persone in grado di causare atti sovversivi” e violando i temini degli arresti domiciliari. Nell’ingranaggio giudiziario che ha ormai fagocitato i due attori principali di questa grottesca vicenda sono finite anche le due collaboratrici domestiche della leader, Khin Khin Win e Ma Win Ma Ma, e alcuni funzionari del regime: sessantuno membri della polizia di sicurezza sono stati interrogati, un Tenente è stato retrocesso di grado e ad un numero imprecisato di persone sono stati dati dai tre ai sei mesi di carcere per inosservanza dei propri doveri.

Dalla testimonianza di imputati e testimoni traspaiono notizie fondamentali per la comprensione dell’accaduto. In primis, Yethaw si è ostinato a dichiarare la natura divina della propria impresa e ha aggiunto non solo di essere stato visto dalla polizia mentre attraversava il lago ma anche che la stessa lo avrebbe fermato durante un precedente tentativo di raggiungere l’abitazione di Aung San Suu Kyi, lo avrebbe interrogato e quindi rilasciato. L’avvocato difensore della leader ha più volte sottolineato la premeditazione o quanto meno la connivenza dell’apparato di polizia birmana ma i giudici non ne hanno tenuto conto ai fini della sentenza emanata l’11 agosto scorso. Ad aggravare la situazione si sommano la reticenza da parte della Corte ad accettare i testimoni della difesa(un testimone su quattro accettato per la difesa vs quattordici su ventitre per l’accusa) e l’impossibilità da parte dei difensori della leader di discutere e preparare con lei la sua deposizione .

La sentenza condanna Aung San Suu Kyi, detenuta durante tutto l’atto processuale nella prigione di Insein, a tre anni di lavori forzati. La pena, tuttavia,a pochi minuti dall’emissione viene commutata in diciotto mesi di arresti domiciliari dallo stesso Than Shwe, Capo del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC) dal 23 aprile
1992. Fondamentale potrebbe essere stata la presenza al processo di diplomatici inglesi, tedeschi, norvegesi, francesi e italiani, e le molteplici professioni di sdegno espresse da statisti del calibro del Presidente degli USA o da organismi come l’UE, l’ONU o l’ASEAN. Quest’ultima, di cui la Birmania è membro, ha espresso “grave preoccupazione” per la piega presa dalla vicenda di Aung San Suu Kyi e parteggia per il suo immediato rilascio: alla base di questa posizione c’è l’importanza politico-economica di mostrarsi sensibile alla protezione e alla promozione dei diritti umani agli occhi della comunità internazionale.

Lo stesso periodo di arresti domiciliari è stato imposto alle collaboratrici della leader. Per quanto riguarda Yethaw, invece, la pena prevista erano sette anni di reclusione nelle carceri birmane, di cui quattro da scontare ai lavori forzati. Ma già il 12 agosto il Senatore statunitense Jim Webb si trovava in Birmania per negoziarne il rilascio, la cui giustificazione risiedeva nelle precarie condizioni di salute dell’uomo. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, Yethaw si trovava su un volo diretto in America. Una volta atterrato sul suolo natio egli ha confidato ai giornalisti: “se dovessi, lo rifarei un centinaio di volte pur di salvarle la vita…Il fatto che l’abbiano rinchiusa mi spezza il cuore..vorrei poter dire di più”. E tutto quello che Yethaw aggiunge è un rozzo tentativo di mimare una cerniera che gli sigilla le labbra. Lo stesso rozzo gesto che mima il resto del mondo.

Valeria Carlot

Valeria.Carlot@sconfinare.net

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