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aung san suu kyiLo scorso maggio non sono state poche le testate giornalistiche e televisive che hanno seguito con attenzione le gesta sconvolgenti del mormone americano che, attraversando un intero lago a nuoto, è riuscito ad intrufolarsi nell’abitazione di Aung San Suu Kyi e a scatenare le ire funeste del regime birmano. Lo stesso interesse non c’è stato in agosto, quando il processo intrapreso contro la leader del movimento per il rispetto dei diritti umani e civili in Birmania e contro il sopracitato John Yethaw ha portato ad una sentenza di condanna.

Il processo comincia il 18 maggio 2009 ed entrambi gli imputati si dichiarano non colpevoli. Le autorità giudiziarie muovono a Yethaw, arrestato il 6 maggio, le accuse di essere penetrato in una zona posta sotto il controllo della polizia,di aver nuotato illegalmente nel lago Inya e di aver violato le leggi nazionali sull’immigrazione. Aung San Suu Kyi viene invece incolpata di aver ospitato l’americano in casa, ignorando così la norma sulla “salvaguardia dello Stato contro i pericoli derivanti da persone in grado di causare atti sovversivi” e violando i temini degli arresti domiciliari. Nell’ingranaggio giudiziario che ha ormai fagocitato i due attori principali di questa grottesca vicenda sono finite anche le due collaboratrici domestiche della leader, Khin Khin Win e Ma Win Ma Ma, e alcuni funzionari del regime: sessantuno membri della polizia di sicurezza sono stati interrogati, un Tenente è stato retrocesso di grado e ad un numero imprecisato di persone sono stati dati dai tre ai sei mesi di carcere per inosservanza dei propri doveri.

Dalla testimonianza di imputati e testimoni traspaiono notizie fondamentali per la comprensione dell’accaduto. In primis, Yethaw si è ostinato a dichiarare la natura divina della propria impresa e ha aggiunto non solo di essere stato visto dalla polizia mentre attraversava il lago ma anche che la stessa lo avrebbe fermato durante un precedente tentativo di raggiungere l’abitazione di Aung San Suu Kyi, lo avrebbe interrogato e quindi rilasciato. L’avvocato difensore della leader ha più volte sottolineato la premeditazione o quanto meno la connivenza dell’apparato di polizia birmana ma i giudici non ne hanno tenuto conto ai fini della sentenza emanata l’11 agosto scorso. Ad aggravare la situazione si sommano la reticenza da parte della Corte ad accettare i testimoni della difesa(un testimone su quattro accettato per la difesa vs quattordici su ventitre per l’accusa) e l’impossibilità da parte dei difensori della leader di discutere e preparare con lei la sua deposizione .

La sentenza condanna Aung San Suu Kyi, detenuta durante tutto l’atto processuale nella prigione di Insein, a tre anni di lavori forzati. La pena, tuttavia,a pochi minuti dall’emissione viene commutata in diciotto mesi di arresti domiciliari dallo stesso Than Shwe, Capo del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC) dal 23 aprile
1992. Fondamentale potrebbe essere stata la presenza al processo di diplomatici inglesi, tedeschi, norvegesi, francesi e italiani, e le molteplici professioni di sdegno espresse da statisti del calibro del Presidente degli USA o da organismi come l’UE, l’ONU o l’ASEAN. Quest’ultima, di cui la Birmania è membro, ha espresso “grave preoccupazione” per la piega presa dalla vicenda di Aung San Suu Kyi e parteggia per il suo immediato rilascio: alla base di questa posizione c’è l’importanza politico-economica di mostrarsi sensibile alla protezione e alla promozione dei diritti umani agli occhi della comunità internazionale.

Lo stesso periodo di arresti domiciliari è stato imposto alle collaboratrici della leader. Per quanto riguarda Yethaw, invece, la pena prevista erano sette anni di reclusione nelle carceri birmane, di cui quattro da scontare ai lavori forzati. Ma già il 12 agosto il Senatore statunitense Jim Webb si trovava in Birmania per negoziarne il rilascio, la cui giustificazione risiedeva nelle precarie condizioni di salute dell’uomo. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, Yethaw si trovava su un volo diretto in America. Una volta atterrato sul suolo natio egli ha confidato ai giornalisti: “se dovessi, lo rifarei un centinaio di volte pur di salvarle la vita…Il fatto che l’abbiano rinchiusa mi spezza il cuore..vorrei poter dire di più”. E tutto quello che Yethaw aggiunge è un rozzo tentativo di mimare una cerniera che gli sigilla le labbra. Lo stesso rozzo gesto che mima il resto del mondo.

Valeria Carlot

Valeria.Carlot@sconfinare.net

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