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Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Una riflessione sulla multi etnicità nel nostro Paese

L’attuale discussione strappa-capelli sulla natura più o meno multietnica del nostro Paese mi ha riportato a due episodi recenti. Da un lato, all’ultima indagine portata avanti da Sconfinare sulla Caritas di Gorizia, dove gli scrittori di matrice catto-comunista della Redazione inneggiavano in conclusione dell’articolo a un ritorno alle radici cristiane, in maniera “provocatoria” (questo, almeno, per voce degli stessi). Dall’altra la singolare campagna che l’Italia aveva voluto portare avanti, a nome del Vaticano, durante la stesura della Costituzione Europea, quando pareva vitale sottolineare le radici cristiane dell’Europa, sperando soprattutto in un buonismo da parte di nonno Giscard sotto le pressioni del “suo Amato”.

Con le sue ultime dichiarazioni, per l’ennesima volta la destra fornisce una grande occasione da gol a una sinistra morta, che alla destra serve di meno che da viva. Mi si potrebbe chiedere il perché io colleghi una questione politica, migratoria, ad una questione religiosa? Innanzi tutto, perché lo Stato fornisce i propri dati sull’immigrazione proprio attraverso la suddetta Caritas, proprio attraverso la bontà caritatevole dei cattolici (non degli italiani!). In secondo luogo perché mi spavento, personalmente, dell’unicum a cui si tende sempre a razionalizzare la diversità invece esistente. Definire e quindi riconoscersi in un modello artefatto porta a non capire, a chiudersi, a “dare addosso al barbaro”. Riconoscere le radici cristiane ed appellarsi a queste è un atto più che dovuto, ma dimenticare che l’Italia ha anche radici greche, arabe, pagane, medievali e, come dice giustamente uno degli scrittori sopra menzionati, mediatiche (negli ultimi 30 anni) sarebbe un torto, sarebbe una cecità da parte di una intera classe politica e di un’intera società.

La multi etnicità italiana allora è il solo fatto di definirsi siciliani, laziali o friulani. Annunciare che non esiste multi etnicità in Italia, senza avere neanche la premura di lasciare spiragli di interpretazione aperti per salvare il salvabile, vuol dire rinnegare una differenza già esistente fatta di secoli di cultura. Vuol dire, infine, non fornire appoggio teorico al tanto proclamato e voluto federalismo.

Certo, le problematiche migratorie italiane hanno una risonanza anche europea ed internazionale ma proprio dallo studio delle altre società si potrebbe apprendere di più. Ma sembra che la ripugnanza per i migranti si eguaglia a quella per i consigli. Le nostre politiche perdono allora di valore, si sgonfiano di fronte al metodo con cui sono gestite, che per tradizione alterna tecnicismo a becera demagogia, propositi legittimi a baldanzose esagerazioni.

Gli antichi romani e gli italiani di oggi non si differenziano allora, quando si accaparrano del buono che gli può venire da uno Stato “altro” e schiavizzano in terra propria le persone dello stesso. Mi viene da pensare alla Dacia, che venne saccheggiata dei tesori garantendo splendore a Roma per un altro po’ di tempo. Oggi giorno la presenza imprenditoriale italiana in Romania è elevatissima. Sfruttare il basso costo di manodopera va bene. Accogliere in maniera civile, come civile dovrebbe essere il nostro Paese, persone che sperano in un futuro italiano, no. “Dagli ai barbari!!!”

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

Ricordate i tempi di Casa dolce casettina-uccia-ina-ina ? Quelli in cui Ned Flanders sceglie di impartire ai tre fratelli Simpson il battesimo dopo averne ricevuto l’affidamento? Bene! Dimenticateli. Non vorrei fare la parte della Simpson-maniaca: purtroppo si da il caso che talvolta io non abbia nemmeno la costanza sufficiente per seguire con dedizione un cartone animato. Renderò quindi la tematica meno oscura: c’è chi delle proprie convinzioni fa una bandiera entro le proprie mura domestiche e chi invece si batte per persuadere anche gli altri.

Non parlo dell’idea di passare tutti in massa al biologico o del fatto di convincere tutti del fatto che Don McLean sia il più grande cantautore della storia. Mi riferisco ad una questione più difficilmente approcciabile: il proprio credo religioso.  Ned Flanders quindi riacquista a pieno titolo il diritto di campeggiare tra le primissime righe.

Cito a sproposito David Vessey, che non avendo ancora una sua pagina su Wikipedia non possiamo ancora considerare una persona importante e menchemeno autorevole; questo illustre sconosciuto, che tira avanti improvvisandosi Assistant Professor presso la Grand Valley State University e si diletta in quella sublime disciplina che è la filosofia, ha lungamente indagato gli effetti ed il senso dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 19, 19).

Principio cardine dell’etica cristiana si presenta quale messaggio chiaro a chiunque dell’italiano conosca il verbo amare, il comparativo di uguaglianza, articoli, aggettivi possessivi, i sostantivi “prossimo”, “stesso”… direi niente che un corso di 60 ore non possa insegnare. Ma, al di là dell ‘ afflato umanitario che può avere un cristiano come un ateo, come comportarsi nel caso in cui amare comporti anche l’idea di “salvare” il prossimo?

Il tentativo di Flanders era relativo al fornire col battesimo un mezzo per la salvezza eterna a soggetti inconsapevoli. Tornando sulla terra estendiamo la questione ai movimenti pro-life ed ai loro sostenitori. E’ giusto manifestare davanti alla clinica in cui si decide di staccare dai macchinari che lo tengono in vita da anni chi è in coma in nome di valori che vanno fatti rispettare?

Se entrando nel fantastico mondo di internet cercate l’espressione “integralismo religioso” scoprite che non è prerogativa specifica dei terroristi suicidi. Il non accettare forme di pluralismo ideologico è sintomo di integralismo.

Siamo divisi tra chi si arrocca ferocemente sulle proprie convinzioni e chi tenta di dissacrare le credenze altrui.

Bill Maher è un comico statunitense; protagonista di Religiolous, film-documentario in cui non risparmia nessuno: dal rabbino ortodosso di Gerusalemme, ai Mormoni, a Scientology, al Papa, ai Musulmani. Con un montaggio che non brilla per onestà intellettuale ma che punta a farci ridere scopre una serie di altarini. Cose che forse ci aspettavamo già ma che viste sotto forma di intervista a personaggi  accuratamente selezionati per avvalorare le proprie tesi sembrano gettare un’ombra su tutte le comunità di fedeli che si riesca a citare nell’arco di due ore di film. Il contenuto talvolta superficiale ed eccessivamente provocatorio  non renderebbero il film degno di lunghe trattazioni, sono però le razioni, nella fattispecie del mondo cattolico, a far pensare che sia arrivato proprio al momento giusto. Noi occidentali non abbiamo mai dato particolare valore al silenzio. Non è quasi mai oro. Il fatto di non rispondere ad una provocazione forte e diretta lascia quasi intendere che la Chiesa si ponga in una posizione di chiusura. Un non ti curar di loro che proprio non ci voleva e rifugge l’incontro o scontro che sia. Prima che un comico possa riuscire con due domande ben piazzate a far passare milioni di persone per uno stuolo di yesmen,  per così dire, poco consapevoli, torniamo a Matteo 19,19 ed alla lettura della nostra nuova conoscenza Vessey.

Riconoscere autonomia alla volontà potrebbe significare amare il prossimo come sé stessi. L’uomo razionale è l’uomo che agisce in maniera tale per cui la sua azione possa potenzialmente ritenersi legge universale. “Agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare legge universale” scrisse Kant, cresciuto a pane e pietismo.  Sforziamoci di trattare gli altri come agenti razionali tanto quanto noi. Chi agisce per principio e non per interesse proprio avrebbe diritto a non incappare in masse di manifestanti, in Ned Flanders o Bill Maher di turno.

Elena Mazza

Questo mese vi parlo di due film. Il giardino di limoni di Eran Riklis – regista anche de La sposa siriana- racconta di una donna palestinese qualsiasi, Salma, una vedova, che vive nella sua casa in Cisgiordania da sempre, devota al giardino di limoni che ha coltivato assieme al padre e al marito. Sfortunatamente vive proprio sul confine con Israele. Il giorno in cui il ministro degli Esteri israeliano prende casa proprio davanti al suo limoneto, comincia l’ Odissea della donna. Le viene notificata l’ intenzione del governo israeliano di sradicare i suoi alberi di limoni, perché questi rappresentano un pericolo per il ministro e sua moglie, visto che potrebbero nascondere terroristi. Ma il volere del ministro si scontra con la determinazione di Salma: la questione viene portata in tribunale. Il giovane avvocato della donna, richiamando l’ attenzione dei media internazionali, riesce ad impedire l’ abbattimento degli alberi.

Film leggermente controverso. Se andrete a vederlo (forse al Kinemax uscirà tra un po’ tra le serate dei film d’ autore) capirete quello che sto per dire. Non è un caso che il film sia stato finanziato dalla Israeli Film Commission; i principali personaggi, ovvero Salma e il ministro Avon, che inizialmente incarnano gli archetipi del buono e del cattivo, tendono in modo poco percettibile a cambiare ruolo nell’ arco della proiezione. La palestinese, da povera donna vittima di un’ ingiustizia, finisce per diventare la “solita araba incontentabile”, mentre il ministro, da animale insensibile, si umanizza e quasi si prova compassione per quel personaggio che verso la fine cerca di redimere la propria colpa di doversi comportare da israeliano. Dopo aver tanto lottato da una parte per sradicare gli alberi, dall’ altra per difenderli, sul confine viene calato un muro che impedisce la vista dei rispettivi territori: il ministro, guardando il muro, si commuove e sembra scusarsi per le brutalità commesse a quella donna che oltre il muro lo guarda in cagnesco. Un’ inversione di ruoli che proprio non condivido. Come dice Zulawski, un film è bello in base alle emozioni che ci trasmette. È quindi personale, come personali sono le meditazioni che vi facciamo dopo averlo visto.

Di ritorno dal Trieste Film Festival, vi consiglio Delta dell’ ungherese Kornél Mundruczo. Passato quest’ anno al festival del cinema di Cannes, è transitato al Trieste Film Festival in anteprima italiana. Un giovane fa ritorno al paese sul delta del Danubio dove aveva vissuto da bambino. Un luogo isolato e selvaggio dove gli viene presentata la sorella di cui ignorava l’ esistenza. Il ragazzo si stabilisce nella capanna che un tempo era stata di suo padre e decide di costruire una palafitta in mezzo all’ acqua dove poter vivere lontano da tutti. Sua sorella, una ragazza fragile e timida, lo segue e lo aiuta nella costruzione della loro casa. Tra i due si instaura un rapporto fatto di estrema naturalezza e complicità, qualcosa di più che un rapporto tra fratello e sorella. Nella bellezza dei paesaggi del Parco del Delta del Danubio, i due ragazzi sono così belli nella loro esistenza, soprattutto in confronto alla bestialità della gente del paese, ubriaconi e molesti, che non vedono di buon occhio la relazione tra i due. Quando, un giorno, il giovane pesca una grossa quantità di pesce, i due decidono di dare una festa ed invitano gli abitanti del paese. La festa diventa il motivo scatenante di tutta la rabbia repressa degli invitati; diventa una spedizione punitiva nella quale la ragazza viene violentata (e forse assassinata) e il ragazzo accoltellato a morte. Dice il regista: “Piuttosto che parlare di una deviazione sessuale, quello che mi interessava era arrivare a capire il genere di libertà che permette a una persona di trascendere la regola. Al cuore della storia non c’ è l’ incesto, bensì il coraggio che ci vuole per accettare un’ attrazione naturale, anche se questa rompe con le convenzioni. La cosa veramente intollerabile è che esistano persone che credono di potersi arrogare il diritto di condannare chi esce dalla norma”. Un film stupendo, quasi epico. I due giovani sanno bene che non vale la pena lottare per il bene all’ interno della società; è probabilmente per questo che si ritagliano il loro angolo personale lontano da tutti, in un luogo così sperduto e irraggiungibile. Ma c’è chi, per invidia e arroganza, a costo di remare controcorrente, è sempre pronto a fagocitare ogni fremito di libertà pur di ottenere il primato. Su cosa?

(Visto che mi firmo e metto la mail: se avete visto, avete intenzione di vedere o non vedrete mai questi film ma volete commentare fatelo pure. Sarà cosa molto gradita)

Alessandro Battiston

schlagstein@gmail.com

Essere immediati, sobri. Esprimersi con parole semplici, privilegiare un periodo scorrevole. In una parola: scrivere bene, la più alta manifestazione di filantropia cui si possa aspirare. A Beppe Severgnini l’onore di averlo capito prima degli altri e quello di aver stilato con buon gusto ed ironia un valido vademecum per il virtuoso della parola, e dei rapporti sociali. “Ho scritto ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ per denunciare le violenze contro la nostra lingua, ma non chiedo condanne. Lo scopo è la riabilitazione. Scrivere bene si può. L’importante è capire chi scrive male, e regolarsi di conseguenza. Questo è un libro ottimista, e ha un obiettivo dichiarato: aiutarvi a scrivere in maniera efficace (un’e-mail, una relazione, una tesi o un breve saggio: la tecnica non cambia)”.

E come promesso, ecco che scorrere le pagine della più completa tra le grammatiche italiane -se di mera grammatica si può trattare- è come purificarsi dai sette vizi capitali, linguisticamente parlando.

Ira: chi non ha mai provato quella particolare agitazione nervosa che ti assale ogni volta che, impantanato in un vortice di intricatissime subordinate, ti ritrovi a soffrire di tic, apnea mentale, perdita di memoria, shock visivi, nausee improvvise? Ma soprattutto, potresti essere tu stesso fonte di siffatta irritazione? Se hai anche solo il minimo dubbio (o peggio, se proprio non ce l’hai) devi dare un’occhiata al Decalogo Diabolico, la Lista delle perversioni verbali più diffuse.

Accidia: atteggiamento di rinuncia di fronte al dilagare di forme linguistiche palesemente irragionevoli ma irragionevolmente abusate. Ne soffri se ti accontenti di usare parole che hanno conquistato il lustro della ribalta per l’autunno/inverno 2009. Nel senso che il banco di prova dell’opinione pubblica è un’impressione personale piuttosto che la sincera verità? Assolutamente sì! Mah…

Lussuria: ne è affetto l’amante dell’erotismo verbale, l’edonista che si perde nella ricerca di vocaboli pomposi e gustosi, pleonastici ed orgiastici, vanitosi, e per l’appunto lussuriosi . L’effetto sperato non tarda ad arrivare: impreziosire troppo annoia.

Gola e Avarizia: moti speculari di una medesima distorsione. Il goloso osserva la lingua come fosse il cesto della merenda: una bella spalmata di punteggiatura qua, una sorsata di diminutivi là, assaggia questo panino ben farcito di che! Occhio alla digestione, però. L’avaro invece disdegna il piacere di mettere un punto chiarificatore, è infastidito dal respiro della virgola e se può rimane a digiuno, anche di lettori.

Superbia: potresti rivelarti un superbo se con quotidiana arroganza violenti la grammatica italiana e ti meravigli di qualche coraggioso linguista che osa denunciarti. Beneficenza? acquiescenza? mangerò arance e ciliegie? e allora c’impegniamo? secondo coscienza! L’importante è dubitare sempre con il congiuntivo; ma si sa, il superbo vive all’indicativo.

Invidia: questo vizio è uno dei più diffusi nella moderna società globale. Completamente vinto dalla concorrenza, l’invidioso copia spudoratamente le espressioni di matrice inglese e cerca di inserirle con disinvoltura nel discorso; film e computer passino, ma diffidiamo di chiunque abbia una mission o una vision, Severgnini si raccomanda.

Insomma, siete animi delicati oppressi dal timore di distruggere con asfittici sillogismi la serenità di chi vi dedica il proprio tempo? Avete sempre desiderato insorgere contro chi lesina in magnanimità ed eccede in sproloqui, sordo ai lamenti della lingua che si contorce su se stessa? Allora leggetevi quest’altalena di buoni consigli e ferrei divieti. Vero inno alla pace dei sensi, ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ è il libro giusto per chi vuole migliorare il proprio rapporto con la parola muta facendosi una sonora risata; è il regalo giusto per chi desidera aiutare uno scrittore in erba mitigandolo con la comicità dell’errore maccheronico; ed è la prova giusta per chi, povero illuso, non dubita mai del proprio italiano. Il percorso è costellato di sadoquiz e masotest ma la riabilitazione, per fortuna, è assicurata.

Valeria Carlot

valeria.carlot@sconfinare.net

Durante l’ultima settimana sono finalmente state comunicate le nuove nomine per gli organi di intelligence dello Stato italiano(SISMI, informazioni e sicurezza militare; SISDE, informazione e sicurezza democratica; CESIS, comitato di coordinamento). Il cambiamento è più legato allo scandalo del rapimento Abu Omar(l’imam sequestrato in Italia nel febbraio 2003 in connivenza con la CIA) che all’effettivo avvicendarsi del colore politico del governo italiano con le elezioni di aprile 2006.

L’intero caso è al centro dell’attenzione dei media fin dall’apertura da parte della procura di Milano di un’indagine sulla legittimità del sequestro e della raccolta di dati sul soggetto, che ne ha permesso la cattura ed il trasferimento forzato in Egitto. Le nuove cariche hanno dovuto caratterizzarsi, quindi, come “neutre”, fuori dai giochi politici, con tanto di apprezzamento delle parti politiche e delle cariche istituzionali. Per il vero, anche i predecessori dei nuovi vertici si configuravano come personalità di altissimo profilo e comprovata professionalità(il curriculum dello stesso Pollari, ex capo SISMI, ne è una prova lampante). Sono proprio l’enfasi mediatica ed il giudizio politico espresso dai giornali che, a nostro avviso, evidenziano la prospettiva errata che il dibattito su un piano più popolare ha assunto.

Il SISMI “È chiamato ad assolvere tutti i compiti informativi e di sicurezza per la difesa sul piano militare dell’indipendenza e dell’integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Svolge compiti di controspionaggio, comunica al Ministro della Difesa e al CESIS tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate, le operazioni compiute e tutto ciò che attiene alla sua attività“. Difendere con efficacia sul piano militare e su quello dell’indipendenza uno Stato è faccenda quantomai delicata e complessa; la stessa inclusione nella definizione dei compiti di controspionaggio è un accenno alle attività al limite della costituzionalità che proprio per difendere quel regime costituzionale, l’organo compie. In questo senso, e con l’incalzante richiesta di una riforma dei Servizi, l’opinione pubblica esprime un giudizio operativo sulle vicende conosciute, e chiede di fatto più garanzia, esplicata con una maggiore conoscenza del lavoro del SISMI e delle sue forze.

Il nostro giudizio sul primo punto, ovvero sull’incostituzionalità delle operazioni nel caso Abu Omar, è conforme a quello della stampa in generale: come non condannare la raccolta illegale di dossier su un privato incensurato, e favorirne(se non effettuarne) poi il sequestro e l’estradizione(in località tuttora sconosciuta)? La violazione dei principi fondamentali dei diritti dell’uomo è evidente, e la brutalità dell’azione compiuta appare straordinaria anche per i servizi segreti. Tuttavia, riteniamo che alla base vi sia un fraintendimento e una generalizzazione eccessiva del recente(e sicuramente riprovevole) caso montato alla ribalta.

Il principio operativo degli organi di estrema sicurezza legittima questi(di necessità pratica) a muoversi al limite del rispetto delle libertà individuali e personali, proprio per garantire a tutta la cittadinanza di uno Stato la sicurezza che, spesso si dimentica, non è solo quella visibile tramite le pattuglie di Polizia lungo le strade. Per la stessa definizione(illegale, anticostituzionale, lesiva) del crimine, un intervento nel rispetto di tutti i diritti del cittadino non può che essere curativo,e per questo tardivo, mentre un’efficace opera di prevenzione deve, in questo ambito, informarsi alle modalità del male da prevenire(fintanto che rappresentano i canali comunicativi, d’informazione).

Alla luce di questa definizione, una riforma dei servizi segreti che incentrasse la sua opera sul maggiore controllo mediatico o istituzionale di questi tradirebbe il suo preposto scopo di garanzia sulla trasparenza delle procedure e dei metodi. I funzionari del SISMI si troverebbero, al contrario, ad avere a che fare con un’aumentata complessità del lavoro, percepibile in termini effettivi unicamente come un diminuito standard di sicurezza per il maggior numero di cittadini.

Davide Caregari, Riccardo Dalla Costa

Regista: Fatih Akin

Cast: Alexander Backe

Nazione: Germania/Turchia

Durata: 90′

Voto: 9

Questo film-documentario del regista turco-tedesco Fatih Akin propone un viaggio ad Istanbul attraverso la sua musica e le diverse sonorità che la compongono. Nel suo lavoro è accompagnato da Alexander Hacke, bassista del gruppo tedesco d’avanguardia Einsturzende Neubauten, affascinato dalla vitalità artistica turca già in occasione della composizione delle musiche per il film “La sposa turca”. Istanbul viene spesso denominata come “ponte tra occidente ed oriente”, sia per la sua posizione geografica a cavallo tra Europa ed Asia, che per le vicende storiche di cui è stata protagonista nel corso dei secoli. E proprio per questi motivi racchiude in sé una molteplicità di culture (e di identità) che spesso riescono ad amalgamarsi tra loro, ma che a volte non riescono a trovare una vera (e propria) integrazione nella società. Ciò vale naturalmente anche in ambito artistico, dove , accanto alla musica tradizionale e (a quella) di derivazione “occidentale”, le diverse influenze creano sound innovativi grazie alla (facile) contaminazione tra stili. Si passa dal liuto saz di Orhan Gencebay al clarinetto dello zingaro Selim Sesler; dalla voce della cantante curda Aynur, ostacolata fino a poco tempo fa proprio per la sua appartenenza etnica, a quella di Müzeyyen Senar, (cantante quasi novantenne) legata alla musica classica orientale; da Erwin Koray, precursore del rock turco moderno (e ispiratore di gruppi quali Baba Zula e Replikas), all’hip hop di protesta di Ceza (e ai musicisti di strada) . Il tutto è accompagnato da scorci di Istanbul e interviste alle persone, in cui emerge ancora una volta la commistione di culture e mentalità in una città e in una nazione che tuttora non trova una collocazione ben definita. Una parte vorrebbe infatti legarsi all’Unione europea, mentre l’altra vorrebbe mantenere intatte le proprie tradizioni senza intromissioni occidentali. Il dibattito resta ancora aperto, anche per la difficile convivenza tra gli eccessi dell’islamismo e la volontà di modernità (che difficilmente troverà una soluzione in tempi brevi). Credo che il film possa aiutare a capire meglio il popolo turco e a conoscere i diversi punti di vista in una nazione in continua evoluzione politica e sociale; naturalmente ciò non è esaustivo (in sé) ma va accompagnato all’apertura verso questa cultura abbandonando (almeno per un po’) i pregiudizi e la diffidenza che hanno accompagnato la storia umana nell’ultimo periodo.

Lisa Cuccato

 

 

Estoni, Bulgari, Austriaci, Sloveni, Ungheresi e Italiani: un gruppo di 30 giovani uniti dal desiderio di buttare giù i muri tra gli stati, dalla voglia di stupire chi è convinto che l’Unione Europea sia solo un utile (o dannoso) sistema economico, dall’entusiasmo di chi ama le proprie origini ma che non ha paura di guardare oltre il giardino di casa. Sarà proprio Gorizia, dal 3 al 10 Gennaio, ad accoglierli per una settimana di attività in comune, nelle strutture della Caritas di via Vittorio Veneto. Sono i ragazzi dell’associazione Diagonalpeadria (studenti al secondo anno SID) i diretti organizzatori di questo scambio dalla tematica intensamente legata al valore di queste terre: il confine come realtà quotidiana per i giovani. Dietro un titolo fresco e accattivante, JUMPING IN EUROPE, si chiederanno insieme cosa cambia per le nazioni che ora stanno accedendo in Europa, comparando strumenti e modelli di vicinato per giovani di aree di confine. Sarà una settimana di giochi, dibattiti, conferenze, visite di piacere e incontri con i responsabili ISIG, volta a creare un intreccio di intense relazioni nel gruppo: è proprio con questo intento che la Commissione Europea, tramite la DG Istruzione e Cultura, promuove i progetti ideati da associazioni giovanili europee. Si tratta del Programma Gioventù attivo già dal 1996, e per la prima volta in Gorizia potrà svolgersi un’attività del genere grazie al finanziamento che il sottoprogramma per la cooperazione transfrontaliera (presente solo in Friuli Venezia Giulia e in Veneto) di solito destina ad obiettivi di mercato: questa la migliore dimostrazione di come l’Unione Europea comincia a non fare più paura, di come il processo d’integrazione sociale e culturale stia diventando un bisogno sentito da ogni generazione.

 

Arianna Oliviero

“Sconfinare” significa andare oltre il confine. Che confine? Il confine di cui parliamo è, come avrete capito, il confine fisico che divide Gorizia da Nova Gorica. Ma non è il solo…dietro quel confine ce ne sono molti altri, meno concreti: istituzionali, mentali, culturali…
In questi anni d’integrazione europea si fa un gran parlare di collaborazione transfrontaliera. Le autorità per prime riconoscono la necessità (o, per qualche maligno, l’utilità) di agire in tal senso. A nostro modesto parere proprio questa esigenza è la prova più evidente di una distanza perpetratasi negli anni alla quale ora si cerca di rimediare, magari solo per un’inerzia europeista. Questo nuovo spirito collaborativo sembra più finalizzato ad esorcizzare una chiusura mentale che si vuole allontanare, ma tutt’ora esistente, piuttosto che l’espressione di una genuina volontà di conoscere l’altro.
Se per cultura s’intende l’espressione presente e l’affermazione storica della mentalità propria di un popolo, allora questo confine diventa anche culturale. Qual è, soprattutto nella nostra epoca mediatica, il veicolo privilegiato di espressione di una cultura se non la lingua?! Il nostro progetto parte proprio da questa constatazione: dal considerare la lingua il veicolo della cultura, la lettura uno strumento di conoscenza, lo scrivere una via d’espressione, un giornale uno spazio comune di dibattito.
Ad un progetto probabilmente ambizioso corrisponde in realtà un’idea semplice, cominciare a comunicare con la traduzione degli articoli considerati più vicini a quella che secondo noi è la sensibilità della comunità slovena e dei suoi giovani. Questo è il primo passo. Ci auguriamo che poi il nostro cammino incontri un’entusiastica risposta e si arricchisca della diretta partecipazione di chi, vivendolo in prima persona, può raccontarci cosa c’è veramente al di là del confine.

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